La condivisione, l’amicizia vera

6 October 2015, 11:15 | Moralismo noioso | «Commenti: 114»

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Lunghissima e tediosissima premessa
Questo è probabilmente il post di questo blog fruibile da meno lettori. Se cominciate a leggerlo ci sono molte possibilità che finiate a dire: ma che cosa sto leggendo? Si parla di etica, di amicizia, di famiglia. Se ne parla, però, in un modo in cui probabilmente non avete mai parlato dell’amicizia, delle persone alle quali si vogliono bene. Oppure in un modo che pensate eccessivo: eccessivamente emotivo, eccessivamente razionale, eccessivamente fiducioso. È una cosa che ho scritto per me, per metterla assieme per iscritto e rileggerla, e avrei preferito farla leggere a poche persone; poi mi sono sentito un egoista e un vigliacco ad avere questo pensiero (ho molta paura di rimanere deluso) e perciò mi sono imposto di pubblicarla qui.

Inoltre questo post parte da alcune premesse, ovviamente opinabili, senza le quali il post perde completamente di senso ed è quindi inutile leggerlo. Le premesse sono di due ordini, di metodo e di contenuto. Quelle di metodo (che possiamo definire utilitariste e illuministe) sono:

Quelle di contenuto:

Ultima cosa: questo post continuerà a essere editato, per cercare di renderlo più accurato, più preciso, più esauriente. Se qualcuno fa delle obiezioni che fanno cadere un mio punto, quel punto sarà rimosso, e così via.

LA CONDIVISIONE
Alcuni ricorderanno il post che avevo scritto a proposito della famiglia: dicevo che trovavo vacillante il concetto dell’affetto scontato, basato sull’accidente e non sul merito. Dicevo che è insensato dare completa fiducia e affetto indipendentemente dalla stima e dai comportamenti. Non contestavo l’esistenza di una istituzione, la famiglia, in cui si cerca di fare il bene di tutti, e non si privilegia il proprio a scapito di quello degli altri. Ora mi trovo a domandarmi: ma perché questo concetto non dovrebbe applicarsi anche agli amici? È naturale che si voglia che la persona della propria vita (marito/moglie/coniuge/compagno) sia la persona con la quale più si vuole condividere, ma perché non bisognerebbe condividere anche con le persone alle quali più si vuole bene?

Per amici, intendo veri amici, una stretta minoranza di persone, ognuno ne ha un diverso numero (qualcuno non ne ha alcuna). Sto quindi parlando di persone elette, che abbiamo scelto al nostro fianco per le loro qualità. Questo porta all’esclusione immediata di qualunque persona che si ritiene una (o più) di queste tre cose:

*Aggiunta del 06/10: Il punto 2) (la stupidità), messa assieme alla premessa di metodo IV (condividere decisioni, fa prendere decisioni migliori) necessitano di maggiore chiarezza. Prendere decisioni assieme è meglio perché, assumendo l’intelligenza di tutti, ciascuno saprà riconoscere la propria ignoranza (in principio, o mostratagli durante la discussione). Se io non capisco nulla di meccanica, delego la decisione a chi ne sa. Allo stesso modo, non è necessario essere tutti intelligenti allo stesso modo, l’importante è che una persona sappia riconoscere i proprî limiti quando le vengono mostrati.*

*modificato il 06/10: Per condivisione intendo una cosa molto radicale: che il processo decisionale di qualunque scelta individuale sia potenzialmente (potenzialmente, è importante) condiviso con tutte queste persone; e che i costi e i benefici di queste scelte siano condivisi da tutte. In altre parole: le decisioni si prendono collettivamente e le risorse coinvolte in queste decisioni (tempo, denaro, fatica, vantaggi, svantaggi) sono quelle di tutti a prescindere da chi sia il più diretto interessato da queste decisione. Il punto è proprio questo: ciascuno è ugualmente interessato dalle cose che capitano a tutti gli altri. In pratica quello che si fa, normalmente, in una famiglia. Ciò vuol dire che se una (o più) persone deve prendere una decisione importante, tutte le persone vengono coinvolte e hanno voce in capitolo, e tutte le persone condividono i costi e i benefici della decisione adottata.

Importante: la condivisione è un metodo di decisione e distribuzione delle risorse. Non è una ricetta con un contenuto su cosa è meglio fare in determinate situazioni: è una valutazione su quale è il miglior processo decisionale di quelle situazioni, e sul fatto che le risorse di tutti sono messe in comune. In questo metodo si cerca la migliore spartizione di tempo, delle risorse, e delle competenze delle persone coinvolte. Ciò vuol dire che su alcuni temi la migliore spartizione potrebbe essere benissimo “ciascuno per sé”, come facciamo oggi: non è che ogni volta che compro uno yogurt devo telefonare alla mia famiglia per accertarmi dell’acquisto, se è la marca più buona, se la spesa vale la pena, se è meglio che lo faccia qualcun altro, etc. In quei casi, semplicemente, si considera che il tempo impiegato a discutere/condividere una cosa simile non vale il risparmio di qualità/tempo/denaro.*

Nei fatti, il sistema che adottiamo ora è un sottoinsieme della condivisione: è una specifica forma di ripartizione in cui abbiamo deciso, in maniera del tutto casuale (e solo per convenzione, perché siamo stati educati così), che il modo migliore per garantire la felicità a tutti e su tutti i temi è “ciascuno per sé” per i single, e “condivisione solo con moglie/marito/(figli)” per chi ha una famiglia. Ma che questa ripartizione, scelta in maniera completamente casuale, sia la migliore in assoluto sarebbe un caso enorme: del resto, anche il solo fatto di disporre quando si ha più necessità, e mettere a disposizione quando se ne ha meno, tempo o denaro da/per altre persone dà un inevitabile vantaggio (in una settimana molto piena è utile che un’altra persona mi sgravi di una faccenda, anche molto personale, perché quel tempo, in quel periodo, “vale” di più per me). Il metodo “ciascuno per sé” è un metodo prudente, ma se ci si fida delle tre premesse di cui sopra, è sicuramente più inefficace.

Questo metodo ha a che fare con le scelte interne (come organizziamo la nostra vita? A chi, fra noi, spetta questo compito? Facciamo un viaggio?), ma anche e soprattutto con le scelte etiche da fare verso l’esterno: fare la raccolta differenziata? Accettare un lavoro in una società di scommesse? Trasferirsi in un altro continente per lavoro? Se si ha a che fare con persone oneste, intelligenti e buone non c’è ragione per la quale ciascuna decisione della nostra vita non dovrebbe essere condivisa.

ESEMPÎ
Si rompono le tubature in casa di Carla: questo non è un problema suo, ma è un problema di tutti. Non sarà lei a dover chiamare l’idraulico e occuparsene: o magari sì, perché è più facile organizzativamente. Ma è altrettanto possibile che se ne occupi Barbara, perché ha più tempo in quel periodo, o Daniele, perché la mattina in cui verrà l’idraulico passa vicino a casa di Carla. Magari il guadagno in termini di tempo è poco, ma non c’è ragione per la quale dovrebbe “spettare” al proprietario delle tubature.

Antonio deve decidere se accettare un’offerta di lavoro all’estero. Anziché parlarne con la moglie e scambiare un parere con qualche amico, ma sempre con il dato assunto che quella è una decisione da prendere esclusivamente per il proprio bene, perché la decisione di Antonio non viene condivisa? Se Antonio partirà per l’Australia questo avrà conseguenze sul benessere di tutti, non solo la moglie, ma anche tutti coloro che popolano la sua vita. Magari la madre di Andrea è ammalata e c’è bisogno che qualcuno la accudisca, perché questo è responsabilità esclusiva di Andrea? Perché non dovrebbe farsene carico anche Antonio?

Silvia non ha un buon titolo di studio, e il massimo a cui può aspirare è fare un lavoro che non le piace; Matteo guadagna ben più di ciò che gli serve a sostentarsi. Se fossero una coppia, la cosa si risolverebbe con una spartizione dei compiti. Ma che senso ha che questo avvenga solo se c’è quel rapporto di coppia? Perché non dovrebbe avvenire esattamente lo stesso, magari Silvia può aiutare Matteo quando gli si rompe la macchina, gli innaffia i fiori, magari dove può lo aiuta nel fare il suo lavoro, o a gestire le mille incombenze che ognuno di noi ha nella propria vita.

Maria e Carlo devono decidere a quale scuola elementare mandare il proprio figlio Giuseppe. Perché non dovrebbero partecipare, proprio alla decisione, tutte le persone veramente loro amiche? Visto che tutti hanno interesse a fare il bene di Giuseppe, la decisione dovrebbe essere presa assieme. Anzi: anche la decisione di fare un figlio dovrebbe essere condivisa, proprio perché il benessere di questa persona, e quella di tutte le persone che tengono alla coppia, sarà stravolto (in senso positivo o negativo) dalla nascita di un bambino.

Per ragioni etiche, Francesca prende la risoluzione di non comprare più prodotti di una determinata marca (o di non frequentare più una persona che si comporta male con il prossimo). Se Francesca non è colta da un raptus ma prende la sua decisione per motivi razionali, perché questi motivi non dovrebbero essere condivisi anche dalle altre persone che le sono amiche? Quindi, dopo una discussione, non è sua la decisione di smettere di comprare quella marca o di vedere quella persona. Dovrebbe essere di tutti. Al tempo stesso, le altre persone, se hanno trovato persuasivi gli argomenti di Francesca, dovrebbero comportarsi di conseguenza.

In tutti e cinque questi esempî l’unica ragione per la quale tutte queste scelte non dovrebbero essere condivise è che non si reputa davvero amico la persona con la quale ci si proporrebbe di condividere quella cosa. Se nessuna delle tre le condizioni prima enunciate (disonestà, stupidità, cattiveria) si verifica, non esiste ragione per non condividere anche queste scelte. Se esiste una di queste condizioni, come si può chiamare davvero amica quella persona?

OBIEZIONI E RISPOSTE
– Ciascuno conosce meglio le proprie esigenze rispetto a chiunque altro!

Questo è vero, e infatti è sensato che il parere della persona che in prima persona dovrà trasferirsi in Australia (ad esempio) sarà il primo da tenere in considerazione, ma il fatto che anche altre persone partecipino alla valutazione di questi dati può essere solamente un vantaggio.

– Ma per fare questa operazione ci vuole moltissimo tempo!
Dipende. Sicuramente andare in profondità su cose banalissime è una perdita di tempo, e non vale il vantaggio di fare la scelta migliore (ho preso il treno alle 15.23 anziché alle 16.23, e quello delle 16,23 ci metteva 10 minuti meno), ma su decisioni estremamente importanti non c’è – virtualmente – alcun limite di tempo che valga la perdita di precisione della risposta. Se bisogna prendere decisioni che incidono significativamente sul benessere di un figlio, anche il suo stesso concepimento, non c’è – sempre virtualmente – un tempo che non vale la pena perdere per garantirgli (e garantire a noi) più benessere. Fra questi due estremi ci sono moltissime vie di mezzo, e il fatto che su alcune decisioni non valga la pena perdere tempo, non vuol dire che su alcune altre non sia importantissimo.

– E se alla fine non si è d’accordo?
Innanzitutto, se si parte da premesse simili (quelle sopra, evitare la sofferenza di tutti, etc.), e si è intelligenti – nel senso che si riconosce l’intelligenza altrui quando, e sui temi in cui, sia superiore alla propria – con tempo infinito si raggiunge inevitabilmente la stessa conclusione. Naturalmente non abbiamo tempo infinito e ci saranno temi sui quali, come detto sopra, si pensa che il beneficio di chiarire una questione non valga il tempo speso a chiarirla. Ma questo non esclude che si condividano gli altri temi, e si condividano (nel modo più ragionevole e condiviso) anche le conseguenze di queste divergenze condivise.

– E allora perché non lo facciamo tutti?
Non lo facciamo tutti perché sono poche le persone di cui siamo certi che non siano disonesti, stupidi o cattivi (come definite sopra). Venuto meno uno di questi requisiti, la condivisione è inapplicabile. *aggiunta del 6/10: Molti di noi, che hanno un buon rapporto con il/la proprio/propria compagna già usano questo metodo con lei/lui: la ragione per la quale questo trattamento non si estende alle altre persone di cui ci si fida, gli amici, non c’è. In realtà il motivo per cui adottiamo il criterio “ognuno per sé” è che non ci fidiamo al 100% degli altri, perché se avessimo la garanzia che gli altri tengono al nostro benessere quanto ci teniamo noi, affidare loro le decisioni non avrebbe alcun costo, e bisogna sempre ricordarsi che qui stiamo cercando un sistema più efficace di “ognuno per sé” non un sistema infallibile.*

– E se una persona è meno capace?
La società in cui viviamo premia – o dichiara di premiare – la meritocrazia perché avere ponti che non cadono (architetti migliori) e pizze più buone (pizzaioli migliori) conviene a tutti, anche ai meno bravi. Ma non c’è ragione per punire chi non è capace, sempre che questo premio/punizione non dia incentivi o disincentivi. È possibile che alcune persone abbiano più incarichi di altri? Certo. Se a una persona scoccia meno degli altri fare la spesa, farà più volte la spesa. Se una persona sa aggiustare le macchine aggiusterà le macchine di tutti, in accordo con gli altri impegni e le altre incombenze. Sono tutte cose che si possono decidere con una discussione, per cercare di gestire meglio gli sforzi di tutti. Può essere anche che alcune persone puntino ad avere una vita più agiata di altri (vuoi una casa più grande? Vuoi fare vacanze più lunghe?), e conseguentemente facciano più sforzi su altri campi. Il concetto chiaro è che non c’è alcuna ragione che non sia disonestà, stupidità o cattiveria (come definite sopra) per prendere queste decisioni da soli e non assieme agli altri che si considerano amici.

– Ma quindi non è soltanto una cosa intragruppo, c’è anche una responsabilità verso gli altri, quelli che non fanno la condivisione?
Certo. Le scelte etiche che ciascuno fa sono basate su valutazioni e opinioni argomentate: quel negoziante non fa lo scontrino, io non ci vado; quella signora è in difficoltà, è giusto aiutarla. Quella persona si comporta male, non è giusto frequentarla. I casi della vita sono molto più complessi, ma alla base di ciascuna di queste decisioni c’è un ragionamento che non ha motivi di non essere condiviso. Perché dovrei escludere da una decisione una persona che considero onesta, intelligente e buona? Non potrebbe che aiutarmi a prendere la decisione migliore.

– E se una persona è più pigra o ha altri difetti?
Può essere che ci siano persone che non sono disposte ad avere lo stesso grado di impegno etico: andare a servire alla mensa dei poveri mi fa fatica, ad esempio. Rispetto a questo, ci si rapporta come tutte le altre cose: qualunque difetto che ha una persona deve essere valutato. Quella persona potrebbe migliorare? Sopperire a questo difetto, provvedendo per quella persona, disincentiverebbe la persona dall’impegnarsi? Ciascuna di queste domande deve essere analizzata, caso per caso, per prendere la decisione su come comportarsi, su quanta parte di pigrizia accettare. Ma questa è solo la mia opinione. Magari ne discutiamo e scopriamo che sbaglio e che bisogna avere un approccio diverso alla pigrizia. È una questione di metodo, non di contenuto. Qualunque di queste questioni è, necessariamente, inclusa nella premessa di metodo. Cioè che non c’è ragione per la quale questa decisione, come tutte le altre, non dovrebbe essere discussa e condivisa con le altre persone che consideriamo amiche.

– E se sbagliamo nel prendere le decisioni con questo metodo?
Sbagliamo e sbaglieremo sempre. Il metodo che adottiamo ora, cioè quello che abbiamo ereditato a caso dalla società nella quale siamo cresciuti, cioè “è meglio non condividere niente, se non i membri del proprio sangue” ha statisticamente più possibilità di essere sbagliato, proprio perché non è ragionato, ma è casuale. Ma sentire più pareri – e metterli nel processo decisionale – di persone alle quali si vuole bene, e che si considerano amiche, non può che essere positivo. Quindi, sì, certo che sbaglieremo, come sbaglieremmo con qualunque tipo di processo decisionale. Ma, condividendo le nostre decisioni con tutte le persone di cui ci fidiamo e che stimiamo, sbaglieremo di meno che prendendo tutte le decisioni di testa propria.

– Guarda che lo facciamo già!
Davvero pensi che in tutte le decisioni che prendi stai soppesando il tuo interesse e quello delle persone alle quali vuoi bene allo stesso modo? Consideri qualunque decisione che ti riguardi una decisione da gestire consensualmente con le persone alle quali vuoi bene? Se un tuo amico vuole andare in vacanza in Colombia, ti consulta prima di organizzare il viaggio? E se vuole cambiare lavoro? Domandati: se pensi a tutte le persone che sono tue amiche, ti senti coinvolto e responsabile per ogni cosa per la quale quelle persone si sentono coinvolte e responsabili? Lo fai già? Secondo me no. Se sì, ti voglio conoscere.

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Le Iene e l’Addetto al Tormento

28 September 2015, 13:55 | Moralismo noioso | «Commenti: 6»

Evidentemente ci deve essere una buona parte di pubblico che pensa davvero che insistere a molestare una persona che ha già risposto «no, grazie, non voglio rilasciare interviste» serva qualche proposito giornalistico.

Mi piacerebbe dire che non guardo i servizî delle Iene, neppure sui temi che mi interessano, perché hanno un approccio sensazionalista e allarmista (oltre che antiscientifico) a ciò che trattano, vedi Stamina. In realtà non li guardo, neanche quando potrebbero lontanamente interessarmi, perché mi fa stare male vedere l’Addetto al Tormento™. Io vedo questo tizio, paladino di non si sa che verità, insistere, e insistere, e insistere (e chissà quanta altra insistenza è tagliata nel montaggio) con quello che hanno stabilito essere il cattivo di turno: provando a seguirlo in casa, in ascensore, in ufficio. Spintonandolo, mettendo il piede dentro la porta, dicendo frasi a effetto con il solo intento di farlo arrabbiare.

Venendo meno al mio proposito, ho visto questo servizio delle Iene su una bega di paese che avevo seguito passivamente perché ne parlavano i miei amici di internet e per gusto pettegolo. Qui, ora, andrebbe tutto il caveat su quanto a me Guia Soncini stia antipatica, che c’ho litigato dieci volte, eccetera. Che palle, non parlo di lei. Ora guardate quello che succede, e ditemi se non fa schifo.

C’è un momento, particolarmente indicativo, nel quale Soncini sta chiamando la polizia per cercare di farsi soccorrere e liberarsi dell’Addetto al Tormento e questi, come se avesse qualche rilevanza, aggiunge: «ma no, diglielo all’ispettore che siamo le Iene. Ispettore – grida sperando di farsi sentire – siamo le Iene!». In che modo il fatto di essere le Iene dovrebbe scagionare l’Addetto al Tormento? È chiaro che, in quella frase, l’Addetto al Tormento sta rivendicando una funzione civica.

Ma questa funzione civica è completamente assente. Nel momento in cui un intervistato dice «no, grazie, non voglio rispondere», la funzione informativa del giornalista si completa. Non vuole commentare, non c’è niente da aggiungere: un cronista riporta il fatto che non vuole commentare. Ciò che fa l’intervistatore insistendo ulteriormente è cercare una reazione, appellarsi al popolo, dipingere in maniera infame – e con nuovo stupore a ogni risposta, «ma perché non vuoi rispondere?» – una legittima scelta di chi sta subendo quella domanda. Ma se quello che vuole fare l’intervistatore è chiaro – spettacolo e non giornalismo, prendere qualche bel pugno così da poterlo mettere nel servizio – quello che si aspetta chi vede quel servizio non è chiaro. Non puoi trarre alcuna nuova informazione sul tema, perché godi nel vedere questo surplus di pena – rispetto a quella che, eventualmente, gli comminerà un giudice – con il proprio tormento?

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Sei al sicuro

10 September 2015, 4:59 | Moralismo noioso | «Commenti: 3»

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Vienna

La cosa più commovente di questa volantino appeso alla stazione di Vienna non è il titolo, “benvenuto/i”, in grande; né la solidale laboriosità che traspare dall’elenco, quasi burocratico, delle necessità alle quali l’amministrazione può rispondere. Non è né quel “per favore, non esitate a fare domande”; né la traduzione, fra parentesi, in simple English di una parola (“interprete”) che potrebbe risultare difficile. Non è l’umano “stiamo facendo del nostro meglio”.

È la postilla finale, prima della firma. “You are safe”. Siete al sicuro. Sei al sicuro.

Lo è perché vuol dire «fidatevi di noi», che è il messaggio più bello che si può dire a un nuovo arrivato (perché c’è da fidarsi di noi, no?). Ma lo è ancora di più perché, rispettosamente, sottointende un’altra parola, “now” (siete al sicuro, ora), che è il riconoscimento dell’identità e della storia che queste persone si portano dietro. È il riconoscimento, prima ancora che siano tenuti a provarlo (come del resto la convenzione di Ginevra richiede), che a quell’identità e quella storia ci crediamo. Che sono effettivamente dei rifugiati, che scappano dalla morte, dalla distruzione, dalla sopraffazione, dalla tortura, e da ogni cosa non sicura del mondo. È il riconoscimento di ciò che, di questi tempi, tanti mascalzoni mettono in dubbio, questionando – con sciocchezza o ignoranza – la legittimità delle loro paure, del terrore da cui fuggono. Vuole dire: anche noi ci fidiamo di voi. Sappiamo da cosa fuggite, lo riconosciamo e vogliamo aiutarvi. Siete al sicuro, ora.

 

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Due foto

22 June 2015, 8:51 | Il Male curabile, immagina tu | «Commenti: 3»

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Sul Family Day non credo ci sia bisogno di altro commento, che non queste due foto, una di fianco all’altra:

Foto uno

Ieri in Piazza San Giovanni per il Family Day, a Roma

marriage

Qualche anno fa alla National Equality March a Washington

(Qui il post che avevo fatto al riguardo).

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Sono il Campione italiano di Sputo del nocciolo!

15 June 2015, 10:01 | Ogni me è politico | «Commenti: 8»

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Qualche giorno fa avevo visto questa foto:

cellenoOvviamente la cosa che mi ha rapito è la “Gara di sputo del nocciolo”.

Ieri siamo andati con degli amici a fare un giro nell’alto Lazio e nell’Umbria, e tornando siamo passati da Celleno. Potevo mica esimermi dal partecipare?

Complici dei ritardi precedenti, siamo arrivati lì che la gara era già cominciata, e sono riuscito a iscrivermi solo all’ultimo.

Lo “sputodromo” si presentava così, con tanto di regolari giudici e misuratori:

WP_20150614_005Essendo arrivato per ultimo, ero anche l’ultimo a… “lanciare”, come diceva il presentatore. Anzi, il penultimo, perché l’ultimo tentativo era riservato al campione in carica, dominatore incontrastato delle ultime 5 edizioni, che veniva perciò tenuto come ultimo dei concorrenti.

Sputo del nocciolo 2Ciascun partecipante aveva due sputi, e si prendeva la misura del migliore. Il presentatore ripeteva che la media dei maschi era intorno ai 10 metri (quella delle femmine molto più bassa, la migliore ha fatto 8 metri e 77 cm).

Scorse le varie decine di partecipanti, la misura da battere in attesa del campione si era assestata a 13.54 metri. Io, ovviamente, non avevo mai sputato un nocciolo in competizione, né tanto meno misurato la distanza alla quale sputavo un nocciolo, perciò non avevo la più pallida idea di come mi potessi classificare. Pensavo di essere sopra la media, ecco. Ma non pensavo di poter battere i 13 e mezzo.

Tocca a me, mi metto in pedana, e… 18 metri. Diciotto metri precisi. Ho il secondo tentativo, questo è peggiore: 16 e mezzo. Vale il primo.

A questo punto c’è da aspettare il campione in carica, al quale viene approntata una nuova pedana di partenza, perché la pista potrebbe non bastare (è lunga poco più di 18). Al primo tentativo non va oltre i 16. Per il secondo tentativo si prepara e si concentra come ho visto poche persone fare, il nocciolo vola in avanti e si ferma vicino ai 18 metri: sembra dietro, ma serve la misurazione precisa del giudice.

Anche il metro dice lo stesso. Vittoria!

download

In Italia è questa la competizione, ma ho letto che negli Stati Uniti c’è chi ha fatto 24 metri. Dovrò allenarmi.

Questo è il video della premiazione (il presentatore è la persona più simpatica del mondo):

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Io non voglio far parte di questa umanità

13 June 2015, 11:12 | Gruppo misto | «Commenti: 8»

Ieri un parlamentare del PD ha scritto questo post di elementare civiltà:

Le risposte a questo tweet sono state di questo tenore (ce ne sono tante, tante altre). Hai voglia a dire che non esistono buoni e cattivi. Esistono eccome, e queste sono persone cattive.

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Perché ce l’avete così coi vegetariani?

5 April 2015, 15:33 | Moralismo noioso | «Commenti: 66»

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FiC42È un po’ di tempo che me lo chiedo, ma oggi vedendo la quantità di foto di pezzi di agnello postate assieme a invettive contro il vegetarianismo o dileggio per i vegetariani ho deciso di mettere la domanda qua fuori: perché ce l’avete così coi vegetariani?

Io non sono vegetariano. Penso ci siano delle buone ragioni per esserlo, e delle altre meno buone. Lo trovo un dibattito interessante, ne ho discusso, e ho spesso cambiato idea. Continuo a mangiare carne principalmente perché mi piace, consapevole che è un comportamento più menefreghista.

Però c’è una cosa che non mi sognerei di fare: insultare o dileggiare quelli che – in un dibattito etico complesso – fanno la scelta più difficile, mossi da altruismo. Perché è evidente che essere vegetariani è, banalmente, più difficile che essere carnivori. Per me, almeno, sarebbe difficile: perché la carne mi piace.

Eppure quando l’argomento diventa il vegetarianismo c’è un sacco di gente che gli si scaglia contro irrazionalmente e con una veemenza vista in pochi altri temi. La cosa strana è che non mangiare carne è una scelta che, strutturalmente, non può fare male al prossimo. Se hanno ragione i vegetariani, il mondo è migliore. Se hanno torto, il mondo è uguale.

Sembra quasi che ciò che fa davvero arrabbiare questi odiatori del vegetarianismo è il semplice mettere in dubbio che uno dei loro comportamenti – uno da cui si trae dell’effettivo piacere – possa essere sbagliato. Forse è questa la grande forza del conservatorismo: la disposizione umana a difendere ciò che si fa solo perché lo si fa.

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What’s App e il sindacato dei bugiardi

6 November 2014, 21:51 | Moralismo noioso | «Commenti: 4»

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Leggo da mesi di reazioni terrorizzate, o scherzosamente terrorizzate, all’arrivo della terza spunta (ora diventata spunta blu) che su What’s App permette di vedere quando qualcuno ha letto il proprio messaggio. Naturalmente c’è chi scherza e basta, ma c’è anche chi ci scherza credendoci, appellandosi a un principio che, nei fatti, è: «voglio poter mentire».

Invece di rivendicare il diritto a rispondere quando si vuole, si rivendica il diritto a ingannare il proprio interlocutore. La spiegazione “non ti potevo rispondere in quel momento” è una spiegazione perfettamente ammissibile, come lo è la spiegazione “non ti volevo rispondere in quel momento”. Se una persona è una scocciatura, è meglio dirglielo che nasconderglielo: anche nella prospettiva di insegnargli a non comportarsi così la prossima volta.

Leggete il linguaggio di questa, inutile, petizione che suggerisce che le “fidanzate gelose” o gli “amici insistenti” siano eventi atmosferici accadutici, e non precise scelte che abbiamo fatto. In realtà  – è evidente – è proprio questa mentalità, quella che considera presentabile e non infamante rivendicare il diritto alla menzogna, a creare una società di fidanzate gelose.

Stavo per scrivere diversi verbosi periodi sul perché una società che dice la verità è migliore di una che concepisce le bugie come valuta corrente, invece mi limiterò a: è più semplice. Si vive meglio.

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Perché sono molestie anche quelle che non sono molestie

30 October 2014, 16:35 | Moralismo noioso | «Commenti: 30»

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Quando è uscito il video dei commenti ricevuti da una ragazza che va in giro a New York mi sono ripromesso di non leggere nulla nulla nulla delle reazioni online. Era ovvio che la reazione sarebbe stata disarmante, e in un modo particolarmente avvilente: divisa per sesso. Era ovvio che sarebbe arrivato qualcuno a dire «magari lo ricevessi io quel trattamento», e che quel qualcuno sarebbe stato indiscutibilmente uomo. Per me, che non sopporto il settarismo di una parte del movimento femminista, e che professo sempre le battaglie contro sessismo e maschilismo come battaglie comuni è la cosa più deprimente che si possa leggere.

Il video, raccolto in 10 ore, segue il tema di altri video. Questo, francese, che prova a raccontare un mondo al contrario. O questo, fatto al Cairo, la città al mondo dove il problema del sexual harassment è più pervasivo, dove una ragazza riceve gli stessi comportamenti in 2 minuti continuativi, senza alcun montaggio o selezione. Un altro è questo, sempre in Egitto, in cui un uomo si veste da donna e registra le reazioni ricevute. Naturalmente c’è un’enorme differenza fra ciò che succede al Cairo e ciò che succede a New York, ma il fenomeno è lo stesso. Nel primo caso è semplicemente più accettato, quindi più diffuso, e il problema è proprio questo. Il problema è esattamente la percezione che un maschio che adotta un comportamento simile ha di sé stesso, e quale pensa che sia quello che la società avrà di lui.

Una delle obiezioni al video su New York è stata che nel video si riconoscono quasi solo neri o immigrati che fanno commenti o inviti alla ragazza che cammina: è un’obiezione benintenzionata, e si capisce la volontà di prevenire il razzismo. Però qualunque ragazza che abiti in una grande città europea (come Parigi o Londra), dove ci sono immigrati di diverse generazioni e “ghetti” dove si ricreano dinamiche delle società di origine, sa quanto il fenomeno sia enormemente più diffuso in queste comunità e quanto il proprio orizzonte d’attesa debba essere diverso se si va in giro in alcuni di quei quartieri. Il motivo è semplice: più ci si avvicina a una società patriarcale e maschilista, più questi comportamenti sono diffusi. Non è bello da riconoscere, ma è un concetto fondamentale per mostrare a chi adotta o difende questi comportamenti con un “magari lo facessero a me” sia precisamente collocato nel tempo, in una società in cui nessuno vuole vivere.

L'attore in questa foto è un uomo

L'attore in questa foto è un uomo

Intendiamoci bene: non c’è nulla di male nel proporre a qualcuno di fare sesso, anche a una persona sconosciuta. In un mondo ideale questa sarebbe una proposta che si può accettare o rifiutare con serenità, come il fruttivendolo che ti offre le pesche noce in offerta. Il problema è che noi uomini non abbiamo idea, davvero non-abbiamo-idea, di quale sia la condizione psicologica in cui questo tipo di atteggiamenti costringe una donna. Non abbiamo idea, come uomini, semplicemente perché la nostra vita non include precauzioni per non essere stuprati. Ovviamente prendiamo precauzioni, che prendono anche le donne, per non subire violenze, furti, ingiustizie: ma non c’è alcun comportamento che modifichiamo su base quotidiana per prevenire una violenza sessuale (la battuta cinica è: la precauzione che prendiamo è non finire in carcere!). Tutte le donne, tutte, modificano la propria vita per non essere stuprate, adottando una serie di comportamenti sconosciuti a noi uomini: scegliere sempre strade ben illuminate, tenere sempre in mano le chiavi come potenziale arma, non parcheggiare nel garage, controllare sempre che non ci sia qualcuno sul sedile posteriore della macchina, avere una voce maschile come segreteria telefonica, non lasciare la propria bevanda incustodita, non incrociare lo sguardo con uomini, etc.

È una parte di mondo che agli uomini è completamente sconosciuta semplicemente perché non ne hanno esperienza e perché spesso le donne stesse sono imbarazzate a parlarne. Ora la domanda fondamentale: cosa c’entrano questi comportamenti – un «ehi bella, facciamo due passi?» che non è neanche una molestia, o un’insistenza su «dài, dammi il tuo numero» che comprende un breve inseguimento dopo il primo no – con la violenza sessuale? In teoria niente. In una società perfetta, comportamenti simili – che spesso sono fatti per accreditarsi agli occhi del proprio gruppo di amici – sparirebbero con una risposta ben assestata della donna, che annullerebbe istantaneamente i due incentivi che li muovono. Chi fa di questi commenti li fa perché pensa di avere un “premio” dalla parte di società che lo guarda (chi fa l’apprezzamento più osceno è “fico”), e di riaffermazione del proprio potere psicologico sull’altro: “io ho il diritto di fissarti, e dovrai essere tu ad abbozzare”.

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7 min molto divertenti di Mike Birbiglia sulla differenza fra chi fissa una bella ragazza e chi no

In pratica, invece, ogni apprezzamento per strada è una potenziale minaccia di stupro. Mi rendo conto di quanto questa frase sembri esagerata, perché è ovvio che 99 volte su 100 non lo è. Il problema è che ogni ragazza è educata a scongiurare quella piccola possibilità restante con la deferenza, con la subalternità. Ogni ragazza viene educata a non farsi notare, a tenere un profilo basso, a non rispondere mai – MAI – a un apprezzamento per strada, per la dinamica che potrebbe venire a crearsi: “sfidare” un maschio è la dinamica più rischiosa che ci sia, qualunque cosa un maschio generico possa concepire come sfidare. Viene educata a non essere “troppo” svestita, a non apparire “troppo” bella, a rendersi il più possibile anonima (non è un caso che, per mostrare il proprio punto, coloro che hanno girato il video hanno scelto una ragazza non troppo “appariscente”, né particolarmente bella, né particolarmente vestita/svestita, etc). Viene educata alla subalternità, alla prassi che quel tipo di apprezzamenti sono una red flag alla quale si può rispondere solo sottomettendosi a quella mentalità, se non si vuole rischiare. E intendiamoci: insegnare questo concetto a una ragazza non vuol dire sostenere che se indossa una minigonna e viene stuprata è colpa sua, vuol dire insegnarle che se va in giro in minigonna ci sono più possibilità che venga stuprata, e questo è tristemente vero. Nei fatti, il ragazzetto che pensa di riaffermare il proprio ruolo e potere su una ragazza fissandola o facendole un commentaccio ha ragione: sta precisamente ottenendo l’instaurarsi di quella dinamica, attraverso la minaccia della propria forza fisica.

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La guida su Israele e Palestina, completa

27 August 2014, 11:02 | Medio orientato | «Commenti: 2»

4 su 5

Ho scritto una guida a quello che è successo in Israele e Palestina sul Post, la ricopio qui in tutte le sue puntate. Su Limes del prossimo mese ci sarà un mio lungo articolo che racchiude tutto quello che penso su come fare la pace.

Nel dibattito su Israele e Palestina, i contributi si articolano fra grandi ricostruzioni storiche e immediata cronaca quotidiana. Questo compendio vuole essere una via di mezzo, cioè un tentativo di inquadrare quello che sta succedendo in questi giorni per chi non ha familiarità col tema. Data la vastità dell’argomento, lo dividerò in capitoli per concentrarmi su un argomento alla volta, in modo da poter raccogliere materiale, analizzare fatti e considerare l’attualità meglio che in un unico scritto-fiume.

Capitolo 1 – La strategia di Israele
Capitolo 2 – Israele e i civili
Capitolo 3 – Cosa succede ora a Gaza?
Capitolo 4 – Perché Hamas si comporta così? (e Fatah?)
Capitolo 5 – Israele e Palestina, e ora che succederà?

Capitolo 1 – La strategia di Israele
La strategia non c’è. Questa operazione militare non ha una strategia di medio o lungo periodo. È un’operazione tattica con la quale Israele vuole ridurre l’arsenale e la potenza di fuoco di Hamas a Gaza. Israele è preparata a una prosecuzione indefinita dello status quo. Questo comporta un ciclico disarmo di Hamas con mezzi militari: nei periodi di tregua, Hamas produce e acquista armi (principalmente diversi tipi di razzi) che possono mettere in pericolo Israele; con cadenza variabile, fra il biennale e il triennale, Israele interviene per riaffermare e garantire la propria superiorità militare.

Dal ritiro unilaterale da Gaza (2005), e soprattutto dalla vittoria di Hamas su Fatah nella Striscia (2007), Israele si è rassegnata a questa ciclicità. Tuttavia, le operazioni militari (“Piombo Fuso”, 2009; “Pilastro di difesa”, 2012; “Margine di protezione”, 2014 – sì, i nomi italiani non sono il massimo) non avvengono in periodi casuali. Israele fa coincidere l’inizio con un casus belli istigato dall’altro fronte – uno che possa definire l’intervento militare come operazione difensiva – consapevole che la scelleratezza di Hamas non mancherà di offrirne. Naturalmente non si tratta di eventi che portano automaticamente a una guerra (di lanci di missili ce ne sono su base quotidiana), ma di piccoli passi che innescano l’escalation di azione-ritorsione-superritorsione che porta velocemente alla guerra.

Israele adotta questa tempistica per due ragioni: primo, perché un’azione militare è molto meno digeribile per la comunità internazionale rispetto a un’azione difensiva in risposta a un attacco verso civili. È per questo che, per quanto sia sempre presente sottotraccia, Netanyahu ha evitato di collegare il rapimento dei 3 ragazzi israeliani – non rivendicato da Hamas, fra l’altro – alle operazioni militari a Gaza: rispondere a dei lanci di razzi bombardando le postazioni di lancio di quei razzi può essere considerata un’azione difensiva; rispondere a un rapimento con dei bombardamenti è a tutti gli effetti una rappresaglia.

Secondo, perché il principio sul quale è fondata la strategia difensiva israeliana è la deterrenza. È importante che i palestinesi abbiano paura delle reazioni d’Israele (e della sua forza militare), così da essere disincentivati a percorrere o sostenere la lotta armata. Il proposito di questo articolo non è la valutazione etica di questa strategia, che è stata tristemente efficace per entrambe le parti nella storia di questo conflitto. Tuttavia, è rilevante notare la vicinanza fra questo criterio e quello della “punizione collettiva” (principio che viola la Convenzione di Ginevra).

Ovviamente non c’è alcun dubbio che Israele abbia la potenza militare per spazzare via tutto l’arsenale di Hamas, ma a un costo in termini di distruzione e di vite delle persone. È perciò questo costo – più precisamente quanto Israele sia disposto a (o in condizioni di) pagarlo – che determina l’intensità dell’azione israeliana. Essendo una guerra asimmetrica, da un punto di vista militare l’unica considerazione è quella sugli effetti collaterali. Formulata in maniera brutale ma veritiera: quanti civili palestinesi è disposta a uccidere Israele per raggiungere il proprio obiettivo?

Capitolo 2 – Israele e i civili
In mancanza di un accordo di disarmo, l’unica possibilità che Israele ha per distruggere l’arsenale di Hamas è attraverso azioni militari. Queste azioni comportano, inevitabilmente, il rischio di causare morti anche fra i civili. Nella Striscia di Gaza questo rischio è una certezza, come si è visto in questi giorni. Per questo diventa fondamentale domandarsi quanti sforzi faccia Israele per prevenire l’uccisione di civili: più precisamente, quanto è disposta a pregiudicare l’efficacia delle proprie azioni. Rispondere a questa domanda, diversamente da quello che sembra nella baraonda delle reazioni partigiane, non è facile.

Una necessaria distinzione preliminare è quella fra l’atteggiamento israeliano e quello di Hamas, cherivendica il fine di uccidere ogni civile che può. Quando ero in Palestina, ai tempi della prima guerra a Gaza, formulai così il concetto:

Ci sono tre comportamenti, nei riguardi dei civili, in guerra: il primo è quello di cercare di ridurre al minimo le vittime civili, anche a costo di fare operazioni militari meno efficaci; il secondo è quello di ignorare la quantità di vittime civili che un’operazione militare possa comportare; il terzo è quello di cercare di fare più morti civili possibile.

Israele si comporta in un modo che rientra nello spettro fra il primo e il secondo, a seconda dell’opinione che se ne ha. Hamas si comporta inequivocabilmente nel terzo modo. Israele vuole uccidere il meno possibile o se ne frega. Hamas vuole uccidere il più possibile.

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