Serie A

20 May 2012, 18:51 | La palla è rotonda | «Commenti: 22»

Il calcio è tornato.


«È bello, è bello, è bello. Un anno di lavoro, abbiamo lavorato. Ma mi viene da piangere, mi viene da piangere per Franco».

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È il caso di Macao? Non so, forse sì, parliamone.

15 May 2012, 15:24 | Alta politica | «Commenti: 25»

3 su 5

Utilitarismo è una parola molto bella. Vuol dire commisurare i lati positivi e i lati negativi, le conseguenze. E se due conseguenze opposte sono entrambe positive, o entrambe negative, bisogna cercare di pesarle – per quanto possibile –, e valutarne gli esiti complessivi. Utilitarismo, perciò, vuol dire che nessuna cosa è senza se e senza ma. Che anche una cosa buona, tipo la pace, può essere negativa in alcune circostanze. E che anche una cosa cattiva, come violare la legge, può essere buona in altre circostanze.

Il rispetto della legge è una cosa positiva, ha un effetto positivo su tutta la società. Però non è un valore assoluto, non è indipendente dalle circostanze. Queste valutazioni le facciamo in molte occasioni, magari non rendendocene conto: ci sarebbero esempî serî, che hanno a che fare con l’immigrazione, con gli aborti clandestini, con i Paesi dove l’omosessualità è illegale; ma è importante rendersi conto che questi ragionamenti li facciamo anche noi, nella vita di tutti i giorni, quando passiamo col rosso per portare una persona in ospedale, o se scavalchiamo una recinzione di un giardino privato per recuperare il pallone finito di là.

Anche la proprietà privata è una cosa, se non positiva, necessaria. E il motivo è che è utile al bene collettivo, quantomeno fino a quando i beni collettivi saranno una tragedia. Per questo occupare un edificio posseduto da qualcuno è una cosa doppiamente negativa: si viola la legge, incoraggiando così il mancato rispetto della stessa, e si viola il diritto di una persona, la proprietaria. Però la considerazione non può finire qui. Esiste un contraltare? E quanto è dannosa, per quell’individuo e quella società, questa violazione? Mi pare abbastanza ovvio che un palazzo lasciato abbandonato per quindici anni rechi molto poco giovamento al suo proprietario. Non a caso esiste l’usucapione, che è il modo che ha la legge di provare a mettere una pezza su questi equivoci, non potendo riuscirci fino in fondo.

Certamente a occupare quel palazzo di Milano ci saranno tante persone, ognuna con le proprie idee, molte delle quali vacue e inconsistenti, molte altre vetuste e inauspicabili. Ma questo cosa c’entra? L’utilità di un’azione non si valuta dalla coscienza e dalle idee di chi la compie. Questo lo fa la polizia del pensiero. Quando lavoravo al tendone dei senzatetto, capitava di consigliare a quelle persone di rivolgersi ad Action, un movimento politico che occupa illegalmente delle case. Era l’unica possibilità che avevano di vivere sotto un tetto, che i legittimi proprietarî non utilizzavano da anni e anni. Alcune volte non se ne accorgevano neanche, dell’occupazione! Certo, poi c’erano quelli che occupavano case popolari, scavalcando di fatto le persone che erano in fila prima di loro. Questa è prevaricazione, e nessuno può essere d’accordo. Però, appunto, questo dimostra che bisogna valutare caso per caso.

Ora, molti di voi diranno: ma se si comincia così, dove si va a finire? Lo decidiamo noi dove si va a finire. Perché, questo è importante, chiunque di noi mette un limite. Ogni persona retta considera la legalità come un bene, ma come un bene relativo. Immaginate che io possegga cinquanta case in una città e le tenga tutte vuote, senza usarle. E immaginate che ci siano diverse famiglie senza casa. Se questo non basta, immaginate che le persone senza casa siano cento, mille, diecimila, e che io possegga tutte le abitazioni della città. Se ancora non basta, immaginate che fuori ci sia un inverno freddo, dei lupi feroci, delle bande armate. Nessuno considererebbe più importante il mio diritto sulle case disabitate rispetto alla vita di quelle persone. Sto esagerando? Certo che sto esagerando, ma è per mostrare che c’è, per tutti, un punto oltre il quale l’occupazione è la scelta migliore, in base al giovamento che porta alla società. È il caso di Macao? Non so, forse sì, parliamone.

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9

13 May 2012, 21:48 | La palla è rotonda, Ogni me è politico | «Commenti: 18»

2 su 5

Oggi ho capito qual è il mio vertice di autoreferenzialità. Ho capito qual è il fatto che più denota il mio distacco dal paese reale. Ho capito qual è la cosa che, più di ogni altra, mostra come mi contorno di persone tanto simili a me quanto lontane dalla larga maggioranza degli altri individui.

Non è il fatto che conosco sì e no due persone che abbiano votato per Berlusconi; non lo è neppure il fatto che, nonostante ciò, la maggior parte dei miei amici non sopporta Travaglio; non è il fatto che la larga maggioranza delle persone che frequento non crede in Dio; non è che conosco diverse persone a cui non piace la cioccolata; non è che conosco tanta gente che ha votato per i Radicali, né che un sacco di miei amici difende il PD; non è che conosco almeno 5 persone la cui pizza preferita è la margherita con cipolle; non è che praticamente tutti sono a favore dei matrimonî omosessuali; ma neppure che praticamente a nessuno fa ridere Crozza, né le battute sul sesso; non è che i miei amici sanno che “la tua fidanzata s’innamora di un tuo amico” è colpa tua e non del tuo amico; non è che per diversi il ciclismo è lo sport più romantico del mondo, né che quasi tutti vanno pazzi per McDonald’s (o Burger King). Non è, non è, non è.

È, invece, che tutti i miei amici – ma tutti eh, non uno dell’altrove diffusissima mozione ha-solo-culo – considerano Filippo Inzaghi il miglior numero “9″ degli ultimi 10 anni.

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Rumorosi coglioni

12 May 2012, 21:07 | Moralismo noioso | «Commenti: 2»

Mi ero fin troppo abituato al nuovo stile della pseudo-sinistra, nel quale se il tuo avversario crede di aver identificato il più meschino movente immaginabile [per una tua idea o una tua azione], egli è pressoché certo di aver scovato l’unica reale ragione che ti muove. Questo volgare espediente, che è ora la norma di buona parte del giornalismo, è designato per avere l’effetto di far sembrare qualunque rumoroso coglione come un fine analista.

Christopher Hitchens, Hitch 22

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Quello che Beppe Grillo direbbe di Beppe Grullo

11 May 2012, 11:56 | Alta politica | «Commenti: 5»

4 su 5

per Il Post

“Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra:
un modo di destra e uno di sinistra”
(Serge Quadruppani)

Siccome nessuno ha scritto un pezzo su Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle come lo scriverebbe Beppe Grillo stesso, allora ho deciso di scriverlo io. Ho provato a ricalcare il linguaggio di Grillo, stilemi, nomignoli, ipotesi cospirative, fallacie logiche e insinuazioni. Niente di quello che è qui scritto rispecchia, né nelle idee né nello stile, le opinioni di chi scrive.

È una parodia utile, credo, a mostrare come questo genere di qualunquismo paranoico sia deleterio e, in ultima analisi, inevitabilmente reazionario.

Mo’  vi mento 5 Stalle

È cominciata la caccia alle streghe. I poteri forti hanno deciso. Lo status quo va mantenuto, costi quel che costi. Politicanti e pennivendoli si sono messi a lavorare senza sosta per far prendere qualche voto al Mo’ vi mento. È lo specchietto per le allodole buono a riciclare il riciclabile, a conservare al potere la partitocrazia corrotta. La casta dei partiti ha mangiato la foglia, pronta ad aggiungere un posto alla ricca tavola dei rimborsi elettorali e delle nomine politiche. Tutto deve cambiare perché nulla cambi.

Lo sapevano già gli antichi romani, ripeti all’infinito una bugia e diventerà una verità. Il Movimento 5 Stalle fa paura, fa paura anche se raccoglie il letame sparso dagli altri partiti. Fa talmente paura che lo facciamo candidare in tutta Italia, gli facciamo noi la campagna elettorale, mobilitiamo tutti i nostri accoliti per votare quei quattro busoni eterodiretti dei grillini. O meglio, i grilletti: quelli che vengono sparati dal loro Grande Capo, Beppe Grullo, assieme alle sue cazzate sulla pelle dei cittadini. Sono i grilletti delle sue armi di distrazione di massa.

Sono tutti d’accordo per inchiodarsi alle loro poltrone, come politicanti ormai in carriera, assieme ai loro compari che gli hanno regalato titoli su tutti i giornali. Pensate che i giornalai abbiano parlato dell’enorme crescita dell’astensione? Della sconfitta del PDL? No, gli scribacchini come loro solito si sono prostituiti al miglior offerente, per nascondere sotto al tappeto quello che non gli conviene far sapere. Il Grande Capo fa la verginella, non ne sa niente. Lui è il campione dei cittadini informati. Però viene sorretto da tutti i poteri della prima e della seconda repubblica.

Per non scontentare nessuno, hanno reso omaggio a tutta la casta: sono più efficienti di Veltrusconi. Il primo sindaco l’hanno preso a Sarego, dove dominava la DC: ci vogliono far credere che tutta quella gente che votava per clientela ora sia improvvisamente rinsavita? A Parma, dove comandano le Coop e non si muove foglia che il PCI non voglia, il grilletto di turno prende un voto su cinque. Chissà quanti surgelati avrà dovuto comprare Puzzarotti. In Sicilia, la terra della Mafia (ma dove la crisi, ben sfruttata dal Mo’ vi mento, fa molto peggio), tutti i candidati non hanno aspettato un secondo per usare i celebri espedienti democristiani: Antonio Pesce detto Grillo, Giuseppe Culicchia detto Grillo. Sono diventati tutti grilli, o forse tutti grulli, là in città.

Qualche spirito libero, reo di aver criticato il Mo’ vi mento, è stato subito zittito dai media di regime. Con un riflesso pavloviano gli sgherri hanno difeso il loro padrone, riempiendosi la bocca di parole come “libertà”. Ma quale libertà? Quella di morire schiacciati da una pressa sul proprio posto di lavoro? Intanto, però, si stracciano le vesti e gridano al “terrorismo” per un banchiere colpito alle gambe da qualche squilibrato, guarda caso, il giorno prima delle elezioni. Pensano di essere riusciti a distogliere l’attenzione dall’unica vera rivoluzione, quella che li spazzerà via tutti.

Ci hanno ammaestrati ad andare dietro a un vecchio miliardario, che guida il suo partito come guida l’automobile (ma per quello non potrà essere condannato). Una balena che a forza di mangiare sulle nostre teste, ha più pancia di Trimalcione. Fagocita il nostro denaro da trent’anni, sempre professionalmente contro corrente, sempre sulla cresta dell’onda. Nel frattempo Casaleggio A$$ociati passa a ritirare il pizzo. Sono molto associati, sono associati a delinquere. È arrivato il momento di riscuotere la cambiale firmata col sangue dei sudditi. Loro non ce lo permetteranno, non gli conviene, ce lo permetteremo noi.

- Faticosa analisi di un post di Beppe Grillo

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Fra la Via Emilia e l’East

8 May 2012, 18:10 | Bellezza in biciclette | «Commenti: 5»

4 su 5

Vi ricordate quando vi ho raccontato di Paolo? Quel mio amico che è diventato mio amico quando ha fatto a piedi da Terni a Cambridge, la Francigena Contromano? Ecco, ora voglio un nuovo amico. Si chiama Tommaso, e va in bici.

Fermi lì. Ora lo so che voialtri, insensibili al ciclismo, state per cambiare canale: non fatelo!, questa non è la solita manfrina sul ciclismo sport-più romantico-del-mondo (lo è) o ciclismo-cosa-più-sottovalutata-al-mondo-dopo-le-cipolle (lo è). Questo è un post che vi consiglia di seguire, senza la bici, un ragazzo di Piacenza – che ha la testa risoluta e il cuore in equilibrio – e ha deciso di andare, con la bici, in Cina.

È partito un mese fa, dalla Pianura Padana. Ora è in Grecia, quasi in Turchia, e racconta via via i posti che trova. Anzi, a dir la verità, racconta via via la gente che trova. Quindi ora è fra i greci, che sono belli e spessi, e ci è arrivato passando per gli sloveni (non pervenuti), i croati (chiassosi e palestrati), i montenegrini (zingari e spettacolari), gli albanesi (simpaticissimi e ospitali), i macedoni (solo cani). Farà la Via della Seta, che non è una via, ma sono tantissime vie, così potrà decidere giorno per giorno quale seguire. Senza un vero tracciato, con passaggi e paesaggi che cambiano a profusione.

Il piano, che non c’è, è di metterci sei mesi. Però magari ce ne metterà di più, gli imprevisti sono previsti in un viaggio imprevedibile. E Tommaso sa bene due cose: che se piove si va, se fa freddo si va, ma se piove e fa freddo si accende il camino (qualcuno riconoscerà la cit. di un importante ciclista contemporaneo) e si vede la città in cui si è arrivati; e che se non sai dove andare, ogni strada ti ci porterà (qualcuno riconoscerà la cit. di un importante filosofo del diciannovesimo secolo).

Insomma Tommaso è sveglio, simpatico, scafato. Ora vi domanderete: ma quindi parte e si fa tutto in bici? Quanto peserà la bici? Quanto durerà ‘sto viaggio? E quindi quanti km farà in un giorno? E va da solo? E poi dove dorme? E i soldi dove li trova? C’è di mezzo la beneficenza? Da cosa scappa? Ha mica visto Into the Wild? E gli animali non gli fanno paura, specie i cani? Almeno si è portato dietro una pistola? Un gps? E se fora che fa? Ma una fidanzata ce l’ha? C’è modo in cui lo possiamo aiutare? Vorrà essere mio amico? Le risposte a tutte queste domande (tranne una, che secondo me mancava, e spero che mi risponda) le trovate qui: le domande no, e per quello l’ho aggiunte io.

Questo è il suo blog, dove trovate tutte le altre cose – nei racconti, nei video, e nelle foto – del suo viaggio, così assurdo e così “nostro”. Perché siamo invidiosi, no? Si sbaglia, Tommaso, a dire che la gente normalmente non fa queste cose, che le relega a rango di sogni nel cassetto e non ci pensa più. Non sbaglia a dire che normalmente la gente non fa queste cose, sbaglia a dire che poi non ci pensa più. Eccome se ci pensa. E siccome ci pensiamo, alle cose che lui fa e noi vorremmo fare, è bello vederle fatte da uno come lui: le sue salite, le sue discese; la sua fatica. La gente che lo incontra e che lo accoglie ovunque, come lo accoglieremmo noi, perché – parole sue, parole vere – la fatica ha una faccia universale.

 

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Lo spettacolare Pescara di Zeman

4 May 2012, 22:26 | La palla è rotonda | «Commenti: 3»

4 su 5

Ho scritto questo articolo per il Post in cui spiego “ar popolo” cos’è il Pescara di Zeman e perché vale la pena seguirlo, è un po’ il contraltare di quest’altro post in cui spiego agli appassionati la stessa cosa. Lo metto anche qui, alla vigilia di Grosseto-Pescara. Ci sarò.
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Per la seconda volta in dieci giorni, ieri, la squadra di calcio del Pescara ha vinto una partita per 6 a 0, prima contro il Padova e poi contro il Vicenza, ed è ora seconda in classifica in Serie B, posizione che gli garantirebbe la promozione in Serie A.

Il Pescara è allenato da Zdeněk Zeman, un allenatore ceco che ha segnato il calcio italiano degli ultimi vent’anni a causa delle sue peculiari idee tattiche e della sua etica sportiva. Le sue squadre propongono un gioco molto offensivo e gradevole per il pubblico. Quando si batte il calcio d’inizio, per esempio, schiera otto calciatori sulla linea di centrocampo, tutti pronti ad attaccare. L’idea di Zeman è che soltanto con il bel gioco si vincono le partite perché “il risultato è occasionale, la prestazione non lo è”, una filosofia che in Italia è tradizionalmente minoritaria – “giocare all’italiana” nel gergo calcistico significa infatti concentrarsi sulla difesa. Per questa mancanza di cinismo Zeman viene spesso accusato di essere soltanto un esteta del pallone e di essere un perdente. Zeman è inoltre noto per aver denunciato, nel corso degli anni Novanta, l’eccessivo uso di farmaci praticato in Serie A, in particolare dalla Juventus. Per questo è riconosciuto dagli ammiratori come la faccia pulita del calcio italiano, e dai detrattori come un piantagrane in cerca di attenzioni.

Zeman è arrivato a Pescara l’estate scorsa ed è lì che sta completando la propria rinascita, dopo una carriera che negli ultimi anni sembrava essersi arrestata. L’anno scorso, appena promossa dalle serie minori, la squadra era arrivata al tredicesimo posto e le aspettative per questa stagione erano simili. Invece il Pescara si è subito proposto nelle prime posizioni della classifica, ottenendo ottimi risultati ed esprimendo il caratteristico gioco divertente e spregiudicato delle squadre di Zeman. Questo ha fruttato 80 gol fatti e 50 subiti: il fatto che la prima in classifica, il Torino, abbia segnato 49 gol, dà la misura dell’eccezionalità di questa squadra, riconosciuta anche dagli avversari. Nelle ultime due trasferte contro Padova (vinta 0-6) e Gubbio (vinta 0-2), partite in cui il Pescara ha attaccato dall’inizio alla fine, i tifosi delle squadre di casa hanno applaudito i giocatori del Pescara alla fine della partita, un evento molto raro nel calcio.

Un’azione peculiarmente zemaniana, con difensori e centrocampisti che partecipano all’attacco:

Uno dei motivi per i quali il Pescara sta superando i pronostici è la valorizzazione di giovani non ancora affermati, qualità nella quale Zeman è fra i migliori allenatori al mondo, avendo lanciato campioni come Totti o Signori. Quest’anno i giovani promettenti sono molti, basti pensare nell’ultima partita della Nazionale Under 21, vinta 4-1 dall’Italia sulla Scozia, ben quattro degli undici titolari erano giocatori del Pescara: Marco Capuano, difensore pescarese; Marco Verratti, altro pescarese, spostato da Zeman nel ruolo di regista arretrato e che la Juventus sta trattando come sostituto di Andrea Pirlo; Ciro Immobile, attaccante e attuale capocannoniere della Serie B con ben 26 gol; e infine Lorenzo Insigne, il nome che bisogna annotarsi, perché fra qualche anno ne parleranno tutti. Zeman l’aveva avuto lo scorso anno a Foggia, e l’ha portato anche a Pescara. È una seconda punta dalla tecnica strepitosa, ricorda il primo Antonio Cassano, o Sebastian Giovinco: ma, non è un’esagerazione, potrebbe arrivare più in alto.

Verratti “alla Pirlo”

Un gol strepitoso di Insigne, qui ce n’è un altro:

Alla fine del campionato mancano quattro giornate. Vengono promosse in Serie A le prime due classificate, mentre le quattro squadre che seguono disputano i playoff: partite eliminatorie per contendersi il terzo posto disponibile per la promozione. Per i primi due posti sono in corsa quattro squadre: il Torino a 73 punti, il Pescara a 71, il Sassuolo e il Verona a 70, la quinta è molto distaccata. Torino, Pescara e Sassuolo devono recuperare una partita. Il Pescara deve terminare la partita contro il Livorno che era stata interrotta sul parziale di 0-2 per la morte di Piermario Morosini, mentre Torino e Sassuolo giocheranno contro.

Finito il campionato, finirà anche il contratto che lega Zeman al Pescara, e diversi presidenti potrebbero prendere in considerazione l’idea di assumerlo per la prossima stagione: si era parlato dell’Inter e della Fiorentina, più recentemente della Roma e del Catania, ma queste sono speculazioni, o così si augurano i tifosi del Pescara che, naturalmente, sperano che Zeman rimanga. In ogni caso, quale che sia l’esito della lotta promozione, è probabile che l’anno prossimo rivedremo Zeman in Serie A. Il pronostico del Post è che arriverà primo il Torino, secondo il Pescara, e i playoff saranno vinti dalla Sampdoria. Zeman andrà al Palermo.

Le sintesi delle ultime tre partite, tutte molto spettacolari. Vale la pena specificare che queste sono le azioni di entrambe le squadre. È soltanto che il Pescara ne crea troppe di più.

Padova-Pescara 0-6

Gubbio-Pescara 0-2, con il Pescara che ha preso 4 “legni”

Pescara-Vicenza 6-0

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Evidentemente a qualcuno ha fatto male, se scrivi queste cazzate

3 May 2012, 2:41 | La palla è rotonda, Moralismo noioso | «Commenti: 40»

1 su 5

Quando ho visto quello che ha fatto Delio Rossi, l’allenatore della squadra per cui faccio il tifo, mi sono messo quasi a ridere, archiviando il giudizio etico su una cosa così smaccatamente sbagliata da non doverne neanche parlare. Perciò non riesco davvero a credere che ci sia qualcuno che difende ciò che ha fatto Delio Rossi. Pensavo che “un ceffone non ha mai fatto male a nessuno”  fosse rimasto nella testa solo a qualche vecchio fascista che il tempo si porterà presto via. Invece leggo di no, leggo del “padre saggio che educa i figli”, “uno scappellotto ogni tanto, per insegnare la disciplina”, “lo sbarbatello impertinente”, e tutte queste cretinate.

Quindi ora dovrei scrivere un lungo post in cui spiego anche a quel vecchio fascista che non solo è sbagliato, ma non funziona neanche (il che non vuol dire che se funzionasse, diventerebbe giusto). Oppure un post breve, in cui provo a mettere dei punti fermi sacrosanti, quasi ovvî, ma questo l’ha già fatto perfettamente Francesco. Un altra possibilità sarebbe raccontarvi di quando ero in Palestina, e di come – lì dove l’educazione violenta è una costante – fosse così tremendamente ovvio quali fossero i bambini che venivano picchiati dai genitori, perché erano quelli a loro volta più violenti, più bugiardi, più incattiviti. Oppure ancora, siccome l’esperienza personale non è mai un buon metro per giudicare una vicenda, potrei andare a cercare tutti gli studî psicologici e sociologici che dimostrano com’è del tutto assodato che un’educazione violenta rende un bambino più portato alla violenza, alla delinquenza, ai comportamenti antisociali (negli USA fanno molti di questi studî, perché nella Bible Belt ci sono scuole che permettono le punizioni corporali).

Però non c’ho voglia di fare nulla di tutto ciò, e la ragione è che non ce la faccio a discutere con un tavolo della sala da pranzo. Quindi mi limito a postare la cartina delle nazioni dove lo Stato, il saggio padre di famiglia, adotta punizioni corporali nei confronti dei proprî cittadini irriguardosi: devono essere bei posti dove vivere, se adottano questo metodo educativo sano ed efficace. Diciamocelo, non ha mai fatto male a nessuno.

Fra gli Stati nei quali sareste lieti di educare i vostri figli spiccano Paesi come: Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Nigeria, Pakistan, Somalia, Sudan, Tanzania, Yemen.

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Israele e la sinistra

1 May 2012, 22:19 | Medio orientato | «Commenti: 85»

per qdR

3 su 5

Più passa il tempo e più mi convinco che Israele sia l’argomento sul quale, per un progressista, esprimere un’opinione serena sia più faticoso, snervante, e in ultima analisi avvilente. Non difficile, non complesso, ma inevitabilmente ambiguo e perciò sfiancante. Il problema è che qualunque espressione laica – che non vuol dire equidistante, né tanto meno “equivicina” – su Israele, anche soltanto un racconto di cronaca, viene inevitabilmente inquadrata in cui prodest da Guerra Fredda. Qualche giorno fa, a conclusione di un articolo a proposito degli attivisti pro-palestinesi cui è stato rifiutato l’ingresso in Israele, e quindi in Palestina, scrivevo:

Questo è il grande equivoco che si trovano a vivere tante persone di sinistra, o anche liberali, incastrati fra i due fronti di ultrà israeliani e palestinesi. Costretti dalla solita strategia dei primi, a dover sempre accompagnare ogni legittima critica a Israele con un contraltare palestinese, per poi sentire quelle considerazioni contestate sulla base della canaglieria di chissà chi altro. Ma vivendo sempre il sottile malessere del rendersi conto di come gli unici disposti ad ascoltare quelle stesse critiche siano quelli ai quali – di tali violazioni – non interessa davvero nulla quando non c’è sopra il timbro con la Stella di Davide.

È possibile criticare Israele per le sue violazioni e al tempo stesso notare l’enorme sproporzione fra l’attenzione che ricevono quelle violazioni rispetto a quelle ben peggiori che commettono decine e decine di Stati al mondo? È possibile sdegnarsi per il comportamento di un soldato israeliano come ci si sdegnerebbe se quel soldato fosse francese o australiano, senza dover necessariamente schiarirsi la voce menzionando le equivalenti e peggiori violenze compiute ai quattro lati del mondo (arabo)? È possibile criticare l’unica-democrazia-del-Medioriente quando si comporta in maniera meno democratica, o ciò la rende immune alle critiche? Dovrebbe essere possibile, se la discussione non fosse intorbidita da anni di tifo e tic mentali.

Eppure quel mellifluo doppio standard che Israele subisce da una parte della sinistra (anche dalla destra fascistoide, ma di quello ci preoccupiamo meno) è un fatto in sé. Un fatto che, come detto, non assolve Israele – non bisogna mai confrontarsi con i peggiori, ma con chi si aspira a essere –, ma che costituisce un problema sostanziale. Perché i più feroci difensori della libertà di movimento e di autodeterminazione dei palestinesi non sono mai in prima fila a criticare la Siria o l’Iran? Eppure sono Stati che non violano soltanto il movimento e l’autodeterminazione dei proprî cittadini, ma anche la loro intangibilità, i loro diritti umani. La risposta a questa domanda non è sempre e necessariamente “antisemitismo”, ma anche fosse moda o pregiudizio politico, è comunque grave e imbarazzante.

Ed è questo imbarazzo, questa ambiguità, a generare il tormento che qualunque persona che ragioni equilibratamente si trova a vivere ogni volta che riceve una mail, un commento, un articolo, che parla di qualche abuso perpetrato da Israele. Molto spesso si parla di azioni effettivamente opinabili – magari epurate di qualche parolone messo a caso, come apartheid o neocolonialismo –, di politiche che non accetteremmo dal Paese in cui viviamo, sia esso l’Italia, l’Inghilterra, o qualunque Stato occidentale. Ma vivendo sottotraccia la tendenza a indagare l’equità di chi scrive, o di chi ha mandato l’articolo, spesso sapendolo prigioniero di una tetra ossessione per Israele.

Perciò la soluzione è inevitabilmente fatta di lunghe premesse che qualifichino la propria opinione, di prefazioni e postfazioni che inghiottono ciascun ragionamento. Di menzioni di ogni volta che si è criticato, e con veemenza, questo o quell’altro Stato nemico di Israele. Il tutto perché, in un dibattito tanto asfittico, la titolarità di un’opinione – chi la esprime – vale quasi di più dell’opinione stessa, un principio contrario a ogni logica. E così l’unico modo per criticare Israele senza ricevere in risposta del benaltrismo – eh, ma perché non parli di quello che fanno gli altri Stati?!? –, è riuscire a emanciparsi dal gruppo dei nemici d’Israele agli occhi del proprio interlocutore, essendo sostanzialmente prigionieri di qualche farabutto o ignorante che odia gli ebrei oppure l’Occidente.

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“Nobody with a sense of humour ever founded a religion”

28 April 2012, 4:11 | Il Male curabile | «Commenti: 4»

2 su 5

Alla Atheist Convention 2012, in Australia, è arrivato un gruppo di mussulmani, uno di quelli con le scritte “morte agli infedeli”, “brucerete all’inferno” e tutto il resto. La cosa era particolarmente sgradevole perché non si limitavano alla condanna generica, ma hanno indirizzato ad Ayaan Hirsi Ali e Christopher Hitchens – non so se vi rendete conto, Ayaan e Christopher, chi c’è meglio di loro? – diversi cartelli e cori della stessa serie, infedeli, le fiamme dell’inferno, eccetera.

Dopo un po’ che questi gridavano, hanno iniziato a raccogliersi là fuori diversi partecipanti alla convention che hanno deciso di rispondere per le rime: o meglio, di rispondere con tutta l’ironia che dei picchiapetto come quelli meritano di ricevere.

C’è l’appropriatissimo «dove sono le donne?»; ci sono tutti in coro che si mettono a cantare Always Look on the Bright Side of Life, a presa in giro; c’è il semplice “cazzate”; c’è la fantastica invocazione «ZZ Top!», un gruppo musicale noto per andare in scena con queste barbe; e infine, forse il migliore, i contestatori che gridano «Infedeli! Infedeli! Infedeli!» indicando gli atei lì davanti, e gli atei lì davanti che replicano «Infedelì! Infedelì! Infedelì!», indicando sé stessi.

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Israele, gli attivisti cacciati, e il divieto di criticare gli uni e gli altri

17 April 2012, 16:25 | Medio orientato | «Commenti: 4»

3 su 5

per Il Post

In queste ore Israele si sta adoperando per impedire l’arrivo di centinaia di attivisti pro-palestinesi della “flytilla”. Ad alcuni è stato già negato l’imbarco, altri sono stati rimpatriati dall’aeroporto di Tel Aviv, ad alcuni turisti è stato fatta firmare un’impegnativa in cui si giurava di non essere attivisti pro-palestinesi. A molti ancora succederanno cose simili.

È molto probabile che le idee politiche di alcuni di questi attivisti siano sciocche o semplificate, ma questo non assolve il provvedimento – anzi lo aggrava: perché parliamo di un delibera preso sulla base di un reato d’opinione. Queste persone non vengono respinte per la loro acclarata pericolosità: sono individui incensurati che vogliono partecipare a una manifestazione nei Territorî Occupati.

Non mi interessa approfondire qui il punto di vista legale, ci sono tante cose che gli Stati nel mondo hanno diritto di fare e noi non condividiamo, e perciò le contestiamo. Ma vale la pena ricordare che questi attivisti non vogliono mettere piede in Israele, vogliono andare in Palestina e per farlo sono costretti a passare da una frontiera israeliana: che sia Ben Gurion, Allenby (Giordania), o il Sinai (Egitto). Non a caso alcuni mediatori hanno proposto a Israele di caricare gli attivisti su un pullman per Betlemme, accertandosi che non mettessero piede su territorio israeliano. Israele ha rifiutato.

Il governo israeliano ha accompagnato questi provvedimenti con una lettera che dice, sostanzialmente: ci sono governi che fanno molto peggio, perché ve la prendete con noi? Questa lettera è la perfetta definizione di “benaltrismo” – il fatto che altri Stati facciano peggio non legittima eventuali misfatte d’Israele –, ma al tempo stesso dice cose tristemente vere. Non ci sono dubbî che – in moltissime persone – c’è un’enorme sproporzione di attenzione fra le violazioni che compie Israele e quelle, spesso ben più gravi, che perpetrano molti altri Stati al mondo, fra cui quelli citati nella lettera.

Qualcuno dice che ciò succede perché da Israele ci si aspetta di più: Israele è una democrazia, è uno Stato occidentale, etc. Ma in realtà le critiche più feroci vengono spesso da persone che di Israele e dell’Occidente (talvolta perfino della democrazia) hanno opinioni tutt’altro che positive. E questo è il grande equivoco che si trovano a vivere tante persone di sinistra, o anche liberali, incastrati fra i due fronti di ultrà israeliani e palestinesi.

Costretti dalla solita strategia dei primi, a dover sempre accompagnare ogni legittima critica a Israele con un contraltare palestinese, per poi sentire quelle considerazioni contestate sulla base della canaglieria di chissà chi altro. Ma vivendo sempre il sottile malessere del rendersi conto di come gli unici disposti ad ascoltare quelle stesse critiche siano quelli ai quali – di tali violazioni – non interessa davvero nulla quando non c’è sopra il timbro con la Stella di Davide.

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Pensare male

14 April 2012, 16:36 | Il di dietro, La palla è rotonda | «Commenti: 5»

Questa è una piccola postilla-anticipata a un post molto più lungo e articolato che dovrò scrivere un giorno. È un tema di cui ho parlato a tante persone, quindi tante di queste si sentiranno destinatarie di quello che sto scrivendo (una in particolare, L., ha più ragione di altri a pensarlo, anche perché gli sono in debito di un’email sentita, voluta e faticosa).

Oggi stavo seguendo la partita del Pescara di Zeman, e la stavo commentando su internet con altri amici tifosi di Zeman. Uno di questi, che non conoscevo e la cui identità è irrilevante, ha scritto (a proposito di un gol): «da approfittarne o da sospettarne – ma io sospetto sempre». Io ho risposto «non te ne vantare, almeno, di sospettare sempre». Lui mi ha chiesto «perché non dovrei?». Io, pensando di fare leva sul sentimento calcistico e scherzando un po’, ho detto: «perché non penso che Giulio Andreotti sia l’intellettuale di riferimento per uno zemaniano». Lui ha risposto che per chi segue il calcio «il sospetto non è un’opzione, è un dovere».

Perché ve lo sto raccontando? Perché novanta secondi dopo, la stessa persona, ha aggiunto: «Si vedono le prime morti improvvise e resurrezioni miracolose», facendo del sarcasmo sulla simulazione che, secondo lui, un giocatore del Livorno stava compiendo. Solo che quel giocatore è rimasto a terra più del previsto. Io ho aggiunto: «ecco, vedi che figure di merda si fanno a sospettare sempre?». Poi è arrivata la barella. Poi l’ambulanza. E poi Morosini è morto.

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Il CaGo, Campionato dei GOMBLODDI

3 April 2012, 12:59 | Il di dietro | «Commenti: 14»

Non so se è vero che i social network stanno fagocitando i blog, io al blog ci tengo (anche se ci scrivo poco ultimamente). Però ci sono cose che si fanno meglio sui social network, una di queste è fare gli scemi. E uno dei modi migliori per fare gli scemi è organizzare campionati. C’è stato quello dei sughi (ha giustamente vinto la carbonara, battendo in finale il ragù), con campagne elettorali denigratorie, appelli all’elettorato, lanci, testimonial.

Questa volta è quella del campionato dei GOMBLODDI!!!1!!!11!! (si noti la grafia), questo è il tabellone, con 24 partecipanti e 8 teste di serie:

Ogni giorno c’è una sfida, e chi ottiene più voti passa il turno, fino a eleggere un vincitore. Abbiamo anche scritto a Giacobbo per avere una maglia firmata come premio, ma dubito che risponderà.

Chiunque può partecipare, se è iscritto a FriendFeed (ci vuole un attimo a iscriversi, è integrato con Facebook).

Qui c’è la presentazione. Fino a domani alle 14 si può votare per la prima eliminatoria, Area 51 contro Alimentazione Pranica. Chi vince andrà a incontrare una delle favorite, il Signoraggio. Il miglior modo per seguire il CaGo è cliccare qui (oppure iscriversi qui).

Per la prima eliminatoria, si vota qui.

Insomma, partecipate, votate, fate vincere il più GOMBLODDO di tutti.

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Buoni e cattivi esistono, Kony o non Kony

15 March 2012, 15:12 | Alta politica | «Commenti: 37»

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per Il Post

Il fatto che un video che parla di una questione umanitaria, un video di 30 minuti (mezz’ora!) sia stato visto da cento milioni di persone non ha soltanto – come notato da molti – messo in dubbio i canoni di chi lavora nella comunicazione sui nuovi media («oltre i 120 secondi lo spettatore perde attenzione»), ma ha costituito una sorta di Undici Settembre anche per chi lavora nell’ambito della cooperazione: un evento con cui – per il bene o per il male – necessariamente confrontarsi.

Da questa settimana, ciascuna ONG dovrà affrontare Kony 2012 e prendere una posizione, specie rispetto a come esso ha sconquassato le prudenze, spesso motivate, di moltissime organizzazioni che lavorano nella cooperazione internazionale. Non sono ancora riuscito a farmi un’idea definitiva sulla faccenda, se non la considerazione banale che siano fenomenali (direbbero negli Stati Uniti, a Roma direbbero “paraculi”: avendo probabilmente ragione entrambi) nella comunicazione. Cos’è Kony 2012? Se lo si considera uno spot è eccezionale, se lo si considera un documentario è pessimo. Siccome non è nessuno dei due, ma qualcosa del tutto nuovo, bisognerà forse aspettare qualche tempo per vedere quanto beneficio e quanto detrimento questo qualcosa di nuovo porterà.

In molti hanno sollevato delle critiche ragionevoli, su cui non ho molto da dire, anche perché ne condivido buona parte. Altre sono state meno ragionevoli, ma comunque meno diffuse. C’è stata però una critica che ho letto quasi ovunque, la quale invece necessita di replica: non soltanto per la solennità convinta con cui viene spesso formulata – questo capita a tutti i luoghi comuni –, ma perché essa mette in dubbio il concetto stesso che fonda l’umanitarismo. Sto parlando di “non esistono buoni e cattivi”, una formulazione che schiaccia verso l’irrilevanza etica ogni comportamento, minando di fatto le ragioni di qualunque intervento umanitario.

In realtà, l’obiezione più immediata sarebbe: va bene, non esistono persone buone al 100% e persone cattive al 100% (opinione non troppo originale, avete mai sentito qualcuno dire il contrario?), ma ci sono persone più buone e persone più cattive, come manifestiamo ogni volta che critichiamo – o celebriamo – il comportamento di qualcuno. Di quelle ci occupiamo, tanto dovrebbe bastare. Ma c’è di più: in alcune occasioni – e spesso sono proprio le circostanze di cui si occupano le persone che lavorano per i diritti umani – la realtà è molto più vicina a una divisione, per quanto manichea, fra buoni e cattivi, che non all’inesauriente e indistinto “non esistono buoni e cattivi”.

È il caso di Joseph Kony – rapitore e sfruttatore di 66 mila bambini soldato, per citare uno dei dodici capi d’imputazione per crimini contro l’umanità con il quale è ricercato dalla Corte Penale Internazionale – che alla definizione di “cattivo” si avvicina tanto quanto fermare quegli stessi crimini si avvicina alla definizione di “buona causa”. C’era uno sketch di Benigni sull’impossibilità di definire negativamente chicchessia, neppure Mussolini: «Ma che deve fare uno perché se ne possa parlare male? Anche il Mostro di Firenze l’avrà detto “buongiorno” a qualcuno qualche volta».

Non c’è modo, e forse neanche ragione, di valutare la coscienza delle persone. Esse si valutano dalle azioni che compiono. L’insieme delle azioni che uno compie, assieme al contesto in cui sono maturate, sono ciò che determina se una persona è buona o cattiva (egoista/sociopatica).

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Avanti popolo! (della libertà)

13 March 2012, 9:01 | Alta politica, immagina tu | «Commenti: 3»

Questa sede del PDL, a Salerno, non ha le idee molto chiare quanto a slogan politici:

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Lasciatele morire di fame

8 March 2012, 15:14 | Gruppo misto | «Commenti: 9»

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L’Otto Marzo è oramai diventata una festa riconosciuta e celebrata da ogni tipo di pubblico, assumendo gli inevitabili contenuti kitsch che noi qui, privilegiati, possiamo permetterci di malsopportare: ditelo a me che ho vissuto per più di dieci anni in un posto chiamato Colli D’Oro per la diffusione degli alberi di mimosa.

Effettivamente regalare dei fiori per la festa della donna è un po’ come regalare manette alla festa della libertà, ma mentre facciamo queste considerazioni, e mentre al contrario magari critichiamo un certo femminismo di oggi per essersi accartocciato su sé stesso, non dimentichiamoci che quella femminista – di tutte le donne e di tutti gli uomini che hanno combattuto per vivere in un mondo più equo e migliore per tutti – è stata la madre di tutte le battaglie.

Non dimentichiamoci che, neanche cento anni fa, nel luogo dove i primi movimenti femministi sono nati e combattevano, i giornali titolavano così (e pensateci, ancora più terribile di “let them starve”, c’è “views of public men”):

"Lasciatele morire di fame", Evening Standard 09/06/1914, fotografata al Museum of London

E non dimentichiamoci, soprattutto, che questa battaglia – per la libertà, per la dignità, e anche un po’ contro Hollywood – è stata vinta da una limitatissima minoranza di persone. Che al di fuori dell’Occidente ci sono milioni, miliardi, di donne che devono ancora vincerla:

Quando Hollywood riuscirà finalmente a (liberarsi dagli stereotipi e) produrre dei bei film d’amore, forse potremo riuscire a liberare fino in fondo le donne in giro per il mondo, e creare il tipo di mondo dove la pace è una possibilità concreta. Nel frattempo, abbiamo qualche romanzo economico e i micro-prestiti diretti alle donne. Nel frattempo, amate le vostre figlie con tutto il cuore e non date mai per scontata la nostra libertà. È stata vinta attraverso una lunga e dura battaglia – non è mai stata scontata, e non lo è tutt’ora. E ricordate: noi donne libere siamo la minoranza.  Maria Rodale

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Perché Annunziata e Busi su Lucio Dalla hanno ragione e torto assieme

4 March 2012, 22:23 | Moralismo noioso | «Commenti: 107»

3 su 5

L’accertamento postumo dell’identità sessuale di Lucio Dalla non è molto interessante, ma non è certamente inopportuno o fuori luogo perché prossimo al funerale: ricordiamoci che dire «Lucio Dalla era omosessuale» non è un insulto.

Se qualcuno avesse detto: «sapete? A Lucio Dalla piaceva pattinare», nessuno l’avrebbe considerato offensivo. Dovremmo imparare a considerare alla stessa maniera qualcuno che dica «a Lucio Dalla piaceva un uomo». Non c’è nulla di male a pattinare, non c’è nulla di male ad amare (o fare sesso con) gli uomini. È proprio per questo che, al contrario, la questione non è molto interessante: perché quell’umore da a-ha ti ho beccato! che viene alimentato da questo atteggiamento sottintende che gli omosessuali abbiano maggiore dovere di combattere l’omofobia che non gli eterosessuali, e questa è una sciocchezza egoista. Io non so se Dalla fosse omosessuale, non sappiamo se Marco Alemanno fosse il suo compagno (e, non essendone certi, penso che i giornali abbiano fatto bene a non riportare tale informazione: questa sì, mi sembra una polemica inutile). D’altra parte, però, è sciocco difendere il diritto di Dalla a non rispondere a quella domanda, e non difendere il diritto di Lucia Annunziata o Aldo Busi ad avere un’opinione su quella scelta.

Dalla aveva certamente il diritto di scegliere di non dire di essere omosessuale, noi abbiamo certamente il diritto di criticare quella scelta. E io – Dalla o meno – la critico per le ragioni che chiunque conosca anche solo un poco la storia del movimento omosessuale sa a memoria: che ogni omosessuale che non si fa problemi a rispondere alla più semplice delle domande, chi ti piace?, aiuta un pochino la propria accettazione e quella di tanti altri, oltre che le molte persone che stanno cercando di fare a loro volta il proprio coming out.

Scrivevo:

Non c’è dubbio che un omosessuale che vuole rivendicare la segretezza, l’essere privato, della propria preferenza sessuale sta introiettando il principio per il quale quello debba essere un carattere di cui non parlare in pubblico*. Se lo vivesse con tranquillità, come si vive qualunque dato privato di cui non vergognarsi (ti piace la pasta al pomodoro? Qual è il tuo colore preferito?) non avrebbe problema a parlarne.

Annunziata e Busi – che hanno ragione e torto assieme, ma più ragione – dicono una cosa molto semplice: una persona può, con la sua scelta, rendere la vita un po’ più facile alle altre persone.  Non ha nessun “dovere” legale, ma una spinta etica sì.

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Spiegatemi la TAV

29 February 2012, 9:47 | Gruppo misto, Ogni me è politico | «Commenti: 95»

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Dunque: io della TAV non so nulla. Per dire meglio: conosco superficialmente le posizioni dei favorevoli e dei contrarî, ma non so quanto esse siano radicate in dati e ragionamenti logici. Vorrei invece saperne di più e meglio.

Mi sono reso conto che, ultimamente, mi ero formato un’opinione sostanzialmente su di un pregiudizio: e cioè che alcune (forse molte) delle persone che sostengono il fronte notav hanno atteggiamenti vergognosi, fra lo stronzo il leghista e il criminale. Questo, naturalmente, è male: non bisogna valutare le persone che portano un’idea, ma l’idea e basta. Del resto capita di essere d’accordo su iniziative (alcune cose che fa Action, ad esempio) di persone per altri versi poco condivisibili. Inoltre, probabilmente, se valutassi gli argomenti dei peggiori fra i pro-tav troverei stupidaggini anche lì.

Quindi, ecco, questo post serve a chiedere a chi un’idea ce l’ha di contribuire: con commenti, o anche rimandi a letture interessanti e documentate. Naturalmente sono benvenute sia opinioni favorevoli che opinioni contrarie. Il requisito è, per favore, che l’opinione sia ben argomentata, e logicamente consistente.

Penso sia una discussione che potrebbe interessare anche ad altre persone.

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Annaffiatoio

28 February 2012, 2:35 | Il Male curabile | «Commenti: 4»

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Johnny Cash, e la più grande storia d’amore del ventesimo secolo

26 February 2012, 7:03 | Gruppo misto | «Commenti: 3»

4 su 5

Oggi Johnny Cash compie ottant’anni.
Per 29 anni è stato vivo, per 42 è stato innamorato, e per 9 è stato morto. Che lui è stato uno dei migliori cantanti del ’900 probabilmente lo sapete. Che quella con June Carter è la più bella storia d’amore degli ultimi 100 anni, forse no.
La raccontò Sarah Vowell una settimana dopo la morte di lui. Era un po’ che mi ripromettevo di farlo, e oggi è il giorno buono. L’ho tradotta qui sotto. Se iniziate a leggere non smettete più, dall’inferno al paradiso.

Il matrimonio di Johnny Cash e June Carter Cash è la più grande storia d’amore del ventesimo secolo.

La prima volta che Johnny vide June, lui era in gita scolastica a Nashville per l’ultimo anno del liceo, mentre lei era già sul palco del Grand Ole Opry che cantava assieme ai suoi celebri parenti musicisti, la famiglia Carter, ridendo e scherzando con Ernest Tubb.

Anni dopo, nel 1961, l’Opry fu dove s’incontrarono. Erano nel backstage e Johnny andò da June e le disse: «tu ed io ci sposeremo, un giorno». Lei rise, e rispose che non vedeva l’ora. C’è da scommettere che quando Cash tornò a casa quella notte, non menzionò questo particolare a Vivian, sua moglie.

Non molto tempo dopo June si aggregò al road show di Johnny cosicché si ritrovarono a viaggiare per gli Stati Uniti in tour. La moglie di lui rimaneva quasi sempre a casa, così come faceva il marito di lei. Ma June Carter era una lady – una signora rispettabile, una valida professionista, e una benintenzionata cristiana. E nessuna rispettabile professionista e benintenzionata cristiana s’innamora volutamente del marito di un’altra donna, specialmente se lui è un impasticcato fanatico com’era al tempo Johnny Cash.

Anni dopo June avrebbe descritto l’innamorarsi di Johnny con queste parole: «mi sentivo come se fossi caduta in un pozzo infuocato, e stavo letteralmente bruciando viva». Così June, che era stata una musicista e cantante fin da quando era alta quanto un ukulele, chiamò Merle Kilgore – il suo partner cantautoriale – e buttarono giù una canzone sui suoi sentimenti segreti per Cash.

Era una canzone strappata via da Dante. La dettero da cantare alla non-particolarmente-dantesca sorella di June, Anita, che la registrò come  ”Love’s Ring of Fire”.

Johnny Cash sentì la registrazione di Anita Carter e la notte successiva fece un sogno: sognò la stessa canzone suonata con dei corni mariachi. Qualcuno dice che fu l’influenza degli allora molto in voga Tijuana Brass. Altri dicono che furono i barbiturici che aveva preso per smaltire le anfetamine. Quale che sia, Johnny Cash s’infilò in uno studio con un paio di trombettisti e trasformò quel suo sogno in realtà.

La peculiarità dell’arrangiamento di questa canzone è superata solo dall’assurdità dei suoi credits. Abbiamo un uomo sposato che canta una canzone, scritta a proposito di lui, da una donna anch’ella già impegnata ma innamorata di quell’uomo; nonché, a fare i sospirati ”oooh” in controcanto, la suddetta donna, June Carter, assieme a sua sorella e sua madre, Mother Maybelle Carter, la più rispettabile signora della storia della musica country, se non dell’America in genere. Ascoltate come suonano gioiosi.

In questa canzone, paragonare l’amore al fuoco non è soltanto quel trito cliché della musica pop come in “you give me fever” o “hunka, hunka burning love” o “it’s getting hot in here”. Questo è il fuoco che c’è accanto allo zolfo biblico, come nella religione d’altri tempi, immaginato dalla figlia di persone che credevano nelle fiamme eterne dell’inferno.

June Carter stava desiderando l’uomo di un’altra donna, il che voleva dire violare – rompere – uno dei dieci comandamenti. Amare Johnny Cash era un peccato, e per lei il contrappasso per il peccato era la morte – una morte nella quale il peccatore avrebbe passato l’eternità a non far altro che bruciare.

Il momento in cui June Carter riconosce a sé stessa di amare Johnny Cash, è molto simile – nel tipico modo di una canzone d’amore country – al quello in cui Huckleberry Finn decide di aiutare lo schiavo nero Jim a scappare, anche se gli hanno insegnato che farlo è sbagliato. «E va bene» dice Huck, «andrò all’inferno».

Questa è la versione di Ring of Fire cantata da June. Notate, niente trombe. Soltanto un violino vecchio stile, ed è lei stessa ad arpeggiare l’autoharp, probabilmente prendendo in giro amorevolmente il marito nello specificare, fra le note di copertina, che in realtà “Questo è il modo in cui io l’avevo sentita dall’inizio”.

C’è un’immensità di apprensione in quella piccola parola, “oh”. Come in oh, cosa ho fatto. Oh, la sua povera moglie. Oh, Signore, perdonami. Oh, per l’amor del Cielo, è meglio che gli butti tutte quelle pillole nel gabinetto ancora una volta. Oh, io sono una regina del Grand Ole Opry, e questo folle tossicomane sta per farsi bandire dal mio amato Opry per aver distrutto le luci del palco con il treppiede del microfono. E oh, continuerò ad amarlo ugualmente.

“Ring of Fire” divenne la hit numero uno di Johnny Cash nel 1963. Poi, finalmente, lui divorziò. E June divorziò. E lui smise con le droghe. E nel 1968 si sposarono.

Quando dico che quella fra Johnny Cash e June Carter Cash è la più grande storia d’amore del ventesimo secolo, non penso alla corte infervorata: anche se, certo, le migliori storie d’amore necessitano di alcuni ostacoli superati, e i Cash ne incontrarono diversi. No, penso in realtà al loro matrimonio – 35 anni in cui vissero, effettivamente, felici e contenti.

Le foto di loro due assieme, negli anni, sono così piacevoli da guardare che uno ci rimane quasi male. Johnny che fa piegare in due dalle risate June, o lei che fa piegare in due dalle risate lui; oppure la mia preferita, la foto ch’è nell’album Love, in cui lei si è appena addormentata sulla spalla di lui. Il mento di lui è poggiato sulla testa di lei, ed è possibile che lui le stia odorando i capelli. Nelle note di copertina accanto a quella foto Johnny Cash racconta di essere seduto lì pensando alla poesia di Robert Browning sulla morte della moglie Elizabeth Barrett Browning, quando June Carter Cash entra domandando cosa gli piacerebbe per pranzo.

E sembra esserci davvero tutto, in quell’immagine – loro due nella stessa stanza, che ponderano panini e poesie. Con grandiosità, lui le ha sempre riconosciuto il merito di avergli salvato la vita. Ma aggiungendo, quasi a vantarsi: «e poi le piacciono gli stessi film che piacciono a me».

Nell’album solista di June, Press On, dopo la sua “Ring of Fire”, la canzone immediatamente successiva è un duetto con Johnny. È una ballata gospel narrata da una vecchia coppia sposata che si tormenta del fatto che l’uno morirà prima dell’altro. Preoccupati di essere lasciati indietro. «Se sarò davvero io la prima ad andar via» canta June «e, chissà come, mi sento che sarà così».

Come lei aveva previsto nella canzone, June morì per prima. Soltanto quattro mesi dopo Johnny fu sepolto accanto a lei. Come lui disse una volta: «questa cosa, fra noi due, va avanti dal 1961, e – semplicemente – non voglio fare nessun viaggio se lei non può venire con me».

Se sarò davvero io la prima ad andar via,
e, chissà come, mi sento che sarà così,
quando sarà il tuo turno non sentirti perso
perché sarò io la prima persona che vedrai.

Così, senza aprire gli occhi, aspetterò su quella spiaggia
finché non arriverai tu, e allora vedremo il paradiso.

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