Paola Caruso, le aziende e la moglie di Hossam: mi spiegate una cosa come a un bambino?

15 November 2010, 10:48 | Gruppo misto | Commenti: 84

interesse 3 su 5

[Dico prima che magari sono scemo io, e dico davvero, nel senso che mi sembra che tutti stiano dando per scontata una cosa che io non do per scontata: quindi, ecco, se uno volenteroso e altruista viene qui e me la spiega lo ringrazio e cestino questo post]

Al giornalaio sotto casa mia lavora Pino, che ha una moglie, Rossella, che naturalmente lavora con lui: perché? Beh, perché è la moglie di Pino, hanno un’azienda, e lavorano assieme. Rossella ha fatto un po’ la casalinga, poi quando Pino ha avuto bisogno di una mano, invece di assumere qualcun altro, ha detto a Rossella di venire anche lei giù in piazzetta. Poi c’è quell’altro: come si chiama? Hossam, fa le pizze napoletane pure se è egiziano, e con lui lavorano il fratello – che è venuto dall’Egitto proprio per fare lì il pizzaiolo – e il figlio, che fa le consegne. Come l’hanno avuto quel lavoro? Beh, perché erano lì. Magari son anche bravi, le pizze di Hossam non sono male, però non è che abbiano fatto un concorso.

Sai che c’è? Secondo me sono dei raccomandati. Cioè, sì, lo sono. Mica hanno ottenuto il lavoro per merito, anzi il merito proprio non c’entra nulla: se uno la vede spassionatamente è la più bieca forma di familismo. Eppure non c’è nessuno che faccia uno sciopero contro Pino, Hossam, o Rossella.

Magari direte: ma quelli sono pesci piccoli, è naturale. Boh, sarà naturale, ma il principio è quello. Però vabbè, facciamo così: il presidente della Fiorentina si chiama Della Valle ed è proprietario della Tod’s, un’azienda famosa che vende scarpe. In realtà non è che l’abbia comprata lui l’azienda, l’ha ereditata dal padre che a un certo punto l’ha cooptato e tirato dentro. Perché non c’è uno sciopero contro Della Valle? E John Elkann? Sarà anche bravo, ma non è che ha vinto il concorso per entrare in Fiat.

Naturalmente in un impiego pubblico è una cosa completamente diversa: le sorti di un’istituzione pagata da tutti non devono essere danneggiate dalle preferenze di uno, ma in un’azienda privata non vedo proprio cosa dovrebbe spingere qualcuno a rivendicare qualcosa. Non è che in via di principio non sia sbagliato, intendo l’assumere qualcuno non sulla base del merito, da una certa prospettiva lo è certamente: ma, come ovvio e giusto, non c’è nessuna legge che vieti a qualcuno di fare quello che vuole con la propria azienda. È il mercato, funziona così: il concetto è che se Hossam assume il fratello anziché Carmine che fa le pizze più buone, la sua pizzeria riuscirà peggio, e così per Della Valle, per Elkann e per tutti gli altri.

Ecco, mi spiegate perché un giornale dovrebbe funzionare diversamente?

Secondo me Paola C ha esagerato, anzi dài, diciamolo: ha fatto una cosa scema. Capita di farne. E ho paura che questa scemata le costerà più delle scemate che capita di fare a noi, perché tutti i colleghi d’ora in poi la guarderanno storto, e per questo dal momento successivo a quello in cui ha iniziato questo sciopero della fame, mi è un po’ simpatica, ha anche una faccia simpatica. Potrebbe essere mia amica, anche se ha qualche anno più di me: ci mangerei un panino assieme e le direi «dài, smettila». Perché, a ogni modo, non capisco proprio la ragione per la quale un’azienda privata dovrebbe essere costretta ad assumere lei, anche se davvero più brava di un altro.

Oh, non dico che non possa essere un’ingiustizia, sarei tanto arrabbiato anche io: magari quel pivello della scuola di giornalismo è davvero un raccomandato**, non mi stupirebbe; però davvero non capisco il senso del fare uno sciopero della fame. Al limite scrivi la tua storia, racconti quel che è successo, e inviti la gente a non comprare un giornale che manda avanti un figliodì anziché una persona brava – sarebbe più che legittimo, magari convinci anche me e non vado più su Corriere.it – ma se fai uno sciopero della fame cosa vuoi ottenere, il lavoro? Il posto indietro? Per aver fatto uno sciopero della fame contro un meccanismo che non premia chi scrive bene? E il colmo è che, se così fosse, qualcun altro potrebbe fare lo stesso sciopero contro la tua assunzione: e sai che mica avrebbe tutti i torti?

** Sì: per quanto Paola C neghi – e questo invece, devo dire, me la rende un po’ antipatica – di aver espresso quel concetto, è naturale che l’accusa mossa al pivello sia quella di essere raccomandato: dici, io lavoro qui da sette anni e quello mi ha scavalcato senza averne i meriti. Quindi: o pensi che è tutto un caso, una botta di sfortuna (ma allora non fai lo sciopero della fame contro la sfortuna) oppure pensi davvero di aver subito un’ingiustizia, cioè che qualcuno l’abbia fatto passare avanti.

– Commenti:



84 Commenti presenti su “Paola Caruso, le aziende e la moglie di Hossam: mi spiegate una cosa come a un bambino?” – Feed

  1. mattiaq – 15 November 2010, 11:03 (n° 1)

    A me pare che il punto sia un altro. C’è una persona come tante altre che vive una vita fatta di pochi diritti e molti sacrifici. Questa situazione è resa possibile dalla legislazione italiana ed è molto comune, ci sono tanti in situazioni anche peggiori.
    Questa persona un giorno perde la testa, perde la testa per colpa di un episodio, non necessariamente il più grave, forse ha ragione, forse no. E’ solo la goccia che ha fatto traboccare il suo vaso.
    E’ utile analizzare il singolo episodio? O è meglio cercare di capire le cause di questo disagio sociale. Criticando questa persona e questo gesto si colpisce solo lei o si rischia di colpire i diritti e le legittime aspirazioni di tutti quelli sfruttati?
    Noi cosa vogliamo fare di fronte a questa piaga sociale? Dare eco a chi protesta o aspettare che arrivi il deus ex machina che risolve le cose per noi?
    Pensiamo veramente che le proposte di legge che giacciono in parlamento possano fare moilta strada senza un movimento d’opinione forte?

  2. Giovanni Fontana – 15 November 2010, 11:18 (n° 2)

    Mattia, a me pare che il discorso che fai tu sia un po’ macchiavellico: perciò provo a risponderti punto per punto.

    mattiaq scrive::

    Questa persona un giorno perde la testa, perde la testa per colpa di un episodio, non necessariamente il più grave, forse ha ragione, forse no. E’ solo la goccia che ha fatto traboccare il suo vaso.

    A me sembra che a questa conclusione non fossimo arrivati tutti, che ha perso la testa, e che non è necessariamente il più grave. Se siamo lì, e nessuno pensa che la sua protesta sia sensata, allora hai ragione a dire che questo post ha sbagliato il bersaglio. Ma ti devo dire: non mi sembra proprio.

    mattiaq scrive::

    E’ utile analizzare il singolo episodio?

    Sì, è sempre utile.

    mattiaq scrive::

    Criticando questa persona e questo gesto si colpisce solo lei o si rischia di colpire i diritti e le legittime aspirazioni di tutti quelli sfruttati?

    Questo è un ragionamento tremendo, pericolosissimo (oltre a essere una fallacia logica). Non dici che ciò che dico non è vero, ma che non bisognerebbe dirlo, perché non conviene. Io sono un po’ stufo della gente che dice che non è il momento di fare questo o dire questo.

    mattiaq scrive::

    Noi cosa vogliamo fare di fronte a questa piaga sociale? Dare eco a chi protesta o aspettare che arrivi il deus ex machina che risolve le cose per noi?

    È facile risponderti che dare eco a una protesta come questa, penso, sia controproducente per la causa stessa.

    Però, ecco, qual è la soluzione che proponiamo? Quale limite? E non è incredibilmente tangenziale a uno sciopero della fame contro un raccomandato che ti è passato avanti?

    Come ho scritto, lo ripeto: non è che manchi la mia simpatia umana. Ma è proprio che manca lo spazio per avere più di quella.

  3. mattiaq – 15 November 2010, 11:31 (n° 3)

    Giovanni, il problema generale è grave, io non so e non mi interessa sapere se in questo caso Paola ha ragione o torto, io la prendo come segnale d’allarme del disagio sociale. Se i problemi li affrontiamo solo a condizione di trovare qualcuno che li possa rappresentare come caso esemplare di sole ragioni e nessun torto cosa risolveremo mai?

  4. Federico – 15 November 2010, 11:50 (n° 4)

    Io penso che Paola C debba fare la sua corsa da sola, non “contro” un’altra persona, meritevole o no. Il che renderebbe sbagliato il tono lui-sì-perché-io-no con cui ha affrontato la faccenda.

  5. Jules Dufresne – 15 November 2010, 12:15 (n° 5)

    Mi sono trovata ad essere quasi perfettamente d’accordo con Bordone, e la cosa mi lascia anche un filino turbata.

    Soprattutto, condivido molto il discorso che fa lui sull’anzianità vs. meritocrazia e sui mali che può provocare in un’azienda privata la prevalenza della prima logica. Ancora di più se si parla di una professione intellettuale, che è un po’ diversa dal rispondere al telefono o sturare lavandini: mi sembra che il criterio del “c’ero prima io” a scapito del talento sia, banalmente, deleterio.

    (Questo nonostante alcuni articoli terrificanti che mi capita di leggere -di solito in seconda pagina- sul corriere mi facciano venire il dubbio che il criterio aziendale sia “gonfia retorica stantia – who does it better?”. Fatti loro, in ogni caso)

  6. Gatto Nero – 15 November 2010, 12:16 (n° 6)

    Per quanto tu possa pensare che “sia naturale” (e naturale non è, l’entrare nella testa delle persone e decidere per loro cosa sia stato detto o meno), Paola pare non aver mai detto che il tipo è stato raccomandato, ma solo che *lei* non è raccomandata.

    Io credo che di quello che ha desunto la gente, delle affermazioni di Paola, lei non ne abbia colpa.

  7. Giovanni Fontana – 15 November 2010, 12:21 (n° 7)

    Gatto Nero scrive::

    Per quanto tu possa pensare che “sia naturale” (e naturale non è, l’entrare nella testa delle persone e decidere per loro cosa sia stato detto o meno), Paola pare non aver mai detto che il tipo è stato raccomandato, ma solo che *lei* non è raccomandata.

    Bene. Ti pregherei, però, di rispondere ai miei argomenti, e non bypassarli completamente: quindi perché lui le è passato avanti?

    Se mi offri un’alternativa verosimile vuol dire che ho sbagliato, e tolgo il PS.

  8. mattiaq – 15 November 2010, 12:45 (n° 8)

    Giovanni, forse le è passato avanti perché è più bravo. Questo non toglie il fatto che Paola si è resa conto di colpo che l’investimento che stava facendo da sette anni non la avrebbe portata da nessuna parte. Che lei come tanti altri non può costruire un progetto di futuro per sé perché in Italia alle aziende conviene avere una massa di lavoratori sottopagati e disposti a tutto piuttosto che sottostare agli obblighi dello statuto dei lavoratori.

  9. mattiaq – 15 November 2010, 12:47 (n° 9)

    E no, non esiste il diritto per tutti ad essere assunti nel proprio posto preferito. Ma io credo che sia un diritto saperlo entro pochi mesi se l’azienda ti ha scelto e poi deciso di confermarti.

  10. Gatto Nero – 15 November 2010, 12:47 (n° 10)

    Certo che lo abbiamo pensato tutti, chi più o chi meno, Giovanni: è una debolezza umana.
    Ma un conto è pensare, e un conto è affermare. E Paola non ha affermato, mentre voi la state processando su questo punto come se lo avesse fatto.
    Per questo il tuo PS è sbagliato, Giovanni. Perché fai passare un messaggio che non è.

    Per inciso, è difficile far capire come il problema non sia tanto che sia stato assunto (“assunto”, fra virgolette, che qua bisogna far sempre dei distinguo) al posto suo, quanto che non sia stata assunta lei o chi per lei, precario da anni.
    Certo: sono due questioni strettamente correlate, ma la sfumatura è parecchio diversa.

  11. Ila – 15 November 2010, 12:53 (n° 11)

    mattiaq scrive::

    Questo non toglie il fatto che Paola si è resa conto di colpo che l’investimento che stava facendo da sette anni non la avrebbe portata da nessuna parte.

    Di colpo? Cioè all’improvviso?
    Che cosa è successo a Paola di colpo dopo ben sette anni, Mattia?
    Me lo spieghi, come direbbe Giovanni, come si spiega a un bambino?

  12. mattiaq – 15 November 2010, 13:00 (n° 12)

    Lei se ne è resa conto di colpo evidentemente altrimenti non si spiegherebbero questa scelte drammatiche. Avrebbe dovuto accorgersene prima? Certo. Ma il dramma di tanti è proprio questo, considerare la propria condizione come un passaggio necessario, illudersi di avere prospettive, restare ancorati alle proprie illusioni e poi accorgersi che in Italia certezze per il futuro sono impossibili. Il fatto che fosse un’illusa però cosa significa? Che difendiamo solo i forti e che i deboli e gli illusi sono causa del loro male e quindi non meritevoli di difesa?

  13. Jules Dufresne – 15 November 2010, 13:01 (n° 13)

    mattiaq scrive::

    gli illusi sono causa del loro male e quindi non meritevoli di difesa?

    Oh, be’, un pochino sì. Se hanno più di quindici anni sì.

  14. Giovanni Fontana – 15 November 2010, 13:47 (n° 14)

    Gatto Nero scrive::

    Ma un conto è pensare, e un conto è affermare. E Paola non ha affermato, mentre voi la state processando su questo punto come se lo avesse fatto

    Gatto, Paola ha detto che questa persona era stata assunta al posto suo e che era lei a meritarlo, quel posto. Che questa persona l’ha scavalcato e che lei protestava contro le persone, o il sistema, che avevano permesso che succedesse.

    Ora: dire questo equivale a dire che quello è raccomandato, se non ci prendiamo in giro, perché se dici che qualcuno ti ha superato, e tu stavi andando a 130h stai dicendo proprio che quello ha superato il limite di velocità, anche se non scrivi quelle esatte parole.

    Paola avrebbe potuto scrivere, ad esempio, “probabilmente l’hanno preso perché è più bravo di me”, oppure qualunque altra prospettiva – che non sto mica dicendo che sia vera, eh, magari è raccomandato per davvero – ma quello che ha scritto equivale esattamente a dire che quello è un raccomandato.

  15. Gatto Nero – 15 November 2010, 14:13 (n° 15)

    Se avesse pensato “lo hanno assunto perché è più bravo di me” non avrebbe fatto una protesta di questo genere, è ovvio. Perché dobbiamo dire delle cose scontate?
    E voi, soprattutto, non avreste pensato le stesse cose? Queste sono tutte reazioni naturali, ma sono davvero questioni di lana caprina: il discorso, in nuce, è che di riffa o di raffa Paola Caruso collaborava in maniera continuativa con il Corriere della Sera.
    E non era regolarizzata.

    Ma se volete concentrarvi su altro, fate pure. Possiamo parlare anche del suo taglio di capelli sconveniente.

    Detto questo, però, mi preoccupa che le si voglia mettere in bocca a tutti i costi qualcosa che lei NON ha detto. Ma che si pretende lei abbia detto. WTF?

  16. Ila – 15 November 2010, 14:34 (n° 16)

    Gatto Nero scrive::

    ma sono davvero questioni di lana caprina: il discorso, in nuce, è che di riffa o di raffa Paola Caruso collaborava in maniera continuativa con il Corriere della Sera.
    E non era regolarizzata.
    Ma se volete concentrarvi su altro, fate pure.

    Non sono questioni di lana caprina e non sono altro: sono una parte molto importante della questione, perché in merito a queste ne va della credibilità della sua protesta, e quindi del sostegno da parte degli altri, il quale sostegno non può essere incondizionato solo perché lavorava da sette anni per il Corriere e poi non è stata assunta ma le hanno preferito un altro, no?

    Altra cosa: che cosa intendi per regolarizzata? Assunta?

  17. Gatto Nero – 15 November 2010, 14:41 (n° 17)

    Altra cosa: che cosa intendi per regolarizzata? Assunta?

    Se me lo chiedi, non hai compreso bene il concetto di “precarietà”, che non è dovuto tanto alla forma contrattuale quanto allo “stato di precarietà percepita”.
    E cioè: collaboro con voi da sette anni, di qui 3 di co.co.co.? Dimostratemi che sono parte dell’azienda. Allo stato attuale delle cose, purtroppo, l’unica dimostrazione è l’assunzione (ma anche a tempo determinato, per carità, che ce frega).
    Ma non è il *contratto* che importa ai precari. Ai precari importa non essere più considerati un soprammobile, che oggi c’è e domani – potenzialmente – può benissimo non esserci.

  18. Ila – 15 November 2010, 14:46 (n° 18)

    @ Gatto Nero:
    Oh, beh, sai ho passato tutto il mio sabato pomeriggio per strada a fare volantinaggio per chiedere di regolarizzare i lavoratori clandestini durante una manifestazione antirazzista, quindi mi era un attimo sfuggito il concetto di regolarizzare per non essere considerati un soprammobile.

  19. Gatto Nero – 15 November 2010, 14:51 (n° 19)

    Siamo arrivati alla lotta fra poveri e fra sostenitori di più poveri?
    “Io ieri ho marciato per i poveri bimbi del Biafra”?

  20. Ila – 15 November 2010, 15:02 (n° 20)

    @ Gatto Nero:
    No, dài, allora parliamo di precarietà percepita.

  21. Gatto Nero – 15 November 2010, 15:07 (n° 21)

    Cosa c’è da spiegare?

  22. Ila – 15 November 2010, 16:33 (n° 22)

    @ Gatto Nero:
    Quello che ha già spiegato in modo esaustivo Giovanni e che a questo punto io ribadisco:
    perché mamma Corriere avrebbe dovuto necessariamente (a questo punto è così, mannaggia!) assumere Paola?
    Per farla sentire “parte dell’azienda”? Per non farle sentire lo stato di precarietà percepita? Perché sono 7 anni che collabora col Corriere, e quindi per anzianità?

    E visto che difendere concretamente altri precari «Eh, no, non vale. Mica stiamo a fare la lotta tra poveri» (anche se io stavo rispondendo al tuo: «Se me lo chiedi, non hai compreso bene il concetto di “precarietà”». E invece lo so eccome, credimi. E non solo perché lo ‘comprendo’), allora dimmi:
    tu che cosa fai effettivamente per combattere questo sistema cattivo, oltre ad appoggiare Paola in tutto e per tutto?
    Che soluzione proponi tu?
    Lo sta chiedendo Giovanni da stamani e ancora nessuno ha risposto. E infatti il suo post è ancora online proprio perché tuttora validissimo.

  23. Gatto Nero – 15 November 2010, 16:44 (n° 23)

    Se pensavi di parlare con uno del fan club “Pasionari di Paola Caruso”, hai sbagliato soggetto.
    Io non appoggio Paola “in tutto e per tutto”. Io trovo che abbia commesso alcuni – molti? – errori nella sua battaglia, che avrebbe potuto farlo meglio, certo, ma che comunque ha fatto qualcosa.
    Mettendoci la faccia in prima persona, e pagandone anche le conseguenze (come quelle che vediamo qui).
    Né io né te con il tuo volantinaggio possiamo dire di aver fatto altrettanto.

    Che soluzione propongo io, mi chiedi.
    Sono un legislatore? Non mi pare. Sono un precario, come tanti altri precari. Anche fra i più fortunati, per altro, perché lavoro per una azienda che i precari li tratta relativamente bene.
    Detto questo, è chiaro che a livello generale è la regolamentazione legislativa del lavoro a dover essere pesantemente riformata, eliminando tutte queste forme di contratto precario (cococo, cocopro, cocodè: cambiano i nomi, restano i fatti).

    Ma è anche una questione di mentalità aziendale, e quella sì che andrebbe riformata (ma non chiedetemi come): smettendo di considerare come “serie B” il lavoratore occasionale, quello non assunto.

    E in tutto questo, continuo a chiedermi: questo criticare Paola Caruso – e non il bailamme attorno a lei: proprio la persona – che senso ha? Che risultato porta? Che migliorie offre a una situazione drammatica per quasi tutti i giovani – e non solo – italiani?

  24. Ila – 15 November 2010, 16:52 (n° 24)

    Gatto Nero scrive::

    E in tutto questo, continuo a chiedermi: questo criticare Paola Caruso – e non il bailamme attorno a lei: proprio la persona – che senso ha? Che risultato porta?

    Dopo ti rispondo meglio, ma prima voglio precisare una cosa, a cui tengo moltissimo: qui nessuno ha mai criticato Paola come persona!
    O dove hai letto un attacco «proprio alla persona»?
    Eh?

  25. Gatto Nero – 15 November 2010, 17:00 (n° 25)

    ma se fai uno sciopero della fame cosa vuoi ottenere, il lavoro? Il posto indietro? Per aver fatto uno sciopero della fame contro un meccanismo che non premia chi scrive bene? E il colmo è che, se così fosse, qualcun altro potrebbe fare lo stesso sciopero contro la tua assunzione: e sai che mica avrebbe tutti i torti?

    E ancora:

    Sì: per quanto Paola C neghi – e questo invece, devo dire, me la rende un po’ antipatica – di aver espresso quel concetto, è naturale che l’accusa mossa al pivello sia quella di essere raccomandato: dici, io lavoro qui da sette anni e quello mi ha scavalcato senza averne i meriti.

    E ancora:

    perché mamma Corriere avrebbe dovuto necessariamente (a questo punto è così, mannaggia!) assumere Paola?

    (che è un po’ come dire che Paola è una bambina, dai, diciamocelo)

    Ma se cerchi citazioni puntuali, forse non te le posso dare: è più il tono del “partito contro” che è tutto un po’ sbagliato, come lo è stato quello del “partito a favore”, in molti casi.

    Il punto è: quella che Paola Caruso ha subito, dopo sette anni, è una ingiustizia? No? Allora il precariato diventa una cosa “normale”, lavorare per sette anni senza sapere cosa succederà domani pure. E se ha subito questa ingiustizia (o che lei ha percepito come tale), ha ragione ad incazzarsi?

    Possiamo sindacare su ogni punto della questione, ma a me interessa il nucleo, la base: è possibile che una persona lavori per SETTE anni per un’azienda, senza che questa la consideri parte dell’azienda stessa?

  26. Jules Dufresne – 15 November 2010, 17:03 (n° 26)

    Gatto Nero scrive::

    perché mamma Corriere avrebbe dovuto necessariamente (a questo punto è così, mannaggia!) assumere Paola?
    (che è un po’ come dire che Paola è una bambina, dai, diciamocelo)

    Eh no, se non si potevano “mettere in bocca le parole” prima, quando si parlava di raccomandati, allora non lo si può fare nemmeno in questo caso.

  27. ila – 15 November 2010, 18:56 (n° 27)
  28. Ila – 15 November 2010, 19:10 (n° 28)

    @ mattiaq:
    Mattia, io difendo tutti, ci mancherebbe. E in particolare proprio i più deboli, che ne hanno sicuramente più bisogno. Ma non vorrei mai che proprio i più deboli fossero i miei paladini: sarebbe pericolosissimo, per la nostra lotta e anche per loro.

  29. Ila – 15 November 2010, 20:11 (n° 29)

    Gatto Nero scrive::

    Se pensavi di parlare con uno del fan club “Pasionari di Paola Caruso”, hai sbagliato soggetto.
    Io non appoggio Paola “in tutto e per tutto”. Io trovo che abbia commesso alcuni – molti? – errori nella sua battaglia, che avrebbe potuto farlo meglio, certo, ma che comunque ha fatto qualcosa.
    Mettendoci la faccia in prima persona, e pagandone anche le conseguenze (come quelle che vediamo qui).
    Né io né te con il tuo volantinaggio possiamo dire di aver fatto altrettanto.

    Io ancora non so che cosa tu abbia fatto finora per la causa, ma tant’è. Magari un giorno ce lo dirai.

    Che soluzione propongo io, mi chiedi.
    Sono un legislatore? Non mi pare. Sono un precario, come tanti altri precari. Anche fra i più fortunati, per altro, perché lavoro per una azienda che i precari li tratta relativamente bene.
    Detto questo, è chiaro che a livello generale è la regolamentazione legislativa del lavoro a dover essere pesantemente riformata, eliminando tutte queste forme di contratto precario (cococo, cocopro, cocodè: cambiano i nomi, restano i fatti).
    Ma è anche una questione di mentalità aziendale, e quella sì che andrebbe riformata (ma non chiedetemi come): smettendo di considerare come “serie B” il lavoratore occasionale, quello non assunto.

    Ok, a livello generale; ma tu, in particolare, che cosa fai? Che cosa potresti/vorresti fare?
    Perché sennò qua arriva uno qualsiasi, fa una cavolata qualunque ed è uno ganzissimo perché ci ha messo la faccia. È questo che dà valore al gesto? Metterci la faccia?
    Eh, no, mi spiace. Qua ci sono tantissime persone che s’impegnano da anni, anche solo scendendo in piazza. E mettendoci la faccia, mica col passamontagna.

    Quindi, ribadisco per l’ennesima volta (magari prima né io, né Giovanni, né gli altri siamo riusciti a farci intendere): che cosa facciamo?
    E non parlo a Gatto Nero Legislatore, parlo a Gatto Nero.
    Che, spero, sia molto più bravo del nostro legislatore. Perché se aspettiamo quello…

    E se Paola fosse stata assunta lunedì scorso, che ne sarebbe stato della sua lotta per tutti i precari del mondo? Si sarebbe ricordata dei suoi sette anni di precariato?
    Pensa che io non sono manco precaria, ma ho un contratto a tempo indeterminato. Eppure, vedi, alle volte.

    Ah, et merci beaucoup à Jules!

  30. Giovanni Fontana – 15 November 2010, 20:27 (n° 30)

    Ila scrive::

    Io ancora non so che cosa tu abbia fatto finora per la causa, ma tant’è. Magari un giorno ce lo dirai.

    Ilaria: questo è davvero un argomento sciocco, non è sulla coerenza di Gatto Nero che si misura la bontà dei suoi argomenti.

  31. Ila – 15 November 2010, 20:32 (n° 31)

    @ Giovanni Fontana:
    È vero. Ma io non ne facevo una questione di coerenza.
    Gatto Nero ha scritto:

    Né io né te con il tuo volantinaggio possiamo dire di aver fatto altrettanto.

    però Gatto Nero mica ha detto che cosa ha fatto. Contestavo questo, non la sua eventuale incoerenza, figuriamoci.

  32. Roberto – 15 November 2010, 20:49 (n° 32)

    Non capisco quelli che scendono in piazza per protestare contro i datori di lavoro colpevoli di averli penalizzati, sebbene straordinariamente bravi, per premiare un raccomandato.
    Se sono bravi non dovrebbero avere problemi a trovare un altro lavoro, magari per un azienda che promuove quelli bravi, invece che quelli raccomandati.
    La promozione per diritti di anzianità, soprattutto nelle professioni intellettuali, NON È un diritto.

  33. Lorenzo – 15 November 2010, 22:01 (n° 33)

    Che bello Giovanni, finalmente qualcosa di serio sull’argomento. Sono in gran parte d’accordo con te, mi sembra un po’ una sciocchezza lo sciopero della fame. Anche perché non ne comprendo le finalità. Io pure anni fa avevo di fronte una ingiustizia, ho deciso di andarmene da dove lavoravo e ho informato i colleghi. Alcuni mi hanno dato retta, altri meno e ne hanno pagato purtroppo le conseguenze. Ma non mi sarebbe mai venuto in mente di fare un atto di questo genere per far accettare le mie richieste.

    Quello che mi dispiace di questa situazione è che poi chi soffre si rende anche un po’ antipatico. Perché diciamolo, se mi parli di “pivello della scuola di giornalismo” io penso che non stai usando la parola “pivello” per definirlo “giovane”, perché a quello mi compensa già la “scuola di giornalismo”. Allora stai dicendo che non è dotato, quindi ci sono altri motivi per la sua assunzione. Io vedo solamente la raccomandazione allora. Se è raccomandato dillo, che problemi ci sono? Negare questo è rendersi troppo vaghi e poco convincenti. Ti sei già fatta nemica la redazione e i colleghi, non lavori più con loro: fai nomi e cognomi, sono molto più importanti dello sciopero della fame.
    Oggi poi, nomi e cognomi rimangono su internet per molto tempo. Non è come nei giornali cartacei. Qui cerchi e trovi, sempre.

    Per il resto, un’azienda non dovrebbe poter sfruttare la precarietà per tempi così lunghi. E’ un po’ come se il pizzaiolo di cui sopra dopo aver sfruttato a lungo il cugino lo lasciasse da parte senza alcuna garanzia per dare il posto ad un altro lontano parente. Non capita mai, o quasi. Diciamo che se non riesci a trovare qualcuno più bravo di quello che attualmente collabora con te entro un dato periodo di tempo lo assumi punto e basta. Non puoi tenere le persone con il fiato sospeso perché cerchi all’infinito.

  34. angia – 15 November 2010, 22:31 (n° 34)

    il punto, mi pare di aver capito, è che la giornalista è stata una collaboratrice esterna per cinque/sei anni, e solo dopo è stata assunta, per un paio d’anni, con un contratto co.co.pro.
    (ma lei questo non lo dice, un po’ in malafede..)
    questo vuol dire che era in una situazione precaria, lei sperava andasse bene, ma non aveva nessuna certezza di essere assunta.
    le sue speranze sono andate deluse, ma allora se tutti quelli che nutrono speranze di un lavoro sicuro facessero lo sciopero della fame, davvero gli ospedali sarebbero pieni, purtroppo…
    trovo ingiusto dare del “pivello” a qualcuno che magari non lo è.
    chi può giudicare se lei è più brava o no di quel “pivello”?
    (forse il caporedattore che lo ha assunto!)
    se è un raccomandato, basta dirlo, ci vuol chiarezza se si spera di ricevere solidarietà.
    se no l’impressione è che lei se la prenda col collega assunto al posto suo solo per rabbia e invidia.
    trovo quest’atteggiamento un po’ infantile.
    se poi si vuol portare l’attenzione sul problema dei precari, è tutta un’altra storia.
    proprio un’altra.

  35. angia – 15 November 2010, 22:37 (n° 35)

    non sono d’accordo col tuo post solo quando dici che non capisci perché un’azienda privata dovrebbe assumere uno perché più bravo e non un altro meno bravo, se “gli gira”: se io ho un’azienda e voglio farla andare bene, per forza di cose assumo quelli più bravi.

  36. Giovanni Fontana – 15 November 2010, 22:40 (n° 36)

    angia scrive::

    che non capisci perché un’azienda privata dovrebbe assumere uno perché più bravo e non un altro meno bravo, se “gli gira”

    Dove?

  37. Impara l’arte « Scialocco – 15 November 2010, 23:32 (n° 37)

    […] e di fatto e abbasso il pivello che mi frega di scatto senza anzianità non è al mio livello ed io non mangio più fanculo la gravità io resto sulla gru. Chorus: salli sulla gru anche tu e protesta a testa in giù […]

  38. fabio – 16 November 2010, 06:52 (n° 38)

    Be’ ti sei messo in un bel vespaio. Lasciamo stare il caso umano che a te, per provare la giustizia o meno, non potrebbe fregare di meno. Io -per spiegare come ad un bambino – userei il metodo americano. Tu lo apprezzi, perche’ con metodo e provedura si iresce a spiegare quasi ogni cosa; poi a volte servono le eccezioni, ma questo non mi sembra uno dei casi.
    Semplicemente, un americano direbbe che questo e’ un caso di business ed ethics. E come si spiega quando il comportameto dell’azienda e’ etico? Ci sono dei test, piu’ di uno veramente.
    Uno dice: (la decisione) e’ legale? e’ bilanciata? come mi fa sentire?
    C’e’ il test della prima pagina: come persona che ha preso la decisione di non assumere la cococo e invece il ragazzino, come mi sentirei a leggere la notizia sulla prima pagina? E come si sentirebbero i miei cari, moglie, figli amici ecc a leggere la notizia (riportata da un giornalista imparziale, ovvio).
    e ci sono altri schemi, piu’ complicati. Trovo che questi test possano anche giustificare eticamente i vari della valle e lapo.
    tu che dici, Dunf?
    fabchi

  39. angia – 16 November 2010, 08:37 (n° 39)

    @ Giovanni Fontana:

    “Perché, a ogni modo, non riesco a capire proprio la ragione per la quale un’azienda privata dovrebbe essere costretta ad assumere lei, anche se davvero più brava di un altro”

  40. angia – 16 November 2010, 08:38 (n° 40)

    era
    “non capisco proprio..” ecc.

  41. Giovanni Fontana – 16 November 2010, 10:26 (n° 41)

    fabio scrive::

    tu che dici, Dunf?

    A me il fatto di come uno si “sente” mi pare il criterio etico più sbagliato: perché il “sentire” è, nel 99% dei casi, quello che ti è stato inculcato dalla società. C’è un sacco di gente, io pure qualche anno fa, che pensa che per una donna fare sesso con chi vuole lei (e con quanti vuole lei) è sbagliato, li fa sentire a disagio. Eppure non c’è una ragione logica per.

  42. Giovanni Fontana – 16 November 2010, 10:27 (n° 42)

    Angelì, leggi però:
    angia scrive::

    “Perché, a ogni modo, non riesco a capire proprio la ragione per la quale un’azienda privata dovrebbe essere costretta ad assumere lei, anche se davvero più brava di un altro”

  43. Lorenzo Panichi – 16 November 2010, 11:06 (n° 43)

    @ angia:
    si lui dice che non capisce perchè se un privato vuol schiacciarsi i coglioni in un cassetto non lo possa fare, cazzi suoi…. la tipa poteva fare un appello ai consumatori, spingere sul cassetto magari

  44. rosalux – 16 November 2010, 11:32 (n° 44)

    Scusa, non ho tempo di leggere tutto quindi spero di non ripetermi…bah, lo sciopero della fame secondo me non serve tanto a ottenere qualcosa ma a dare visibilità al problema. E’ un problema, che fare il giornalista sia “gavetta a vita” per qualcuno, che offre la sua manovalanza intellettuale in cambio di quattro soldi, e che sia posto fisso e ben pagato per altri che offrono la stessa prestazione, se non peggiore? Io penso di sì, e penso che sia un problema che va al di là della stortura delle raccomandazioni, ma che riguarda proprio i meccanismi di carriera inerenti alla professione. Se hai un precario, lo devi pagare di più di un impiegato, mentre i precari del giornalismo fanno la fame. E’ un problema di ordine generale e non personale.

  45. Ila – 16 November 2010, 11:44 (n° 45)

    @ rosalux:
    Sì, giusto, rosalux: è un problema di ordine generale. Però allora non si dovrebbe farne una mera questione di assunzione e di scavalcamento da parte di pivelli, no?

    E come appunto si diceva nei commenti precedenti, lo sfruttamento dei precari, senza tutele né garanzie di un futuro diverso, è una vera e propria vergogna. Ma lo è in molti altri ambiti professionali, non solo in quello giornalistico. Sì, ok, qua c’è di mezzo una corporazione, ma ce ne sono tanti altri di casi simili: gli avvocati, ad esempio. Solo che per gli avvocati sono richiesti dei titoli che per il giornalismo non valgono e quindi c’è un’offerta di manovalanza (questo è) maggiore. Per non parlare del fascino che questa professione suscita ancora.

  46. angia – 16 November 2010, 20:01 (n° 46)

    Giovanni Fontana scrive::

    Angelì, leggi però:

    Giovanni Fontana scrive::

    ragione per la quale un’azienda privata dovrebbe essere costretta

    ah, costretta.
    (se sei pignolo! e io sbadata!)
    costringere, non si può, per legge.
    come si fa a dimostrare chi dei due è più bravo?
    e anche allora, certo, il giornale può dire “cavoli miei, assumo il pivello ché è più simpatico”.
    però, così facendo, contraddirebbe le direttive del mercato: fare bene, fare meglio e, quindi, assumere i più bravi.

    Lorenzo Panichi scrive::

    la tipa poteva fare un appello ai consumatori, spingere sul cassetto magari

    l’appello la tipa lo ha fatto, e pure abbondandemente, direi: uno sciopero della fame, addirittura.
    spingere sul cassetto poteva anche, bastava cercare un altro lavoro.
    se uno è davvero bravo, prima o poi lo trova, forse (di questi tempi è diventata impresa ardua).
    il problema è solo questo, alla fine.

  47. Max – 16 November 2010, 20:55 (n° 47)

    ….sorry, but I’ll be harsh….

    il libero arbitrio in Italia e’ stato abolito per editto?

    ma se lavori 7 anni per una compagnia e questi non ti promuovono mai, non ti danno partecipazioni in equity, non ti crescono lo stipendio… non ti viene il dubbio che (a) ti stanno prendendo per il culo; (b) non sanno come dirti che li non hai futuro (perche’ non sei poi cosi brava o perche semplicemente gli stai sui coglioni o whatever; e’ la loro compagnia e la gestiscono, male o bene, ma come pare a loro).

    ma le job review annuali non si fanno in Italia? di solito alla prima review (anche prima!) si capisce che aria tira.

    stronzo tu poi se stai per cosi tanto al loro gioco fesso. a me poi tutta sta pena non fa: che’ c’e’ gente che si fa 8000 km per lavorare e non essere un servo. se l’Italia e’ un paese di servi e’ anche perche’ a tanti, inclusi i servi, cosi sta in fondo bene, perche ogni tanto un osso arriva sul piatto. ed allora, aspettate l’osso, che devo dire….

  48. Roberto – 16 November 2010, 21:30 (n° 48)

    @ Max:

    Penso che stamperò l’intero commento, sottolineando la parte sui servi, e lo metterò in una bella cornice.

  49. Veronica – 16 November 2010, 22:04 (n° 49)

    Max, come ti capisco. Gorse il problema di Paola, come di 1000 altri italiani, e’ di non saper guardare al di la’ del proprio naso e capire che si stanno facendo sacrifici per nulla. Alla fine, e’ l’ennesima crisi di nervi di un “precario” categoria tutta italiana e difficilmente paragonabile agli status Esteri. In fondo, negli USA o in UK, tutti sono precari in un certo senso, perché tutti possono essere licenziati se le cose vanno male o se semplicemente c’è qualcuno più bravo sul mercato. Anche negli USA, sistema molto meno corporativo, fare i giornalisti richiede molta gavetta, freelancing e magri stipendi, e’ una semplice questione di domanda-offerta ( Senza contare poi che l’industria e’ in crisi).

    Mi sembra che pochi abbiano chiaro che il precariato esiste perché il posto fisso esiste. Assumere una persona in Italia e’ come sposarla. Per licenziarla senza che ti trascini (con successo) in tribunale non basta dimostrare che passa il giorno su facebook. Anche il paragone con regolarizzare i clandestini c’entra poco. Lavorare senza contratto con il terrore che la polizia faccia i controlli mentre il datore risparmia su tasse e assistenza sanitaria mi sembra una cosa molto più grave che avere una laurea e prendere anche i lavori precari. L’alternativa, finche’ non cambia la disciplina sul licenziamento e il trattamento fiscale (grazie sindacati e pensionati!), non c’è. Che gli italiani, soprattutto quelli col culo parato che hanno figli mantenuti/precari/sottopagati lo realizzassero anziche’ alimentare questa autocommiserazione collettiva. E il raccomandato di turno passera’ sempre avanti, e anche Paola se potesse avere una raccomandazione non credo si farebbe molti scrupoli. In tempo di tempesta, ogni buco e’ un porto.

    Ultimo punto poi chiudo: c’è differenza tra raccomandazione e clientelismo. Il clientelismo e’ un sistema paramafioso di favori reciproci che coscientemente mette il bene dei singoli prima del bene dell’azienda (illegale). Raccomandare e’ invece un modo per selezionare più velocemente facendo leva su rapporti di stima e fiducia. Ho un amico che ha bisogno di un designer, e gli raccomando mio cugino, o un altro amico che so che ha un bel portfolio e farebbe un buon lavoro. Non mi aspetto nulla in cambio, credo di aiutare entrambi. Mio cugino ha un cliente in più, e se fa bene se lo coltiverà, il mio amico potrebbe mettere un annuncio, fare colloqui con 20 persone perdendo due mesi, e forse trovare uno più bravo di mio cugino. Ma lui ha bisogno del lavoro adesso, e per assurdo perde soldi se aspetta il candidato ideale, quindi io gli ho fatto risparmiare tempo e denaro, gratis. Un po’ come l’esempio di Giovanni: cercare un pizzaiolo bravo sarebbe l’ideale, ma meglio un pizzaiolo così così, che conosco, che so come lavora, che mi accompagna al lavoro perché e’ mio cognato, che zero pizzaioli se no la gente si incazza perché aspetta troppo la pizza. E poi diciamocelo, a fare la pizza si impara. Non e’ forse questo uno dei tanti bistrattati contratti di “formazione lavoro”?

  50. Roberto – 16 November 2010, 22:15 (n° 50)

    @ Veronica:

    Una delle strane cose che fanno all’estero, oltre alle job review annuali, è pagare i dipendenti per “raccomandare” conoscenti, amici e parenti per i posti vacanti in azienda. Il vantaggio per l’azienda non è tanto che trovano qualcuno alla svelta, solo che pensano “mi fido di te in quanto mia risorsa, se mi presenti qualcuno di cui ti fidi gli faccio un colloquio così mi risparmio di sparare nel mucchio”. Il vantaggio del candidato è che “se ci lavori te quell’azienda non farà poi tanto schifo, altrimenti ti rigo la macchina”. Il vantaggio per il dipendente è una paio di buste paga più sostanziose.
    Non c’entra niente, lo so, ma è per dire che c’è un mondo sconosciuto, là fuori, anche se per trovarlo spesso bisogna uscire dalla propria città.

  51. Ila – 16 November 2010, 22:15 (n° 51)

    Veronica scrive::

    Anche il paragone con regolarizzare i clandestini c’entra poco. Lavorare senza contratto con il terrore che la polizia faccia i controlli mentre il datore risparmia su tasse e assistenza sanitaria mi sembra una cosa molto più grave che avere una laurea e prendere anche i lavori precari.

    Scusa, Veronica, chi e dove sono stati fatti paragoni tra il regolarizzare una Paola e il regolarizzare i lavoratori clandestini?
    Era proprio uno dei punti che più mi ha distanziato da Gatto Nero.
    Se vuoi, ti elenco tutte, ma tutte, le numerose ed enormi differenze tra le due tipologie.

    Anche perché io (e altri) abbiamo scritto parole su parole proprio per contestare che la questione dovesse vertere proprio e solo sull’assunzione.
    Riporto quello chiesto da me a Gatto Nero:

    Altra cosa: che cosa intendi per regolarizzata? Assunta?

  52. Ila – 16 November 2010, 22:22 (n° 52)

    Le job review ci sono anche in Italy.
    Io le ho fatte. E come me, tante altre persone che conosco. Non sono strane cose che si fanno all’estero.
    Che poi non siano uno strumento frequente come all’estero, ok. Ma neppure il mezzo che può salvare i servi dall’accontentarsi dell’osso, suvvia.

    Ragazzi, io non lavoro all’estero e quindi non so che cosa ci sia oltre le Alpi e l’oceano. Idem voi, mi pare, no?

  53. Roberto – 16 November 2010, 23:02 (n° 53)

    @ Ila:
    Ila, conosco un sacco di gente, anche valida, che fa lo stesso lavoro da anni e da anni si lamenta. Alcuni, come Paola, alla fine scoppiano e tagliano i ponti con il proprio datore di lavoro o con la propria carriera.

    Posso parlare solo della mia professione e in quel caso se accetti un lavoro pagato poco, senza percorsi di crescita professionale e personale, per anni e il massimo che sai fare è lamentarti contro il sistema, beh, allora sei un servo fin troppo facile da addomesticare.

    I servi non possono fare molto per gli altri servi, nel mercato del lavoro che si è creato nel mio ex-Paese, ma se credono nelle proprie capacità e non dicono di essere bravi sapendo di non esserlo, possono almeno salvare se stessi da una vita lavorativa della quale c’è poco da raccontare.
    È brutto da dire, ma l’unica speranza che vedo è affamare le aziende del vostro talento, così che magari dopo una generazione o due saranno loro a venirvi a cercare.

  54. Gatto Nero – 16 November 2010, 23:07 (n° 54)

    Se non sto più partecipando alla discussione non è perché io non la stia seguendo.
    È che trovo deplorevole veder gente descrivere una precaria che protesta come una pazza con una crisi di nervi, che “in America sono tutti precari”.
    Giusto per rendervi edotti.

  55. Ila – 16 November 2010, 23:12 (n° 55)

    @ Roberto:
    Roberto, forse ti è sfuggito che io non ho mai appoggiato l’azione di Paola. Mai. E già da prima del post di Giovanni. Anzi, come dice Giovanni: oltre la simpatia umana per lei non vado. Quindi, sfondi un portone aperto con me.

  56. Roberto – 16 November 2010, 23:34 (n° 56)

    Non mi è sfuggito, Ila, cercavo solo di rispondere alla domanda “quale è il mezzo che può salvare i servi” e non rispondevo solo a te. Rispondevo a quelli che dicono di scendere in piazza (anche telematica) e protestare. Questa è la parola d’ordine dei sindacati, che sono i corresponsabili di questo casino.
    Come dice Giovanni, le aziende private sono libere di assumere chi vogliono. Anche noi siamo liberi di scegliere e quando lo facciamo non siamo più schiavi, ma una parte attiva del mercato del lavoro.

  57. Veronica – 16 November 2010, 23:36 (n° 57)

    @ Ila:

    hai ragione – ho mischiato i due commenti. Il mio punto (e credo anche il tuo) è corretto parlare di “regolarizzazione”. Poi credo che io vado concettualmente un passo oltre dato che non penso che avere il c.d. “posto fisso” sia un diritto.

    Sulle job review: neanche io credo che siano una soluzione (quelle che ho fatto io in Italia erano una buffonata peraltro, ma magari sono stata sfortunata) ma credo che Roberto parlasse invece dei “referral” che sono un meccanismo diverso che mira ad incentivare la raccomandazione. In Italia non esiste (o almeno a me non risulta), proprio perché il limite tra raccomandazione e clientelismo è fumoso e nessuno vuole rischiare di portare le mafiette alla luce del sole.

    Sul lavorare in Italia vs estero: fatto. E adesso non a caso mi trovo di là

    @ Gatto Nero:

    No, no,devi elaborare se vuoi rendermi “edotta”. “Deplorevole” implica un giudizio di valore che puoi spiegare senza fatica (magari senza distorcere le mie parole… per me la crisi di nervi è una cosa molto seria e non certo svilente, e ho parlato di come risolverla)

  58. Veronica – 16 November 2010, 23:39 (n° 58)

    @ Veronica:

    typo above: è SCORRETTO parlare di regolarizzazione

  59. Ila – 16 November 2010, 23:52 (n° 59)

    @ Roberto:
    Concordo, Roberto.
    E aggiungo che spero che tutti possano essere nelle condizioni di poter scegliere.

    E stendiamo un velo non pietoso sui sindacati.

  60. Ila – 17 November 2010, 00:19 (n° 60)

    Veronica scrive::

    @ Ila:
    hai ragione – ho mischiato i due commenti. Il mio punto (e credo anche il tuo) è corretto parlare di “regolarizzazione”.

    Io, però, ho parlato di regolarizzazione solo in riferimento ai clandestini.

    Poi credo che io vado concettualmente un passo oltre dato che non penso che avere il c.d. “posto fisso” sia un diritto.

    Neppure io lo penso, Veronica, affatto.

    Sulle job review: neanche io credo che siano una soluzione (quelle che ho fatto io in Italia erano una buffonata peraltro, ma magari sono stata sfortunata) ma credo che Roberto parlasse invece dei “referral” che sono un meccanismo diverso che mira ad incentivare la raccomandazione. In Italia non esiste (o almeno a me non risulta), proprio perché il limite tra raccomandazione e clientelismo è fumoso e nessuno vuole rischiare di portare le mafiette alla luce del sole.

    Sì, hai ragione: in Italia diciamo che è abbastanza ‘rischioso’. O meglio, si fa anche quello pulito pulito, però non è istituzionalizzato come all’estero.
    Non so, magari potrebbe essere proprio la killer app del diffuso malcostume italiano.
    Però non so se questo punto potrebbe essere un vero passo in avanti per il turnover. Ci devo ragionare su.

    Scusate, eh. A me fa solo piacere che mi si racconti che succede fuori dall’Italia, soprattutto se può essermi di incentivo a capire come cercare di cambiare, ma a un certo punto qui ho assistito allo “sbarco in Normandia”. All’improvviso il blog di Giovanni è diventato un film neorealista in bianco e nero del dopoguerra: voi eravate tutti lì colle bandierine e la Coca-Cola e noi – povere mondine immerse nelle risaie fino alle ginocchia – a cantare ingenuotte e inermi, mentre subivamo le peggiori vessazioni.

  61. Ila – 17 November 2010, 00:29 (n° 61)

    Ila scrive::

    Io, però, ho parlato di regolarizzazione solo in riferimento ai clandestini.

    Ai lavoratori clandestini.

  62. enrico l. – 17 November 2010, 03:59 (n° 62)

    scusate, arrivo un po’ tardi e forse non ho letto bene tutti i commenti, ma mi sembra che da parte di molti emerga un’interpretazione puerile e un po’ di comodo del rapporto di lavoro.
    cito i punti che mi sembrano rilevanti:
    1. l’azienda non e’ tenuta a riconoscere i meriti del dipendente (a tempo pieno o a tempo determinato): e’ nel suo interesse farlo, ma la meritocrazia nelle aziende private non puo’ essere imposta per legge
    2. i meriti del dipendente (assoluti e relativi) ben di rado sono correttamente valutati dal dipendente medesimo. chiunque abbia lavorato in una qualsiasi organizzazione con due o piu’ persone sa che non sempre scelte e valutazioni (specie sui meriti individuali) possono essere condivise da tutti, anzi quasi ssempre non lo sono
    3. il lavoro precario non e’ in contrasto con lo statuto dei lavoratori, che molti citano senza averlo mai letto
    4. se un dipendente o un collaboratore ritiene che i suoi diritti siano stati lesi dall’azienda per cui lavora va dai sindacati o da un avvocato, non fa lo sciopero della fame. e non e’ vero che questo sia possibile solo per chi ha tempo e quattrini
    5. se un dipendente o collaboratore ritiene che pur senza ledere i suoi diritti l’azienda non riconosca adeguatamente il suo valore, semplicemente si cerca un’altra azienda che quel valore sia disposta a riconoscerlo
    6. i mugugni del tipo “sono qui da n anni mi sono fatto il mazzo e premiano altri al posto mio”, anche se giustificati, lasciano il tempo che trovano. questo non al corriere o in Italia, nella vita e ovunque.

    quindi bravo giovanni, hai ragione

  63. lele – 17 November 2010, 08:18 (n° 63)

    D’accordo in parte con Giovanni, ma oltre alla personale vicenda di Paola: il nocciolo del precariato, delle raccomandazioni e di tutto quello che e’ caratterizzante dell’italia passata recente, presente e futura deve essere affrontato, anche grazie al, spero momentaneo, sacrificio di Paola.

    L’esempio di Giovanni pero’ non c’azzecca ..anche perche’ qualcuno tra di noi e’ portato a considerare l’azienda come una seconda famiglia.. se Hossam prima fa lavorare me, suo nipote, e dopo 7 anni porta un altro nipote con migliori condizioni e io non ritengo abbia i requisiti..be’ mi arrabbio un pochetto, no?

  64. Ila – 17 November 2010, 14:03 (n° 64)
  65. Ila – 17 November 2010, 14:54 (n° 65)

    lele scrive::

    L’esempio di Giovanni pero’ non c’azzecca ..anche perche’ qualcuno tra di noi e’ portato a considerare l’azienda come una seconda famiglia…

    E questo per me è un errore, Lele, e pure grave: l’azienda non è una “seconda famiglia”. Si basa proprio su altre dinamiche.
    Che poi una persona sia contenta del posto in cui lavora, benone; e che si creino dei legami tra colleghi che vanno oltre il venale rapporto economico, pure, anzi evviva. Ma non può essere considerata una famiglia. Mutatis mutandis con quello che diceva ieri sera Veronica (perdonami la mia licenza non poetica, Veronica): non è mica un matrimonio.

    Ed ecco spiegato anche il mio “mamma Corriere” di qualche commento fa (Gatto?).

  66. lalladellisoladitrulla – 17 November 2010, 17:06 (n° 66)

    A parte il merito della vicenda, la prima cosa che mi viene in mente a leggere il commento di Giovanni coincide in pieno con il post di Giulia B., che non è per niente una cazzata (anche un bambino, magari grandicello, è in grado di capirlo, se si ferma un attimo a pensare prima di infilare una serie di esempi per niente calzanti) : c’è una bella differenza tra un’azienda a conduzione familiare e una società commerciale, che poi è anche una prestigiosa testata abbondantemente finanziata da noi contribuenti. E che quindi, in un fantomatico mondo governato dalla rettitudine, dovrebbe essere tenuta a rendere conto, ai suoi azionisti e sponsor (i contribuenti) di come gestisce l’impresa. Continuiamo ad accontentarci, a guardarci intorno in cerca di fantomatiche scappatoie e “altri lavori”. Sottolineo che non sono stipendiata, lavoratrice autonoma da 20 anni, un po’ per culo, un po’ per competenza, ma il culo, comunque, aiuta. Ultimo commento sul merito: se a uno gli rinnovano il precariato per 7 anni, tanto malaccio come lavoratore non deve poi essere. Paole o non Paole.

  67. lalladellisoladitrulla – 17 November 2010, 17:55 (n° 67)

    @ Gatto Nero: Apprezzo e sottoscrivo, qui il punto non è il merito del caso di Paola, ma lo spunto per quello che si spererebbe un dibattito serio sulle condizioni del lavoro in Italia. Che può anche partire dai blog ma dovrebbe arrivare fino al livello istituzionale (da dove è nato il problema, grazie al nostro eroico Treu e alla sua pseudosinistra promotrice di questo sfascio). Il suo caso ha fatto più rumore di altri (diverso ma affine quello della povera dipendente dell’ASL morta pochi mesi fa a seguito della protesta contro il mancato pagamento degli stipendi, a meno che non pensiate che era anche lei una povera psicolabile in cerca di visibilità). Che chi vuole faccia pure le pulci al caso di Paola, più che legittimo. Ma che non si passi sotto silenzio un problema che esiste e che riguarda tutti, italiani e stranieri, regolari e clandestini… Se iniziamo con i distinguo non finiamo da nessuna parte, altrimenti qualcuno si alzerà da qualche parte per dire che la sua colf non paga le tasse e gode degli stessi diritti di chi li paga… Il punto è combattere contro lo sfruttamento sistematico del lavoro mascherato dietro la sempiterna scusa delle ristrettezze economiche del pase, che per tutto il resto sciala a destra e a manca dai palazzi in giù, finanziamenti ai giornali compresi?

  68. Max – 17 November 2010, 20:12 (n° 68)

    to me some of you guys are totally missing the point. non vivete nel vuoto. vivete in un paese ben preciso. con dei vincoli ben precisi. molti di sti vincoli sono culturali, if you ask me. cose difficili da cambiare…

    L’Italia e’ un paese che non cresce o cresce in modo anemico da 20 anni o quasi.L’Italia e’ anche il paese che e’ assente in 29 dei 30 settori di avanguardia, leader ancora solo nel design -che poi non so piu se sia ancora vero. Avete mai guardato un bilancio dello stato? il 60% del bilancio sono costi dislocati (trasferimenti agli enti locali e pensioni e sanita’), il 14-15% e’ debito, il 18% sono retribuzioni di impiegati pubblici. dopo la Grecia -e si sa dove siano finiti- c’e’ I’talia. 116% GDP in debito, cioe’ per ogni dollaro di beni e servizi prodotti ogni anno avete un debito accumulato di 1.16 dollari. con il restante 2% si deve fare tutto il resto.

    dire che si e’ nella merda completa e’ un understatement.

    ora, ci vorrebbe uno sforzo intellettuale per capire perche’ l’ italia non produce piu e non compete piu, perche il settore di impiego pubblico ha raggiunto livelli insostenibili data la capacita produttiva del paese, o perche ci siano stati periodi dove si e’ permesso di prepensionare persone produttive e giovani di 40 anni, o perche’ il debito pubblico abbia proporzioni cosi enormi etc etc etc.. perche alla fine ste cose non capitano per caso e non e’ tutta colpa di qualcun altro.

    la tragedia invece e’ che a destra e a sinistra vi “vendono lupini”, facili soluzioni o vuoto pneumatico. nessun progetto. io almeno non ne leggo.

    e quando una disperata si inventa una scemenza come questa di cui qui si discute perche’ gli hanno chiuso la porta in faccia e non e’ potuta entrare nel “paradiso dei lavoratori”, la terra promessa del posto a tempo indeterminato con tutti gli orpelli del caso- incluso richiami a roboanti articoli di legge- (“dammi un art. 2!”), c’e’ sta serie di reazioni automatiche di denuncia del Sistema che pero’ non fa avanzare di un centimetro la discussione. perche’ in fondo non cambiano nulla, non aiutano a creare un sistema nuovo che sia “self-sustained”, quanto piuttosto vorrebbero una cosa che gia e’ fallita fosse garantita a tutti.

    e se il problema fosse proprio quel “paradiso”? cioe’ la vostra complicata legislazione del lavoro e le rigidita’ che impone a lavoratori e datori di lavoro? Un sistema che per sua natura crea una barriera tra chi ha e chi non ha, tra chi e’ dentro e chi e’ fuori?

    perche’ e’ vero che le aziende, i capitalisti, Italiani magari non producono o producono sempre meno prodotti ad alto valore aggiunto per loro incapacita-e sicuramente una emorragia annuale di 10-20 mila persone con educazione terziaria e degree avanzati che in fondo preferiscono andarsene altrove perche’ il mercato del lavoro locale ha poco da offrire non aiuta.

    ma e’ anche vero che l’assunzione a tempo indeterminato comporta una pletora di obblighi tali e provvede una serie di diritti enforceable by law tali da rappresentare un disincentivo non solo per il capitale autoctono, ma anche per gli investimenti esteri in Italia.

    questo mi pare un fatto oggettivo.

    la soluzione, allora, non e’ riuscire a entrare nella cerchia degli eletti a tempo indeterminato e superprotetti, quanto portare tutti nello stesso mare di relativa incertezza. che non e’ lo status dei precari-servi moderni, senza ferie, pensione o assicurazione di unemployement. ma e’ lo status conferito da contratti at will come in tanti paesi anglosassoni, dove si’, si puo’ essere licenziati con due settimane di preavviso -o meno- senza tante spiegazioni (se non una causa per discriminazione, if applicable), ma al 95% si trova un nuovo lavoro entro 6 mesi, si ha una protezione contro l’unemployement per mesi, fino ad un anno, si ha una assicurazione medica, si puo’ risparmiare per una pensione, un mutuo per la casa o l’auto, l’educazione dei figli, una vacanza ogni tanto.

    una incertezza dinamica che pero’ garantisce la realizzazione di un proprio progetto di vita.

    perche’ non e’ quello che cercate?

    e allora l’obiettivo dovrebbe essere creare una societa dove per sua struttura, per le dinamiche che economia, legislazione e cultura mettono in atto, vengano creati nuovi posti di lavoro, dove si fanno cose nuove, cose che poi una volta vendute garantiscano alti stipendi a chi le fa. perche’ in una societa del genere nessuno accetterebbe di lavorare come professionista per 7 anni in condizioni del cazzo come Paola, perche’ avrebbe altre 10 optioni piu allettanti. ed i lavori del cazzo rimangono li per quelli che hanno speso male i propri anni formativi (e.g. voglio dire, se quando io a scuola mi facevo il culo tu eri sempre fuori a ballare, se poi finisci a fare l’hamburger flipper dovrei provar pena?). etc etc etc.

    ad alcuni una societa con tale incertezza fa paura. preferiscono una con certezze, anche se poi quelle certezze -per la legge delle risorse limitate- sono li per pochi. da li’ l’incazzatura quando il giochino si rompe e si rimane fuori dalla porta come sta la Paola, qui.

    altri invece preferiscono un gioco dove la sorte, amicizie o parentele giocano un peso inferiore. e se ne vanno.

    infatti la mia conclusione personale pessimistica e’ che l’italia e’ come un supertanker in mezzo al mare, con al timone gente che non sa mica navigare tanto bene, ma che, anche qualora volesse cominciare a sterzare la nave, incontrerebbe resistenze tali, inerzie interne tali da rendere quella curva impossibile o lentissima. specie con il mare mosso. perche’ alla fin fine la gente sotto la stiva che ha messo l’altra gente li al timone non e’ che poi sia tanto meglio nella guida della nave, l’importante per loro e’ che piu o meno galleggi. per quanto e’ un problema che non si pongono.

    e la vita media e’, what, 78 anni?

    …we can’t waste time with them then.

  69. angia – 17 November 2010, 21:42 (n° 69)

    Max scrive::

    infatti la mia conclusione personale pessimistica e’ che l’italia e’ come un supertanker in mezzo al mare, con al timone gente che non sa mica navigare tanto bene,

    Max, come darti torto?
    la tua analisi è lucida ed esatta, purtroppo.
    provo sempre più sconforto nel vedere i politici discutere delle mosse giuste per rimanere al governo o dei trucchetti per scalzare quelli al governo per fare le stesse identiche minchiate.
    nel frattempo la nostra economia va dove di solito va Berlusconi, a p…..
    ieri leggevo che le tv di Berlusconi hanno prosperato soprattutto durante i governi di sinistra, pensa che D’Alema disse che le reti mediaset erano una ricchezza per l’Italia….

    Max scrive::

    perche’ alla fin fine la gente sotto la stiva che ha messo l’altra gente li al timone non e’ che poi sia tanto meglio

    e già, come si dice, “mi freghi una volta, sei furbo tu, ma se mi freghi due volte lo scemo sono io”…e intanto Tremonti continua a dire che va tutto bene, benissimo.

  70. Giovanni Fontana – 17 November 2010, 21:48 (n° 70)

    lalladellisoladitrulla scrive::

    la prima cosa che mi viene in mente a leggere il commento di Giovanni coincide in pieno con il post di Giulia B., che non è per niente una cazzata (anche un bambino, magari grandicello, è in grado di capirlo, se si ferma un attimo a pensare prima di infilare una serie di esempi per niente calzanti) :

    Sorelladitrulla, non è molto facile fare una discussione se dei quattro esempi che ho fatto ne prendi due e dici che non sono calzanti senza spiegare il perché, e ignori totalmente gli altri due che smentirebbero la tua tesi.

  71. Veronica – 18 November 2010, 04:05 (n° 71)

    Qualcuno mi spiega perché fare lo sciopero della fame quando si è giovane, laureata, carina, con 7 anni di esperienza di giornalismo, nessun timore di morire di fame o di stenti o di finire per strada, è una reazione normale e giustificabile? No perché a me, senza tirar fuori patologie, sembra quantomeno eccessivo e frutto della reazione impulsiva di una persona frustrata che ha bisogno di “emotional payment”. Non una colpa, un fatto! Se fosse normale, i muratori clandestini che vivono in sei in una baracca cosa dovrebbero fare?

    Max scrive::

    ad alcuni una societa con tale incertezza fa paura. preferiscono una con certezze, anche se poi quelle certezze -per la legge delle risorse limitate- sono li per pochi. da li’ l’incazzatura quando il giochino si rompe e si rimane fuori dalla porta come sta la Paola, qui.
    altri invece preferiscono un gioco dove la sorte, amicizie o parentele giocano un peso inferiore. e se ne vanno.

    E’ questo il punto. Vista da lontano sembra mera avversione al rischio. Vista da vicino, è molto peggio. Quando Paola sciopera per “non essere precaria a vita” (cito dal tumblr), in realtà intende molto di più, o qualcuno crede che si accontenterebbe di un full time come donna delle pulizie? No, vuole essere una giornalista, scrivere per una testata prestigiosa, avere un buono stipendio e ferie pagate. Sono, mutatis mutandis, le stesse cose che voglio io. Ma io non le vedo come un diritto. Quando mi resi conto che ero sfruttata e che non ne valeva la pena nemmeno nel lungo periodo, ho detto arrivederci e tante care cose. Rischioso, certo, ma non sono le scelte più rischiose che riservano le ricompense maggiori?

    Ila scrive::

    Veronica scrive::
    @ Ila:
    hai ragione – ho mischiato i due commenti. Il mio punto (e credo anche il tuo) è corretto parlare di “regolarizzazione”.
    Io, però, ho parlato di regolarizzazione solo in riferimento ai clandestini.

    è corretto parlare di regolarizzazione per clandestini, sia lavoratori che non (poi si può essere più o meno d’accordo)

    Ila scrive::

    Non so, magari potrebbe essere proprio la killer app del diffuso malcostume italiano.
    Però non so se questo punto potrebbe essere un vero passo in avanti per il turnover. Ci devo ragionare su.

    proprio oggi leggevo di questo: http://www.whartonmagazine.com/blog/2010/11/the-entry-interview-why-wait-until-employees-leave/
    si tratta di una specie di colloquio post-assunzione che mira a capire quali sono le aspettative dei neoimpiegati, perche è vero che quando in gioco c’è il posto di lavoro nessuno scopre tutte le carte in tavola. Chissà, magari se questo colloquio fosse avvenuto al Corriere, magari Paola avrebbe avuto occasione di dire: le mie aspettative sono di essere assunta a tempo indeterminato entro 5 anni. Le mie aspettative sono che se si libera un posto i co.co.co hanno prelazione su quelli della scuola. Magari non cambiava nulla, magari sì. Anche solo risparmiare 2 anni di vita ad inseguire un sogno impossibile non sarebbe stato da buttare, a mio parere.

    Ila scrive::
    Scusate, eh. A me fa solo piacere che mi si racconti che succede fuori dall’Italia, soprattutto se può essermi di incentivo a capire come cercare di cambiare, ma a un certo punto qui ho assistito allo “sbarco in Normandia”. All’improvviso il blog di Giovanni è diventato un film neorealista in bianco e nero del dopoguerra: voi eravate tutti lì colle bandierine e la Coca-Cola e noi – povere mondine immerse nelle risaie fino alle ginocchia – a cantare ingenuotte e inermi, mentre subivamo le peggiori vessazioni.

    :D
    ma no nessuno qui vuole sventolare bandierine. gli USA sono un paese dove tante cose vanno meglio e tante cose vanno peggio. sul mercato del lavoro sicuramente vanno meglio, e non hanno la presunzione tutta italiana di avere la sedia pronta. E’ troppo facile incolpare il destino cinico e baro, il capitalismo che sfrutta in lavoratori (@lalla). Ho googlato una cosa al volo e mi è uscito questo: http://www.infoplease.com/ipa/A0922052.html
    Media giorni di ferie in Italia: 42. USA: 13. Chi me lo fa fare a rinunciare a 29 giorni di ferie? Solo uno stipendio più alto, molto più alto. Insomma, il mio punto non è che gli USA sono meglio per principio, è che l’Italia funziona in una certa maniera perché molti l’hanno voluta e la vogliono in quella maniera, non perché ci sono i padroni brutti e cattivi.

    Spero di non aver fatto casino coi quote.

  72. lalladellisoladitrulla – 18 November 2010, 08:59 (n° 72)

    @ Giovanni Fontana:
    Giovanni Fontana :
    Sorelladitrulla, non è molto facile fare una discussione se dei quattro esempi che ho fatto ne prendi due e dici che non sono calzanti senza spiegare il perché, e ignori totalmente gli altri due che smentirebbero la tua tesi.
    Il tuo esordio non è dei migliori, eh Giovanni? Posto che sei tu a chiedere sin dal titolo spiegazioni “come a un bambino”, come tale a te mi rivolgo, ma se hai cambiato idea ti prego di esplicitarlo, bene in VISTA. Gli esempi non sono calzanti e se leggi bene il mio post spiego anche perché. Qui non parliamo di pizzerie, di pubblico impiego e nemmeno di privato, ma di uno di quegli odiosi mostri al limitare tra il privato, il pubblico, il familiare, il consortile e il clientelare che solo il nostro sistema riesce a produrre. Parliamo di un’impresa privata che sopravvivacchia grazie a soldi pubblici, che nonostante il biberon dello Stato languisce (c’è qualcuno che si chiede il perché, o solo il perché del gesto di Paola?), e che comunque pretende di comportarsi come una libera entità, cosa che NON E’. Perciò non ti inalberare, se continuo a pensare che gli esempi non siano calzanti.

    @Max: penso che il liberismo che tu proponi sia una delle soluzioni possibili, ma il problema in questo paese è proprio che è il paese che è. Il nostro paese ha una storia molto diversa dall’America, e finché il sistema (grazie al nostro sempre riverito D’Alema e ai suoi soci, Treu e via dicendo, dal 1996 in poi) non è stato preso ad accettate da tutte le parti fino a trasformarlo in una mostruosità senza capo né coda ha funzionato piuttosto bene, con tutte le sue orride pecche. Non prolungo l’analisi perché parliamo di quasi 15 anni di storia. Per riformare la questione prima bisogna decidere a che principi ci si vuole ispirare. Il libero mercato è uno di questi, ammesso che il tasso di crescita dell’economia a cui ti riferisci sia il valore che vogliamo mettere al centro delle nostre priorità (la Cina cresce da paura, ma a che prezzo, dico a che prezzo???), ma esistono anche modelli diversi, e non è detto che la creatività umana in materia sia esaurita.

    Io non volevo proporre la ricetta per risolvere il problema, non penso di poter arrivare a tanto in un post, ma ribadire che secondo me la questione di Paola è sintomatica, come tante altre, come quelle a buon diritto citate da Ila. Che Paole o non Paole in un paese dove per fortuna alcune lotte trovano voce perché “di classe” (e ora non mi crocefiggete se uso questo termine), è giusto che anche altre battaglie emergano. E pazienza se il pretesto non era quello perfetto.

    Io sono un’operatrice del cosiddetto “terziario avanzato”, una lavoratrice della conoscenza, e faccio parte anche io di una categoria non riconosciuta e ampiamente disagiata, che però svolge un ruolo importantissimo per lo sviluppo economico di questo paese, almeno secondo gli attuali parametri dell’economia. Non ho ordine, non ho indennità di malattia, pago di tasca mia piu INPS di tutte le altre categorie di lavoratori per pagare la cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali di cui io non godo, e mi sono rotta i coglioni di questa gente (politici, giornalisti, imprenditori e via discorrendo) che pontifica sull’economia, la politica e la crisi trincerata dietro al suo stipendio/emolumento da membro di una delle varie caste, fregandosene di cosa c’è nel paese reale.

    Perciò se una Paola ci fa parlare (non ho neanche sposato e linkato la sua causa, figuriamoci!) in modo trasversale del problema, in giorni in cui tutto si sta muovendo, in cui abbiamo veramente la possibilità di fare qualcosa di concreto, e noi ci fermiamo a fare le pulci alle intenzioni invece di andare al sodo, ossia di definire tra noi cosa fare veramente per mandarli tutti a casa e riprenderci il futuro di un paese che ha ancora parecchio da dire… Bè, che peccato!

  73. Ila – 18 November 2010, 10:12 (n° 73)

    Veronica scrive::

    Veronica scrive::
    @ Ila:
    Io, però, ho parlato di regolarizzazione solo in riferimento ai clandestini.
    è corretto parlare di regolarizzazione per clandestini, sia lavoratori che non (poi si può essere più o meno d’accordo)

    Veronica, una primissima puntualizzazione, poi leggo meglio tutti gli interventi e vedo di rispondere con calma, semmai: poiché in questo post(o) si parlava di lavoratori, son rimasta in questo ambito. Poi, appunto, essendo abbastanza attiva su questo fronte, potremmo pure parlare della regolarizzazione dei clandestini non lavoratori.
    Un’avvertenza, però, spero scontata: non commettiamo l’errore, altrettanto grave e dannoso quanto la sua antitesi, di affermare la tesi che tutti gli stranieri o clandestini sono ‘buoni’. Si rischia di fare un pessimo servizio a tutti e di dare degli argomenti pretestuosi a chi non aspetta altro per farsi forte.

  74. Giovanni Fontana – 18 November 2010, 11:48 (n° 74)

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Perciò non ti inalberare, se continuo a pensare che gli esempi non siano calzanti.

    Inalberare? Ma quando mai? Semplicemente dici che non sono calzanti, che una piccola azienda familiare è diversa, ma non spieghi perché. In più ti ho fatto due esempi che smentiscono completamente il tuo esempio e li hai ignorati.

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Parliamo di un’impresa privata che sopravvivacchia grazie a soldi pubblici, che nonostante il biberon dello Stato languisce

    Ah, quindi l’intero tuo ragionamento, la tua distinzione si basa sui contributi all’editoria: quindi anche per gli agricoltori, contributi all’agricoltura, e se nel campo ci mandi tuo fratello gli facciamo lo sciopero della fame contro.

    Non è vero: tu avresti difeso l’iniziativa anche a legge contro i fondi dell’editoria passata e messa in atto. O sbaglio?

    Sai quanti soldi ha preso la Fiat dallo stato? Mi vuoi rispondere perché non hai fatto lo sciopero della fame contro Lapo Elkann?

  75. lalladellisoladitrulla – 18 November 2010, 16:30 (n° 75)

    Giovanni Fontana scrive:
    ti ho fatto due esempi che smentiscono completamente il tuo esempio e li hai ignorati. (…)
    Mi vuoi rispondere perché non hai fatto lo sciopero della fame contro Lapo Elkann?
    Caro Giovanni, se non ti sei inalberato, chissà quale altro motivo ti ha spinto a storpiare il mio nick.

    Ovviamente non sono io che sto facendo lo sciopero della fame ma Paola. Personalmente, oggi come oggi, troverei molto più efficace un bello sciopero fiscale di tutto il precariato, invece di queste iniziative che a parte far riflettere gente come noi, che a quanto pare si sforza di essere parecchio riflessiva comunque, servono a poco. Ovviamente i membri della casta destinatari dell’iniziativa si stringono a corte affrettandosi a sciorinare analisi su analisi per lasciare tutto esattamente com’è. Finché lo fanno loro, non ci trovo niente di strano. Ma quando lo fanno anche i precari, allora mi preoccupo. Io sono “precaria” (nel senso che guadagno da vivere per me e mia figlia senza la “sicurezza” di un contratto a tempo indeterminato), tu non so.

    Gli esempi della Tod’s e della Fiat sono senz’altro più calzanti dei primi due, ma non mi risulta che ci siano stati scioperi della fame da parte di qualcuno che è stato sbattuto fuori per fare posto a Lapo o altro illustre rampollo (che ne dici del Trota?). Se mi fosse giunta notizia virale in proposito, avrei probabilmente avuto una reazione simile a quella che ho adesso. Che non è di cieca adesione, ma di riflessione sui perché di una tale situazione e sui pericoli di ritorcerci come al solito tutto contro per l’intellettualistica smania di analizzare i dettagli perdendo di vista il quadro generale.

    Ovviamente trovo molto ingiusto il familismo, che non si può dire appartenga tradizionalmente solo al nostro paese. Ma trovo sacrosanto che la gente che si sente colpita metta in atto le forme di protesta che trova più giuste, che si tratti di restare per giorni su una gru, di levarsi 150 ml di sangue al giorno o di fare lo sciopero della fame. Certo se nessuno protesta è molto difficile che le cose possano cambiare.

    Un secolo e più di lotte ci avevano portato a una certa pace sociale. Tutto questo è cambiato, e non sono per niente certa che sia cambiato per inesorabile esigenza della storia.

    Anche tu non mi pare ti sia soffermato un granché sull’analisi che proponevo nel mio post, o su quella di Gatto Nero. Vabbè, è il TUO blog, la TUA opinione, quelle degli altri (almeno quelle in dissenso) non mi pare ti interessino un granché.

    Credo di aver detto abbastanza, questa discussione si è parecchio attorcigliata su se stessa. Peccato, peccato che si riesca sempre a concentrarsi su ciò che ci separa, invece che su ciò che ci unisce. Per antica sapienza il potere sa che la strada migliore è quella del “dividi et impera”, 2000 anni fa come oggi. Che tristezza.

    Buon futuro a te, che mi pari abbastanza giovane, il mondo di domani dipenderà anche da te.

  76. Giovanni Fontana – 18 November 2010, 20:38 (n° 76)

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Caro Giovanni, se non ti sei inalberato, chissà quale altro motivo ti ha spinto a storpiare il mio nick.

    Ahahaha, mo pure il complotto. Non solo hai deciso che mi sono inalberato, ma hai anche deciso il perché, e cosa faccio quando mi arrabbio. Lo sai sicuramente meglio di me, guarda.

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Anche tu non mi pare ti sia soffermato un granché sull’analisi che proponevo nel mio post, o su quella di Gatto Nero. Vabbè, è il TUO blog, la TUA opinione, quelle degli altri (almeno quelle in dissenso) non mi pare ti interessino un granché.

    Io non ho mai avuto questo atteggiamento nei confronti del mio blog, mai, puoi chiedere conferma agli altri frequentatori. Proprio non ho trovato l’analisi, nel tuo commento o in quello di Gatto Nero, dopo aver cercato di darla: ho fatto delle domande a Gatto Nero a cui lui non ha risposto. Poi sono intervenute tutte persone che erano d’accordo con quello che avevo scritto, e allora mi sono disinteressato alla discussione.

    Il problema è che né tu né Gatto Nero avete fatto una critica concreta: io dico che lo sciopero della fame perché una persona è stata assunta invece di te è una sciocchezza.

    Tu dici: ne dobbiamo indagare i motivi. Avvalorando quindi la mia tesi che lo sciopero sia una sciocchezza. Bene, indaghiamoli, e non ho trovato niente di propositivo in quello che dici. Dimmi cosa proproni, quali sono le tue idee, e ti dico cosa ne penso.

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Per antica sapienza il potere sa che la strada migliore è quella del “dividi et impera”, 2000 anni fa come oggi.

    Oddio, un altro complotto!
    E, per inciso, non so quanto il cosiddetto pivello, che si è visto additato così si sia sentito “unito” a Paola nella sua lotta contro il precariato.

  77. fabio – 18 November 2010, 21:51 (n° 77)

    @ Giovanni Fontana:

    c’e’ un motivo per il “come si sente”. Io sare i pronto a rubare a te per sfamare un bambino che piange, e mi farebbe sentire anche bene, pur nell’assenza di legalita’ e bilanciamento. Il test deve essere preso per intero.

    Per la cococo non assunta: la soluzione e’ legale? e’ bilanciata? come fa sentire i soggetti in merito?

    Per lapo: la soluzione e’ legale? Si. E’ bilanciata? direi di si. Come fa sentire i soggetti in questione? non pare sia molto rilevante il problema.

  78. Shylock – 18 November 2010, 21:56 (n° 78)

    Giovanni Fontana scrive::

    Oddio, un altro complotto!

    Eh, quando l’antica sapienza della casta si stringe a cOrte, vecchio mio, non c’è trippa per gatti.

  79. lalladellisoladitrulla – 19 November 2010, 10:24 (n° 79)

    Se non è una proposta questa: “oggi come oggi, troverei molto più efficace un bello sciopero fiscale di tutto il precariato, invece di queste iniziative che a parte far riflettere gente come noi, che a quanto pare si sforza di essere parecchio riflessiva comunque, servono a poco”.

    Leggi poco attentamente, di “pancia” direbbe Blimunda, dove ho reperito questo link. Non ho parlato di complotti, ma di una precisa storia italiana. Hai scritto di quella povera disgraziata, del suo, per carità, sbagliatissimo additare il pivello di turno, ma poco della situazione in cui si inserisce “il caso”. Che non riguarda solo i cosiddetti “precari”. La precarietà è generalizzata per tutti. La donna che si è svenata era una pubblica dipendente, quindi “sicura” secondo i canoni, però da mesi non riceveva lo stipendio. Il problema VERO è che si maschera da costo del lavoro il costo dei supermanager (che quando toppano, contrariamente alla nostra Paola, non pagano mai, anzi vengono liquidati con premi stratosferici), da costo sociale il costo delle conventicole che si spartiscono la torta del nostro paese, da costo della sanità il costo di una politica iniqua, da costo dell’istruzione il costo dello sperpero del denaro pubblico.

    A scuola di mia figlia mi chiedono di comprare giocattoli e di dipingere le pareti della classe perché non ci sono soldi (e siamo fortunati, perché altrove le scuole crollano uccidendo i bambini). Per dirla con l’arguto Shylock Shylock non c’è trippa per gatti..

    E lo farò, anche se più del 50% di ciò che guadagno va già allo stato in prelievi diretti, più il 20% di ogni mio acquisto sotto forma di IVA. Ma a questo paese non basta mai. E’ di ieri la notizia che siamo il paese con il più alto carico fiscale del mondo. Ti dice nulla?

    Lo sciopero fiscale non risolverebbe la situazione, ma costringerebbe le istituzioni a mettere SUBITO il problema sul tavolo, molto più di iniziative isolate e peraltro, come in questo caso, convego con te, pure pensate male. Ma il problema non è Paola. Paola è il sintomo.

    Se pensi che il senso di tutto quello che ho scritto nei miei post si riduca a una visione complottista, vabbè. “Semplificare”, e buttare tutto in caciara è uno sport nazionale in questo paese, di cui l’attuale capo del governo è uno dei massimi campioni.

    PS: Neanche l’esempio dei fondi all’agricoltura è calzante, l’UE finanzia un settore, non un’impresa, e se nella mia impresa agricola a conduzione familiare ci metto mio fratello, torniamo al punto di partenza. Però pare che l’imprenditore agricolo invece del fratello preferisca i braccianti africani a 5 euro al giorno, vuoi mettere, che risparmio, di denaro e di beghe familiari…

  80. Giovanni Fontana – 19 November 2010, 12:17 (n° 80)

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Se non è una proposta questa: “oggi come oggi, troverei molto più efficace un bello sciopero fiscale di tutto il precariato, invece di queste iniziative che a parte far riflettere gente come noi, che a quanto pare si sforza di essere parecchio riflessiva comunque, servono a poco”.

    Una proposta su come vorresti il mercato del lavoro, non su come protestare più efficacemente.

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Non ho parlato di complotti, ma di una precisa storia italiana.

    Accidenti! Hai pure deciso che A) mi ero arrabbiato, nonostante ti dicessi il contrario B) che il mio modo di arrabbiarmi è quello di storpiare un nome, nonostante tu non mi conosca.

    lalladellisoladitrulla scrive::

    E’ di ieri la notizia che siamo il paese con il più alto carico fiscale del mondo. Ti dice nulla?

    Eh, appunto: non è che stai giocando su entrambi i tavoli.

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Se pensi che il senso di tutto quello che ho scritto nei miei post si riduca a una visione complottista, vabbè. “Semplificare”, e buttare tutto in caciara è uno sport nazionale in questo paese, di cui l’attuale capo del governo è uno dei massimi campioni.

    Prego, dài: spiegami logicamente cosa vuoi implicare con questo.

    lalladellisoladitrulla scrive::

    PS: Neanche l’esempio dei fondi all’agricoltura è calzante, l’UE finanzia un settore, non un’impresa

    Esatto: anche lo Stato finanzia il settore dell’editoria!
    È complicatissimo, mi pare, fare il dribbling dei paletti

    lalladellisoladitrulla scrive::

    e se nella mia impresa agricola a conduzione familiare ci metto mio fratello, torniamo al punto di partenza.

    Torniamo proprio al punto di partenza! Prima, con Fiat, avevamo deciso che la conduzione familiare non era il punto. Ora invece torna a esserlo.

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Però pare che l’imprenditore agricolo invece del fratello preferisca i braccianti africani a 5 euro al giorno, vuoi mettere, che risparmio, di denaro e di beghe familiari…

    Mi spieghi cosa c’entra? Come se l’onere di questa cosa dovesse stare sulla mia posizione: semmai sulla tua!

  81. lalladellisoladitrulla – 22 November 2010, 10:50 (n° 81)

    Giovà – questa chiarisco che è una forma tronca amichevole tesa a tagliar corto, nel mio caso sarebbe Lallè, per formazione e lavoro sono “linguista” ;) – Tanto per chiudere la mia parte di questa discussione, ti dico per riassumere (argomento iniziale: Paola sì, Paola no) che secondo me il problema non è il mercato del lavoro, ma quello dello sperpero sistematico, o se vuoi, quello del dare moltissimo a pochi levando tantissimo a molti. Ridimensionato (e bada bene, non dico azzerato, però deve esserci un limite) lo squilibrio, il problema lavoro si aggiusta molto più facilmente. Non credo alle soluzioni “cinesi”. Né me le auguro. Ripeto, per quanto Paola possa aver sbagliato, il suo gesto secondo me, giusto o sbagliato che sia, è un sintomo.

    Ti lancio un quesito e un nuovo argomento di discussione: interi settori di questo paese si reggono sul volontariato. Secondo te chi fa “politica” non dovrebbe farlo a titolo volontario? Tanta gente spende tanto del suo tempo per fare attività politica (e altre attività di “pubblica utilità”) in modo assolutamente gratuito. Se si azzerasse la professione del politico (o ancor meglio, la professione di rappresentante del popolo ai vari livelli di governo) per rilanciare la “vocazione” del politico, eliminando insieme allo stipendio anche la conseguente pensione garantita del politico (a noi ci vogliono circa 40 anni di contributi per andare in pensione, ammesso che ‘sti contributi versati un giorno ci vengano restituiti sotto forma di pensione), quanti soldi e quanta pulizia amministrativa recupereremmo? Chi perde una giornata di lavoro per fare “politica” avrebbe solo il gettone di presenza per i giorni effettivamente impiegati e il rimborso delle spese di viaggio sostenute (economy). Assente in seduta? Zero gettone.

    Ovviamente devo semplificare e riassumere, ma l’idea centrale sarebbe questa. Poi verrebbe il capitolo tetti alle prebende e meritocrazia. Ma è tardi e devo tornare al lavoro… Ciao

  82. Ila – 22 November 2010, 11:34 (n° 82)

    M’inserisco solo per chiedere una precisazione a Lalla.

    lalladellisoladitrulla scrive::

    Ripeto, per quanto Paola possa aver sbagliato, il suo gesto secondo me, giusto o sbagliato che sia, è un sintomo.

    Un sintomo di che cosa, Lalla?

    Perché nel settore del giornalismo è sempre stato così, e non penso che Paola fosse così ingenua da non saperlo quando ha iniziato la solita gavetta.

    Anzi, come dice il commento che io ho linkato qualche giorno fa ( http://www.freddynietzsche.com/2010/11/14/nomen-omen-detto-da-un-basso-continuo-a-un-tenore-napoletano-del-secolo-scorso/comment-page-3/#comment-28994 ), la situazione di quelli come Paola è molto cambiata da qualche anno a questa parte ed è ‘regolamentata’ (e la sua posizione poi, per alcuni aspetti, è persino più ‘privilegiata’, vedi i contributi):

    un contratto di collaborazione continuativa. Un contratto migliore di quello dei freelance “sfigati” pagati a pezzo, perché prevede – ad esempio – il pagamento dei contributi all’Inpgi2.

    È una free lance, come ce ne sono migliaia in quel settore. E non tutte devono necessariamente essere assunte, proprio no. Io non vorrei mai lottare per questo, con tutti i sorprusi reali che ci sono in questo mondo del lavoro.
    Oltretutto lei ha pure avuto la sua chance: è stata messa alla prova per una sostituzione e non è riuscita a farcela.

    Quindi a me spiace, ma Paola non mi pare proprio un “sintomo”.
    Non so, vogliamo chiamarlo un pretesto?

  83. lalladellisoladitrulla – 22 November 2010, 13:54 (n° 83)

    @ Ila
    Ciao Ila, eh, tra me e Giovanni c’è uno scambio che dura da giorni, a volte sbagliamo un po’ la mira perdendo di vista il senso generale del discorso, cercavo per l’appunto di ricapitolare. Non se se avrai tempo e pazienza per dare una scorsa ai post precedenti, ad ogni modo mi riferisco alla situazione in cui oggi versa la maggioranza dei lavoratori (o addirittura dei cittadini), compresa io stessa, che non opero in ambito giornalismo, ma nel terziario avanzato, sono una cossiddetta “lavoratrice della conoscenza”. Free lance, senza contratti (Paola non credo sia una free-lance, ma una lavoratrice a contratto a tempo determinato). Se mi chiamano, lavoro, se non mi chiamano nisba. Per fortuna da 20 anni a questa parte mi chiamano! Nonostante paghi da oltre 10 anni una quota INPS altissima (circa il 28% del mio lordo, praticamente a mio intero carico), non mi pagano la malattia, non ho supporti alla disoccupazione, niente ammortizzatori sociali.

    Chiamiamolo sintomo, chiamiamolo pretesto, purché si rifletta cercando di non perdersi nel dettaglio del singolo “caso”. Nei miei post facevo l’esempio anche della povera dipendente asl che qualche mese fa è morta a seguito della sua protesta per il mancato pagamento degli stipendi. Il punto secondo me è la situazione aberrante di questo paese. Ti posto un link che più o meno rientra nella logica di quanto dicevo nel mio ultimo intervento (si dà moltissimo a pochi per togliere tantissimo a molti, si sperpera per poi imputare i costi alle questioni sociali). Se la gente arriva a forme di protesta così estreme, ci dovrà pur essere qualcuno che cerchi di indagare il quadro senza fermarsi alla fragilità dei nervi o alle aspettative deluse dei singoli.

    Io penso che oggi abbiamo la possibilità di cambiare, che la rete -finché dura libera- ci dà gli strumenti per unirci sulle questioni di massima al di là dei colori politici, e che è in nostro assoluto potere attuare forme di protesta dure, incisive, capaci di forzare la mano agli inetti timonieri di questa nave. E che è importante, sì, analizzare il dettaglio, ma cercando di indirizzare il tutto verso forme positive di azione, altrimenti rischiamo di fare gli errori del passato, di perderci negli intellettualismi intanto che il sistema ci sfila di sotto i diritti acquisiti in oltre 100 anni di lotte durissime. Spacciando per verità suprema la balla del costo del lavoro, della sanità o dell’istruzione, e passando sotto assoluto silenzio l’orrido sperpero di fiumi di denaro dei contribuenti e dei consumatori. Ti pare logico che nell’era della telecomunicazione in un paese in cui di fatto vige ancora il monopolio sull’infrastruttura telematica la Telecom (creata con i soldi dei cittadini) passi una crisi via l’altra? Se l’azienda monopolista di un settore in crescita è in crisi, non penso il problema siano i lavoratori, semmai la gestione. Eppure i supermanager che toppano vengono premiati alla stragrande, alla faccia della meritocrazia.

    http://dilatua.libero.it/attualita/telecom-niente-esuberi-ma-bl8667.phtml

    Taglio, e torno al lavoro.

    Ciao!

  84. Ila – 4 December 2010, 11:41 (n° 84)

    Lalla, scusami il ritardone nel risponderti.
    Ti ringrazio della tua ulteriore spiegazione. Dirti che sostengo chi è vittima di vessazioni e sorprusi è un’ovvietà. Sul come, su quale possa essere il mezzo più efficace o anche solo più appropriato, io vado un po’ a tentoni, provando a dare una mano, ascoltando le storie di tante persone, documentandomi come posso, e soprattutto tentando di cambiare qualcosa, qui e ora. Chissà… Io ci spero!

    Ciao, Lalla, e in bocca al lupo!

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