Ritratto del romanista incredulo

31 October 2013, 23:56 | La palla è rotonda | «Commenti: 4»

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In questi giorni l’AS Roma è prima in classifica: ha giocato 10 partite e ne ha vinte 10. È un record.

Per me, che ho sempre tifato contro la Roma, questo scenario dovrebbe essere, di per sé, una tortura. E invece non succede. E il motivo per cui non succede non è così immediato, ma ha a che fare con i due motivi per i quali io tifo contro la Roma, che sono uno serio e uno scherzoso.

Quello serio è che – essendo cresciuto a Roma – la larga parte dei miei amici è romanista, e il sale del calcio – per chi lo sa, per chi non dice quella sciocchezza che non si deve tifare contro – è proprio tifare contro le squadre dei proprî amici: io tifo contro l’Inter per prendere in giro Alex, Davide o Saverio (ma che m’importa di Mazzarri, Milito o Moratti?) aspettandomi lo stesso trattamento, quando accade l’inverso (piuttosto spesso, considerato che tifo la Fiorentina).

Quello scherzoso è che i romanisti sono i tifosi più partigiani e complottisti (in un certo senso, sono i più tifosi) che ci sono. Naturalmente la mancanza d’obiettività è piuttosto diffusa (eufemismo) nel calcio, ma quando c’è di mezzo la Roma, beh: ricordo partite perse dalla Roma nonostante numerosi episodî arbitrali favorevoli in cui i tifosi della Roma si lamentavano dell’arbitraggio; ricordo tonnellate di fischi a un giocatore della Roma che aveva appena fatto gol (!) e che sarebbe stato il principale artefice di una rimonta clamorosa; ricordo accuse di complotto del Palazzo «eh, ti pareva, ci odiano» per ogni rigore dato contro, anche il più lampante; ricordo prese di posizione come «Marco Motta è il nuovo Maldini»; ricordo argomenti a favore del «presi uno per uno i giocatori della Roma sono superiori al Barcellona».

E quest’ultima considerazione mostra un altro tratto del tifoso in generale, ma del romanista più di tutti: avere verso la propria squadra, e in particolare verso i nuovi acquisti, lo stesso atteggiamento dell’italiano che si è appena fidanzato con una splendida ragazza sconosciuta. C’è quel fondo di «ma davvero è toccato a me, posso essere così fortunato?» che alimenta la luna di miele del «non esiste una ragazza più bella di lei». Al tempo stesso, però, conoscendola poco c’è sempre quel latente e mai ammesso dubbio: «ma non è che mi tradirà?». E naturalmente, quando inevitabilmente succede, quando si scopre che Fabio Junior è uno scarsone, come Bartelt o Tetradze, il disprezzo, l’odio, il rinnegamento, la frustrazione: «ma come hai potuto farmi questo?»

Eppure. Eppure tutto questo non sta succedendo. Incredibilmente, in questi giorni, Roma è così serena, lieta, vivibile. Il tifoso della Roma è lì, che dentro ovviamente ribolle, ma è completamente diverso, quasi cambiato. Non dice spavalderie senza senso, non si lamenta degli arbitri, non se la prende con i proprî giocatori (guardate che l’equazione Gervinho+TifosiDellaRoma=Applausi è qualcosa che mette in dubbio i più elementari assiomi del mondo nel quale viviamo).

Direte voi: è perché la Roma sta vincendo, quando si vince si è tutti più buoni. Ma non è così. In questi anni la Roma è stata spesso forte, ancor più volte entusiasmante, e l’atteggiamento del romanista medio era quasi peggiore che nei momenti di sconforto, dato che quando sei davanti perdere uno o due punti può essere determinante: ancor più rancore per gli errori, ancor più complottismo su ciascun episodio arbitrale, ancor più ostinazione a rivendicare la forza della propria squadra, e l’ingiustizia del non essere primi in qualunque classifica immaginata dall’uomo. Lo Scudetto del 2001 fu l’apogeo di tutto ciò.

E invece tutto questo non succede. E sapete perché?

Perché il romanista, oggi, pensa di non meritarla questa posizione in classifica. Ma, badate bene, non è che pensa di non meritarla perché la Roma è così in alto giocando male o per episodî favorevoli: tutt’altro, la Roma sta giocando benissimo, con un’intensità completamente ignota al calcio italiano. I tanti che dicono che “sicuramente crollerà” non l’hanno vista giocare.

Il romanista pensa di non meritare questo primo posto perché l’unico vero criterio con il quale un tifoso valuta cosa merita o non merita sono le proprie aspettative. Ogni volta che la propria squadra compra un grande giocatore, o anche una possibile sorpresa, qualunque tifoso comincia a pensare che il mondo “gli deve qualcosa”. Che la vittoria sia a un passo e solo forze occulte possano toglierla: l’anno scorso ci siamo andati vicini, ora abbiamo anche quest’altro, non può andare diversamente.

Ma quest’anno, dopo due anni di sofferenze così diverse e così simili, nessun tifoso si azzardava a sperare niente. Non è che non si azzardava a sperare niente di simile. Non si azzardava a sperare niente. E basta. Lo scetticismo, quasi filosofico, aveva preso possesso della testa del tifoso romanista, una sorta di stoica – ma comprensibile – rassegnazione al male del mondo.

Poi vinci dieci partite e ti ritrovi lì, con la testa fra le mani, a domandarti: ma sta davvero succedendo?

E te lo domandi a bassa voce, per paura che gli Dei del calcio possano sentire e domandarsi: «ma davvero abbiamo permesso questo?», per poi ristabilire l’ordine naturale delle cose: quel posto lì davanti spetta a una strisciata, mica alla Roma. Così questo pudore, questo imbarazzo, che è del tutto trasversale a ogni romanista si trasmette in ogni atteggiamento: il lunedì mattina in ufficio, i commenti per strada, al giornalaio. In questi giorni il romanista abituato a chiedere al giornalaio «mi dà il Corriere», dando per scontato il “dello Sport”, fa anche questo sforzo di compostezza, chiede «mi dà il Corriere dello Sport».

Perché se dici il “Corriere”, metti che il giornalaio non capisce e ti chiede «dello Sport?»: lì sei già fregato. Già lì ti troverai a rispondere «sì», senza poter far nulla per evitare il «certo», o anche solo l’«ah», complice del giornalaio. E un “ah” complice è l’ultima cosa che il romanista vuole, di questi tempi. La forza della squadra, la striscia di vittorie, la Roma che gioca bene, il record, tanto-meno-dio-ce-ne-scampi-lo-scu…-quella-cosa-lì, non va nominata. Sta andando tutto troppo bene, troppo inaspettatamente bene, per azzardarsi a proferire una qualunque spavalderia che – ogni tifoso lo sa bene – potrebbe causare, in un solo istante, la disfatta.

Io c’ho provato eh! Ho provato a tirare fuori l’argomento: «allora, siete primi in classifica!»; un onesto «certo che è proprio forte Strootman» o anche solo un innocente «parliamo di calcio» incontrano inevitabilmente i «noooooo, di quella cosa lì non parliamo» dalle stesse persone che appena pochi mesi fa avrebbero tirato fuori un «Ahà, abbiamo battuto il Lecce 2-1 al 87° in contropiede». Ogni tifoso sente la responsabilità del dover tenere-i-piedi-per-terra: e se lo possono fare Florenzi e Ljajic, che hanno 22 anni, anch’io che ne ho 30 – o 40, o 50 – devo dare il mio contributo.

E io, che sono dall’altra parte, mi sento quasi orfano di quelle conversazioni. Ogni volta mi viene quasi da pensare: «eddài, e prendimi un po’ in giro, stai dodici punti sopra la Fiorentina, è tuo diritto». Ma niente, ogni mio amico romanista sa che non se lo può permettere quello sgarro, non può:  perché c’è qualcosa di molto più importante in palio. Quella cosa lì, insomma. E mentre si ritrova a pensare a «quella cosa lì», si rende conto di averla effettivamente pensata Quella-Cosa-Lì, e allora scaccia il pensiero più veloce che può domandandosi «sarà sufficiente?». Sarà sufficiente?

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Estendere una legge che non dovrebbe esserci?

20 September 2013, 9:49 | Moralismo noioso | «Commenti: 39»

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E insomma, ieri è stata finalmente approvata – alla Camera, chissà poi cosa succederà – la legge sull’omofobia di cui si parla da tanto tempo. Solo che, invece di festeggiare, mi son ritrovato a rimuginare sui soliti dubbî che, una volta per tutte, metto per iscritto.

Il problema che ho con questa legge non è, naturalmente, riguardo l’ultimo emendamento che esclude “le organizzazioni politiche e religiose” dall’alveo di applicazione della legge; per quanto sia una distinzione vergognosa, un piccolo passo in avanti è sempre un passo in avanti. Meglio una legge timida, che nessuna legge. Di più: questo è un tassello di futuro. È anche più facile rafforzare, di un po’, una legge che c’è, piuttosto che far digerire al Parlamento una legge nuova e molto dura.

No, il problema riguarda il fatto – neanche tanto originale – che la Legge Mancino, di cui questa legge estende le aggravanti, è una legge che non dovrebbe esserci. È una legge certamente animata da buoni intenti, ma che persegue questi intenti nella maniera che uno Stato non dovrebbe mai permettersi: decidendo quali sono le opinioni ammesse e quali sono le opinioni non ammesse. Andando a intaccare la libertà d’opinione delle persone, facendone un reato. Sì, anche la libertà d’opinione di un fascista. Sì, conta anche quella. E no, non trovo giusto punire qualcuno maggiormente perché pensa qualcosa di particolare mentre commette un reato. E sì, penso che qualcuno che picchia un’altra persona perché è della Lazio dovrebbe essere punito quanto uno che picchia un’altra persona perché nera.

Non sono molto appassionato alla questione della costituzionalità della legge Mancino – mi interessa cosa è giusto o non è giusto –, ma certo a parlare di costituzioni, non si può non pensare quanto sarebbe inconcepibile avere una legge simile negli Stati Uniti dove alcune parti di quella legge, se non l’intero impianto, sarebbero annichilite dal primo emendamento.

Come in molte cose della vita, è di Christopher Hitchens il più bel discorso sul perché anche la più infame e sola delle opinioni deve avere la possibilità di essere espressa; su come il concetto di “incitamento all’odio” sia scivoloso e gli hate crimes (quelli ci sono anche negli Stati Uniti) molto difficilmente definibili evitando d’incorrere nel reato d’opinione.

Questo senza parlare della formulazione, orribile, della legge Mancino che aggiunge alle discriminazioni “razziali, etniche, nazionali” anche quelle “religiose”, come se la religione fosse un’idea data e immutabile. Non un’opinione che qualcuno può avere o non avere, accettare, scegliere, rifiutare. Così, se io non voglio assumere nella mia azienda una persona che pensa che gli omosessuali siano un abominio, posso farlo. Se però questa convinzione è difesa con argomenti religiosi allora sto rischiando una discriminazione.

Non è un caso che questa sia la legge alla quale si appella Scientology quando le si contesta la circonvenzione e l’indottrinamento dei bambini (e degli adulti). Certo, le ragioni per l’inclusione del termine “religiose” sono abbastanza evidenti: l’antisemitismo dell’ultimo secolo. Ma anche questo è un errore: l’orrore dell’antisemitismo è il rifiuto etnico, “ci mancherebbe altro che non si possano criticare gli ebrei ortodossi per la condizione femminile, o per le ridicole pratiche bibliche a cui sottopongono i proprî figli”.

Dunque: meglio festeggiare l’estensione a un gruppo discriminato di una legge ingiusta – aumentando quindi l’ingiustizia ma limitando l’iniquità (e quindi l’ingiustizia) – oppure meglio che sia applicata il meno possibile? Non lo so, come dicevo, sono molto cambattuto.

p.s. Qualche lettore dalla buona memoria ricorderà che, tempo addietro, sulle aggravanti ideologiche avevo sostenuto l’opinione opposta. È vero. Ho cambiato idea.

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Eroina o filibustiera?

26 June 2013, 13:43 | Alta politica, Moralismo noioso | «Commenti: 45»

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La storia di Wendy Davis dimostra, una volta di più, la nostra disposizione all’indulgenza nei confronti dei metodi con cui si conducono le battaglie che ci stanno a cuore. Lo dimostra, in realtà, l’entusiasmo che ho letto, sia in Italia che in America per quello che ha fatto questa senatrice. La storia è questa: negli Stati Uniti, in anni recenti, si è molto diffuso l’ostruzionismo parlamentare. È il motivo per cui passare una qualche legge “sensibile” in Congresso (quello federale) è diventato praticamente impossibile. In Texas si votava una legge restrittiva nei confronti dell’aborto, e questa senatrice democratica ha fatto ostruzionismo nel modo più classico per gli Stati Uniti: fare degli interventi molto lunghi. Nel suo caso, ha parlato per 10 ore, aggirando le regole molto restrittive per impedire questo tipo di operazioni: non si può andare fuori tema, non ci si può interrompere, neanche per andare a fare pipì, non si può mangiare, non ci si può sedere né appoggiare. Dopo un’ulteriore questione sull’essere passata o meno la mezzanotte, la legge è decaduta proprio per l’opera di Davis.

L’ovvietà sarebbe pensare che Davis abbia fatto una scorrettezza: ha aggirato delle regole – sensate – per impedire che una minoranza blocchi, con stratagemmi e non col consenso, il volere della maggioranza. Ha approfittato di una questione tradizionale, in America, ma bizzarra, cioè l’assenza di un limite di tempo per il suo intervento; e di una cosa molto vicina a un cavillo: la scadenza della possibilità di passare la legge dopo la mezzanotte. Insomma, ha operato completamente in quella zona grigia occupata dalle cose ingiuste, eticamente ingiuste (almeno a livello procedurale: quello che al liberalismo, da Locke, sta più a cuore), ma non ancora illegali.

Non pensate? Provate a pensare alla stesso esempio, ma all’inverso: cioè di una cosa simile fatta per ostacolare una legge che ritenete giusta. Facciamo questo esempio qui: in Italia matura finalmente una maggioranza di persone che è favore del riconoscimento delle coppie omosessuali. C’è una maggioranza popolare che è chiaramente espressa in una maggioranza parlamentare. Si vota questa legge, che ha largamente i numeri per passare: solamente che Giovanardi o Paola Binetti, pronunciandosi solennemente dalla parte di Dio, organizzino un ostruzionismo deciso. Presentano centinaia di emendamenti, così che ci si metta giorni ad affrontare il testo finale, invitano in Senato un centinaio di persone che si mettono a gridare “Uomo e Donna! Uomo e Donna!”, così che il presidente del Senato debba far sgombrare l’aula, rinviando il dibattimento ai giorni successivi. Poi, grazie a uno stratagemma, riescono a presentare un emendamento che collega le unioni gay a un’altra questione accessoria, così che alcuni parlamentari siano costretti a votarlo. Alla fine, si scopre, scrivono un altro emendamento apparentemente inoffensivo, in modo che esso si contraddica, e che così la Corte Costituzionale lo bocci. La legge così non passa.

Cosa succederebbe? Che saremmo tutti furibondi. Alcuni parlerebbero di Colpo di Stato, altri chiederebbero l’arresto di Giovanardì. Più ragionevolmente, in molti lo considererebbero un lestofante, uno capace di tutto per far prevalere la propria idea su quella della maggioranza del Paese. Anzi, a dire il vero, c’è qualcuno che non la penserebbe così: il partito di Giovanardi. Anzi: a confermare la disinvoltura con la quale ci va bene che il fine giustifichi i mezzi – quando questo fine è in accordo con la nostra idea – il partito di Giovanardi lo difenderebbe, dicendo le cose che abbiamo sentito tante volte: le regole sono queste, abbiamo rispettato le leggi, è tutto dentro alle normali strategie parlamentari, eccetera, eccetera.

Ecco, se c’è una cosa che rende inutili i dibattiti, i confronti di vedute, che rende impossibile qualunque progresso generato da un’onesta e attenta discussione d’idee è questa. Questo pregiudizio positivo – questa dissonanza cognitiva – che si ha nei confronti di chi si considera della propria squadra, e delle strategie che vengono adottate per raggiungere le idee che condividiamo. Quelle idee che, così, si dimostrano immutabili e, perciò, stupide.

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Cosa pensare delle proteste in Turchia

14 June 2013, 11:06 | Medio orientato | «Commenti: 10»

per Il Post

Questo post dà per scontante diverse cose che avevo spiegato in questo post–bignami, se non l’avete letto è meglio leggerlo per primo.

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È molto difficile analizzare e interpretare il corso e il significato di queste proteste in Turchia. Ed è soprattutto difficile decidere da che parte stare. In realtà è molto facile capire da che parte non stare, quella di Erdogan, per motivi fin troppo ovvî: l’autoritarismo, la rivendicazione del ruolo della religione in politica, la soppressione del dissenso. Ma la grande incognita è: la parte degli altri che parte è?

Questo non l’ha capito nessuno. È una protesta libera e confusa, caotica e disorganizzata, questa è la sua forza, ma anche la sua debolezza. Le stesse fazioni protagoniste delle manifestazioni sono combattute fra il cercare di mostrare un’immagine – più efficace – di una protesta coesa e unitaria, e il tentativo di orientare la protesta a beneficio della propria fazione.

COSA NON VA, SONO POCHI
La prima cosa da non dimenticare è anche la più semplice: questa è una protesta di minoranza. Non si tratta di un giudizio di valore, ma squisitamente numerico. L’AKP, il partito di Erdogan, ha preso il 50% alle scorse elezioni, e nessuno mette in dubbio che sia tutt’ora maggioranza nel Paese – i sondaggi lo dànno addirittura in crescita.

Nel Parlamento turco ci sono 4 partiti, BDP (sx, curdo), CHP (csx, kemalista), AKP (cdx, islamico), MHP (dx, nazionalista): tre di questi, che insieme fanno il 45% dell’elettorato, hanno moltissime differenze, e come unico punto in comune quello di opporsi al quarto partito, che da solo ha più voti di loro. Quelli che manifestano oggi sono coloro che si oppongono a questa egemonia.

Si è parlato anche della fondazione di un nuovo movimento a partire da queste manifestazioni, ma proprio per le stesse ragioni è difficile immaginare quale ne possa essere la base politica, tanto più che la legge elettorale turca scoraggia questo tipo di iniziative (con uno sbarramento al 10%). È possibile che le manifestazioni di questi giorni spostino parzialmente gli equilibrî politici descritti sopra, ma per fare sì che abbiano una vera rilevanza, le opposizioni dovrebbero accordarsi in una comune agenda politica, cosa che – molto semplicemente – non può succedere.

COSA NON VA, SONO TROPPI
La protesta è cominciata dall’iniziativa di un deputato del BDP per impedire la distruzione di un parco a Istanbul; pochi giorni dopo la sede del BDP di Smirne, la principale roccaforte del CHP, è stata presa a sassate (mentre quella dell’AKP è stata data alle fiamme) da quelli che – in teoria – sarebbero gli stessi dimostranti.

In molti, specie fra curdi e ambientalisti, è cominciato a maturare un sentimento di insofferenza e mutilazione per la cannibalizzazione delle manifestazioni da parte dei kemalisti (CHP), e più in generale delle forze nazionaliste (MHP): lo slogan più diffuso è «Erdogan dimettiti», ma il secondo è «siamo i soldati di Mustafa Kemal», cioè Ataturk, e il terzo è «beato chi si può definire turco».

Le manifestazioni sono gonfie di bandiere turche e di ritratti di Ataturk: si può manifestare contro un governo sventolandone la bandiera? E si può manifestare assieme ai rappresentanti di un popolo – quello curdo – che è stato annullato, deportato, e ucciso sotto l’ordine diretto di un personaggio storico, sventolando il vessillo di quello stesso personaggio storico?

È probabilmente inevitabile, e forse anche auspicabile, che in un tipo di protesta come questa si convoglino diverse prospettive, speranze e pretese; ma la reciproca diffidenza delle varie anime che manifestano, e la contraddittorietà delle ambizioni che spingono curdi, laici, militari, nazionalisti e ambientalisti a manifestare, rendono molto difficile che ciascuna di queste istanze si concretizzi in una rivendicazione comune e soprattutto concreta. La società turca è troppo frammentata, balcanizzata in gruppi ideologici e identitarî, e così lo è la parte di Turchia che si oppone all’AKP, con fazioni che si guardano vicendevolmente con ostilità – anzi, inimicizia – e, su alcuni temi, sono anche più vicine all’AKP che fra loro.

COSA VA
Sembra una battuta, ma non lo è: questa è una delle poche volte, almeno in Medio Oriente, che chi scende in piazza vuole meno Dio in politica rispetto a chi è al potere. Chi protesta, protesta – anche – contro una legge che vieta gli alcolici durante le ore notturne, contro scuole elementari sempre più confessionali, contro un’islamizzazione simbolizzata, in questi giorni, da un episodio di cui si è parlato molto in Turchia: il divieto, espresso da un funzionario dell’AKP di Ankara, a due ragazzi di baciarsi in pubblico.

Questo fattore – quello della lotta popolare per la laicità – è ancora più importante in Turchia, dove per decenni c’è stata una parte politica, quella che ora sostiene l’AKP, che si è sentita defraudata della propria legittimità popolare, attraverso i colpi di Stato dell’esercito; questo ha fatto sì che fino a pochi anni fa la lotta per la laicità delle istituzioni sia sempre stata associata – anche simbolicamente – all’autoritarismo. Qualunque turco laico si è sentito spesso accusare di essere “al soldo (o schiavo) dell’esercito”.

Inoltre, per la stessa ragione la risposta alle due domande sopra potrebbe essere, genuinamente, «forse sì». È possibile manifestare contro un governo portando la bandiera di quello stesso governo? È possibile che rappresentanti di un popolo sfilino assieme a chi inneggia al padre della patria che ha, coscientemente, annichilito quello stesso popolo? Forse sì. Forse in Turchia, uno dei Paesi più nazionalisti al mondo, è addirittura necessario.

L’affezione, che spesso sfocia in suprematismo, è una parte imprescindibile della storia e dell’identità turca, e muove moltissime scelte politiche, militari ed economiche. Per fare un esempio poco conosciuto in Occidente, i turchi finanziano la costruzione e il mantenimento di numerose scuole turche all’estero (i figli dell’aristocrazia in molti Paesi arabi o ex sovietici vengono mandati alle scuole turche, come un tempo accadeva per quelle francesi), nel nuovo Iraq sono già 30.

Si può considerare negativamente il nazionalismo, o molto negativamente come faccio io, ma una maggiore integrazione di una società estremamente polarizzata, quasi atomizzata, non può che passare attraverso la costruzione di un’identità condivisa. È un processo che, come dicevo, molti Paesi europei hanno fatto uno o due secoli fa, ma che in Turchia non è mai avvenuto, anzi manca del tutto: ci sono i turchi “bianchi”, i turchi “neri”, e i curdi (oltre a mille altre minoranze intrecciate, spesso tutt’altro che piccole, come gli aleviti). E, naturalmente, questo ipotetico processo di identificazione collettiva dovrebbe passare anche attraverso una perdita di memoria. Come diceva Renan, raccontarsi delle frottole sul proprio passato è parte essenziale dell’essere una nazione.

COSA SUCCEDERÀ, I PERICOLI
Nel breve termine i pericoli sono molto chiari, e di speranze se ne vedono davvero poche. La cosa più probabile è che queste proteste si disperdano via via e, lentamente, muoiano nella constatazione che nulla sta cambiando concretamente. Tranne nell’ipotesi, oggi molto remota, di una nuova discesa in campo dei militari, è molto difficile che queste proteste operino un cambio di regime, rispetto a un partito che ha tuttora una solidissima base elettorale.

Se è vero che l’AKP ha ancora un largo consenso, è anche vero che Erdogan ha fatto molti errori nella gestione di queste proteste. Ha mantenuto, e anzi rivendicato, un pugno duro contro i manifestanti che lo ha identificato – non a torto – come il principale responsabile del comportamento della polizia. In questo senso Erdogan sta giocando molte delle sue carte in un gioco particolarmente rischioso, che potrebbe tranquillamente perdere se un altro membro dello stesso partito – o di quell’area culturale – decidesse di prendere una posizione più dialogante, come il presidente Abdullah Gul aveva accennato a fare durante la prima settimana di proteste.

Ma il vero pericolo per Erdogan non è costituito da Gul, personaggio notoriamente più moderato e meno populista, ma suo amico personale e riconosciuto contraltare. Piuttosto, una figura da tenere presente è Fetullah Gulen, guida del “Gulen movement”, un movimento religioso che – attraverso i suoi aderenti – costituisce la base di una buona parte del consenso dell’AKP. Se si vuole fare una similitudine spericolata, solo per capire da una prospettiva italiana, si può dire che se Erdogan ha molto di simile a Berlusconi, il Gulen movement ricorda una turca Comunione e Liberazione, ma più potente e con un peso politico molto maggiore (molto maggiore, sì, avete capito bene). E sarebbe un paradosso che da una protesta che ha come tema cardine la laicità, ne traesse giovamento un leader religioso.

Il rischio maggiore, però, è certamente quello che l’indebolimento di Erdogan possa minare il processo di pace fra Stato turco e milizie curde, firmato recentemente da Ocalan (capo del PKK in prigione) e lo stesso Erdogan, certamente la miglior cosa fatta dal primo ministro turco negli ultimi anni. Sia il CHP che i nazionalisti, com’è tradizione, si sono detti contrari a questo processo di pace, e anche Gulen ha sempre espresso alcune riserve. Una perdita di forza di Erdogan potrebbe mettere un freno alla realizzazione dei successivi passaggi dell’accordo, quelli più impegnativi per lo Stato turco dopo il ritiro – avvenuto come da patti – delle milizie del PKK dalla Turchia. Questo sarebbe un vero disastro.

COSA SUCCEDERÀ, LE SPERANZE
Come detto, nel breve termine si stenta a vedere una possibile evoluzione positiva di queste proteste, specie dopo il corso, ancor più autoritario e repressivo, scelto da Erdogan. Forse, però, alzando lo sguardo un po’ più lontano si può riuscire a intravvedere qualche speranza.

Il grande dibattito sulla società turca, quello più interessante e più gonfio di significati profondi e conseguenze ideali, è sempre stato quello sul kemalismo: il processo, profondamente riformatore e secolare, ma al tempo stesso autoritario, di Ataturk è stato un successo oppure no? Ataturk ha tentato, nello spazio fulmineo di una di un paio di generazioni, di modernizzare – sul modello europeo – una delle società più conservatrici del tempo, quella ottomana.

Per forzare quegli stessi processi che negli Stati Europei avevano impiegato due secoli, ha usato un autoritarismo oligarchico. Ha fatto pulizia etnica, ha soppresso il dissenso, e ha cercato di escludere – per legge – qualunque manifestazione pubblica della religione, con le leggi più severe e intransigenti che qualunque Paese non comunista al mondo abbia mai visto. Questo dibattito sulla secolarizzazione forzata è anche, ovviamente, un dibattito sulla possibilità di una democratizzazione dell’Islam.

I successivi decenni del ventesimo secolo possono essere visti come i rigurgiti, di quella società conservatrice, contro un’innovazione avulsa e forzata. Religiosi che riguadagnavano il potere, e seguaci di Ataturk – nella forma dell’esercito – che facevano un colpo di Stato per riprenderselo, e riassicurare la tutela della laicità. In questo ultimo decennio, con la salita al potere dell’AKP e l’indebolimento dell’esercito, il quesito al centro del dibattito è cambiato: l’arrivo al governo di una forza islamica, ma certamente meno integralista di quelle passate, è il tradimento del sogno di Ataturk o ne è il suo compimento?

La vittoria dell’AKP è la sconfitta del secolarismo kemalista o è il successo di quel processo di secolarizzazione che ha reso possibile la creazione di un partito d’ispirazione religiosa, ma responsabile e senza spinte teocratiche, equivalente a un partito cristiano-democratico europeo (come dice spesso Erdogan)? Nei primi anni 2000, anche grazie alle aperture all’Europa e alla democratizzazione, la risposta sembrava essere l’ultima: l’AKP sta diventando un centrodestra europeo.

Negli ultimi anni, però, con il continuo accrescimento del potere, e la svolta confessionale e autoritaria che il governo Erdogan ha preso, si è tornata a fare strada la prima ipotesi: un partito d’ispirazione religiosa, per di più islamica, comincerà inevitabilmente a reclamare un’invasività nelle scelte delle persone, sull’istruzione, sugli stili di vita. Non è un caso che, nelle proteste di questi giorni, una delle accuse trasversalmente più diffuse sia stata proprio quella di “mettere bocca nel proprio stile di vita”.

La preoccupazione, quindi è che Erdogan voglia trasformare la Turchia in una sorta di Dubai (o Qatar, o per fare un esempio al di fuori del mondo islamico, il Cile di Pinochet), uno Stato con grandi libertà economiche, ma confessionale e autoritario, con limitate – o limitatissime – libertà di dissenso, e di comportamento. Delle preoccupazioni ben riassunte in questa bella foto:

Per questo è importante che queste proteste siano, e auspicabilmente si mantengano, plurali e multiformi. Come dicevo, è difficile immaginare che attraverso delle dimostrazioni si rimarginino ferite profonde un secolo; però, in un passaggio storico per la Turchia, come saranno certamente ricordate queste proteste, un piccolo tassello – se proprio ci sforziamo a essere ottimisti – si sta costruendo in questi giorni, su due fronti.

Per prima cosa, il solo fatto che curdi e kemalisti, non dico manifestino insieme, ma condividano una protesta è già degno di nota (per chi conosce un po’ di Turchia, anche soltanto questa foto scattata a Londra è assurda). E in questo senso – al contrario di quanto detto prima – il fatto che i contenuti delle manifestazioni siano impostati molto sui principî e meno sui dettagli concreti è un vantaggio.

Inoltre, e questa è forse la cosa più importante, il fatto che molte anime protestino in piazza per la laicità e contro l’islamizzazione di una società cardine del Medio Oriente, quella a cui tutte le rivoluzioni arabe hanno guardato, è estremamente positivo. È importante che la parte laica della Turchia guadagni una consapevolezza e una coscienza civica che – quasi inevitabilmente – nei decenni passati è sempre stata demandata alla tutela dell’esercito che ne custodiva il valore, ma anche il monopolio.

Questo è significativo anche per quell’altra parte di Turchia, quella che vota l’AKP, e che per la prima volta vede nella laicità un principio difeso da un’opposizione democratica – un’opposizione che, perciò, dovrà cercare di guadagnare consenso, anche il loro – e non come un’istituzione imposta dai militari. Naturalmente non c’è alcuna garanzia che le cose andranno così, che la laicità diventi un patrimonio condiviso di tutta la Turchia. Ma l’alternativa non c’era: non si poteva continuare a colpi di Stato per sempre.

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Un po’ di Turchia

2 June 2013, 18:02 | Medio orientato | «Commenti: 7»

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Un paio d’anni fa mi sono messo a studiare abbastanza approfonditamente la storia e la politica della Turchia, e l’ho scoperta essere il Paese più complesso, contraddittorio, peculiare, e interessante al mondo. È uno di quei posti dove le categorie con le quali siamo abituati a pensare alle cose saltano, e quindi è molto difficile farsi un’opinione – cioè declinare il proprio pensiero generale in un contesto preciso – su quello che succede. Com’è possibile? L’esercito è il garante della laicità? La destra, ma non l’estrema destra, è la più europeista? Il centrodestra è meno ostile ai curdi, e alle minoranze, del centrosinistra? E l’occupazione militare, lunga trent’anni, di un Paese dell’Unione Europea, cioè Cipro? Sono tutte, queste e molte altre, posizioni strane, che si possono capire solo alla luce della storia della Repubblica turca.

In questi giorni di proteste mi sono trovato spesso a raccontare un po’ di queste cose, a persone e amici che cercavano di capire e che magari in passato mi avevano sentito dire frasi come quella con cui ho aperto il post: “la Turchia è il Paese più complesso e interessante al mondo”. Così ho pensato di mettere giù anche qui un po’ delle cose che penso siano importanti per capire queste proteste: è un racconto non solo parzialissimo e superficiale – un disclaimer che per la Turchia è ancor più necessario – ma è anche frutto della mia personale interpretazione degli eventi. Magari, però, a qualcuno può essere comunque utile per farsi un’idea.

Una considerazione chiave è questa: per capire la Turchia del XX secolo, non la si può confrontare con gli Stati europei dello stesso periodo, ma bisogna analizzarla attraverso la lente e le categorie dei due secoli precedenti: il nazionalismo era, a quel tempo, un’istituzione progressista, volta a conferire per la prima volta al popolo un diritto di legittimità su qualcosa: la propria terra. Nel caso di Ataturk, era in opposizione alla monarchia assoluta, storicamente e religiosamente importantissima, dell’Impero Ottomano, o anche l’ultimo Califfato (per capirne l’importanza, anche a livello dottrinario, basta pensare che il Califfato è l’unico degli imperi dissoltisi con la prima guerra mondiale ad avere ancora dei sostenitori).

In questa prospettiva due cose (lascio da parte altre, come la politica estera e la dearabizzazione, altrettanto interessanti ma non strettamente legate alle proteste di questi giorni) erano una minaccia per la coesione identitaria della Turchia: la religione e l’eterogeneità etnica. Per questo, la Repubblica è stata fondata su leggi che, al tempo stesso, vietavano e ne davano allo Stato (e quindi all’esercito, Ataturk era un generale) il controllo, di ogni manifestazione religiosa. Per le medesime ragioni, venne bandito qualunque tipo di riconoscimento dell’identità curda, anche il più flebile: parlare in curdo, la prima lingua di milioni di persone residenti in Anatolia, era vietato e punito come attentato allo Stato.

Tutti i successori di Ataturk hanno sempre conservato questo orientamento, rappresentati in quello che è sempre stato il partito kemalista (il vero nome di Ataturk era Mustafa Kemal) di riferimento, il CHP. Il CHP è un partito socialdemocratico – Ataturk era un estimatore dei socialismi europei –, attuale membro dell’internazionale socialista, che ha però delle peculiarità: è sempre stato strenuamente filo-occidentale (ma non filo-europeista, almeno negli ultimi decenni), ha delle posizioni fortemente nazionaliste, è molto legato all’esercito, ha rapporti pessimi con i partiti comunisti (che in Turchia sono curdi), è profondamente laico (fino al 2008 era vietato l’accesso al partito a chi portasse il velo).

Il problema è che, come spesso accade, la popolazione – specie quella rurale – è sempre rimasta più legata alle proprie tradizioni religiose rispetto all’élite cittadina, burocratica (e militare) che era l’ossatura del CHP. Questo ha fatto sì che, con un paradigma che si è ripetuto ogni 10 o 15 anni, ogni volta che si andava alle elezioni la parte conservatrice e religiosa prendeva molti più voti di quelli rispecchiati dalla precedente rappresentanza nelle istituzioni e nella politica. Un governo di stampo più religioso veniva formato: questo provava a riformare lo Stato nel senso di una maggiore apertura al dissenso, alla religione, alle minoranze, cercando inoltre di indebolire l’esercito. Ogni volta che questo succedeva, l’esercito entrava sulla scena politica con un colpo di Stato, varava delle leggi speciali per ristabilire l’ordine e lo “spirito patriottico del kemalismo”, e riconsegnava il potere al CHP.

Questo processo si è ripetuto tre volte e mezza negli ultimi 50 anni, l’ultima (la mezza) poco più di 15. Per questo la Turchia è sempre stata una semi-democrazia, guidata da un’élite con idee talvolta condivisibili, ma che venivano imposte attraverso leggi che altrove considereremmo liberticide, secondo i due principi elencati sopra: 1) la coesione etnica è necessaria per la coesione nazionale: un turco è un turco e basta: 2) l’Islam deve essere controllato e arginato, altrimenti prende possesso dello Stato e lo trasforma nuovamente in una teocrazia. Due esempî particolarmente simbolici, avvenuti nel corso degli anni ’90: la prima parlamentare curda, Leyla Zana, fu incarcerata per dieci anni per aver pronunciato in parlamento, in curdo, la frase «giuro in nome della fratellanza fra il popolo turco e il popolo curdo». Erdogan, l’attuale primo ministro, è stato in carcere per aver recitato una poesia a sfondo religioso. Di più: quando fu eletto doveva ancora scontare diversi mesi della propria pena, così che il mandato fu inizialmente affidato ad Abdullah Gul (il primo primo ministro apertamente mussulmano, oltre che attuale presidente turco).

L’Unione Europea ha sempre obiettato a questo tipo di provvedimenti (Zana è stata anche premiata dalla Commissione come dissidente), spingendo per una maggiore apertura della Repubblica. Ciò ha determinato la curiosa circostanza che, in Turchia, il centrodestra di Erdogan e i partiti curdi (di estrema sinistra, ma particolari: a favore della guerra in Iraq, per esempio) sono i maggiori sostenitori dell’Europa, in quanto potenziali beneficiarî delle aperture richieste, mentre il CHP – di centro o centro-sinistra – è il meno favorevole all’integrazione. Queste posizioni si sono parzialmente evolute negli ultimissimi anni per ragioni di politica estera, ma il nocciolo delle ragioni rimane il medesimo.

Il partito di Erdogan, l’AKP, è l’erede diretto dei partiti pro-religiosi che nei decenni precedenti furono messi fuorilegge dall’esercito. Per la prima volta, nel corso degli anni 2000, un partito è riuscito a contrapporsi al potere militare, smarcandosi dal timore di fare riforme troppo incisive per la paura di un possibile colpo di Stato. Questo è stato possibile per due ragioni: la pressione internazionale in questo senso, e un gigantesco consenso guadagnato dall’AKP, anche grazie a qualcosa di simile al boom economico italiano degli anni 60:  complici una serie di liberalizzazioni, l’economia turca ha fatto un enorme balzo in avanti negli ultimi dieci anni, crescendo a tassi che sfidano quelli dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). Alcuni analisti dicono addirittura che l’economia turca sia la più in salute al mondo (altri sostengono sia una grande bolla illusoria, vedi il primo commento a questo post).

Erdogan, all’inizio più prudente, ha cominciato così a proporre riforme sempre maggiori, accompagnato da un consenso sempre crescente (alle ultime elezioni l’AKP ha preso il 50%, ed è stato considerato un risultato deludente), fino ad arrivare a proporre – e fare approvare attraverso referendum popolare – la modifica della costituzione repubblicana. Tuttavia, nel guadagnare sempre più potere – anziché dismetterle – ha cominciato a utilizzare le stesse istituzioni di repressione del dissenso che aveva criticato, non soltanto smantellando il potere dell’esercito e facendo arrestare quella stessa leadership che lo aveva incarcerato 15 anni prima, ma attaccando anche la libertà d’espressione di quella parte di Turchia che non lo sostiene, con arresti e processi per giornalisti e dissidenti.

Queste, io credo, sono le – riassuntissime, violentate dalla sintesi – premesse necessarie a capire le proteste di questi giorni. Domani provo a buttare giù qualche pensiero più personale su ciò che esse vogliano dire, perché siano esplose, e quali siano i possibili sviluppi. Eccolo qui: LINK.

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Le bombe di Boston, il ragazzo saudita, e un po’ di buon senso

17 April 2013, 21:36 | Gruppo misto | «Commenti: 11»

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C’è questa storia del ragazzo saudita che si trova “nel posto sbagliato, al momento sbagliato”, e cioè alla maratona di Boston, nei secondi successivi alle esplosioni delle due bombe. Scappa, come fanno tutti. È ferito. È anche più sveglio degli altri: ha capito che le bombe sono state due, mentre le persone lì attorno pensano sia stata una sola. Questo fa insospettire qualcuno. Così la polizia, dopo averlo portato in ospedale, lo interroga. Intanto, un’altra squadra perquisisce la casa in cui vive con alcuni coinquilini, e fa delle domande anche a loro. Tutto questo solo perché è saudita. Scandalo. Gli americani sono razzisti. Il colore della pelle, eccetera.

Dovevano interrogare mia nonna. No, dico sul serio. Mia nonna vive a Boston. Non era alla maratona (per fortuna), ma fosse stata lì avrebbe dovuto suscitare gli stessi sospetti nella polizia rispetto al ragazzo, no? Perché del resto c’è la stessa possibilità che un’anziana signora di novantanni piazzi delle bombe a un evento pubblico rispetto a un ragazzo saudita? Se, a questa domanda, rispondete «sì», allora viviamo in due mondi diversi, e a me piacerebbe vivere nel vostro. Se, però, rispondete «no», com’è ovvio rispondere, allora è naturale conseguenza che la polizia si concentri sulle piste più sensate.

Il tutto, ovviamente, senza ledere alcun diritto della persone sospettate, ma è una posizione ottusa e ideologica sostenere che qualunque crimine ha le stesse possibilità di essere commesso da chiunque. Perché io, Giovanni, sono ben più sospettabile di mia nonna. E se la polizia interroga mia nonna, anziché interrogare me, non perde soltanto del tempo ma mette a repentaglio la vita delle persone che dovrebbe proteggere. E infatti non si comportano così, per fortuna.

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CEO Francesco I

14 March 2013, 1:19 | Il Male curabile | «Commenti: 3»

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Uno dei podcast che ascolto è quello di un programma, chiamato Planet money, che racconta delle storie legate all’economia, in maniera sempre interessante, molto narrativa, e mai noiosa. Si capiscono cose, con svago. Qualche giorno fa una puntata affrontava l’economia della Chiesa cattolica non dal punto di vista degli scandali, o dell’opulenza – punti di vista utili, ma abbastanza banali – ma da quello del management: cosa farebbe la Chiesa se fosse una grande azienda multinazionale, quale nei fatti è.

If you’re in business, there are certain signs that your company is in trouble. A big one: your CEO abruptly resigns.

And it’s especially worrisome if it is the first time this has happened to your company in almost 600 years.

La puntata è di metà febbraio, ma mi è tornata in mente oggi – per ovvie ragioni – perché una delle cose che dicevano nei 20 min di analisi manageriale della Chiesa, è che si tratta di un’azienda che investe troppo poco nei mercati nei quali è in espansione. In Europa e Nord America i cattolici sono in continua diminuzione, con tanto di drammatica crisi delle vocazioni, ma in Africa e specialmente in Sud America è un’azienda che va forte. Però la larghissima maggioranza delle strutture, del personale (i preti), degli investimenti, è allocata dove la Chiesa non sta crescendo.

Quindi, dicevano, da un punto di vista manageriale ci sarebbe assoluto bisogno di rifocalizzarsi e accattivarsi i mercati in espansione, come il Sud America, finora troppo trascurato dall’azienda.

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Contro il PD

6 March 2013, 22:13 | Alta politica | «Commenti: 29»

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Voi non ci crederete, ma in queste ore la dirigenza del PD si sta – e ci sta – raccontando che la colpa di questa sconfitta è l’essere stati troppo liberali. Questo, però, non è un post su liberalismo, socialismo e socialdemocrazia. No, è un post sull’endemica incapacità di confronto con la realtà di quel partito.

LA REALTÀ CI DÀ TORTO
Negli ultimi 4-5 anni Bersani ha, legittimamente, allontanato il PD dal liberalismo. C’è stata una battaglia politica e ha vinto quella parte che voleva un partito più socialdemocratico. Più socialista, meno liberale. È una scelta legittima, e non è detto che sia sbagliata. Alle urne ha perso tre milioni e mezzo di voti, ma la storia è piena di idee sbagliate che hanno raccolto consenso. Hanno ragione loro e hanno torto quelli che non li hanno votati? Può essere.

Ma una cosa è chiara: se il PD avesse preso il 41% (cioè il 7,76% in più rispetto alle ultime politiche), avrebbero detto che quella gigantesca vittoria era merito della svolta socialdemocratica e anti-liberista del PD. Invece hanno preso il 25.42% (cioè il 7,76% in meno rispetto alle ultime politiche), e cosa dicono? Esattamente lo stesso. Che la sconfitta è colpa del non essere stati abbastanza socialdemocratici, dell’alleanza con Monti, dell’austerity, eccetera. Verrebbe da dire Popper e l’infalsificabilità del marxismo, se non fosse troppo facile.

E QUINDI ABBIAMO RAGIONE
Eppure, spesso, questo meccanismo avviene in buona fede, da parte di persone che su molti temi hanno idee condivisibili e ben espresse (ho-molti-amici-dalemiani). Poi, però, ci sono quei due o tre argomenti sui quali il ragionamento da conventicola, gli spauracchi e le parole d’ordine, la fedeltà alla linea e i nemici giurati, superano in squadrismo e chiusura anche quelle dei grillini.

Funziona così: Mario un giorno si sveglia e dice ad Alberto che il liberismo ha i giorni contati, o che la figlia di Ichino è una raccomandata. Alberto ci pensa, lo metabolizza, e lo riferisce a Maria. Maria fa suo il pensiero e lo condivide con Giacomo. Giacomo, allora, incontra Mario e glielo dice. E Mario pensa «ah beh, se lo pensa anche Giacomo deve essere vero».

Questa claustrofobica autoreferenzialità è l’essenza di quella che, durante le primarie, chiamavo dissonanza cognitiva. Ma è molto di più, mi sono reso conto: è l’elevazione del confirmation bias a un livello di sistematica e patologica efficienza.

LE PRIMARIE
È stato durante le primarie che questa coazione mentale, il ragionamento da setta e il terrore dell’OPA ostile si è manifestata in tutta la sua potenza. E lo dice uno a cui Renzi non piaceva, ed era anzi abbastanza determinato a non votarlo.

Forse è stato proprio il non essere renziano a rendermi così sbalordito: i renziani davano per scontato che l’apparato fosse ostile, del resto era ciò che Renzi andava dicendo da tempo – faranno la lotta nel fango, faranno qualunque porcata per non farci vincere. Ma per me, spettatore scettico, è stato sconcertante realizzare che quella dirigenza fosse davvero disposta a qualunque porcata, e a negare d’averla fatta.

Le stesse persone per giorni, prima delle primarie, hanno deriso Renzi per essere riusciti a fregarlo, cambiando le regole a suo svantaggio. Poi, quando è venuta fuori la polemica sulle regole, hanno negato – quasi offesi – che quelle modifiche potessero svantaggiarlo (qui spiegazione delle 4 porcherie anti-Renzi: sia chiaro, avrebbe vinto ugualmente Bersani, che è un’aggravante). Se sostenitori di Renzi pubblicizzavano un sito, senza indicazioni di voto, per semplificare la procedura di registrazione era una patente violazione delle regole; se sostenitori di Bersani pubblicavano sui giornali inviti a votare Bersani, era una sciocchezzuola. Lo stesso Bersani ha detto la gigantesca bugia di essere stato lui a volere le primarie, dopo aver nicchiato per due anni mentre Renzi lo rincorreva apparizione su apparizione per cercare di stanarlo. Sempre lo stesso meccanismo del doppio standard.

Poi, beh, durante le elezioni Renzi è diventato utile alla ditta e allora c’è stato il contrordine compagni.

IL “VUOTO PNEUMATICO”
E pensare che il mio scetticismo su Renzi era stato nutrito anche da uno scambio di email con un amico bersaniano: mi aveva spiegato un po’ di cose, e molte delle sue critiche mi avevano convinto. Quello delle proposte di Renzi era un “vuoto pneumatico”.

Ora, io non so se qualcuno si è preso la briga di leggersi il programma economico del PD in questa campagna elettorale: non c’era un numero, una sola cosa concreta e quantificata. Cosa vuole fare il PD con la spesa pubblica? Aumentarla o abbassarla? Vuole tagliare l’Irap? Ma di quanto? Con quali soldi? E l’Irpef? “taglio del 3%, ma non subito” non è una risposta. Quando? E dove prendi i soldi? E l’Ires? Vuole dare più soldi all’istruzione e alla ricerca? E la sanità? Quanti soldi, e presi da dove? Alzando le tasse? Facendo delle dismissioni? Quante? E il debito pubblico lo vogliamo abbattere? Come e di quanto? L’unica cosa accompagnata da una cifra era l’elettoralistica abolizione dell’IMU sulla prima casa a chi paga meno di 500€.

Perfino il PDL aveva dei numeri, per quanto strampalati e irrealizzabili. Il PD, invece, niente. Né le dichiarazioni di Bersani (segretario) o Fassina (responsabile economico) chiarivano alcunché. Il programma del PD era un tale “vuoto pneumatico” che, nei varî articoli dei giornali che mettevano a confronto il peso economico dei programmi, i numeri del PD se li inventava il giornalista – oh, non so se è chiaro. I numeri se li inventava il giornalista!

Pensate ci sia stato qualcuno che, dal di dentro, abbia finalmente denunciato questo vuoto di contenuti, in questa era di dittatura-della-comunicazione? Ovviamente no.

REALISTI REALISTI, IDEOLOGICI IDEOLOGICI
Ora: perché il PD non ha elaborato uno straccio di piano sui 5 anni di legislatura? Non sono in grado di farlo? Non è così. È certamente una scelta comunicativa, la vaghezza dovrebbe aiutare a non scontentare nessuno. Ma c’è un altro fattore, estremamente importante, e centrale per il modello di politica che è attualmente alla guida del PD: è la prodigiosa e improbabile commistione di realpolitik e furore ideologico.

Perché non è solo la proverbiale questione delle “segrete stanze”, nelle quali si entra con idee diverse, si fa un accordo politico, e si esce fingendo di avere sempre avuto la stessa. Il problema è che a questa si associa, sempre sottotraccia, un filtro di lettura della realtà smaccatamente ideologico (oggi è la moda di Keynes, fra cinque anni sarà qualcos’altro) che produce la dissonanza cognitiva di cui sopra. Solo che questa linea ideologica che è presente in tutte le conversazioni, nelle discussioni private, nei discorsi a nuora-perché-suocera-intenda, in qualche dichiarazione strappata, non viene mai affermata con forza in pubblico: sarebbe un’offesa alla prudenza del realismo politico.

Perciò la presenza pubblica del PD si traduce in una costante vigliaccheria, e menzogna, rispetto alle idee piene che i dirigenti di quel partito covano. Da questo derivano le dichiarazioni di Fassina in stile Arafat, che in italiano dice una cosa e in inglese – al Financial Times o al Wall Street Journal – dice esattamente l’opposta. Da qui deriva la Taquiyya su Europa e Germania, odiata nelle sezioni del PD quasi quanto nel PDL. E deriva la mancanza del coraggio politico di fare di testa propria: se Bersani pensava di essere in grado di risanare i conti, e di farlo meglio del Governo tecnico, perché non ha detto “no” a Napolitano, andando subito a nuove elezioni?

LA CASTRAZIONE PERMANENTE
La risposta che Bersani dà è che il PD è stato “responsabile”, ed è vero, verissimo – al tempo l’ho molto apprezzato. Però riconoscere che essere “responsabili” vuol dire non portare al governo la propria linea politica, significa che il proprio orizzonte ideologico sarebbe, invece, irresponsabile. Che affermare in pubblico idee come queste (è un documento di una riunione degli economisti del PD, o d’area, che ha postato un’amica su Fb) o quelle che si sentono dire a tutti i bersaniani interpellati al bar, porterebbe l’Italia nel disastro.

Nei fatti, questa dirigenza del PD è più realista di sé stessa. Ed è proprio questo che matura un permanente sentimento di castrazione, quello che è precisamente all’origine dell’incapacità d’analisi della realtà che descrivevo all’inizio: abbiamo fatto un partito più-socialista-ma-non-abbastanza, abbiamo perso, e quindi dobbiamo essere più socialisti. Ah, se fossimo stati socialisti quanto volevamo davvero, lì si che avremmo vinto.

E, infine, questo meccanismo ha un risultato ultimo abbastanza evidente, e che tutti abbiamo imparato a riconoscere nel PD, la più totale impossibilità di autocritica: perché se non abbiamo mai fatto, per davvero, quello che volevamo fare, come possiamo metterne in dubbio la bontà?

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Buon San Valentino, ma non a voi

14 February 2013, 10:11 | Il Male curabile, Medio orientato | «Commenti: 6»

3 su 5

L’unica tradizione di questo blog, il post di San Valentino, va rispettata:

Tanti auguri.

Agli unici innamorati al mondo che non possono permettersi di non sopportare questa festa. Che non hanno il diritto di sogghignare dei lucchetti a Ponte Milvio o farsi venire l’urticaria per le strade tappezzate di cuori di peluche rossi. Di ridere delle scritte per terra, o di considerare kitsch le scatole di cioccolatini a forma di cuore.

In Arabia Saudita, e in tanti altri posti del mondo, festeggiare San Valentino è vietato dalla legge. Ti viene a prendere la polizia per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Non è una parodia, si chiama veramente così. Perché amarsi è un’idea occidentale.

A tutti coloro per i quali volersi bene è – necessariamente – un atto rivoluzionario, a loro, buon San Valentino.

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Berlusconi, il sesso, e le donne che – uh uh uh! – lo fanno

13 February 2013, 13:36 | Moralismo noioso | «Commenti: 46»

4 su 5

In questi giorni vi sarà capitato d’imbattervi nell’ultimo video in cui Berlusconi fa il Berlusconi, e lo fa chiedendo a una donna «lei viene?». È il solito atteggiamento, bieco che si pensa burlone, ridicolo che si pensa trasgressivo. C’è da commentare?

Però, leggendo in giro, mi è sembrato di capire che nessuno di coloro che si sono indignati per questa ennesima berlusconata di Berlusconi abbia ben presente qual è il punto di quella miseria, il ragionamento sotteso a quel tipo di battuta che poi – bisogna dire la verità – tantissima gente fa, e trova divertente, al di fuori del contesto berlusconide.

E naturalmente il punto non è il contesto, non è che Berlusconi sia un ex presidente del consiglio né che sia in pubblico. La tristezza umana di quei commenti non ha nulla a che fare col contesto in cui sono pronunciati. E, ancora di più, non c’entra nulla con “la dignità di donna”, come hanno detto in molti, né con l’essere volgare/esagerato/fuoriluogo – ognuno ha diversi standard di volgarità: dire le parolacce non ha nulla a che vedere con le battute à la Berlusconi.

Ha invece a che fare con:

Quella concezione dozzinale e meschina del rapporto uomo-donna, dell’ironia da caserma fascista. Del suo essere portatore insano e orgoglioso di quell’insieme di sessuofobia e sessuomania che è quella malintesa virilità, il latin lover nella peggiore delle accezioni di questo concetto: quello che ha paura del sesso e se ne vergogna, la considera una cosa insana, ma al tempo stesso ha un’ossessione; la mente sempre puntata lì all’infrazione della norma – ovviamente soltanto nelle orecchie degli amici al bar, che ascoltano le tronfie spacconerie di un millantatore in punta di cazzo.

Il punto è che Berlusconi mostra di pensare che il fatto che una donna faccia del sesso, che lei “venga”, sia una cosa curiosa, divertente, e non la più naturale per tutti: donne, uomini, cani, cartoni animati. Provate a immaginare la stessa battuta riferita invece a una qualunque delle naturali attività umane: «lei mangia?», «lei cammina?», «lei dorme?». La gente si guarderebbe in giro domandandosi: «ma che è, ubriaco?».

Berlusconi, e tanti con lui, pensa che se una donna fa del sesso per proprio piacere, come del resto fanno gli uomini, questo stesso fatto è degno di nota. Uh, uh, uh: fa del sesso!, che ridere. Il pensiero sotteso, naturalmente, è che invece ogni donna dovrebbe vergognarsi, semmai cosa-mi-spingo-a-dire avesse una vita sessuale attiva, e nascondere al pubblico questa propria balzana propensione.

Per questo è davvero avvilente leggere Michele Serra che – rispolverando lo stesso armamentario della donna subalterna e indignata in quanto donna dalle allusioni sessuali (si sa, è il ruolo delle donne quello di essere offese dai riferimenti al sesso) – scrive che quella donna avrebbe dovuto rispondere a Berlusconi «ma come si permette, maiale?».

La risposta più sensata – e soprattutto scevra da quella morbosità sessista – sarebbe stata semplicemente: «sì, certo (anche se difficilmente con soggetti viscidi come lei). La trova una cosa stravagante?».

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