“Era meglio farmi i cazzi mia”

8 November 2019, 12:14 | Gruppo misto | Commenti: 33

Un mio amico, leggendo una bozza di questo post, mi ha detto che il titolo giusto sarebbe “La fatica di essere buoni”. Un altro mi ha detto, per scherzo, “metti ‘era meglio farmi i cazzi mia'”. Siccome, soprattutto qui, preferisco il dark humour alla seriosità, e questo post è bello pesante già di suo, vado orgogliosamente per il secondo consiglio.

Penso di correre seriamente il rischio di fare questa fine. Lo penso da un po’, ma gradualmente questo rischio si è fatto più concreto, fino al punto di dire “non ce la faccio più”.

Il problema è che tutte le altre persone che fanno o hanno fatto Second Tree ogni giorno sono nella stessa condizione. Per questo c’è il rischio vero, presente e quasi immediato che la cosa più significativa e – lo dico – utile che abbia mai fatto in vita mia finisca.

Insomma, questo è il post in cui racconto la storia di una persona che lavora da quasi quattro anni nei campi profughi e si è quasi bruciato cervello, corpo e cuore.

Questo post è una cosa espressiva per me, oltre che un tentativo di mettere in ordine le mie idee, ma anche una richiesta d’aiuto.

Katsikas, dove tutto è cominciato

DARSI DA FARE

Io – rintronato come sono – non sono stato in grado di fare una lista delle cose che faccio, quindi James mi ha seguito per due settimane ed è venuto fuori con una tasklist di 86 ore di lavoro a settimana, fra parlare con ministeri e altre organizzazioni, raccogliere fondi o intervistare potenziali volontarî, andare al campo o scrivere un progetto. La stima è una stima e sarà imprecisa, ma non di tanto, e le altre persone che sono qui in Grecia da tanto tempo sono in situazioni simili.

Il problema è che abbiamo creato una cosa che non esiste altrove, e ci sono buone ragioni per le quali non esiste.

Alcune delle cose che Second Tree fa, nel rapportarsi alle persone che vivono nei campi profughi,sono cose che tutti dicono di fare, ma pochi altri fanno; altre sono cose che pochi altri dicono di fare, perché sono semplicemente diverse.

Il perché le prime richiedano un surplus di impegno, sacrificio e dedizione è molto facile da capire: si tratta di essere presenti, affidabili, disponibili; fare sempre quello che si promette di fare, anche in caso di emergenze. Essere i primi punti di contatto e i primi ascoltatori e solutori di problemi, anche se questi accadono alle 4 di notte, o di domenica. Ma il punto non è lavorare il weekend o dopo le 5, per quello si possono fare i turni, il punto è fare le cose per bene. Molto per bene.

Il perché le seconde, quelle che nessuno dice di fare o fa, richiedano lo stesso surplus è più difficile da dire. Si tratta di considerare le persone che vivono nei campi profughi come esseri umani con i quali si può essere in disaccordo, con cui si può interagire allo stesso livello, con cui si può scherzare e dialogare. Non bambinoni da accudire, ma persone con opinioni, talenti, ottusità, rabbie, empatie, come tutti gli altri. Non concepire l’approcciarsi a un profugo come un’operazione di disinnesco o un esercizio protezione. È molto difficile, e per questo richiede impegno sacrificio e dedizione quotidiani, e infatti non lo fa nessuno.

I risultati si vedono: quando nei campi profughi ci sono gli scioperi dei residenti contro le ONG, Second Tree è esentata. A noi ci fanno entrare. E non perché siamo bonaccioni, o stiamo sempre dalla parte dei profughi, siamo anzi i più severi di tutti quando qualcuno fa una cazzata. Ma per il rispetto nei confronti di ciò che facciamo, del come lo facciamo, e del perché lo facciamo.

Magari un’altra volta scrivo un post su questo, su questa differenza di metodo. Ci sono persone che lavorano nel settore umanitario da anni e hanno conosciuto decine di realtà diverse, e che quando sono venute a vedere quello che facciamo hanno detto «io una cosa così non l’ho mai vista» . Vorrei scrivere un articolo accademico su questo, su come il modello Second Tree andrebbe diffuso negli altri contesti, ma chi trova il tempo? (Però ci proverò!)

Solo negli ultimi 5 giorni – ed è un esempio piuttosto routinario, delle lotte quotidiane – abbiamo rischiato per tre volte di perdere lo spazio in cui facciamo le nostre attività in due dei tre campi in cui lavoriamo, è c’è stato bisogno di uno stremante sforzo diplomatico per scongiurare il pericolo (per quanto?). Ovviamente l’alternativa sarebbe di dire: beh, ma cosa importa?, sospendiamo le attività fino a quando non troveremo uno spazio, come fanno in molti, ma questo vuol dire tradire le persone alle quali diamo il primo barlume di stabilità, di ascolto, di speranza per il futuro.

Il messaggio che ha scritto Lucas dopo il meeting in cui abbiamo parlato della possibile chiusura di Second Tree

PERSONE

L’unico modo per riuscire a fare queste cose è trovare delle persone intelligenti, capaci e soprattuto disposte a stare a lungo e imparare. Ovviamente più persone ci sono, più ci si divide il lavoro. Perché le cose più importanti, quelle che bisogna proprio fare, non possono essere affidate ai 15-20 volontarî che sono con noi per tre mesi, perché quei tre mesi ci vogliono tutti solo per imparare a farle.

Quello che dico sempre è che Second Tree è un’opportunità molto, molto, molto, grande per un numero molto, molto, molto limitato di persone. Non sono molte le persone che abbiano voglia di darsi da fare per aiutare gli altri, senza un vero ritorno economico, ma per la soddisfazione che dà. Però per queste poche persone, l’opportunità di accedere alla gestione e al potere decisionale di un’organizzazione che con successo fa del bene e lo fa bene non capita tutti i giorni.

Il problema è che queste persone non le abbiamo trovate. O non ne abbiamo trovate abbastanza per assicurare un buon turnover che includa anche noi. Con alcuni, forse, avevamo capito male noi; altri hanno cambiato idea; altri ancora hanno proprio mentito. E ovviamente tutte queste delusioni hanno acuito il senso di solitudine, e il senso d’impossibilità di trovare qualcuno, che ci ha portato – oggi – a pensare che probabilmente l’unica strada è chiudere.

A fronte di un gruppo di 5/6 persone che gestisce l’organizzazione sul lungo termine, e che nel tempo si sono consumate, ci sono soltanto 3 nuove leve, persone capaci e che hanno detto di aver voglia di stare almeno un anno. E se vogliamo scongiurare il rischio che anche queste persone facciano la nostra fine, dobbiamo averne di più, non di meno, così da avere la possibilità di spartirsi maggiormente il lavoro.

I “nostri” bimbi

SOLDI

E allora perché non le assumete, direte? Perché non mettete un annuncio? È questione di soldi? Sì e no. Il problema è che il livello di qualità e impegno di cui c’è bisogno per fare le cose bene, come le facciamo noi, è del tutto fuori mercato. Dina, la programme manager di Second Tree, nel suo lavoro precedente guadagnava 5000€ al mese, se ora prende un rimborso di 600€ vuol dire che non lo fa certo per i soldi.

Quindi, certo, se avessimo dieci milioni di euro potremmo investirne 5000€ al mese nell’assumere la crème degli humanitarian workers: ma 1) non avremo mai quei soldi; 2) anche se li avessimo non sarebbe il modo migliore per spenderli. Il piccolo rimborso che prendiamo (e che tra l’altro ci siamo autostabiliti assieme), serve a sopravvivere mentre diamo una mano. Se anche decidessimo di alzarlo un poco, al costo di fare meno cose, attireremmo persone che – legittimamente – sono interessate a quello, e quindi nel momento in cui ricevessero un’offerta da una grande e ricca organizzazione internazionale (come è successo a tutti noi nel giro di 3-6 mesi qui) accetterebbero.

Il segreto di Pulcinella, che tutti sanno nel mondo umanitario, è che le organizzazioni piccole e ben organizzate sono molto, molto più efficienti, serie e rispettose degli impegni oltre che estremamente più oculate col denaro che le grandi organizzazioni internazionali, quelle che uno – almeno io lo pensavo – si aspetterebbe essere più professionali. E questo non perché ai vertici delle organizzazioni internazionali ci siano persone meschine o sciocche, ci sono generalmente persone molto brave e volenterose che devono però lavorare con ciò che hanno. E con i (tanti) soldi che ricevono dai governi, sono costretti ad assumere per la maggior parte persone che non lo fanno per passione, che magari vengono da tutt’altro settore (lavorando come autista per una grande organizzazione internazionale guadagni più del doppio dello stipendio medio da autista), e questo considerarlo un lavoro come un altro si riflette nel lavoro che fanno. Se le grandi organizzazioni internazionali sono mediocri, è perché coi loro mezzi puntare alla mediocrità è l’unico modo che hanno di sopravvivere.

Insomma, non sto dicendo che sono tutti scemi o cattivi. Anzi, all’interno delle grandi organizzazioni internazionali si trovano sempre persone che si fanno in quattro per aiutarti ad avere un’autorizzazione o ti fanno un ordine di quaderni o cartucce per la stampante, così da farti risparmiare quel vitale centinaio di euro. Probabilmente se queste persone non fossero esistite, sulla nostra strada, Second Tree sarebbe già morta (anche per questo individuare queste persone e mantenere queste relazioni è parte dell’immensa mole di lavoro). Anzi, a giudicare da ciò che sto scrivendo, gli scemi siamo noi, visto che il nostro modello – a meno di non riuscire ad avere un bacino molto più grande di potenziali volenterosi – non può sopravvivere.

E non sto rivendicando che Second Tree sia pura e non compromessa col sistema, figuriamoci: facciamo le stesse richieste di autorizzazioni al ministero (siamo una delle uniche due organizzazioni di volontarî in Grecia ad avere ufficialmente accesso ai campi, il che ha ovviamente richiesto un sacco di lavoro diplomatico) e cerchiamo fondi e collaborazioni con quelle stesse organizzazioni, anche solo per piccole cose, come avere un passaggio per andare ai campi (altro lavoro da fare).

Zakia <3

COSA RIMANE

Stiamo provando a fare una cosa che non esiste, e probabilmente ci sono delle buone ragioni per le quali non esiste. Ed è per questa ragione che, visto che facciamo le cose in modo così particolare, l’unica maniera che una persona ha di rimanere a lungo termine è di venire e poi innamorarsi di quello che facciamo, è quello che è successo a tutti quelli che sono poi rimasti.

Mettere un annuncio per attirare persone, magari alzando un po’ il rimborso, non funzionerà: perché la mole di lavoro, l’impegno richiesto, i pochi soldi, sono evidenti a tutti; mentre la parte bella, quella che fa dire a tutti noi – come nel messaggio di Lucas – che questa è la cosa più significativa che avremmo mai potuto fare in vita nostra è nascosta, la puoi vedere soltanto se sei qui e vedi ogni giorno perché Second Tree, per il tipo di persone che siamo noi, vale molto di più di ogni altro lavoro, ed è una delle ragioni per le quali – stupidamente – non ci siamo resi conto di quanto questa bellissima cosa ci stesse mangiando.

Provare a ridurre la quantità di cose che facciamo non aiuterebbe, perché il problema non sono le attività sul campo, per le quali abbiamo un numero sempre sufficiente di volontarî che vengono per 3 mesi, bensì la struttura, lo sviluppo dei programmi, la raccolta fondi, il mantenimento e la gestione delle relazioni, e queste cambiano di molto poco all’aumentare o al diminuire delle attività che si fanno.

Il mio sogno sarebbe quello di stare 4 mesi all’anno in Grecia, 4 mesi all’anno a lavorare per Second Tree e per la causa dei profughi altrove (e ci sono tante cose da fare altrove), e 4 mesi all’anno di qualcosa di meno emotivamente e fisicamente sfinente (magari proprio scrivere quell’articolo accademico). Ma lo so, è un sogno. Purtroppo, però, a stare 12 mesi all’anno in Grecia non ce la faccio più. Cose simili le pensano tutti gli altri che sono qui da tempo.

La mia paura è che saremo costretti a chiudere Second Tree e, nei prossimi 10 anni, incontrerò per caso tante persone di quel tipo lì, quelle che mi diranno “ah, cavolo se solo avessi saputo, era proprio la cosa che avrei voluto fare, ma non ci conoscevamo”.

E questo descrive la paura più grande, e cioè non essere qui per Zakia e per le migliaia di persone come lei che vivono qui e che ci conoscono e conosciamo per nome, e sarebbero perse senza quello che facciamo. Non riesco neppure a immaginare il cuore che ci toccherebbe o toccherà avere per andarglielo a dire. E tutto questo, in buona parte, perché siamo stati sciocchi a non rendercene conto prima. Anche questo, in fondo, è un pensiero egoista. La domanda che mi brucia dentro continua a essere: potrò perdonarmelo?

Se avete qualcosa o qualcuno in mente, scrivetemi: distantisaluti2@gmail.com.

– Commenti:



33 Commenti presenti su ““Era meglio farmi i cazzi mia”” – Feed

  1. Luca Venturini – 8 November 2019, 15:59 (n° 1)

    Ti capisco bene, nel mio piccolo. Da ricercatore scientifico, negli ultimi due mesi ho passato quasi tutto il mio tempo a scrivere richieste fondi, invece che a fare il mio lavoro normale; e gia’ cosi’ ho lavorato piu’ a lungo del solito.

    Il mio piccolo suggerimento e’ di individuare quelle parti del lavoro che sono piu’ “professionali” e hanno meno a che fare con il rapporto diretto o con i profughi o con importanti stakeholders, e assumere gente meno motivata per quelle.

    Per fare un esempio molto diretto: scrivere le richieste fondi. Sara’ che come ho scritto prima ci sto affogando (io e quasi tutti gli scienziati che iniziano ad essere vagamente senior), ma si tratta di un lavoro estremamente professionale e che puo’ essere svolto da una persona che lo fa di mestiere (e che quindi sa come creare tutto il necessario, testi inclusi).

    Non conosco la tua organizzazione, non so quali ruoli vi siano, ma forse vi sono altri margini di manovra in questo senso.

    Nel frattempo, un abbraccio (e una donazione mensile, che’ bisogna mettere il portafoglio dove si mette la bocca, come dicono oltre oceano).

  2. Giovanni Fontana – 8 November 2019, 17:40 (n° 2)

    @ Luca Venturini:
    Grazie Luca! Delle parole e del portafoglio.

    Il problema è che se una persona è davvero brava a fare grantwriting perché deve venire da noi che lo possiamo pagare poco e non da una grande organizzazione internazionale?

  3. looreenzoo – 8 November 2019, 18:07 (n° 3)

    ma trovare qualcuno che – a pagamento – vi dia qualche dritta su come organizzare Second Tree in modo da farla sopravvivere e al contempo non perderci letteralmente la salute mentale?

  4. Alessandra – 8 November 2019, 18:13 (n° 4)

    Giovanni, ciao. A proposito di quanto suggerito da Luca e alla tua perplessità, ti faccio due domande. 1) La figura del grantwriter deve essere ‘residente’ o può lavorare da remoto?2) Nel caso, non potrebbe essere qualcuno/a che già lavora per un’organizzazione grande e ricca e decide di dedicare parte del suo tempo libero a ‘scrivere’ per voi l’application per un grant? Forse la sto facendo semplice, ma potrebbe essere un’idea.
    Vorrei poi trovare parole di conforto al tuo grido di aiuto. Ma per il momento riesco solo a dire, per quanto riduttivo, guarda il bicchiere mezzo pieno di ciò che di meraviglioso hai, avete, fatto, e non a ciò che, eventualmente, non riuscirai a fare. Comunque ti auguro di riuscire a trovare le persone che stai cercando. Anche se nin è semplice. La tua analisi è tremendamente lucida e razionale. Da parte mia proverò a cercare qualcuno/a che possa fare al caso vostro. Un abbraccio. Alessandra @ Giovanni Fontana:

  5. Luca Venturini – 8 November 2019, 18:32 (n° 5)

    @ Giovanni Fontana:

    Immagino per lo stesso motivo per il quale tu sei li’ in Grecia invece che a prendere molti piu’ soldi all’ONU o in qualche altro ente: non contano solo i soldi. E come nota @Alessandra, quello del grant writing e’ un lavoro che puo’ essere fatto da remoto, il che riduce significativamente costi ed impegno richiesto.

    L’altro consiglio che mi sentivo di dare, che e’ ancora piu’ ovvio e – immagino – abbiate gia’ adottato, sarebbe di assumere alcuni dei rifugiati per sostenere Second Tree. Immagino ve ne siano tanti di capaci e desiderosi di dare una mano.

  6. Giovanni Fontana – 8 November 2019, 18:40 (n° 6)

    @ looreenzoo:
    Abbiamo un’advisory board che ci consiglia, ma è chiaro che il problema è proprio quello scritto nel post: quello che fa normalmente un’organizzazione è assumere dipendenti che, con uno stipendio relativamente mediocre, fanno un lavoro mediocre. Se noi facessimo la stessa cosa – lavorare mediocremente – perderemo tutto il valore del modello Second Tree.

  7. Giovanni Fontana – 8 November 2019, 18:44 (n° 7)

    @ Alessandra:
    Grazie anche a te Alessandra.

    Nel tempo abbiamo provato tantissime persone che ci hanno detto “sì, vi faccio io i grant part time”, poi tutte, senza esclusione alcuna, hanno finito per smettere di farlo, per farlo poco, per non farlo in tempo, e alla fine la persone responsabile finisce sempre per essere qualcuno sul campo. È parte delle delusioni che menzionavo più su, e alla fine – per la maggior parte – è stato più lavoro che non avere
    nessuno.

  8. Giovanni Fontana – 8 November 2019, 18:50 (n° 8)

    @ Luca Venturini:
    Li coinvolgiamo. Ma devi immaginare che queste sono persone che hanno perso tutto, di fisico e di emotivo. E i nostri requisiti di competenze e dedizione sono molto alti. Anche solo per il livello d’inglese la % di profughi che potrebbero fare il nostro lavoro è davvero bassa, sotto il 5%. Ed abbassare gli standard perché qella persona è un profugo è proprio l’opposto di ciò che vogliamo fare.

  9. Luca Venturini – 8 November 2019, 19:35 (n° 9)

    @ Giovanni Fontana:

    Capisco i problemi che descrivi. E non ho pretese di poter fornire soluzioni da qui, comodo da casa.

    Vista la situazione direi che potreste avere due soluzioni:
    1- assumere qualcuno di bravo ma relativamente inesperto per scrivere le richieste fondi. Per “bravo ma relativamente inesperto” intendo qualcuno che sia ad es. appena uscito dall’universita’. E per assunto intendo proprio pagato.
    2- abbassare gli standard *nell’ottica di addestrare le persone*. Soprattutto per i rifugiati. Voi tutti a ST avrete imparato parecchio negli anni, e sarete di sicuro migliori di quanto non foste all’inizio. Cercare di valutare le persone non per come sono ora rispetto a voi bensi’ rispetto a come eravate all’inizio, e dare loro una chance di migliorare nel tempo, potrebbe essere l’unico modo di avere un sistema semi-sostenibile.

    Un’altra cosa, quando scrivevo prima di identificare le aree che sono delegabili … credo sia il punto chiave. Amministrazione ordinaria, scrittura dei fondi, ed altro immagino (immagino, di nuovo, e’ facile da casa …) possano essere svolti da persone non necessariamente dedite al 100% alla missione.

  10. Luca Venturini – 8 November 2019, 19:36 (n° 10)

    Scusa, credo di aver creato di nuovo il baco iper-grassetto per errore!

  11. Pier Luigi Rocco – 9 November 2019, 05:17 (n° 11)

    Belle azioni, belle parole, tanta buona volontà, tanta generosità, buoni risultati, immagino. La domanda che poi a tutti viene è :”Perché lo faccio?”. Perché è giusto, non è sufficiente, purtroppo. Non motiva a sufficienza nel lungo termine e conduce al burn out, come ben descrivi. A quale onnipotente senso di giustizia devi allinearti, per sentirti significativo e dare alla tua esistenza un senso? Un mio Maestro, un comunista vero, di quelli di una volta, diceva a noi specializzandi in Psichiatria, 30 anni fa, “vardeve dai volontari, che i xe tutti ‘na manega de disturbai”. Da buon veneziano, parlava in dialetto anche a lezione. Mi viene in mente anche una frase di Frank Zappa: “We are only in it for the money”. Qual’è la tua “money”, la tua ricompensa? Non ti pare di essere un po’ autoreferenziale nel proclamare che solo tu fai la giusta cosa bella? Per aiutare veramente gli altri, bisogna ben capire perché lo si fa e questa risposta è nel tuo mondo interno. Le grandi ONG ammortizzano tutte le problematiche connesse allo scegliere di fare volontariato. Pensaci. Forse hai fatto una bella impresa, ma poi si cresce. Un abbraccio forte

  12. Giovanni Fontana – 9 November 2019, 08:08 (n° 12)

    @ Pier Luigi Rocco:
    Ciao Pier Luigi, amo sempre di più le critiche che gli apprezzamenti, specie in un momento come questo, quindi sono stato contento di leggere il tuo messaggio.

    Vedo una contraddizione all’inizio quando dici che sapere di fare la cosa giusta “Non motiva a sufficienza nel lungo termine e conduce al burn out”, mi sembra che le due cose siano mutualmente esclusive (e penso che, nel mondo, lo siano). Forse intendevi che non motivano alcune persone e conducono al burnout altre, che è vero.

    Vorrei capire meglio cosa dici: immagino tu non voglia dire “sono tutti egoisti a loro modo”, perché la risposta a quella cosa lì l’abbiamo imparata tanto tempo fa: “certo, tutti sono egoisti a proprio modo, ma è meglio essere egoisti e gioire del salvare una vita che essere egoisti e ammazzarla quella vita”. Cos’altro volevi dire?

    Il discorso sulle grandi ONG mi sembra di averlo fatto io per primo nel mio post, no?

  13. Michela – 9 November 2019, 21:50 (n° 13)

    Ciao Giovanni, seguo la pagina di Christian Raimo su Facebook ed è da lì che ho scoperto il tuo articolo.
    Inizio subito con una captatio benevolentiae: ammiro la tua scelta, la volontà di mettere in piedi una ONG nella Grecia post crisi economica e di farlo cercando standard elevati.
    Fine della captatio.
    Ho letto con attenzione il tuo articolo e rispondo da ex-operatrice dell’accoglienza in una cooperativa italiana.
    Il burn-out è un fenomeno molto diffuso che per manifestarsi necessita di determinate condizioni esterne (che si possono limitatamente prevedere) e da condizioni interne (che non si possono prevedere a meno che la persona non abbia una grande consapevolezza di sé stessa).
    Detto questo io in un anno di lavoro in accoglienza ho sviluppato una sindrome da burn out e mi sono licenziata andando a fare altro.
    Questo è il mio esempio personale ma, quando si cerca qualcun* in sostituzione bisognerebbe cercare persone formate non solo nell’ambito ma anche a sostenere una situazione del genere.
    Il/la neo-laureat* potrebbe essere la persona adatta? Forse, in ogni caso la dovrete formare e in quel tempo verificare che sappia ‘reggere’ un carico di Stress continuo e multilivello.
    Una persona che ha già lavorato in questi ambiti più emergenziali è sicuramente più navigata e, forse, potrebbe essere papabile per un turno over.
    Per me il burn out in questi ambiti (con la domanda perché lo faccio) arriva come Natale, regolarmente. Perché dopo un po’ come essere umano emergono anche bisogno ‘altri’ da ciò che giusto.
    Quindi forse Second Free non sarà per sempre a meno che non accettiate di abbassare (ricalibrare) lo standard e assumere personale pagato e formato.
    Andare avanti di solo volontariato purtroppo è senza prospettiva senza un’organizzazione bene oliata alle spalle.
    E te lo dice una che anche con un’organizzazione oliata e pagata il giusto dopo un anno se ne è andata.
    In bocca al lupo. Faccio girare la richiesta!

  14. sandro tassani – 9 November 2019, 22:01 (n° 14)

    Caro Giovanni,
    classico burn-out da manuale.
    Sarò sempliciotto, ma una sana vacanza… e vi rimettete tutti a nuovo.
    Non dire IMPOSSIBILE, perché – come ben sai – tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile.
    In bocca al lupo. Un saluto da Roma, piazzale Maslax e dintorni ;-)

  15. Giovanni Fontana – 9 November 2019, 23:46 (n° 15)

    @ Michela:
    Ciao Michela, grazie.

    Penso che molto di quello che dici è vero. Non penso, obiettivamente, che il problema del burnout sia risolto dal pagare stipendî alti, ma ovviamente non c’è nulla di male a farlo, se i soldi ci sono.

    Quello che spiegavo è che le persone che lo fanno per lo stipendio (o prevalentemente per questo) andranno sempre dal prossimo lavoro in cui quello stipendio è pagato di più, e la formazione – quella che noi facciamo, e ce n’è moltissima per lavorare con il nostro approccio – andrebbe persa.

  16. Giovanni Fontana – 9 November 2019, 23:47 (n° 16)

    @ sandro tassani:
    Dubito che una vacanza ci rimetta a nuovo, probabilmente ce ne siamo resi conto troppo tardi. E comunque, se non troviamo altre persone, fra 6 mesi saremo nella stessa situazione.

  17. Edoardo – 10 November 2019, 12:29 (n° 17)

    Ciao, Giovanni,
    capisco che quello che stai/state passando sia un perido difficile e mi dispiace.
    Ti scrivo per ricordarti un post che avevi scritto tu tempo fa; se ricordo bene il messaggio era più o meno questo: fanno di più 5 persone che decidono di ridurre il consumo di carne che 1 vegetariano duro e puro.
    Penserai: “che c’azzecca?”; in effetti mi viene in mente che se per caso dovesse capitarvi di assumere persone che vengono in SecondTree anche per lo stipendio, questo non limiterebbe in nessuna maniera lo spirito della vostra ONG; forse darebbe semplicemente maggiore respiro a chi ci lavora.
    Ho come l’impressione dalle tue parole, che stare in Second Tree significhi abbracciare una missione, quasi una religione(non ti offendere, dai!). Non è una polemica, è una delle sensazioni rimaste dopo la lettura del tuo post.

    Non sto scrivendo (solo) per attaccarti un pippone teorico, quindi passando a cose pratiche: avete pensato di rivolgervi ad un/una supervisore di gruppo?
    Nel lavoro che fate voi è un toccasana, e un passaggio quasi obbligato per non scoppiare.

    Ti mando un abbraccio telematico.
    Edoardo(quello di Scienze Umanistiche alla Sapienza, qualche annetto fa)

  18. Andrew – 10 November 2019, 14:01 (n° 18)

    Ciao Giovanni,

    Complimenti per il tuo lavoro e i tuoi sforzi. Lo dico alla luce del fatto che anche io ho fatto un’esperienza nel 2016 in Grecia, a Lesbo. Mi piace l’analisi lucida che hai fatto un po’ su tutto il mondo ONG, cooperazione, assistenza umanitaria, nonché sulla vostra situazione nello specifico.

    Nel post ripeti varie volte che il modello di Second Tree è differente e migliore degli altri, che sostanzialmente offrite un servizio e svolgere un lavoro di qualità che nessun altro fa. Forse ne parli in altri post che non ho letto, ma cosa sarebbe ciò che vi contraddistingue e che rende il modello di Secondo Tre così superiore agli altri? Quali sono tutte le cose che voi fate che nessun altro fa?

    Mi permetto di accodarmi a chi suggerisce di formare del “personale locale” (in questo caso i profughi), per una serie di note positive che potrebbero derivarne:
    1) stai formando persone e insegnando loro una professione, non sono più semplici beneficiari di ST ma parte attiva; questa è una ricchezza che dignifica la persona e che rimane in loco, il che non è da sottovalutare;
    2) nel momento in cui tu o altri membri essenziali di ST arrivino a prendere una pausa o anche lasciare l’organizzazione, chi li sostituirà troverà una continuità garantita dal profugo coinvolto attivamente all’interno di ST.

    Sicuramente formare personale locale non è facile e richiede tempo ed energie, ma scegliendo le persone più sveglie, interessate e promettenti per accompagnare i volontari in alcune mansioni e apprendere facendo sarebbe un buon modo di iniziare. Da quello che avevo visto io nel 2016, non mi sembra che i Siriani fossero così lontani dal poter imparare determinati lavori, tutt’altro. Per cui puntare sulle “risorse umane locali” sarebbe un grande investimento per ST.

    In ogni caso, quando pensi al fatto che ST forse dovrà chiudere, la lucida consapevolezza che dimostri di avere deve aiutarti a ricordare un’amara verità che è bene saper accettare: nella vita tutto ha un inizio e anche una fine.

    Complimenti.
    Un abbraccio

  19. Cristina – 10 November 2019, 14:17 (n° 19)

    Ciao Giovanni,
    complimenti per l’impegno nel tuo lavoro e per la sincerità di questo post.
    So bene che la burocrazia ti sfinisce e quindi ti capisco, l’ho sperimentato anch’io anche se in un contesto totalmente diverso (e alla fine ho mollato!).
    Una cosa che ti chiedo, e che mi chiedo quando vedo spuntare micro-associazioni di volontariato o magari legate alla malattia\morte di un parente, è: “perché ognuno si fa la propria organizzazione? Non sarebbe meglio aggregarsi ad associazioni più grandi ammortizzando i costi e ottimizzando le risorse?”.
    Forse potresti entrare a far parte dell’altra ONG che ha accesso ai campi e dedicarti solo a quello che sai fare meglio, con meno stress e più soddisfazione, lasciando ad altri la burocrazia.

    Che ne pensi?

  20. Cristina – 10 November 2019, 14:17 (n° 20)

    Ciao Giovanni,
    complimenti per l’impegno nel tuo lavoro e per la sincerità di questo post.
    So bene che la burocrazia ti sfinisce e quindi ti capisco, l’ho sperimentato anch’io anche se in un contesto totalmente diverso (e alla fine ho mollato!).
    Una cosa che ti chiedo, e che mi chiedo quando vedo spuntare micro-associazioni di volontariato o magari legate alla malattia\morte di un parente, è: “perché ognuno si fa la propria organizzazione? Non sarebbe meglio aggregarsi ad associazioni più grandi ammortizzando i costi e ottimizzando le risorse?”.
    Forse potresti entrare a far parte dell’altra ONG che ha accesso ai campi e dedicarti solo a quello che sai fare meglio, con meno stress e più soddisfazione, lasciando ad altri la burocrazia.

    Che ne pensi?

  21. Valentina – 10 November 2019, 22:38 (n° 21)

    Caro Giovanni,
    Forse ho capito male, ma 600 euro per donare la tua intera vita, senza il tempo di un momento per te, senza la possibilità di ‘tornare a casa la sera’ e chiudere le disgrazie fuori dalla porta… Stai cercando dei santi martiri! E te lo dice un medico che fa una volta e mezza il proprio orario, e si deve sempre giustificare agli amici dicendo che “qualche volta le cose le devi fare per guardarti allo specchio ogni mattina”. Faccio una donazione e giro a un contatto. In bocca al lupo per la tua impresa. Ti ammiro molto.

  22. Valentina – 10 November 2019, 22:43 (n° 22)

    *con gli amici*, scusate, scrittura veloce da cellulare.

  23. Matteo Bruni – 11 November 2019, 02:31 (n° 23)

    @ Giovanni Fontana:

    Giovanni, credo nella comunicazione.
    Second Tree fa cose buone, a detta di chiunque ci abbia avuto a che fare.
    Dovete aumentare quindi il numero di persone che ci hanno a che fare.

    La realtà oggettiva supera le percezioni individuali, lo scrivevi negli articoli sui consigli nei rapporti amorosi, ricordi?
    Invece di odiare l’amico che ti porta via la ragazza, sarebbe meglio apprezzarlo, perché le sue azioni ci fanno capire che quel rapporto non era il migliore dei rapporti possibili. Vorrei essere quell’amico.

    Il modello Second Tree non è sostenibile, serve più gente.
    Vi serve ampliare il bacino di persone che lo conoscano.

    Io conosco te, leggevo Distanti Saluti un paio di volte l’anno, sapevo di Gaza, sapevo che ora eri in Grecia a fare il volontario. Non sapevo di Second Tree, l’ho scoperto passando dal Post.

    Magari sono solo io.
    Magari no.

    Il WWF prende soldi dai suoi iscritti perché comunica verso l’esterno.
    Greenpeace prende soldi dai suoi iscritti perché comunica verso l’esterno.
    Emergency, MSF, la Croce Rossa!, prendono soldi dai loro iscritti perché comunicano verso l’esterno.

    Second Tree no. Finora ha comunicato verso l’interno, e si sta consumando.
    E non è una questione di soldi, lo scrivi anche tu.
    Ma i soldi non sono necessariamente un male.
    Ci sono persone che darebbero una mano se gli si rendesse facile farlo, ma non hanno lo spirito per impegnarsi 24/7 come lo state facendo voi in prima persona.

    Io non voglio che stiate male. Non voglio che stia male nessuno. E non voglio neppure stare male io.

    Prendi i volontari che vengono per tre mesi, e fa loro girare dei video corti, da mettere su YouTube.
    Non fargli imparare nulla, non addestrarli, falli diventare i vostri occhi sul mondo, i nostri occhi sul campo.
    Spiega loro che il modo migliore di aiutare Second Tree è documentare ciò che vedono, ciò che vivono.
    Chiedi loro di raccontate storie umane, che siano fruibili da noi, altri umani che hanno deciso di credere che non hanno più tempo di leggere articoli su blog o riviste. Umani che si sono condizionati a credere che dedicare dieci minuti del loro tempo agli altri siano troppi.

    Il lavoro che fate è inestimabile, nel senso che ha un valore che non può essere stimato.
    Noi che non siamo lì con voi possiamo apprezzarlo, ma non potete sperare che questo sia sufficiente a far venire persone ad aiutarvi.

    Per aiutare gli altri, dobbiamo cambiare il mondo impegnandoci in prima persona.
    Lo dimostri tu con il tuo esempio, e lo pensiamo anche noi che ti apprezziamo.

    Ai volontari temporanei, fai girare dei video.
    Tre minuti di video umani, ogni giorno.
    Una storia umana, una storia diversa, un aggiornamento su una storia cominciata prima.

    Non nascondete nulla, non modificate nulla, non create nulla.
    Raccontate il bello, il banale, il brutto e il terribile.

    Se già lo fate, fatelo meglio, mettendo in comunicazione chi guarda con chi racconta.
    Vi stupirete di quanta nuova gente verrà a conoscere cosa fate, ad apprezzarlo, ed a chiedere come possono aiutarvi.

    Magari verranno direttamente.
    Magari vorranno solo darvi un aiuto economico.
    I soldi non sono il male. Li potete usare per nuova attrezzatura, per far conoscere il progetto Second Tree a più persone, ma soprattutto potrete usarli per non bruciarvi e non dover smettere di fare ciò che è giusto fare.

    Vi voglio bene.

    Matteo

  24. Fernanda – 11 November 2019, 08:41 (n° 24)

    Ciao, scusa la domanda forse sciocca, ma non puoi coinvolgere i rifugiati nel tuo lavoro? Magari non aspettano altro
    Comunque condivido il tuo articolo e chissà che non ti arrivi l’aiuto di cui hai bisogno. Non mollare!

  25. Giovanni Fontana – 11 November 2019, 19:26 (n° 25)

    @ Edoardo:
    Ciao Edoardo, invece ho capito che c’azzecca, però la questione – mi sembra – l’ho sollevata nel post.

    “Il problema è che il livello di qualità e impegno di cui c’è bisogno per fare le cose bene, come le facciamo noi, è del tutto fuori mercato. Dina, la programme manager di Second Tree, nel suo lavoro precedente guadagnava 5000€ al mese”

    Una persona che sia A) di qualità B) che lo fa per lo stipendio, semplicemente non accetterà mai lo stipendio che gli possiamo offrire, perché qualunque ONG più grande può offrirgli di più.

    “Se anche decidessimo di alzarlo un poco, al costo di fare meno cose, attireremmo persone che – legittimamente – sono interessate a quello, e quindi nel momento in cui ricevessero un’offerta da una grande e ricca organizzazione internazionale (come è successo a tutti noi nel giro di 3-6 mesi qui) accetterebbero.”

  26. Giovanni Fontana – 11 November 2019, 19:27 (n° 26)

    (mi ricordo del motorino!)

  27. Giovanni Fontana – 11 November 2019, 19:37 (n° 27)

    @ Andrew:
    Ciao Andrew,

    Grazie delle domande e delle osservazioni. Sulla differenza di approccio di Second Tree, se ti va, posso linkarti questo webinar in cui ho fatto un intervento sulle nostre best practices
    https://zoom.us/recording/play/KQiJj54tOveuDXSMhAo8gle4u7E5SymS4KT930ykgWnWsS8Bs6Xt4bIwl4GbRwHo?continueMode=true&fbclid=IwAR1eIGTlAA6TX0xfSfMkJOtNy1CdCYLMtjMWUDpLpzbCsN94imrEsrbcmgE
    Comincio il mio breve intervento al minuto 28

    Non ci ho ancora scritto molto, ho molte cose in testa, molti appunti, molte conversazioni, però ho cominciato a costruire questa costellazione di pensieri. Se ti va di dargli un’occhiata poi mi dici cosa ne pensi.

    Quanto a reclutare volontarî locali o profughi, ci abbiamo provato, e quando si trattava di fare distribuzioni funzionava (specialmente con i profughi). Ma tu devi immaginare che non c’è ragione per la quale queste persone dovrebbero voler fare i volontarî. Solo perché hanno avuto la sfortuna di avere la guerra in casa? Nella regione in cui lavoriamo ci sono 3500 profughi. Un piccolo paesino. Ci sono paesi di molti più abitanti in cui nessuno è venuto a fare il volontario da noi, perché non ha la voglia, le competenze o la dedizione.

    Mi spiego?

  28. Giovanni Fontana – 11 November 2019, 19:41 (n° 28)

    @ Cristina:
    Ciao Cristina,

    Secondo me di ONG ce ne sono poche. In tutta la nostra regione c’è solo un’altra organizzazione di volontarî (Habibi Works), che è fantastica e con cui condividiamo una casa, tutti i training, diverse operazioni, il commercialista e altre cose burocratiche. Abbiamo pensato di unirle, ma a parte che facciamo cose completamente diverse, loro sono in una situazione simile alla nostra, e ci sarebbe poco da streamline.

    Ti dirò: nel 2016 sono passate una cosa come 30 organizzazioni di volontariato in Epiro, ora ce ne sono 2, perché tutte le altre hanno chiuso. Vorrei tanto che ce ne fossero altre. Anche perché, in genere, le organizzazioni che fanno poche cose correlate sono più efficaci di chi ne fa cento.

  29. Giovanni Fontana – 11 November 2019, 19:44 (n° 29)

    @ Valentina:
    Ciao Valentina, ti garantisco che anche noi ci divertiamo e passiamo un sacco di bel tempo assieme. Anzi, la compagnia, qui è molto bella. Insomma, non siamo martiri.

    Grazie per quello che dici.

  30. Giovanni Fontana – 11 November 2019, 19:50 (n° 30)

    @ Matteo Bruni:
    Ciao Matteo, che bello che sei.

    Secondo me questa cosa qui proviamo a farla, un poco. Non con i volontarî che stanno per tre mesi, perché quelli sono insegnanti, esperti d’infanzia, capi scout, etc. Ma con diverse persone che gestiscono la nostra comunicazione dall’estero (sono ex volontarî o persone che abbiamo intervistato atrtraverso un annuncio sui career service di diverse università).

    Però magari lo possiamo fare meglio, come?

  31. Giovanni Fontana – 11 November 2019, 19:57 (n° 31)

    @ Fernanda:
    Ciao Fernanda, grazie. Penso di aver risposto alla tua domanda in un commento che ho appena scritto più sopra. Aspettarsi che un profugo debba avere interesse per il volontariato a tempo pieno perché profugo è ingiusto. È diverso per come più estemporanee come fare traduzioni quando c’è bisogno, o aiutarci a fare un trasloco, in cui sempre la comunità ci aiuta.

    Ed è ingiusto offrire servizî di minore valore ai profughi perché sono profughi. I nostri insegnanti d’inglese o di greco sono tutti insegnanti qualificati. Non mettiamo uno che parla inglese in una classe, solamente così. Cerchiamo di dare servizî di altissima qualità (e i risultati si vedono).

  32. Marco McAllister – 11 November 2019, 21:55 (n° 32)

    Ciao,
    Ho aprezzato la lettura, ma non mi è del tutto chiaro cosa esattamente renda Second Tree unica, o anche solo una voce fuori dal coro. Dalle tue descrizioni mi sembra di capire che Second Tree faccia il suo lavoro, con passione. E concordo che in parecchie organizzazioni ci siano persone svogliate o procedure inefficaci ma, per come la descrivi, Second Tree sembra essere una fra le tante organizzazioni con personale appassionato (ma con procedure decisamente più inefficaci dela media, se state andando tutti in burnout).
    Sinceramente, il “segreto di Pulcinella, che tutti sanno nel mondo umanitario, che le organizzazioni piccole e ben organizzate sono molto, molto più efficienti, serie e rispettose degli impegni oltre che estremamente più oculate col denaro che le grandi organizzazioni internazionali” non mi sembra un gran “segreto di pulcinella”, ma piuttosto un dogma tanto autoindulgente quanto discutibile.

    A questo punto urge un disclaimer: lavoro per il Comitato Internazionale della Croce Rossa, e ho un passato con ONU, OSCE, Commissione Europea e un paio di governi, oltre a varie piccole ONG.

    Conoscendo bene il settore unìmanitario, concordo sul fatto che alcune grandi organizzazioni internazionali siano decisamente inefficaci nela gestione dei fondi o del personale. Però le organizzazioni piccole sono generalmente molto, molto meno efficaci, serie e rispettose degli impegni, principalmente per mancanza di fondi, e di conseguenza di risorse umane professionali. E se è probabilmente vero che nell’insieme le piccole organizzazioni sono più efficienti e più oculate col denaro non si tratta di un merito, ma semplicemente di mancanza di denaro. Se hai pochi soldi da spendere, ne hai anche pochi da sprecare. Tra l’altro, assumere gente che si fa pagare poco non alza l’asticella della passione, ma abbassa quella dell’esperienza, che non può essere una buona cosa se si vuol fare un buon lavoro.

    Buona fortuna, e buon lavoro!

  33. Giovanni Fontana – 12 November 2019, 00:20 (n° 33)

    @ Marco McAllister:
    Ciao Marco,

    Grazie per aver preso l’impegno di commentare.

    Non c’è bisogno di disclaimer, su questo blog non si guarda all’identità di chi dice una cosa, ma di cosa si dice.

    Per questo ti chiederei di parlare con me e non con uno straw man.

    Io scrivo:

    “Alcune delle cose che Second Tree fa, nel rapportarsi alle persone che vivono nei campi profughi,sono cose che tutti dicono di fare, ma pochi altri fanno; altre sono cose che pochi altri dicono di fare, perché sono semplicemente diverse.”

    E dopodiché elaboro un po’, su entrambe, così:

    “Il perché le prime richiedano un surplus di impegno, sacrificio e dedizione è molto facile da capire: si tratta di essere presenti, affidabili, disponibili; fare sempre quello che si promette di fare, anche in caso di emergenze. Essere i primi punti di contatto e i primi ascoltatori e solutori di problemi, anche se questi accadono alle 4 di notte, o di domenica. Ma il punto non è lavorare il weekend o dopo le 5, per quello si possono fare i turni, il punto è fare le cose per bene. Molto per bene.

    Il perché le seconde, quelle che nessuno dice di fare o fa, richiedano lo stesso surplus è più difficile da dire. Si tratta di considerare le persone che vivono nei campi profughi come esseri umani con i quali si può essere in disaccordo, con cui si può interagire allo stesso livello, con cui si può scherzare e dialogare. Non bambinoni da accudire, ma persone con opinioni, talenti, ottusità, rabbie, empatie, come tutti gli altri. Non concepire l’approcciarsi a un profugo come un’operazione di disinnesco o un esercizio protezione. È molto difficile, e per questo richiede impegno sacrificio e dedizione quotidiani, e infatti non lo fa nessuno.”

    Sulla seconda cosa, che obiettivamente non ho espresso molto, ho scritto un commento poco sopra, e linkato un intervento [fra l’altro in un webinar finanziato dall’Unione Europea] se ti va di dargli un’occhiata (ovviamente non devi).

    Mi rendo conto che anche sulla prima non ho elaborato molto, però l’ho fatto per questioni di sinteticità. Proverò a farlo ora, ma mi sembra un po’ superficiale che tu riduca ciò che ho detto a “si sperperano meno soldi”, perché io ho detto diverse altre cose. Provo a fare un elenco più specifico delle prime cose che mi vengono in mente in cui è non solo vero, ma dato per scontato da chiunque, che le piccole organizzazioni (almeno nel nostro contesto) fanno e quelle grandi no:
    – Essere puntuali agli appuntamenti
    – Mandare i report nella data in cui sono richiesti
    – Pagare le cose che si devono pagare in una data e non mesi in ritardo
    – Completare gli action point
    – Richiedere che gli action point altrui siano completati
    – Accertarsi che se, per qualche ragione, le informazioni a proposito di un servizio cambiano, i beneficiarî ne siano informati in anticipo
    – Essere puntuali ai proprî servizî
    – Andare al campo quando fa molto caldo
    – Andare al campo quando piove molto
    – Intervenire nel campo se succede qualcosa il sabato o la domenica
    – Intervenire nel campo se succede qualcosa dopo le 17
    – Non promettere ai beneficiarî cose che non si possono fare
    – Non dire mai “domani” se non sei certo che non succederà, l’indomani
    – Se in una telefonata ci si impegna a mandare un documento, poi mandarlo effettivamente
    – Limitare il più possibile il cambio degli appuntamenti all’ultimo minuto
    – Rispondere a email entro 48h
    – Rispettare le date di consegna di oggetti
    – Rispettare date di “fare sapere” su qualunque tema
    – Mantenere la confidenzialità nei casi di protection
    – Far rispettare le regole in spazî condivisi
    – Non affermare che si fanno attività che non si fanno
    – Non affermare che si hanno insegnanti qualificati quando non si hanno
    – Offrire servizî di alta qualità (e.g. hai una classe, prepari il contenuto della classe)
    – Far applicare a sé stessi le regole di convivenza che si richiedono ai beneficiarî
    – Non scrivere nei report che un servizio è presente quando non è presente
    – Non scrivere nei report che un servizio che dovrebbe essere quotidiano è presente quando avviene una volta al mese
    – Rispettare gli impegni presi nei contratti/mou
    – Non organizzare eventi nella stessa venue che è stata concessa a un’altra organizzazione
    – Assicurarsi che i proprî colleghi deputati a fare una cosa siano informati di ciò che devono fare

    Sono sicuro che ci sono altre dozzine di cose, queste sono le prime che mi vengono in mente.

    Bada bene, che NON sto dicendo che tutte le persone che lavorano per grandi ONG sono così. Generalmente più vai in alto in gerarchia meno che questo succede. Sto dicendo, però, che se un volontario di Second Tree non fa una di queste cose per due massimo tre volte, lo rimandiamo a casa; mentre non farle è l’aspettativa standard nei confronti dell’impiegato medio di una ONG internazionale.

Vuoi lasciare un commento?
Bene, e grazie! Questo blog crede nella persuasione – ama le discussioni e chi le fa. Si discute per cambiare idea o per dare la possibilità agli altri di cambiarla. Perciò, più della tua opinione, ci interessano le ragioni che la sostengono, ciò che potrebbe far cambiare idea anche a noi. E tu? Potresti cambiare idea? Se la risposta è no, è inutile partecipare alla discussione – hai già deciso di non farlo.




Distanti saluti