Adriano Sofri

16 January 2012, 23:46 | Èbbene l'ho scritto, Moralismo noioso | «Commenti: 40»

4 su 5

Il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa;
il secondo miglior momento è ora.
Proverbio africano

Oggi Adriano Sofri in gergo giornalistico è tornato “un uomo libero”, come io l’ho sempre considerato da quando – ero un adolescente, uno Young Contrarian – gli sono silenziosamente grato. Non avevo ancora diciott’anni e lessi un suo articolo sul lanciare i sassi, dentro e fuori di metafora. Era una lettera con cui Sofri diceva ai diciottenni come me: «io, che ho lanciato i miei sassi, e non faccio più a tempo per non lanciarli, vi provo a spiegare – ragazzi – perché è meglio non farlo». Per me fu un seme di pensiero molto importante, indottrinato com’ero alle lodi per la coerenza, alla fedeltà alla linea. A vent’anni si è stupidi davvero.

Mi sforzai di dargli torto, ricordo, e non ci riuscii. Fu così che imparai che non è l’occasione a fare l’uomo ladro, che non si può dare il male per scontato in tutti; quello tracciò la strada per la rivelazione più importante, che non si può dare il male per scontato in nessuno. Ora che sono cresciuto ho capito anche che non è neppure un furto a fare di un uomo un ladro, e che si è sempre in tempo per non lanciare il prossimo sasso.

Di articoli di Adriano Sofri ne avevo letti e ne continuai a leggere, ma quello in particolare lo ricordo con affetto, perché è la memoria istantanea di una mia più lenta epifania. Invero, la mia gratitudine non fu completamente silenziosa, una volta gli scrissi una lettera impudica che non so se abbia mai ricevuto (mi firmai solo “Giovanni”) in cui spesi mille parole per dirgli grazie, fra le altre cose, di avermi insegnato a non lanciare i sassi. È sempre difficile raccontare a una persona quanto la si stima senza essere pacchiani, dirle che ti ha fatto da maestro quando questa non ti conosce. Mi rassegnai a dire, anche in maniera indiscreta, le cose che pensavo e che penso tuttora: che “la sua sofisticata sensibilità, il suo delicato modo d’insegnar cose” meritavano il mucchietto di parole che gli stavo scrivendo.

Così ho sempre conservato questa vicenda e quelle parole per me, e oramai è passato qualche anno. Ho riletto la lettera oggi, e un po’ me ne vergogno, ma sono contento d’averla scritta. E anche quest’altre parole, quelle che sto scrivendo qui, m’imbarazzano un po’: però penso sia il modo migliore per spiegare che io, ad Adriano Sofri, voglio bene, e anche se non lo conosco di persona e lui non sa chi sono, è un uomo che mi ha fatto crescere – certamente è una delle persone che mi ha insegnato a tenere più alla felicità dei più deboli che all’infelicità dei disonesti.

Per questo oggi è un bel giorno: perché quale che sia l’opinione di ciascuno sulla bontà della sentenza che l’ha dichiarato colpevole o sulla bontà delle idee che un tempo professava (la mia è negativa su entrambe le cose: ma cosa conta?), non c’è alcun insegnamento che alcuna persona possa trarre dal fatto che Adriano Sofri sia privato della propria libertà. Se il fine ultimo del carcere è la riabilitazione – e, per favore, lo è –, non c’è modo di dire che non sia avvenuta, anche a livello simbolico: chissà a quanti diciassettenni come me avrà insegnato che è meglio leggere un libro (o giocare alla Playstation) che lanciare dei sanpietrini.

Un paio di settimane fa, fra i migliori dei miei contatti, è girato il video qui sotto: è il discorso con cui Sergio D’Elia, ex militante di Prima Linea, segnò il proprio – e quello di molti suoi ex-compagni – passaggio dalla lotta armata alla lotta disarmata, dalla lotta al costo delle persone alla lotta per le persone. È un video commovente.

Visto che lo cito in questo post, dovrei forse specificare che – per le ragioni storiche che sappiamo – Lotta Continua non è Prima Linea; che, per questo, Sergio D’Elia appartiene comunque a un altro gruppo rispetto ad Adriano Sofri, per quello che ha fatto e per la storia che rappresenta. Ma sbaglierei: tutti appartengono allo stesso gruppo, al quale apparteniamo anche noi, quello degli esseri umani, che devono essere giudicati per quello che sono ora, e non per quello che sono stati in passato. Se possono dare un contributo alla società o, purtroppo, un detrimento.

Il video è tratto da questo documentario, ed è un video che secondo me qualifica chi lo guarda più di chi lo ha pronunciato: cosa si può obiettare alla vittoria della democrazia e della natura umana, della fratellanza e di tutti noi, se si hanno il cuore e la testa in equilibrio? Come si può considerare valore la sofferenza di un qualunque individuo, qualunque cosa abbia fatto, per la sola ottusa ragione del fargli pagare la persona che è stata e non è più?

Spero che queste non sembrino parole ingenue; sono fra le meno ingenue delle parole che ho scritto, fra le più ragionate e riflettute. Non mi sembra possibile pensare altrimenti, se non si è sedotti dal male: è un principio fondato su di una verità basilare – che non c’è etica al di fuori della sofferenza degli umani.

Come dicevo, si è sempre in tempo a non lanciare la prossima pietra. È un’idea che non ha colore. Qualche tempo fa lavorai, sulle mutilazioni genitali femminili, a No Peace Without Justice. Nella stanza a fianco alla mia lavoravano, con Nessuno Tocchi Caino, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. S’impegnavano, e s’impegnano, assieme a Sergio D’Elia per una buona causa. È una rivoluzione così bella e commovente che in un film la crederemmo esagerata. Mi ricordo che, senza dire niente, ogni volta che li incrociavo pensavo: «qualunque vittima non potrebbe essere più riscattata di così».

E penso che sia anche grazie ad Adriano Sofri, che mi ha insegnato che si può sempre cominciare a piantare gli alberi, se la penso così. Sono felice che anche lo Stato italiano l’abbia riconosciuto, così tardi, oggi.

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I cattivi

31 December 2011, 6:52 | Alta politica | «Commenti: 44»

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In questo post userò l’espressione “i cattivi”, userei anche “i buoni” se ne avessi bisogno. Sopravviverete, spero.

Ieri Lele Mora ha tentato il suicidio in carcere. Vista la dinamica, si è ipotizzato che si trattasse di un’azione dimostrativa, e che Mora non volesse davvero suicidarsi. È possibile che le cose stiano così, e mi interessa poco. Ciò che, invece, mi ha lasciato una bella amarezza di fine anno sono le ironie deridenti e un certo mellifluo distacco umano con cui ho visto commentare la faccenda da tantissimi. Erano commenti cattivi. Questo non è grave di per sé: capita di farsi prendere dalla foga, dall’insofferenza verso personaggi che malsopportiamo. Poi uno te lo fa notare, tu ci pensi su, e dici «sì, effettivamente ho esagerato». E infatti c’erano delle persone, poche a dire il vero, che con delicatezza cercavano di far presente l’esagerazione di quelle cattiverie. Però quegli altri, i cattivi, anziché riconoscere l’errore, rincaravano le proprie parole. E a ogni risposta dei primi arrivava una replica dei cattivi ancora più cattiva. Io non ho avuto coraggio di intervenire, perché sapevo che il sangue mi sarebbe diventato amaro. Poi però finisce che quelle discussioni ti rimangono in testa, così come il bisogno di sfogarti, e perciò eccomi qua a scrivere.

La cosa deprimente è che neanche quegli altri, quelli che rispondevano, erano proprio buoni perché – un po’ costretti dalla forma mentis dei cattivi – a ogni intervento sentivano il dovere di schiarirsi la gola specificando che Lele Mora non lo sopportavano proprio (e naturalmente, nessuno è immune, ci ho pensato anche io buttando giù questo post: lo scrivo o non lo scrivo?), come se questo avesse una qualche rilevanza. La mia replica spreferita era quella che, invariabilmente, tutti i cattivi davano quando avevano finito gli argomenti a propria difesa – non è che ne avessero molti –, ovvero: «eh, ma perché ti occupi di Mora e non dei poveracci che muoiono in carcere?». L’obiezione è del tutto illogica, ovviamente, un principio di umanità vale per Mora come per “i poveracci”. Ma il vero paradosso è che tanti di quelli a cui era indirizzata quella frase si occupavano eccome (anche) dei-poveracci-che-muoiono-in-carcere, facendolo quasi sempre nel silenzio completo di quegli stessi cattivi, che trovano certamente il tempo di commentare con spietatezza la notizia del – presunto – suicidio di un Lele Mora, e mai quello di scrivere una parola sul 65° (e più) – consumato – suicidio di un non-Lele-Mora nell’anno appena concluso.

 

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Maria Antonietta accusa Trenitalia

29 December 2011, 18:39 | Gruppo misto | «Commenti: 217»

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Una volta che Trenitalia ne fa una giusta.

È nata una polemichetta, addirittura con accuse di razzismo, perché le ex Ferrovie dello Stato hanno creato un nuovo piano tariffario sui Frecciarossa nel quale ci sono quattro fasce anziché due (questa già dovrebbe essere considerata una cosa positiva). Di queste quattro, ce n’è una – la più bassa – che non permette l’accesso alla carrozza ristorante.

Si sono dilapidate invettive d’ogni genere, che giravano attorno all’accusa di classismo. Queste accusa non poteva che venire da persone che nel classismo sono talmente immersi, da non rendersi conto di trasudarne inconsapevolmente. Essere ricchi non è una colpa (anzi, spesso è un merito); essere ricchi e non rendersene conto è una colpa, ma una colpa piccola; essere ricchi, non rendersene conto ed ergersi a paladini dei poveri al grido «che mangino brioches!» è invece una colpa grande.

Ora, provo a spiegarlo semplice semplice: se uno è povero non prende il Frecciarossa – prende i diretti sulle tratte brevi, gli espressi su quelle lunghe. Se ce n’è la necessità, prende l’Intercity. Se può, evita in tutti i modi il Frecciarossa. Magari qualche volta lo prende di sabato (quando costa il 50%). Perché – guarda caso – l’unico modo per fare sì che uno povero prenda il Frecciarossa è abbassare il prezzo. Ecco, a rendere ancora più paradossali le critiche c’è il fatto che, con queste modifiche tariffarie, il prezzo del biglietto base diminuisce del 6-10% (5 euro sulla tratta Roma-Milano). Ora, per chi non ha mai viaggiato in seconda classe sul rapido Taranto-Ancona, sappiate che un risparmio di 10 euro su un biglietto andata-ritorno è una cosa notevole. Non immaginate quante cose si fanno per risparmiare 10 euro su un biglietto.

Ma mettiamo il caso che non si parli dei poveri poveri, ma di qualcuno che si permette a malapena il Frecciarossa (magari grazie a quel 6% in meno): affrontiamo la questione della carrozza ristorante. Se ci sono quattro tariffe e tu scegli quella più bassa vuol dire che vuoi, più di tutto, risparmiare. Fidatevi, ve lo dico io. Non vuoi per nessuna ragione cenare nella carrozza ristorante, anche detta “carrozza gioielleria” visti i prezzi: ti porti il panino da casa, o vai al McDonald’s della stazione. Io ho preso tanti treni in vita mia, raramente erano Eurostar, ma qualche volta sì. E non ho mai, dico mai, mangiato nella carrozza ristorante. Perché? Perché costava troppo. Mi è forse capitato una o due volte di prendere un caffè, e me ne sono subito pentito (e comunque il servizio bar sarà previsto per tutte e quattro le tariffe).

Ci sono tante critiche che si possono fare a Trenitalia, specie dal punto di vista di chi non ha molti soldi. La poca e inefficiente circolazione dei treni più economici, per esempio. Ma lamentarsi della mancanza di un servizio pensato per un target completamente differente, magari quello di chi critica, dimostra solo la mancanza di agnizione del personaggio “realtà”.

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Lipstick on a pig

27 December 2011, 12:07 | Gruppo misto | «Commenti: 23»

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Ho rifatto il look al blog, in particolare ho stravolto le colonne laterali. Siccome il mio amico Paolo dice che sono la persona con meno senso estetico al mondo, chiedo a chi passasse di qua – o chi legge da feed – se ha qualche parere o consiglio: scrivete, semmai, nei commenti.
Le due cose che non si toccano sono le due colonne, mi piace averne due, e in generale i colori: voglio il viola, e lo sfondo non mi piace né bianco né nero.

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È morto Christopher Hitchens, era il migliore

16 December 2011, 7:12 | Èbbene l'ho scritto | «Commenti: 28»

5 su 5

“Where liberty dwells, there is my country”,
Ben Franklin once said. T
om Paine had replied,
“Where liberty dwells not, there is my country”

È morto Christopher Hitchens. Era il migliore.

Hitchens era il più acuto e il più sagace, il miglior giornalista e il migliore scrittore. Era impossibile leggerlo o ascoltarlo senza imparare qualcosa, perché le sue opinioni non erano, mai, prodotte da riflessi condizionati, di partigianeria o tic mentali. C’era sempre una vigorosa e competente tensione verso la verità, che teneva i suoi ragionamenti sempre fuor di pregiudizio, come si può dire davvero di poche persone. Proprio per questo, per l’incredibile intelligenza del suo eclettismo, era impossibile capire a priori come la pensasse quando scriveva su un argomento nuovo. Eppure, ogni volta, dopo averlo letto pensavi: «cavolo, era ovvio che la pensasse così». E aveva sempre più ragione di quanto t’aspettassi.

Per questo motivo era sempre stato molto difficile identificarne la matrice politica: Hitchens era un progressista, nel senso più pieno del termine. La sua unica ideologia era l’estirpazione delle sofferenze delle persone. E lo era nella maniera più scanzonata e divertente, assieme dotata dell’arroganza dei fatti, e dell’umiltà del voler cambiare idea di fronte al torto. Se c’è una persona le cui opinioni non volevo smettere di leggere, è questa qui.

Feroce critico di qualunque conservatorismo, annichiliva – con la forza dei proprî argomenti – chiunque fosse contrario ai matrimonî gay o ai diritti delle donne sulla scorta di dogmi risalenti all’età della pietra. Era perciò un grande oppositore del Vaticano, dove fu convocato come advocatus diaboli nel processo di santificazione per Madre Teresa di Calcutta (rispose più o meno: «gratis?!?»)Per la medesima ragione Hitchens fu uno dei pochissimi a riconoscere i pericoli dell’islamismo senza che questo lo portasse al retrivo accartocciamento su di sé, del considerare occidentali – né tantomeno giudaico-cristiani – le idee di libertà (d’opinione, sessuale, di governo), per le quali qualunque persona che voglia marcare un segno su questa Terra deve combattere.

La frase in epigrafe al post è la più hitchensiana ch’io abbia letto: «”dove c’è libertà, quello è il mio Paese”, aveva detto Franklin; “dove non c’è libertà, quello è il mio Paese” aveva risposto Paine» – di cui Hitchens era grande estimatore e biografo. Era il primo nemico di qualunque dittatura al mondo. Si fece picchiare da una squadraccia fascista, per l’irrefrenabile impulso di cancellare una svastica su un muro di Beirut – «quando vedo quel simbolo non posso fare a meno di volerlo cancellare», disse. Acceso sostenitore della democrazia e del governo del popolo, è sempre stato un grande critico al vetriolo della politica estera realista, come nel caso della complicità con regimi dittatoriali delle varie amministrazioni americane durante la Guerra Fredda. Ha scritto Processo a Kissinger in cui enuncia le ragioni per cui l’ex segretario di Stato americano – e teorizzatore della dottrina realista della connivenza con le dittature – dovrebbe essere incriminato per crimini di guerra e reati contro l’umanità.

Dopo l’Undici Settembre, quando George W. Bush passò dalla piattaforma realista di isolazionismo con cui era stato eletto a farsi campione dell’esportazione della democrazia, l’indipendenza di bandiera e l’emancipazione dell’intelligenza impedirono a Hitchens di fare il salto opposto, come invece tanti altri: fu inizialmente a favore della guerra in Iraq, nonostante Cheney e Rumsfeld. Pur condividendone la pulsione ideale – umanitaria e libertaria – dell’intervento, conservò rilevanti scrupoli su come l’amministrazione Bush la stava portando avanti: sperimentò in prima persona il waterboarding per dimostrare che si trattava di una vera e propria tortura e chiedere che fosse bandito come tecnica d’interrogatorio.

In un recente dibattito contro Tony Blair, in cui Blair difendeva la posizione che la religione portasse del bene nel mondo, disse la memorabile frase: «Sapevo che avreste tirato fuori la carità e la beneficienza. Ma noi, signori e signore, sappiamo – e siamo la prima generazione che ha la fortuna di saperlo davvero – qual è il vero rimedio alla povertà. A lungo abbiamo ignorato questa cosa, ma ora la si sa. Il rimedio per la povertà ha un nome, infatti. Si chiama empowerment of women, dare potere alle donne. E dovunque si guardi nel mondo e si provi a rimuovere le catene – dell’ignoranza, delle malattie, della stupidità – alle donne è invariabilmente un qualche clero a mettere i bastoni fra le ruote». Blair, che era noto per essere un fuoriclasse dei dibattiti e dei question time, riconobbe che quel confronto l’aveva vinto Hitchens.

Del resto aveva la fama del miglior dibattitore che avesse mai messo piede sulla Terra, secondo Martin Amis avrebbe surclassato anche Cicerone o Demostene: «se devi dibattere con Hitchens, c’è un solo stratagemma che può salvarti: rinunciare», spiegò Dawkins. E, incredibilmente, non era mai noioso. Una volta , prima di un dibattito in cui Sam Harris e Hitchens avrebbero fronteggiato due rabbini, Harris raccontò di aver chiesto consiglio alla moglie su come non risultare noioso. Lei gli rispose: «non preoccuparti, niente di quello che fa Hitchens è mai noioso». Nel suo epitaffio, lo stesso Harris ha scritto: «una delle poche gioie del vivere in un mondo pieno di stupidità e ipocrisia era vedere Hitchens rispondere».

In uno degli articoli più emotivamente densi che abbia mai letto, raccontò la storia di Mark Daily, un ragazzo arruolatosi nell’esercito americano. Si augurava di poter fare qualcosa per il mondo in cui viveva, e la rimozione di uno dei regimi più sanguinarî del ’900 gli era parsa una delle migliori cause: fu persuaso da alcuni degli articoli a favore dell’intervento scritti dallo stesso Hitchens, e partì come volontario per l’Iraq. Lì morì. Hitchens si mise in contatto con la famiglia del ragazzo, e fu al suo funerale. Dall’Iraq aveva scritto questa cosa alla moglie – credo che sia impossibile trovare parole più belle e ricche che una persona possa rivolgere a un’altra persona:

Una cosa che ho imparato su di me, da quando sono qui fuori, è che tutto quello che ti ho professato a proposito di ciò che desidero per il mondo, e ciò che ho voglia di fare per ottenerlo, era vero.

Il mio desiderio di “salvare il mondo” è, in realtà, solamente un’estensione del tentativo di costruire un mondo adatto a te.

Qualche tempo fa molte persone che avevano imparato qualcosa da Hitchens registrarono un video per ringraziarlo di com’egli avesse cambiato la loro vita. Nelle parole di uno di questi ragazzi: «grazie per avermi insegnato come pensare, non cosa pensare». Lo fecero nel modo più scanzonato, quello che sarebbe piaciuto a lui, con un bicchiere in mano, poche parole, e un brindisi a questo grande uomo che avrei tanto voluto avere come insegnante, come fratello, come vicino di casa, come barista, come compagno di bevute, ma più di tutti come amico.

È per quelli come te, Christopher, che mi dispiace tanto che tu avessi ragione – anche su quella cosa, come su tutte le altre – che Dio non c’è, e neppure una vita dopo la morte. Mi mancherai più di tutti.

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Pape Diaw

15 December 2011, 2:12 | Gruppo misto | «Commenti: 17»

2 su 5

C’è un video che gira molto su internet. In questo video c’è una persona, smaccatamente nera, chiaramente di quell’Africa che definiamo sahariana. Anzi, subsahariana. E questa persona dice cose di buon senso, le dice con un’eccellente proprietà di linguaggio, e, nel breve tempo che ha, descrive le sue opinioni e gli eventi che cita con capacità d’analisi e passione: può essere che esageri un po’ nelle definizioni, ma anche questa esagerazione è in tono – è quasi necessaria – con la questione assurda, terribile e vergognosa che è accaduta a Firenze.

Il titolo del video, quello con cui viene condiviso è “discorso di un senegalese umilia certi italiani”. E io, dalla prima volta che l’ho visto, prima ancora di imparare che quel signore si chiama Pape Diaw, che è il portavoce della comunità senegalese, che è stato per cinque anni consigliere comunale a Firenze per il centrosinistra, che è molto più che “un senegalese”, avevo un qualche fastidio nel leggere il generale entusiasmo per quelle parole – giuste, sacrosante, normali – che riuscivo solo a intuire.

Così ci ho riflettuto su, per decifrare quella linea di insofferenza che percepivo. E credo di aver capito che quello che mi infastidisce è che Diaw sia celebrato per delle cose che, dette da un italiano, non incontrerebbero 99 di quei 100 entusiasmi. È il fatto che per “un senegalese” abbiamo un orizzonte d’attesa più basso, come se ci aspettassimo meno, al punto da tradire stupore quando quel senegalese è una persona per bene, colta, ragionevole, normale. Volenti o nolenti, e per fortuna, siamo oramai un Paese multietnico, ci sono senegalesi che sono in Italia da quarant’anni, se li si può ancora chiamare senegalesi. Considerare sorprendente e degno di nota che esistano immigrati che mangiano in testa ai peggiori fra gli italiani è, come dire, un po’ razzista.

Ora direte: ma dove li metti quegli altri? Quelli peggiori, quelli che pensano e dicono cose razziste. Non so dove li metto, ma non sono generalmente il mio interlocutore immaginario. Davvero dobbiamo sempre prendere una posizione immaginando Borghezio come interlocutore? Davvero il nostro confronto dev’essere, sempre, con l’ultimo nella sala che dice le cose peggiori? Non è un po’ facile, così?

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Tanja

13 December 2011, 18:27 | Ogni me è politico | «Commenti: 21»

5 su 5

per Il Post
(dove non l’ha letto nessuno,
e secondo me hanno fatto male)

Quella che segue è solo una storia, ed è una storia che ha due morali. Come tutte le storie, racconta solamente una fotografia e quella sua parte di verità. In più è successa quattro anni fa, e non l’ho mai raccontata per intero, quindi alcuni particolari potrebbero non essere precisi, anche se confido che lo siano. Mi sembra però utile a descrivere un fenomeno che si è mostrato in tutta la chiarezza con quello che è successo a Torino: ovvero il fatto che gli zingari siano l’unico gruppo etnico per il quale il razzismo è, tutto sommato, accettato in società. Un fenomeno di disumanizzazione che non avviene per nessun’altra etnia, o meglio: che quando avviene per altri gruppi incontra – giustamente – una fortissima censura.

Perché ancora più grave della fiaccolata anti zingari, ancora più grave del ginecologo delatore che riferisce ai genitori della verginità della figlia, ancora più grave di questi genitori indecenti ossessionati dalla “purezza” di una ragazza, forse anche più grave dell’idea di giustizia fai-da-te e di responsabilità collettiva, c’è il fatto che una sedicenne, di fronte a una situazione di difficoltà, ha pensato che il miglior bersaglio come capro espiatorio di un’accusa di stupro fossero gli zingari. E, si badi, se anche si desse il caso che fra i rom ci sia un tasso di violenze sessuali maggiore rispetto al resto della popolazione, questo non dovrebbe cambiare nulla, come vorrei che questa storia spiegasse. È una storia che risale al periodo in cui decisi di lavorare al tendone che la Protezione Civile allestisce a Roma ogni inverno per i senza tetto, i barboni. Le persone che ci venivano erano delle più diverse, molti immigrati, tanti con problemi d’alcol, qualcuno non aveva più una casa perché cercava qualcosa e qualcuno non ce l’aveva perché scappava da qualcosa. Fra coloro che scappavano da qualcosa c’era Tanja (ho cambiato il nome).

Tanja era una ragazza di circa sedici anni, “molto bella” come si dice in questi casi, ma in una maniera un po’ particolare, sembrava sia più giovane che più vecchia della sua età. Era nata in Bosnia, ma aveva vissuto in diverse parti d’Italia con la larghissima famiglia, per diverso tempo vicino Milano, parlava un italiano quasi perfetto anche se aveva frequentato la scuola per poco e a singhiozzo. Non si fidava di nessuno. A tredici anni era stata venduta al marito che l’aveva pagata 48mila euro per la sua bellezza e perché era vergine. Se non fosse stata vergine, il suo valore sarebbe stato dimezzato. La questione della verginità, e del sesso, varia molto a seconda delle diverse sottoetnie rom (e sinti): in alcune le donne hanno molta più libertà (sessuale), in altre non ce l’hanno neanche gli uomini.

Tanja, naturalmente, non aveva scelto il marito, né lo amava. Lui la picchiava e la costringeva a rubare (sempre assieme a una compagna più grande che la controllasse) e a drogarsi. Quando lui si faceva d’eroina, lei si chiudeva in bagno per ore, per scamparla. Spesso quando era arrabbiato, oltre a picchiarla, era lui a chiuderla a chiave nella roulotte per giornate intere. Ovviamente era una relazione in cui il confine fra stupro e rapporto consensuale non esiste. Quelle volte che la polizia era arrivata a sgomberare il campo – spesso sgomberava solo parti del campo, su base etnica – aveva battuto con i pugni sulla finestra della roulotte in cui era chiusa, per farsi notare. Qualche volta non l’avevano vista, altre volte l’avevano ignorata. Tutto questo succedeva in Italia.

La prima volta che lei riuscì a scappare la ritrovarono, la sua famiglia allargata aveva occhi ovunque, e le diedero talmente tante botte da quasi romperle la mascella, assieme alla promessa che se l’avesse rifatto l’avrebbero uccisa. Non aveva vie d’uscita: la madre di lei era complice, anzi era stata la stessa madre a venderla al marito. E per qualunque tentativo di fuga c’era la certezza che qualche parente, da qualche parte d’Italia – ma anche d’Europa – la riconoscesse. Lo sperimentammo in prima persona quando si presentò – del tutto casualmente: per avere un posto letto e un piatto caldo – una persona che lei riconobbe come cugino di un suo lontano cugino, uno che avrebbe riferito a suo marito o a suo fratello dove lei fosse. Ce lo venne a dire per tempo, tremando come non ho mai visto una persona tremare, e lo assegnammo a un’altra struttura prima che la vedesse.

Potete immaginare quanto fosse inaccettabile, per me che ero per la prima volta esposto a tali ingiustizie, il perpetuo marchiamento di quella ragazza, l’impossibilità di un qualunque riscatto. L’assistente sociale che lavorava con me, invece, conosceva suo malgrado situazioni simili. Mi spiegò che l’unica speranza era che la ragazza fosse accolta in una struttura permanente e ben custodita per qualche anno, e che nel frattempo si calmassero le acque, ovvero che il marito s’innamorasse di qualche altra povera vittima e dimenticasse il “torto subito” della sua fuga. Il primo passaggio di questo percorso d’espiazione, dell’unica colpa di essere nata in un luogo e in un tempo determinato, lo percorremmo: la trasferimmo in una struttura permanente. Dopodiché non ne ho avuto più notizie, ho cominciato a fare altro, all’estero, e come sia andata a finire non lo so.

Questa storia racconta probabilmente la vicenda più terribile che potreste ascoltare sui rom. È quella che colpisce di più – e infatti è quella che più ricordo, delle tante storie di nomadi che ho sentito in quel frangente o in altri contesti lavorativi –; altre parlano di un ambiente in cui è sempre presente il maschilismo – “rom” in romanì vuol dire uomo, ma anche marito – e una scarsa considerazione dell’infanzia, ma con un’incidenza quasi nulla della violenza e una mentalità non vendicativa. La storia di Tanja è, insomma, quella che sembra più confermare il pregiudizio della sua coetanea torinese.

Ci sono però due cose su cui bisogna riflettere. La prima è che l’unica speranza di Tanja è lo Stato, e la cosa è talmente chiara che perfino lei – cresciuta ed educata nel background più lontano – se ne rende conto. È una speranza parziale, però, perché quello stesso Stato non ha la forza o la volontà di aiutare le tante ragazze come Tanja che non hanno la fortuna di ritrovarsi fuori. È uno Stato che, troppo spesso, ha la faccia di quei poliziotti che si voltano dall’altra parte. Uno Stato che, troppo spesso, adotta quel diverso metro – e quella responsabilità collettiva – che è il primo nemico da combattere: se un torinese fa qualcosa d’illegale prende una multa o va in carcere, se lo fa un rom si provvede a espulsioni o viene sgomberato il campo dove vive (assieme a tanti altri).

La seconda, e più importante, è che Tanja è, lei stessa, una rom. È la prima vittima, molto più di chi subisce un furto d’autoradio, di tutte le cose peggiori che sono associate “ai rom”. “I rom” è Tanja. È anche la prima vittima delle fiaccolate anti-rom, dei linciaggi per responsabilità di gruppo che rischiano di dare alle fiamme la roulotte dove vive proprio lei; è vittima di qualunque sgombero, di qualunque espulsione, perché quella vicenda – che è l’unica vera questione – la seguirà ovunque venga cacciata. Lei è la persona che meno ha fatto per meritare il nostro disprezzo, eppure è la prima a cui è indirizzato.

Questi due fatti, io penso, portano alla conclusione che bisogna sempre, sempre, trattare le persone come individui. Che né la responsabilità, né la considerazione di, deve essere associata a un gruppo anziché alla persona. È un fenomeno che non si vede soltanto nella Lega Nord e nei “fiaccolanti”, ma c’è in chiunque voglia preservare una qualunque cultura – sia quella padana o quella rom, quella cristiana o quella mussulmana – a scapito della felicità e dei diritti degli individui. Non bisogna mai pensare che qualcosa sia la “nostra” o la “loro” cultura, perché il mondo a cui aspiriamo è il mondo in cui non ci sono “noi” e “loro”, e per ottenerlo non si può che cominciare iniziando a trattare gli individui solamente rispetto a sé stessi.

È l’unico modo per scardinare il meccanismo che vuole tutti i rom colpevoli di una presunta violenza e che ha purtroppo la stessa matrice dell’atteggiamento di chi – spesso animato da buone intenzioni – difende una diversa cultura, una “diversa” concezione dell’infanzia, una “diversa” concezione dell’igiene, una “diversa” concezione della legalità, e dentro la testa ha l’idea che quelle cose lì, quella diversità, siano i rom: come se fossero, geneticamente, più portati alla sporcizia, all’illegalità, ai maltrattamenti. È il caso di pensarci, di pensare a Tanja, la prossima volta che diciamo “i rom”.

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Classifica di colpevolezza sulla faccenda di Torino

12 December 2011, 13:00 | Gruppo misto | «Commenti: 45»

1 su 5

E alla fine questa è la classifica di colpevolezza sulla faccenda di Torino:

1° posto, I PICCHIATORI FASCISTI che vanno a distruggere un campo rom. Avrebbero il primo posto anche se la storia dello stupro fosse stata vera.
2° posto, I GENITORI ossessionati dalla verginità della figlia, e che ossessionavano lei. La purezza sessuale. Nel 2011. Anzi, in qualunque tempo.
3° posto, IL GINECOLOGO che riporta alla madre sulla verginità della sedicenne. Da radiazione immediata.
4° posto, LA RAGAZZINA che, nel mezzo del casino creato dall’avere dei genitori indegni, decide di puntare il dito contro il capro espiatorio più facile. Attenuanti per l’età e per i genitori stessi.
5° posto, IL FRATELLO che, nella situazione, diventa complice della menzogna invece di fronteggiare ed eventualmente denunciare – se l’avessero picchiata – i genitori.
Ultimo posto, I ROM del tutto incolpevoli.

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Ipotizziamo il caso inverso

11 December 2011, 13:43 | Alta politica | «Commenti: 56»

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Gli zingari sono l’unica categoria di esseri umani per i quali sopravvive, nella coscienza di tutti, un gigantesco doppio standard, una disumanizzazione che non avviene per nessun’altra categoria d’individui senza che questa incontri una fortissima censura in società.

È successa la cosa peggiore che possa succedere in un Paese civile. Il linciaggio. Un campo rom dato alle fiamme. La vendetta collettiva e biologica – per nascita. I migliori di noi s’indignano, che altro si può fare? I peggiori, invece, pensano – quante volte l’ho sentito dire – che però anche loro delle volte se la cercano. Tutto lì. Ma ipotizziamo il caso inverso.

Ieri a Torino è successa un particolare fatto di cronaca: una ragazza sedicenne, rom, ha denunciato uno stupro da parte di due ragazzi torinesi. In realtà, si è scoperto, si era inventata tutto.  L’ha fatto per tutelare il proprio buon nome: in famiglia le venivano imposte le norme culturali più retrive, con l’ossessione per la verginità. La zingara, perciò, aveva deciso di accusare due poveri ragazzi torinesi che non avevano fatto nulla di male.

Purtroppo, però, con la confessione non c’era stato il lieto fine. Nel frattempo venuti a conoscenza della notizia prima della smentita, un gruppo di zingari aveva organizzato una manifestazione, presto tramutatasi in una spedizione punitiva per andare a dare una lezione a questi torinesi. Questo gruppo di zingari aveva preso spranghe, bastoni e bombe carta e s’era diretta verso la zona residenziale del quartiere Vallette, dove abitavano i due. Prima che arrivasse la polizia avevano distrutto tutto, case e automobili di persone che non c’entravano nulla, e come degna conclusione del raid, avevano appiccato il fuoco a diverse abitazioni nella speranza di fare una strage.

Fosse successa una cosa simile, ipotizziamo, quali sarebbero state le reazioni? Si parlerebbe giorno e notte del pericolo che gli zingari pongono alle famiglie italiane; ci sarebbero rivendicazioni – da parte di tutti i partiti – della tolleranza zero e del pugno di ferro; i sondaggi di Italia 1 reciterebbero cose come “pensi che i rom siano geneticamente portati alla menzogna e alla violenza? sì 99% no 1%”; forse staremmo già discutendo dell’approvazione di leggi speciali per deportare tutti gli zingari che vivono in Italia da qualche parte nel globo.

Invece è successo all’opposto, e domani già non se ne parlerà più. Forse è il caso di pensarci, la prossima volta che succede un decimo di una cosa simile, ma a parti invertite.

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Per insegnarti e per impararti

6 December 2011, 20:25 | Alta politica, Moralismo noioso | «Commenti: 11»

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Si parla tanto di “cambiamento culturale” per questo governo, in confronto a quello passato. L’ho notato anche io: certo, la sobrietà, ma quello sta diventando un cliché che si autoconferma (Obama non è sobrio, è semmai autorevole); la cosa secondo me più significativa è un’altra, ed è ben esemplificata da ciò che ha fatto Giarda nella conferenza stampa che annunciava la manovra. Parlo ovviamente del suo fact-checking, in cui il Ministro si è preso l’incarico di correggere gli errori o le incompletezze dei suoi colleghi. Mi è piaciuta anche la reazione di Monti («mi raccomando, correggi anche me»), mentre mi è piaciuta meno – dello stesso Monti – la reazione alla commozione di Fornero («commuoviti pure, ma correggimi»), pur appunto sottolineando anche qui il valore dell’essere corretti.

Questa cosa dell’accettare, e anzi incoraggiare, le correzioni degli altri – come un favore che questi ci fanno, e non come una cosa di cui offendersi – è il miglior stravolgimento “culturale” che ha portato questo governo, e penso che abbia molto a che vedere con l’estrazione accademica di molti di questi ministri: certo, anche nell’università ci sono gelosie e personalismi, ma non troverete nessun altro posto dove – durante una qualunque conferenza – tante persone facciano professioni d’ignoranza, o di consapevolezza d’ignoranza, come «sicuramente in questa stanza c’è qualcuno che ne sa più di me», «Mark Smith, correggimi pure, ché sei tu l’esperto nel campo», o understatement simili.

Che, come tutti sappiamo, non sono veri understatement, sono il riconoscimento – dicevamo – che insegnarsi le cose gli uni con gli altri, e quindi migliorarsi a vicenda, è una cosa non solo benvenuta, ma necessaria. Non ce lo vedo proprio Monti, o altri di questo collegio dei ministri, a usare espressioni stupide come “maestrini” o “non accetto lezioni“, per screditare chi non è d’accordo: chi meglio di loro sa che i maestri sono una cosa importante e bella, e che una lezione è il miglior regalo che qualcuno ci possa fare?

E invece ve lo immaginate cosa sarebbe successo – ma non sarebbe mai potuto succedere – se durante una conferenza stampa qualcuno si fosse azzardato a prendersi l’impegno di correggere Gasparri o Gelmini? O perfino Berlusconi, immaginate la faccia sconvolta dei varî yes-man che aveva intorno. Sarebbe andata a finire con una serie infinita di repliche piccate (“io non ho sbagliato!”), e poi imbarazzate (“non intendevo dire che sbagli…”), da persone convinte che l’importante sia l’aver avuto ragione e non l’averla ora.

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Guevara chi?

6 December 2011, 15:44 | Diario dalla Palestina, Medio orientato | «Commenti: 89»

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Ieri Benigni ha citato Pazienza che citava Che Guevara. Che la citazione fosse di Che Guevara, Benigni non lo sapeva, o forse se l’era scordato. E forse anche noi ci siamo un po’ scordati di Che Guevara, nelle camerette di tanti di noi fino a qualche anno fa. Tanto che ci si chiede, per scherzo, «Che Guevara chi?». C’è un posto, però, dove Che Guevara è sempre di moda. Ancora più di quanto non lo sia stato qui, tanto da intitolargli vie, figli e negozî. Questo posto è la Palestina, dove lo chiamano Givara (lo pronunciano così), e dove scattai questa foto, all’alimentari Guevara. C’è una cosa che non bisogna dire, però, in Palestina: che Givara era ateo, quella cosa lì non la possono credere.

È forse un peccato che gli adolescenti di sinistrasinistra abbiano perso questo tipo di icone in favore di altre più postmoderne, conservatrici e anti-illuministe. Che Guevara era un vero marxista: progressista, internazionalista e guerrafondaio.

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Fornero

5 December 2011, 15:15 | Alta politica | «Commenti: 19»

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Se avesse riso come per il terremoto all’Aquila, beh guarda che farabutta.
Se avesse fatto una faccia serena, beh guarda come non gliene frega niente.
Se avesse fatto una faccia imperturbabile, beh guarda che insensibile.
Se avesse fatto finta di niente, beh guarda come occulta la verità.
Se si è commossa, beh guarda che donnetta instabile che non può fare il ministro (e, giusto per contraddirci nello spazio di cinque minuti, comunque sono lacrime di coccodrillo!).

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Core de ‘sta città: Fiorentina-Roma 3-0

5 December 2011, 2:00 | La palla è rotonda, Ogni me è politico | «Commenti: 16»

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Chi non capisce il tifo contro, non capisce il tifo. E chi non capisce il tifo, non capisce il calcio.

La spiegazione breve è che, per ciascuno di noi, le squadre avversarie non sono i calciatori o la città; no, sono gli amici che tifano quella squadra lì. Se non c’è nessuna persona a cui vuoi bene da prendere in giro, o da cui essere preso in giro, è come giocare a Risiko da soli: ma che gusto c’è? La spiegazione lunga è qui, e ve l’andate a leggere, se ne avete voglia.

FIORENTINA Capirete bene, quindi, che per un tifoso della Fiorentina che ha passato infanzia e adolescenza a Roma, Fiorentina-Roma è la partita dell’anno (infatti mi ero presentato in tenuta da combattimento). Più che Fiorentina-Lazio per due ragioni, così da far arrabbiare entrambi: perché i tifosi romanisti sono i più lamentosi d’Italia, qualunque partita, anche persa cinque a zero, è sempre colpa dell’arbitro, del palazzo, della sfortuna. E quindi è molto più bello batterli. La seconda è che la squadra al governo a Roma è la Roma: la Lazio è tutt’al più opposizione. E difatti, nonostante sia cresciuto a Roma Nord, conosco molti più romanisti.

Oggi la Fiorentina ha battuto tre a zero la Roma, e lo ha fatto nel migliore dei modi. Dimostrando la netta inferiorità della Roma. È importante: la partita non ha dimostrato la superiorità di una squadra vigliacca e senza gioco come la Fiorentina – di quello chissene frega –, no ha dimostrato la netta inferiorità di una Roma che ha giocato in maniera nulla, noiosa e irritante, nervosa e svogliata, irascibile e lagnosa, insomma ha giocato e perso da romanista, e questo sì che è ragione di gioia.

Ciò vale per la squadra, che ha finito la partita in otto uomini (e doveva finire in sette) e ha regalato due rigori alla Fiorentina (e dovevano essere tre). Ma c’è qualcosa di ancora più bello, e cioè che una sconfitta simile ha talmente traumatizzato i tifosi romanisti da averli completamente snaturati: li ho sentiti – naturalmente ho finito il credito a forza di telefonate e messaggi agli amici di una vita – mesti, rassegnati, arrendevoli. Quel rosicamento sommesso che regala una soddifazione speciale all’amico-avversario: non una lamentela, una critica all’arbitro, nessun piove-governo-ladro (eppure pioveva a dirotto e il governo passava la manovra!).

Per me la stagione è finita. Il campionato non può dare molto altro: se anche vincesse la Roma al ritorno, noi avremmo vinto all’andata, e per tre a zero. Basta così. E l’indirizzo della partita è stato talmente chiaro che, per tutti, la soddisfazione non è celebrativa di sé, è nello sfottò agli altri. Mentre si viaggia, sui treni in Toscana, si canta – la base è Cristina D’Avena –un-due-tre un-due-tre un-due-tre-tre questo è il valzer del romanista (notizie di prima mano).

E, come detto, vale all’inverso: a Roma della partita non ne parlano, cosa inaudita, neanche per lamentarsi. Sanno che se la possono prendere solo con loro stessi. Sanno che non hanno niente su cui possano recriminare, al di fuori della propria squadra. Sanno che se fosse stato un match di Pro Evolution Soccer si sarebbe detto che il giocatore che teneva la Roma aveva il tasto “quadrato” rotto. Sanno di aver deliberatamente buttato una partita contro una squadra cadavere. Sanno che l’hanno persa loro, e hanno fatto di tutto, per perderla. Sanno che se fosse scesa in campo solo la Fiorentina sarebbe finita 0-0. Non c’è soddisfazione più bella. Grazie, Roma.

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Prigionieri del loro stesso fascismo

2 December 2011, 4:24 | Alta politica | «Commenti: 120»

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Fascismo è una delle pochissime parole italiane che siamo riusciti a esportare in tutto il mondo nell’ultimo secolo, anzi è l’unica che mi venga in mente: che orgoglio, eh? Qui in Italia, luogo d’origine, si è molto più precisi, e perciò un fascista è quello col libro e il moschetto, viva il Duce e camicia nera. E ha certamente senso che sia così. Però, nel mondo, quella parola vuol dire un’altra cosa. E vuol dire esattamente questa cosa qui, quella che è successa al signore qui accanto. Chiedete a qualunque anglofono (ma anche francofono, immagino) qual è il significato di “Fascist behaviour”: vi descriverà proprio il trattamento che questi cavernicoli hanno riservato a Oscar Giannino.

Giannino – un liberale ottocentesco fino alle scarpe, e che per questo delle volte dice cose sbagliate – dovrebbe fare un nuovo incontro alla Statale di Milano, ma farlo un po’ diverso. Questa volta dovrebbe andare lì non a parlare di economia, ma a fare una bella lezione sulla filosofia dei pensatori cardinali del liberalismo sei-sette-ottocentesco, su cosa voglia dire per loro la libertà.

Christopher Hitchens, che è il più bravo di tutti, è riuscito trovare la frase che meglio potesse riassumere il significato di tre secoli di liberalismo, nell’Areopagitica di John Milton, in The Age of Reason di Thomas Paine, in On Liberty di John Stuart Mill. Hitchens dice che il senso profondo di questi tre libri è racchiuso in un concetto, che lui esprime così:

Non si tratta soltanto del diritto della persona che parla a essere ascoltato, è il diritto di tutti coloro che sono nel pubblico a poter sentire e ascoltare. Ogni volta che zittisci qualcuno ti rendi un prigioniero della tua stessa azione, perché ti neghi il diritto di ascoltare un’altra opinione.

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Il commento del mese

1 December 2011, 2:49 | Alta politica, link und recht | «Commenti: 26»

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Tiro fuori il blog dalla perdurante abulia per menzionare il commento del mese, scritto da uqbal sul blog di Francesco, in risposta a chi – non è importante il contesto –, alla fine di un ragionamento sull’esclusione di alcuni temi dal dibattito, gli contestava che fosse “Tutto legittimo per carità, ma vediamo di non essere ingenui”:

e invece vediamo proprio di essere un po’ più ingenui, perché non se ne può più delle continue analisi dietrologiche che spesso fanno somigliare la sinistra ad una Lega capace di usare i congiuntivi.

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“No al governo dei banchieri”, collage

17 November 2011, 22:21 | Alta politica, immagina tu | «Commenti: 37»

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Auguri di buona compagnia.

 

 

 


[...]Continua a leggere

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Hope!

17 November 2011, 13:52 | Alta politica, Ogni me è politico | «Commenti: 9»

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per qdR magazine

A profezie non ci becco. La fine di Berlusconi non me l’aspettavo così, e in realtà non me l’aspettavo proprio. E, anzi, me l’ero già aspettata diverse volte: nel 2006 l’avevo dato già per finito. Quello che più ancora non mi aspettavo è che un ventennio così diviso e fratricida, in cui il primo – e talvolta l’unico – indizio della collocazione politica di ciascuno era “cosa ne pensi di Berlusconi?”, finisse con una compattezza d’intenti e di disposizione al sacrificio che dà speranze sulla salute di questo Paese – un’altra profezia che avevo sbagliato. Sembra quasi che ci sia una chance che le scorie di questo ventennio non rimangano in circolo quanto invece ci eravamo immaginati.

Naturalmente ci sono le eccezioni, la Lega che pare tornata alla versione populista d’inizio anni ’90 che parla di “quei signori” intendendo quelli che vogliono mettere a posto un Paese che loro hanno governato negli ultimi x anni. Ma anche questo potrebbe essere un segno positivo: nessuno, se ci fate caso, chiede ai leghisti di assumere una posizione più ragionevole, sembra diano quasi per scontata la parabola discendente che li riporti a essere il partito spazzatura, assimilati a Le Pen in Francia o Haider in Austria, come succedeva vent’anni fa: con un suffragio neanche troppo basso, gli egoisti ci sono in tutti i Paesi, ma escluso dal processo decisionale dalla buona volontà degli altri.

Vendola, pur agitando alcune parole d’ordine prepolitiche, sembra non voler cavalcare una situazione che pure potrebbe sfruttare populisticamente: non avendo nessuno in Parlamento, e quindi nessuna responsabilità fattuale di fronte all’emergenza, avrebbe la possibilità di attaccare tutte le misure più necessarie ma impopolari. Che è quello che voleva fare Di Pietro, ma che la sua stessa base – altro segnale positivo – ha forse convinto a ripensarci, almeno parzialmente, per senso di responsabilità.

Non solo abbiamo scoperto di avere un Presidente della Repubblica eccezionale, che non ne ha sbagliata una: e non era per nulla facile fare né troppo né troppo poco, dovendosi rapportare a questo Berlusconi; non solo in giro si sentono tanti che hanno un nuovo atteggiamento positivo verso l’Europa, come l’unica àncora di salvezza che in effetti è, e non come una aliena burocrazia che ingerisce per far togliere il crocifisso; ma c’è qualcosa di catartico nell’unione d’intenti Bossi-La Russa-Di Pietro-Diliberto, come se in qualche modo le cose tornassero al loro posto.

Il timore era sempre stato che Berlusconi lasciasse un’Italia segnata dal proprio passaggio, sia a destra che a sinistra, dove in barba alla propria storia si era cominciato semplicemente a dire l’opposto di Berlusconi, specie sulla giustizia (ma anche sull’economia), un po’ come era stato con Bush sulla politica estera. Se, come diceva Gaber, riusciremo a emanciparci non da Berlusconi in sé, ma da Berlusconi in me, in noi, nella nostra società, avremo davvero un bacino di speranza – e di buona volontà – a cui attingere, nonostante i tempi duri che inevitabilmente ci aspettano. L’auspicio è che Monti riesca a distribuire con equità, anche sui bersagli più difficili, la cura di austerità di cui è costretto a farsi medico. A giudicare in anticipo, però, non sembra esserci momento migliore per fare cose giuste ma impopolari, come toccare le varie rendite di posizione.

Naturalmente non bisogna peccare di ottimismo. Ci sono tantissime ragioni per essere pessimisti, e sono forse di più che quelle per sperare in bene. Però le ragioni per essere pessimisti c’erano già prima, l’ottimismo invece è una sensazione nuova.

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Scontentiamo tutti

14 November 2011, 10:07 | Alta politica | «Commenti: 40»

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Ci sono diversi modi per tentare di risanare i conti di uno Stato che è in rosso, e questa la sarà scelta che Monti si troverà ad affrontare. Ci sono misure su cui tutti sono d’accordo, come la lotta all’evasione fiscale o il taglio dei costi della politica (e quindi non ne parlo qui, non vedo possibili obiezioni), e altre che invece scontentano una parte o l’altra: chi vuole un risanamento di marca più socialista pensa principalmente a una tassa patrimoniale e alla reintroduzione dell’ICI, chi lo vuole di marca più liberale pensa principalmente alla revisione dell’articolo 18 e all’aumento dell’età pensionabile. Io dico: scontentiamo tutti.

EQUITÀ E MERITOCRAZIA
Facciamole tutte, queste misure, perché il risanamento di cui ha bisogno l’Italia è sostanzioso. Alcune sono già nella legge di stabilità approvata da Berlusconi prima di dimettersi, l’auspicio è che vengano rafforzate. Ma anche – e più importante – perché questo Paese manca di due cose: equità e meritocrazia. E, al contrario di quello che pensano molti in Italia, sono due cose inestricabilmente interconnesse.

Equità vuol dire che tutti abbiano le stesse possibilità di partenza, che anche l’operaio possa volere il figlio dottore. Ma vuol dire anche che ciascuno abbia il miglior servizio possibile dalla società in cui vive. Meritocrazia vuol dire che il criterio con cui si scelga chi far operare sia quello del merito, e nessun altro. Che quindi siano limitati il più possibile tutti gli altri fattori, in particolare quello del censo. Ma questo principio – non ci scordiamo – non è un principio astratto o suprematista: noi non vogliamo premiare i più bravi perché sono più bravi, noi li vogliamo premiare perché fanno il miglior servizio possibile alla società. Un architetto migliore fa i ponti migliori, un dottore migliore cura meglio la gente, un pizzaiolo migliore fa la pizza più buona. Incentivare i migliori conviene a tutti.

ICI
Non c’è nulla da fare, in un Paese stagnante e in cui nessuno investe, la differenza la fa il mercato immobiliare. Gli affitti costituiscono spesso il 30 o anche il 40% di uno stipendio: questo vuol dire che chi ha una casa di proprietà, quasi sempre ereditata, ha uno stipendio notevolmente più alto. E questo vale ancora di più fra i giovani: se mamma e papà hanno una casa da darti, o ti pagano l’affitto, puoi permetterti di andare in un’altra città a studiare. Altrimenti devi lavorare prima e poi fare l’università, oppure assieme, ma con meno efficienza per entrambe. Finiti gli studî vale la stessa cosa, ed è il motivo per cui questo esercito di fantomatici “bamboccioni” non si muove da casa dei genitori. Chi si può permettere un affitto con gli stipendî da fame che hanno i ventenni in questo Paese? Pochissimi: la differenza fra chi può e chi non può la fa soltanto l’avere genitori (o i nonni) che ti lasciano la casa. Questo non ha nulla di meritocratico.

PATRIMONIALE
Il principio è lo stesso. A noi sta bene che ci siano persone che guadagnano di più, se questo servizio è importante per la società – ad esempio, dovremmo pagare molto di più gli insegnanti, che vorrebbe anche dire averne di migliori, ci sarebbe più concorrenza per il posto, più specializzazione –, il problema non è quanto uno guadagna, che qualcuno guadagni tanto è parte di un sistema virtuoso. Però ci sono persone che la propria ricchezza l’hanno ereditata e non se la sono guadagnata facendo un servizio alla società. Un po’ siamo tutti così, perché da bambini sono i nostri genitori a crescerci e comprarci i vestiti, ma sarebbe bene limitare questo principio il più possibile. Rispetto a ciò è ovvio che fare una tassa sul patrimonio colpisce di più i patrimonî accumulati rispetto a un innalzamento delle tasse (sullo stipendio). Il primo sono le entrate passate, il secondo quelle correnti. Se c’è un’emergenza, ha più senso ricorrere alla prima.

ARTICOLO 18
Nel 2002 ero alla famosa manifestazione di Cofferati: sbagliavo. In Italia c’è un sistema a due velocità, e sono due velocità enormemente differenti: la prima è una Ferrari, la seconda è un triciclo. Le persone con un contratto a tempo indeterminato, sono la larghissima maggioranza degli over 40, sono la classe più tutelata del mondo. E poi ci sono quelli che sono arrivati dopo, gli under 40, che sono la classe meno tutelata nel mondo occidentale. Che queste due condizioni possano coesistere, nella stessa economia, è il più grande sintomo del male dell’Italia: la difesa corporativa. Ciascuno difende sé stesso e i proprî privilegi, e quando bisogna chiedere sacrifici, li si impongono a chi non si può difendere, a quelli che verranno. Siccome l’economia italiana non poteva più reggere con le chiusure che la caratterizzavano, si è deciso di flessibilizzare, però ognuno ha difeso il proprio – i sindacati hanno difeso i loro iscritti – e alla fine è stato colpito soltanto chi già da prima aveva poco: a forza di co.co.co e nessun ammortizzatore sociale, in quella che è davvero la precarietà. Eppure il principio dovrebbe essere semplice: ho bisogno di una baby sitter? Assumo una baby sitter, perché ho quel bisogno. E se quel bisogno non c’è più? Devo mantenere a pagarla anche se non mi serve più? Questo concetto è chiaro sotto ai 15 dipendenti, non si capisce perché non debba valere al di sopra. Un’economia in cui nessuno è avvantaggiato è un’economia che si può permettere dei sussidî per questo standard a tutti, se invece è solo una classe ad avere delle tutele (che costano alla società), quel costo sarà pagato interamente a spese dell’altra (senza offrire nessuna garanzia). Vogliamo che siano, ancora una volta, quelli che non hanno a pagare le tutele di quelli che hanno?

ETÀ PENSIONABILE
Anche qui vale lo stesso discorso: ci sono quelli che hanno la pensione a 65 anni e quelli che non si sa quando ci andranno (se continua così, 120). Perché, è ovvio, il costo sociale di andare in pensione prima è a carico di tutti gli altri, i soldi non si inventano. Se abbassassimo l’età pensionabile a 30 anni, il costo di quelle pensioni dovrebbe essere pagato – col proprio lavoro – dai lavoratori che hanno fino ai 30 anni. Perciò si tratta di decidere: ripartire equamente quel sacrificio necessario o farlo soltanto a carico di quelli che verranno? E, se ci si pensa, qualunque procrastinazione del tipo “età pensionabile a 67 anni nel 2050 (ma anche 2027)” è qualcosa di eticamente scandaloso: vuol dire che c’è bisogno di un sacrificio, ma questo sacrificio lo si chiede solo ad alcuni, e il pagamento di questo privilegio fino alla data in questione, cioè il costo di quei due anni di meno fino al 2027, la pagano gli esclusi. C’è chi obietta che questo vorrebbe dire venire meno al patto sociale, perché quelle persone hanno cominciato a lavorare con delle prospettive precise offertegli dalla generazione precedente (a cui loro hanno pagato la pensione). Bene: ma se quella promessa era fasulla mica se la possono rifare con quelli dopo, mica si può ripetere – e anzi aggravare – lo stesso inganno. Quel patto non è stato fatto con chi ora ha 5 anni, è stato fatto con chi ora ne ha 85: e però a pagare la pensione sarà il primo. Come si fa a chiamare questo equità?

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Berlusconi e le televisioni

13 November 2011, 12:38 | Alta politica | «Commenti: 87»

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Berlusconi è andato dal Capo dello Stato a dare le dimissioni perché non aveva la maggioranza in parlamento. Insomma, aveva ragione chi diceva che non era una dittatura.

Ora, però, vale la pena ricordare anche un’altra cosa, a futura memoria: il governo Berlusconi, con la più grande maggioranza della storia repubblicana, e con un’informazione televisiva mai così di parte (Minzolini, Masi), è caduto.

Insomma, il monopolio televisivo – per l’ennesima volta – non ha aiutato Berlusconi a salvarsi. Dico per l’ennesima volta perché tantissima gente ha sempre sopravvalutato l’impatto di questo ipoteticamente riuscito lavaggio del cervello nelle vittorie di Berlusconi. Quindi ricordiamo, è un dato semplice:

Nel 1994 la RAI non ce l’ha Berlusconi vince Berlusconi,
Nel 1996 ha il monopolio: la RAI ce l’ha Berlusconi non vince Berlusconi.
Nel 2001 la RAI non ce l’ha Berlusconi vince Berlusconi.
Nel 2006 ha il monopolio: la RAI ce l’ha Berlusconi non vince Berlusconi
Nel 2008 la RAI non ce l’ha Berlusconi vince Berlusconi

Quindi tutte le volte che il monopolio l’ha avuto Berlusconi, ha perso. Tutte le volte che metà del palinsesto era all’opposizione, ha vinto.

Questo vuol dire che avere le televisioni danneggia Berlusconi? Ovviamente no. Sarebbe fare lo stesso errore di sopravvalutazione. Il punto è che le televisioni contano molto meno di quello che si pensi, tanto è vero che quando le bocche di fuoco del regime erano dimezzate, e anzi gli facevano gioco contro, Berlusconi ha ottenuto risultati migliori. Logicamente se ne deduce che altri fattori son più importanti. Minzolini, suo magrado, e probabilmente anche malgrado Berlusconi, non conta molto.

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Differenze culturali: reazioni

11 November 2011, 5:35 | immagina tu | «Commenti: 5»

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Un amico tedesco ha condiviso questa foto del G20:

Naturalmente è un fermo immagine, però fa ridere.

EDIT: Mi segnala Paolo che è una foto del G20 di Toronto (2010), e non di questo di Cannes.

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Censura

11 November 2011, 4:18 | Il Male curabile | «Commenti: 5»

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Qualche giorno fa hanno bombardato la sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo perché aveva fatto satira sull’Islam. Peggio ancora dell’attentato ci sono state le reazioni – poche, per fortuna, ché in Francia sulla laïcité sono preparati – di chi ha criticato, anziché gli attentatori, i satiristi per esserselo cercato. Questa è la peggiore forma di censura.

Non ne ho parlato prima, perché non avevo nulla da scrivere. Lo scrivo ora per segnalare questa, che è la migliore vignetta sul tema, del consuetamente ottimo Jesus & Mo:

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Bambini, vi abbiamo mangiato tutti i dolci di Halloween

5 November 2011, 16:35 | Ogni me è politico | «Commenti: 5»

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Io ho fatto un asilo americano (raccontai le mie rivoluzioni asilesche), e lì Halloween era L’Evento-Dell’Anno, e nessun altro – fuori da quell’isola di americanità – sapeva cosa fosse e perché dei bambini si vestissero da streghe e mostri, e se t’incontravano per strada facevano tutti facce strane. Poi, per una quindicina d’anni, Halloween non è più entrato nella mia vita. Ora che si è iniziato a festeggiare, anche qui in Italia, mi fa lo strano effetto che mi fa sentire parlare della modaiola Milano Marittima (dove io andavo da bambino, e che generava le prese in giro dei miei compagni delle elementari: «e che, a Milano c’è il mare?») o il recente clamore dei Sigur Ros che già 10 anni fa provavo a diffondere al mondo fra i maccherrobaè?

Quindi sì, su Halloween ho sentimenti contrastanti. La testa mi dice che ha ragione il mio amico Jai, che commenta “ad halloween la gente diventa Camillo Langone. Ah, la tradizione, le nostre feste, magari anche una bella messa in Latino”, che insomma a ragionare così neanche la pizza sarebbe una “nostra tradizione” perché il pomodoro è americano, e che le feste vanno festeggiate. Il cuore, però, mi dice «c’ero prima io!».

Bene, è con quello spirito che metto questo video, che sarebbe “tenero” se non piangessero tutti! Jimmy Kimmel, un comico americano, ha lanciato questa sfida: dite ai vostri bambini che papà e mamma hanno mangiato tutti i loro dolci di Halloween e registrate la loro reazione. Questo è il risultato (gli ultimi due bambini sono eccezionali):

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Ma Renzi è di sinistra?

1 November 2011, 16:58 | Alta politica | «Commenti: 44»

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Su Matteo Renzi ho opinioni miste: non amo, naturalmente, tutte le sue prudenze sui diritti civili, sui privilegi della Chiesa, tutto ciò che è derubricabile sotto la voce “cattolico”. So, però, che un centrosinistra in Italia non può prescindere da una cospicua componente di cattolicesimo, e sono quindi realista. Mi piace, invece, l’idea di partito più vicina al mondo anglosassone e meno a quello della Prima Repubblica che pare portare avanti, con il riconoscimento che gli individui contano. Non mi piace la spietatezza dell’ambizione con cui incarna quest’ipotesi di leadership, evidentemente più attento alla propria affermazione che a quella delle proprie idee: un personalismo come fine e non come mezzo per affermare quelle idee. Mi piace, però, la nettezza con cui afferma quelle stesse idee.

Riassumendo: in un altro tipo di Paese, molto migliore dell’Italia, Renzi sarebbe alla mia opposizione. Lui sarebbe la parte conservatrice, e altri (che voterei) sarebbero la parte progressista. Quello, però, è il Paese che piacerebbe a me, non l’Italia, perennemente indietro di trent’anni su quasi qualunque cosa. In questo senso, per usare una definizione che mi sembra adatta, Renzi è un De Mita trent’anni più avanti. Certo, è De Mita. Ma quei trent’anni contano, specie in un Paese tradizionalista e conservatore (non solo in senso politico) come l’Italia. Fra trent’anni, speriamo, potrò fare battaglie politiche contro Matteo Renzi, per ora ce le faccio assieme per cose ben più elementari.

Leggo però di moltissimi che criticano a Renzi di non essere “di sinistra” per il suo approccio liberale in economia (non per i matrimonî gay o per la legge 40). L’inevitabile assunto logico di questa posizione è che essere pienamente “di sinistra” equivale, precisamente, a essere marxisti tout court, al socialismo reale. Non a una socialdemocrazia, non al welfare, ma all’economia sovietica. In realtà si può essere “di sinistra” in tutte le mille possibili commistioni di liberalismo e socialismo, perché liberalismo e socialismo sono appunto le due grandi ideologie progressiste (che hanno una definita e universale idea di progresso, e che hanno fiducia nel suo perseguimento) degli ultimi tre secoli, e tutt’ora – anche dopo la caduta del Muro – convivono in tutte le democrazie del mondo. Perfino negli Stati Uniti c’è un limitato stato sociale.

Quindi, naturalmente, si può essere d’accordo o in disaccordo con ciascuna di queste idee economiche, ma è sbagliato sostenere che essere contro l’Articolo 18 – per fare un esempio – non è di sinistra, giacché questa è la posizione dei conservatori liberali, per la stessa ragione per la quale è sbagliato sostenere che essere a favore dell’Articolo 18 non è di sinistra, giacché questa è la posizione della destra sociale, da Alemanno a Mussolini. Altrimenti ancora si può pensare che la distinzione destra/sinistra abbia poco senso – io penso che un’utilità ce l’abbia –, ma se la si vuole usare è bene che ciò che si sostiene abbia un fondamento filosofico e politico.

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Cristianofobi di tutto il mondo

30 October 2011, 21:56 | Il Male curabile | «Commenti: 27»

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Un gruppo di fondamentalisti islamici ha manifestato a Parigi, nel fine settimana, al grido di «Basta con l’Islamofobia». Sotto accusa la pièce di Romeo Castellucci, cofondatore della compagnia Societas Raffaello Sanzio, “Sur le concept du visage du Prophète”. Castellucci è criticato dal movimento Medina, che ha anche assediato il Théatre de la Ville per due settimane, per il contenuto blasfemo dello spettacolo considerato una provocazione culturale e per la testa di Maometto che, nella rappresentazione, «sembra sporco di escrementi».

Quelli che hanno pensato “ah, però che bisogno c’è di offendere?” vadano a leggere l’originale. Si domandino, poi, se non hanno – anche loro – questo problema.

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Right or wrong, un po’ di filologia

26 October 2011, 14:38 | la lingua doc | «Commenti: 8»

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Da quando Sarkozy e Merkel non se la son sentita di dire di avere fiducia in Berlusconi, e gli è scappato un risolino, c’è un sacco di gente in giro che dice la sciocchezza “right or wrong it’s my country”.

Ora, quella frase – se esistesse – sarebbe una sciocchezza, perché il patriottismo è sempre scemo. Però se proprio devi far riferimento a un’autorità per dare lustro a una sciocchezza, «come dicono gli anglosassoni», almeno accertati che quelli la dicano. In realtà, formulata così, la dicono solo gli italiani.

Quella frase, in inglese, non esiste, anche perché è un anacoluto ai limiti del grammaticalmente scorretto. In inglese esiste “my country, right or wrong”, senza il verbo. Che ora vi sembra la stessa cosa, ma che chi la pronunciò ne intendeva un’altra ben più condivisibile. E difatti usata così, come a dire “difendo il mio paese, che sia nel torto o nella ragione”, la dicono solo gli sciovinisti eredi di quelli che hanno inventato il nazionalismo bianco.

Una frase simile venne pronunciata duecento anni fa da Stephen Decatur, un ufficiale della marina americana. Diceva “Our country! In her intercourse with foreign nations, may she always be in the right; but our country, right or wrong”. May she always be in the right, che possa essere sempre nel giusto. Qui si suggerisce un riferimento all’espressione del celebre Edmund Burke “To make us love our country, our country ought to be lovely.” Per fare sì che noi amiamo il nostro Paese, il nostro Paese deve essere (un posto) da amare. Proprio l’opposto del senso al quale ci si riferisce oggi.

Ma l’espressione precisa “my country, right or wrong” fu pronunciata da, ed è quasi sempre attribuita a, Carl Schurz. Già leggendo la frase completa essa assume tutto un altro senso:

“My country, right or wrong.” In one sense I say so too. My country; and my country is the great American Republic. My country, right or wrong; if right, to be kept right; and if wrong, to be set right.
(“Il mio Paese, nel giusto o nello sbagliato”. In un certo senso lo penso anche io. Il mio Paese, e il mio Paese è la grande Repubblica Americana. Il mio Paese, nel giusto o nello sbagliato: se nel giusto, per mantenerlo nel giusto; se in errore, per correggerlo)

In realtà, come si vede, Schurz stava dicendo esattamente – esattamente – l’opposto. Stava invero rispondendo all’accusa di essere poco patriottico che un senatore del Wisconsin gli aveva rivolto. Difatti successivamente aveva scritto: «ho fiducia che il popolo americano [sappia riconoscere] i pericolosi egoismi che si nascondono sotto i lamenti dell’ingannevole falso patriottismo [che dice]: “our country, right or wrong!”».

La replica di Schurz è esemplare non soltanto per la parte che notiamo subito, “if wrong, to be set right”, ovvero il riconoscimento che la propria patria può effettivamente essere in errore, e che quando lo è bisogna impegnarsi a correggerla; ma anche per quella che non si nota subito, ma ha implicazioni profonde, “if right, to be kept right”, che suggerisce che anche quando consideriamo il nostro Paese nel giusto – e quindi pensiamo di esserlo noi – è importante impegnarsi per non finire nel torto, perché tutti possiamo sempre sbagliare. Essere i buoni non è mai scontato.

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In difesa di chi applaude ai funerali

26 October 2011, 13:21 | Moralismo noioso | «Commenti: 18»

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Secondo me è una di quelle opinioni che la prima volta che la senti dici «ah, che pensiero giusto e originale», senza rifletterci. E poi rimane lì e la ripeti come un baluardo della tua visione del mondo, anche se non ci hai riflettuto neanche un po’. Questa, fondamentalmente, è la definizione di luogo comune, che infatti è. Ma perché non si dovrebbe applaudire ai funerali?

L’applauso ha un significato piuttosto distinto: un tributo, un ossequio, un rendere onore. Non significa “ahahah, come mi sto divertendo”. Lo si fa alla fine di tante cose, certo lo si fa per un gol, ma lo si fa anche alla fine del discorso di un sopravvisuto dell’Olocausto a cui è morta la famiglia. Si può applaudire mentre piangi, anzi è forse l’espressione più alta dell’applauso.

E quindi come tale va preso. Ci sono buone ragioni per criticare l’applauso di una folla al feretro di una bambina di 2 anni uccisa da una malattia o dal dolo di qualcuno. Lì non si applaude nulla, se non per imitazione di un rito. Ma ci sono anche casi in cui – un motociclista è uno di quelli – la gente che è lì considera quella persona aver fatto cose degne, grandi, che meritano un applauso. E quel giudizio è il loro giudizio. E non vedo perché esso debba essere considerato meno rispettoso del silenzio quando il primo corrisponde meglio al desiderio di testimonianza di ciascuno.

Naturalmente c’è il caveat che tutto quello che ho scritto dipende dalla volontà della persona, se l’ha espressa in precedenza, o di quella di chi le è prossimo, perché essa vale più dell’offerta di testimonianza di ciascuno. Se la famiglia, gli amici, preferiscono il silenzio, o anche se preferiscono un coro a cappella, quello diventa più importante. Ma per gli altri, quando questa volontà non è espressa, perché criticare chi vuole offrire il proprio tributo? Se quando morirò mi farete un applauso perché pensate che ho fatto delle belle cose, beh, grazie.

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La guerra umanitaria è di sinistra

24 October 2011, 1:43 | Alta politica | «Commenti: 2»

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per il Post

La premessa (se vi interessa solo la storia, saltatela e proseguite in basso)
Gheddafi è morto. Ci sono casi in cui l’uccisione di una persona può essere una buona notizia? Certamente non in questo. Anche andando al di là della vicenda umana, un processo del Tribunale Penale Internazionale sarebbe stato la prosecuzione naturale del ritrovato internazionalismo che ha contraddistinto la vicenda libica, e la speranza è che questa sarà la sorte che toccherà agli altri aguzzini del regime.

Però oggi è anche il giorno in cui è finita questa guerra di liberazione. La più longeva dittatura del mondo è caduta. Uno degli uomini più truci che la storia abbia partorito ha finito di insanguinare le strade, le prigioni e i mari del Nord Africa. Naturalmente tutto è ancora da ricostruire, e nel futuro ci sono molte incognite, come ce ne sono sempre nelle grandi rivoluzioni.

Ma quale che sia il domani, non potrà che essere meno peggio – e tutti dobbiamo sperare sia meglio – della tirannia di Gheddafi. Meglio un imperfetto governo del popolo, che una perfetta dittatura del sangue. Non si può scambiare il nostro ordine con la vita di quelle persone: a meno di non essere interessati soltanto alle meschine vicende del nostro cortile, agli accordi commerciali col pelo sullo stomaco, agli inumani trattati per respingere i morti di tortura e di fame.

E oggi è anche il momento di riflettere su quello che è successo nell’ultimo decennio, da quando – l’Undici Settembre di dieci anni fa – il mondo si è capovolto, Bush e Donald Rumsfeld sono diventati gli avvocati dei diritti umani su scala mondiale, e la sinistra – con pregevoli eccezioni – ha cominciato a parlare di sovranità nazionale, di culture non pronte per la democrazia, di casa Nostra e casa Loro, come dei Borghezio qualsiasi. È il momento di ricordarsi che questa guerra, voluta principalmente da Cameron e Sarkozy, è nella storia un’eccezione, perché l’idea di sfidare la sovranità nazionale per tutelare le persone dai massacri, dalle torture, dal genocidio è nata – e non poteva essere diversamente – nella sinistra. È un’eccezione che, purtroppo, dall’Afghanistan e dall’Iraq sembra essere diventata la regola.

C’è, a onore del vero, da parlare di come l’espressione che è entrata nel gergo comune – “guerra umanitaria” – è un’espressione sbagliata, perché con umanitarismo si fa riferimento a una tradizione di rivendicazione della neutralità e dell’intervento anti-politico. Mentre il “dovere d’ingerenza”/”interventismo per i diritti umani”/”responsabilità di proteggere” fanno riferimento a una tradizione esattamente opposta, quella che rivendica l’impossibilità di essere neutrali di fronte al genocidio, che qualunque impegno contro la sofferenza delle persone è intrinsecamente politico.

La storia
È una sintesi, e perciò non ha pretesa d’esaustività, ma può essere utile a chi non conosce il dibattito.
Fino al 2001, l’idea di intervenire in un altro Paese in nome di preoccupazioni umanitarie – genocidio, pulizia etnica, tortura e uccisioni sistematiche – è stata prettamente di sinistra. Tale idea è nata fra i progressisti, radicata in quella grande tradizione cosmopolita e anti-nazionalista che vuole ogni offesa, commessa in qualunque parte del mondo, come perpetrata ai danni di tutta l’umanità. Quella tradizione può prendere la forma delle due grandi ideologie progressiste – in senso propriamente filosofico – moderne: liberalismo e marxismo, o una commistione delle due (“nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà” cantavano gli anarchici).

Successivamente, essa si è sviluppata ed è stata adottata nella sinistra, unica parte politica a farne una battaglia negli Anni ’90. La destra, generalmente identificata col realismo (Henry Kissinger è il più famoso fra i realisti), ha storicamente difeso l’Ordine e la Sovranità Nazionale. Questo, naturalmente, non vuol dire che tutti a sinistra siano stati d’accordo fin dall’inizio, ma che chi lo è stato – qui prendo in esame Usa, UK e Francia perché sono le tre democrazie che conta(va)no in politica estera, non a caso le uniche con un seggio da membro permamente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu – è stato, praticamente senza eccezioni, alla sinistra del proprio ordinamento politico. E non è un caso, perché non c’è alcuna traccia ideologica per cui l’interventismo umanitario possa essere ricondotto al conservatorismo. [specifico in parentesi quadre partito e destra/sinistra nel proprio Paese].

Il concetto dell’interventismo viene formulato nel corso degli anni Ottanta nella tradizione liberal dell’accademia statunitense che si opponeva all’egemonia esercitata dalla scuola realista durante la Guerra Fredda. Esso viene codificato per la prima volta nel ’92 con l’Agenda for Peace di Boutros-Ghali, che include per la prima volta la Responsability to Protect degli Stati nei confronti dei proprî cittadini da “avoidable catastrophe”. Questa responsabilità di proteggere, è scritto, deve essere messa in pratica da ciascuno Stato nei confronti delle popolazioni, e se per qualche ragione ciò non avviene, tale responsabilità ricade sulla comunità internazionale.

Nel caso della prima guerra in Iraq (90-91) non si può parlare di intervento umanitario perché essa è scoppiata a causa dell’invasione di uno Stato sovrano (Kuwait) da parte di un altro Stato (Iraq), come testimoniato dalla 660 e da tutte le risoluzioni che sono seguite. Questo, naturalmente, non vuol dire che Saddam Hussein non stesse commettendo massacri e torture ai danni dei civili kuwaitiani. Tutt’altro. Tuttavia, la ragione della guerra era completamente “Westfaliana”: non si invade uno Stato sovrano. È come violare l’ordine costituito, e gli alleati dello Stato invaso hanno diritto a intervenire.

È una differenza fondamentale perché le guerre per questa ragione si sono sempre fatte – la Seconda Guerra Mondiale, per dire, iniziò per la violazione della sovranità polacca (e per molte altre ragioni simili), non certo per le leggi razziali e i campi di concentramento –, la tutela della sovranità è sempre stato lo strumento preferito dell’Ancien Régime, dei conservatori, almeno nelle dichiarazioni d’intenti. E difatti fu proprio Bush padre [Repubblicano, destra] (più precisamente Scowcroft) il responsabile della decisione di evitare di rincorrere un Iraq democratico, andando fino a Baghdad. Una decisione presa quasi certamente in chiave anti-iraniana, tipico esempio di realpolitik.

Nella medesima maniera, lo stesso Bush non aveva alcuna voglia di intervenire in Bosnia. Provò a convincere gli europei a occuparsene, John Major [Conservative, destra] in particolare, che risposero picche. Era un’idea tipicamente da Guerra Fredda: un Iraq democratico nel ’91, o liberare l’assedio di Srebrenica nel ’93, non poteva essere considerato nell’interesse rispettivo di Stati Uniti e Regno Unito. Major accusò gli interventisti con parole che oggi si sentono spesso dall’altra parte dell’arco politico: «voi volete la guerra solo dalla vostra poltrona». Fu con l’arrivo di Clinton [Democratico, sinistra], e delle foto dei massacri, che dopo tanto esitare la comunità internazionale si diede una mossa (eccezione: uno dei pochi di destra – anche se atipico – a premere per intervenire in Bosnia fu John McCain). La Bosnia fu il vero scenario cruciale. Fu anche la volta che fu inventata, all’esatto opposto semantico della Responsibility to Protect, l’espressione “pulizia etnica”, che ora ci sembra esistere da sempre, coniata dai nazionalisti serbi a descrizione dei proprî intenti.

Da lì, e fino al 2001, gli interventi umanitarî sono stati orchestrati prevalentemente o soltanto da governi di sinistra: dall’equivalente del ’99 in Kosovo in cui Blair [Labour, sinistra] dimostrò assieme a Clinton [Democratico, sinistra] come fosse cambiato il corso in UK avendo messo da parte Major [Conservative, destra]. Le volte che Blair è andato in Sierra Leone è stato accolto da un bagno di folla che lo ringraziava per aver salvato (2000) migliaia e migliaia di persone dall’essere stuprate e mutilate dai ribelli. A Clinton, in Kosovo, hanno fatto anche una statua. Non è un caso che, al tempo, l’intervento umanitario fosse associato alla “dottrina Clinton” o “dottrina Blair”. E il devoir d’ingerénce è un’espressione coniata da – e tutt’ora associata a – Kouchner [Socialiste, sinistra], una posizione che è diventata veramente controversa all’interno del PS soltanto dopo il 2003.

Naturalmente, come detto, questo argomento non va portato all’estremo opposto: sarebbe sbagliato dire che la sinistra sia stata sempre a favore, come che lo sia stata tutta la sinistra. Altre volte se n’è infischiata: Clinton non è andato con Blair in Sierra Leone, nessuno – colpevolissimamente – è andato in Ruanda. Ciò che è vero, invece, è che trovare nella destra le radici dell’interventismo umanitario è veramente peregrino, mentre è indubbio che il brodo culturale in cui è nato questo concetto sia quello progressista. Sforzandosi, per trovare un controesempio, si potrebbe citare Somalia ’92 quando Bush padre – oramai con Clinton president-elect, e a un mese dalla sua salita in carica – autorizzò (in accordo con Clinton) la decisione di prendere parte all’Unitaf.

Un’altra cosa importante da ricordare è la campagna elettorale con la quale Bush figlio [Repubblicano, destra] fu eletto nel 2000. La piattaforma era prettamente isolazionista, nella migliore tradizione della destra americana. Bush accusò esplicitamente Clinton di aver sperperato importanti risorse americane in missioni umanitarie. Disse che questa era la solita politica buonista e scellerata dei democratici, e che l’America doveva farsi i fatti proprî (quasi testuale) anziché andare a cercare di portare i diritti umani qua o là. Poi ci fu l’Undici Settembre, e lo sconvolgimento della piattaforma di politica estera dell’Amministrazione Bush. I realisti furono messi da parte, e i neoconservatori presero i loro posti.

I neoconservatives sono uno strano ibrido. Prendono il suprematismo americano da destra e l’interventismo da sinistra. Rifiutano l’isolazionismo/realpolitik della destra e il multilateralismo della sinistra. Di certo, in questo decennio, sono stati la voce che si è sentita a favore dell’interventismo umanitario, con qualche amnesia. Il dibattito sull’Iraq è stato emblematico: i neoconservatori hanno rappresentato chi era favorevole, i realisti hanno rappresentato chi era contrario. La posizione dei liberal – non contraria in principio a un intervento per liberare gli iracheni da Saddam, ma che chiedeva più multilateralismo, più risoluzioni, più trattative, più legalità internazionale – è stata completamente schiacciata da questo dibattito.

È stato un decennio molto strano, insomma. E un decennio che è finito, storicamente, con l’elezione di Barack Obama, la naturale prosecuzione di quella tradizione liberal che aveva prodotto il concetto dell’intervento in favore delle vittime dei massacri e che, paradossalmente, durante gli anni di Bush figlio era rimasta rintanata nell’accademia universitaria. L’Amministrazione Obama ha svuotato le migliori università americane, assumendo quasi interamente quel gruppo di intellettuali liberal che avevano prodotto tale manifesto. La domanda che ritorna spesso è se non sia troppo tardi, se l’intero dibattito sulla necessità di intervenire militarmente per evitare massacri e torture non sia oramai stato fagocitato dallo scontro neocon-realisti, tantopiù che i primi tempi della presidenza Obama sono stati marcati da una distinta necessità di emancipazione da Bush, che lo ha portato a condurre una politica estera più tendente al realismo. In teoria, però, non è troppo tardi.

Nella teoria, il decennio passato è finito il 10 dicembre del 2009, quando Obama ha pronunciato queste parole accettando il premio Nobel per la pace:

Tutti noi ci troviamo di fronte a domande difficili su come impedire il massacro di civili da parte del proprio stesso governo o su come fermare una guerra civile la cui violenza e le cui sofferenze possono inghiottire un’intera regione. Io sono convinto che l’uso della forza per ragioni umanitarie può essere giustificato, come è stato nei Balcani, o in altri luoghi sfregiati dalla guerra. L’inazione dilania la nostra coscienza, e può portare a interventi ancora più costosi nel futuro.

Nella pratica, speriamo di essercelo messi alle spalle oggi, a Sirte.

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Per non dimenticare

20 October 2011, 15:14 | Medio orientato | «Commenti: 52»

Ri-dato questo post a distanza di due mesi: è oggi il giorno in cui non bisogna dimenticare.

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Il 17 marzo del 2011, il colonnello Gheddafi – dopo diverse settimane di rivolte soppresse nel sangue, di bombardamenti sulle città, di torture e stupri – stava per lanciare l’attacco finale su Bengasi, la capitale della ribellione.

Nel suo discorso alla nazione, Gheddafi aveva promesso la sua vendetta finale, il “momento della verità”, consumato “vicolo per vicolo”. I suoi aerei avevano già cominciato a sorvolare Bengasi, le milizie stavano seguendo. Poco tempo prima, il figlio Saif Al Islam aveva parlato di fiumi di sangue.

Coloro che per tutti – fino a lì – erano stati la “gioventù araba”, i fratelli e le sorelle di quelli della Tunisia e dell’Egitto, le “forze pro-democrazia” come erano definite da tutti i media, avevano chiesto disperatamente da tempo l’intervento della comunità internazionale per fermare i massacri. La portavoce di quella gente aveva detto: “l’Occidente ha perso la sua credibilità” “Non dimenticheremo chi ci ha difeso e chi ci ha tradito”. Così, pochi giorni prima, migliaia e migliaia di donne avevano manifestato – un atto coraggioso: per molte era la prima volta che scendevano in piazza – chiedendo disperatamente aiuto al mondo con slogan chiari come: “il nostro sangue vale meno del petrolio?”.

Quella stessa identica sera, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva passato una risoluzione che comandava la difesa “con ogni mezzo” della gente in Libia. Al momento del passaggio della risoluzione la folla di Bengasi era esplosa in un boato di gioia e liberazione, di sopravvivenza.

Per fortuna. È successo. Una volta tanto l’umanità, il mondo, ha dimostrato di essere un qualcosa di bello.

Ma poteva anche non succedere. E c’è anche chi non voleva che succedesse, oggi più di ieri, come se tutti si fossero dimenticati di quella gente, a Bengasi, sul punto di essere trucidata. Chissà se se lo domandano: e se non fosse successo?

Ora staremmo piangendo un massacro di proporzioni enormi. La più longeva dittatura del mondo sarebbe ancora lì, a seviziare degli esseri umani. E ci staremmo lamentando del cinismo dell’Occidente, giustamente, che per non turbare uno Stato integrato nel mercato petrolifero come la Libia di Gheddafi, aveva permesso un’altra carneficina. D’altronde – come poteva essere diversamente? – un intervento in Libia avrebbe portato al crollo dei profitti di tutte le compagnie petrolifere europee. Tanti di noi, io fra questi, si sarebbero vergognati ancora una volta di far parte della specie umana, come in Ruanda, come in Darfur.

E invece è successo. In Libia ora scrivono “grazie di tutto, che Dio vi benedica”. Loro non possono non domandarselo, quello che sarebbe successo.

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E, purtroppo, ha ragione

20 October 2011, 15:12 | Alta politica, Moralismo noioso | «Commenti: 16»

In una discussione sull’utilizzo di mezzi violenti o illegali nelle manifestazioni in democrazia, Luigi Masala ha preziosamente elaborato in maniera lineare e rigorosa un concetto che molti di noi hanno rincorso in questi giorni, senza tuttavia riuscire a esprimerlo con tale semplicità.

Naturalmente, riproponendolo, lo astraggo dalla discussione e dall’immediato interlocutore a cui si riferisce. Non è quello il punto, come non lo è mai. Ma è importante rilevare in modo chiaro il perché usare dei mezzi prevaricatorî – sceglierei questa definizione, più che violento/illegale – nei confronti di diritti altrui sia eticamente sbagliato, proprio a cominciare dal livello filosofico:

Nel dire [che alcuni mezzi prevaricatorî sono ammissibili], forse, non ti accorgi che stai dicendo che la democrazia, per te, non conta.

Nel ribellarsi a una forma veramente autoritaria di governo (vedi il caso della Cina) ha senso che si possa agire in tal modo, perché i canali attraverso cui la tua volontà può contribuire pacificamente alla determinazione del processo decisionale sono “ostruiti”. Se, invece, qualcuno lo fa in un paese democratico, nel quale il cittadino ha degli strumenti per incidere sul processo decisionale pubblico ben inseriti in un sistema di checks and balances, è perché non vuole dare alla propria opinione lo stesso peso di quella di un qualunque altro cittadino, ma vuole usare la forza per contare di più.

E, purtroppo, ha ragione: la sua opinione peserà di più di quella del povero pensionato a cui è stata bruciata la macchina, peserà di più di quella del fruttarolo cui ha devastato il negozio. A te piace che sia la legge del più forte a determinare il tuo futuro?
Se sì, buon per te, ma ricordati che – prima o poi – uno più grosso e cattivo di te lo incontri sempre.

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Shalit

19 October 2011, 16:02 | Medio orientato | «Commenti: 30»

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Avendo parlato così tanto della questione israelopalestinese so di essere in qualche modo condannato a commentare ogni evento di qualche rilievo che accade in quelle zone, anche il più deprimente. Non è una cosa che mi pesa, perché – si capisce – è un tema a cui tengo. La cosa che pesa, invece, è avere un’opinione più deprimente di quella che hanno gli altri. Avevo iniziato questo post ieri, poi ne avevo un po’ abbastanza del mio stesso pessimismo, e perciò avevo cancellato il post. Poi un paio di lettori, Luca e Marta, mi hanno chiesto cosa ne pensassi. E vabbè, riprendo dalle trash il post che cominciava così:

Inevitabilmente ci si appassiona, e si compatiscono, le vicende umane. Ma la liberazione di Shalit non è certo un “segno di pace” come leggo in giro. L’esercito israeliano ha fatto del “non lasciamo indietro nessuno” il proprio segno distintivo. Ne va della loro coesione, della motivazione dei soldati di Tzahal. Questa è la principale ragione della disposizione a pagare il prezzo di uno a mille.

Però, al di là della personale vicenda di Shalit, non vedo proprio come la pace – in alcun modo – possa guadagnarne.

– Ne guadagna il governo più a destra della storia israeliana, il governo Netanyahu, che per quanto diviso sulla questione, può aggiungere un elemento in più alla propria vocazione populista.
– Ne guadagna in opinione pubblica anche Hamas, un’organizzazione fondamentalista islamica che gestisce Gaza in maniera dittatoriale.
– Ne perde Fatah, un’organizzazione politica certamente non immacolata, ma unico attore della regione (fa eccezione il ritiro da Gaza di Sharon) ad aver fatto serî passi verso la pace nell’ultimo decennio.
– Ne guadagna la possibilità che ci siano altri rapimenti di israeliani, visto il successo che ha avuto questa operazione dal punto di vista militare (ed è questo che interessa alle milizie).
– Ne perde la condizione umana delle persone a Gaza, visto che delle due richieste fatte inizialmente agli israeliani per la liberazione di Shalit – il rilascio di prigionieri e la fine del blocco navale – è stata ottenuta quella politica e non quella umanitaria.
– Ne guadagna la possibilità che ci siano altri attentati, data la liberazione di moltissime persone condannate per atti di terrorismo, in molti casi ben propense a commetterne degli altri.

Non vedo, davvero, come questo possa costituire un passo verso la pace. Se mi dite che sbaglio mi fate un favore.

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