Un commento ai Palestine Papers: le colpe d’Israele

25 January 2011, 15:35 | Medio orientato | Commenti: 11

interesse 3 su 5

Sono trapelati dei documenti segreti sulle discussioni di pace in Medio Oriente. I documenti sono di origine palestinese, e raccontano gli ultimi trattati di pace dalla loro prospettiva.

Sul Post c’è una sintesi molto chiara che vi consiglio. Le cose più importanti che sono venute fuori possono essere derubricate sotto tre capitoli:

1) la vicinanza di USA (e Inghilterra) a Israele
2) la doppia faccia dei leader di Fatah, “amici” degli israeliani in privato e nemici in pubblico
3) la disponibilità dell’ANP a inedite concessioni sul rientro dei profughi e, soprattutto, Gerusalemme

Mentre il primo punto era noto a tutti e il secondo punto era una malalingua che necessitava solamente di una conferma (ciò non toglie che causerà non pochi problemi all’ANP), il terzo punto è di una rilevanza enorme.

Le concessioni sui profughi se le aspettavano tutti e, per quanto l’opinione pubblica palestinese non sia d’accordo, è l’unica strada percorribile: far immigrare 6 milioni (o 4 e mezzo) di persone, soltanto il 5% delle quali abitava nell’attuale Israele, significherebbe la fine d’Israele ed è perciò una condizione che non accetteranno mai. C’è però da dire che i numeri del rientro simbolico proposto erano nettamente favorevoli a Israele: si era sempre parlato in termini di 100 o 150 mila persone in dieci anni, l’ANP aveva offerto un limite a 5 o 10 mila. Difficilmente un rientro simbolico potrebbe essere più simbolico di questo.

Su Gerusalemme, e più in generale sulle colonie, la situazione è ancora più significativa. Il mantra israeliano è sempre stato “a Camp David-Taba 2000-1 vi abbiamo offerto tutto, e avete dimostrato di non volere la pace”. Naturalmente le cose sono un po’ più sfumate di così, ma il nocciolo aveva  senso. Il problema è che, stanti queste nuove rivelazioni, negli ultimi anni e in particolare nel 2008 la leadership palestinese è andata molto vicina a fare, lei, le proposte che erano state fatte dagli Israeliani (o dall’amministrazione Clinton) a Camp David-Taba.

Molto semplicemente: dai palestinesi non ci si può aspettare di più. Una tale flessibilità non si era mai riscontrata durante il processo di pace – Qurei dice proprio «è la prima volta nella storia che facciamo queste concessioni». In tal senso la conclusione di Camp David può essere ribaltata: questa è la dimostrazione che Israele non vuole la pace. È come se, dal 2002, Israele avesse deciso che parlare del processo di pace fosse inutile – “diamogli stabilità e crescita economia e si accontenteranno”, sembra essere la filosofia di Netanyahu. Come se, dalla costruzione del Muro e dalla conseguente fine (virtuale) degli attentati suicidi, gli israeliani considerassero i palestinesi sprovvisti di qualunque merce di scambio. In altre parole, come se Israele non fosse interessata alla pace.

Gli esiti di queste pubblicazioni non sono così prevedibili come sembrano dire tutti: mentre è vero che Hamas guadagnerà enormemente in consenso, quale sarà la risposta israeliana non è chiaro. L’opinione pubblica – sempre terrorizzata dalla questione demografica – potrebbe considerare questa come una grandissima occasione mancata, spingendo il proprio governo verso una posizione più dialogante. L’augurio è che gli israeliani non debbano, in futuro, pentirsi del cinismo dimostrato dai proprî governanti – ma anche l’opinione pubblica, almeno nella media, ha le sue colpe per questo atteggiamento assieme rinunciatario e arrogante.

Quanto al fronte palestinese è un disastro. Il 99.9% delle persone non è d’accordo con queste concessioni – la grande maggioranza non è d’accordo con l’esistenza d’Israele, figuriamoci – e anzi le considera oltraggiose: Hamas griderà, sta già gridando, a Fatah come ai traditori del popolo palestinese e ne otterrà ulteriore consenso. Fatah subirà una bella botta, così qualunque moderato.

Rispetto alle prime fasi post-rivelazioni ho progressivamente cambiato idea: l’ANP era pronta a fare delle concessioni certamente impopolari, forse tradendo il proprio mandato, ma se quella era l’unica via per la pace, occorreva percorrerla. Sono i paradossi della storia: se Abu Mazen fosse riuscito a raggiungere la pace, lo staremmo celebrando come un vincitore – un eroe della pace – come era stato per Sadat. Non ci è riuscito, e questo ne farà uno sconfitto, attirandogli ulteriore impopolarità. Ma non ha perso solo lui: abbiamo perso tutti, Israele per primo.

*** L’offerta sarebbe stata di tutti gli attuali insediamenti intorno a Gerusalemme est, a eccezione di Har Homa e quelli che costeggiano la green line. Come detto, mai nessuna leadership palestinese aveva offerto così tanto. Certamente rimanevano questioni da discutere, anche sulle colonie: ciò che viene detto da Condoleeza Rice – ovvero che nessun governo israeliano cederà mai Ma’ale Adummim – è una verità che tutti sanno (35 mila persone a pochi km da Gerusalemme); diverso il discorso per Ariel, 20 mila persone nel bel mezzo della Palestina, che – si è detto talvolta – sarebbe servita agli israeliani come moneta di scambio per la rinuncia ad altre concessioni. Ma ci si può lasciare sfuggire un’occasione così.

– Commenti:



11 Commenti presenti su “Un commento ai Palestine Papers: le colpe d’Israele” – Feed

  1. chelidon – 25 January 2011, 16:52 (n° 1)

    “diamogli stabilità e crescita economica e si … accenteranno??”

    mi picco di filologia, ma proprio non sono riuscito a capire cosa volessi dire. scemo io?

    aaah, in extremis forse ho capito: manca un “ONT”?

  2. chelidon – 25 January 2011, 16:54 (n° 2)

    (molto interessante, comunque. sei decisamente un punto di riferimento per tali questioni: grazie)

  3. Giovanni Fontana – 25 January 2011, 16:57 (n° 3)

    chelidon scrive::

    aaah, in extremis forse ho capito: manca un “ONT”?

    Esatto! Colpa di un correttore ortografico e della mia sbadataggine. Correggo.

    (grazie)

  4. Shylock – 25 January 2011, 18:49 (n° 4)

    Giovanni Fontana scrive::

    far immigrare 6 milioni (o 4 e mezzo) di persone, soltanto il 5% delle quali abitava nell’attuale Israele, significherebbe la fine d’Israele ed è perciò una condizione che non accetteranno mai.

    Giustissimo: come far immigrare x milioni di persone nell’attuale Europa occidentale significherebbe la fine dell’Europa as we know it.
    Solo che tu, nel caso d’Israele, il discorso di elementare buon senso e di autodeterminazione dei popoli organizzati in Stati lo capisci, nel caso dell’Europa sei accecato dall’ideologia e blateri di razzismo.

  5. Lorenzo Panichi – 25 January 2011, 19:55 (n° 5)

    Shylock scrive::

    come far immigrare x milioni di persone nell’attuale Europa occidentale significherebbe la fine dell’Europa as we know it.
    […] discorso di elementare buon senso e di autodeterminazione dei popoli

    hai ragione ma non nella seconda parte, devi derelativizzare. dobbiamo difendere la potenza della buona determinazione per determinare i malautodeterminati

  6. Shylock – 25 January 2011, 22:54 (n° 6)

    Lorenzo Panichi scrive::

    dobbiamo difendere la potenza della buona determinazione per determinare i malautodeterminati

    Forse, ma secondo Giovanni ‘malautodeterminato’ è chiunque voglia mettere freni all’immigrazione – tranne gli israeliani, ovviamente.

  7. Una sperimentazione d’avanguardia in Palestina. Storia di un popolo scacciato dalla sua terra: 1946, Exodus’47, OLP | Escogitur.it – 30 April 2013, 16:31 (n° 7)

    […] In questo senso Netanyahu sa che Israele non potrà mai aspirare, territorialmente, a niente più dello status quo – escludendo, ovviamente, deportazioni di massa, Ramallah o Jenin non potranno mai tornare sotto il controllo israeliano come prima degli Accordi di Oslo. Perciò il rimandare ogni trattativa è il modo migliore per evitare qualunque concessione. Allo stesso tempo, e proprio in ossequio al meccanismo richiamato sopra, l’ANP è disposta ad accettare concessioni e compromessi come mai era stato nella storia. Questa disposizione alla trattativa non può essere sempre pubblicizzata, perché non incontra il favore dell’opinione pubblica (come del resto è stato per ogni precedente trattativa, anche quelle poi andate in porto), ma è un dato di dominio pubblico almeno dalla pubblicazione dei “Palestine Papers“. […]

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