Mele e torti marci

14 November 2008, 13:45 | Alta politica, Èbbene l'ho scritto | Commenti: 1

Ieri stavo cercando una cosa su Wikipedia IT, e ho digitato “altipiani in Italia”. Non ho trovato quello che cercavo , ma ho trovato – chissà perché – Torpedo che era ai tempi del liceo, e a quanto leggo è ancora, il gruppo musicale di Giancarlo.

Giancarlo era il più politicizzato dei miei compagni di classe, o forse semplicemente – e complice l’anno in più –  era quello più sveglio. Un po’ desinistra, ma mai fuori dal buon senso. Non eravamo spassionatamente amici, però c’era stima reciproca, e qualche volta ci siamo sentiti ancora, dopo la scuola: ha smesso l’università per fare il musicista, a quanto pare gli sta riuscendo.

Al tempo fummo anche compagni di banco per qualche breve tempo, quel tempo era quello del G8 a Genova.
Ovviamente fu Giancarlo, l’unico della nostra classe ad andarci. Doveva anche avermi invitato, e suppongo d’avergli risposto qualcosa di circostanza e molto imbarazzato per non fare intendere che avevo di più voglia di passare un pomeriggio a giocare ai videogiochi che di combattere per  le sorti del mondo, come in realtà era. Che poi eravamo già tutti in vacanza, qualche scusa l’avevo.

A lui non successe nulla, per fortuna. Non passò né dalla Diaz, né da Bolzaneto, né dalla piazza più violenta – per buona sorte.

Ecco, ho ripensato a questa cosa abbastanza spesso, e ancor più spesso nei primi tre mesi in Palestina. Mi chiedevo: ma quanta obettività posso pretendere da chi vive quotidianamente un sopruso, o da chi l’ha passato sulla propria pelle, o da chi l’ha vissuto attraverso la bocca e le ferite di una persona a cui vuole bene? In fondo, mi domandavo, se Giancarlo fosse passato da quella maledetta scuola, o da quella maledetta caserma, non avrei avuto un pensiero distorto anche io?

Sarei stato in grado di non odiare la polizia, o lo Stato? E se sì, sarei stato in grado di spiegarlo a Giancarlo? Di dirgli che a Piazza Alimonda la ragione non stava, proprio tutta, dalla nostra parte, anzi? Di raccontargli che quello che gli era successo era un caso isolato? Che non poteva dire «l’Italia è una dittatura» perché un giorno, una notte, quelli che rappresentevano quello stato si erano comportati da polizia politica?
E soprattutto, sarei stato in grado di chiedergli di avere fiducia nella Giustizia? Che coloro che l’avevano picchiato, dileggiato, insultato, ferito, sarebbero stati condannati, e più importante: che sarebbero stati riconosciuti colpevoli? Loro e i responsabili di quello che era successo, come succede nelle democrazie liberali.

Ecco, mi sono domandato tutto questo ieri, quando mi sono reso conto che se anche ci fossi riuscito – a rassicurarlo – avrei avuto torto.

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  1. Lorenzo Panichi – 14 November 2008, 16:01 (n° 1)

    “In fondo se Giancarlo fosse passato da quella maledetta scuola, o da quella maledetta caserma, non avrei avuto un pensiero distorto anche io?
    Sarei stato in grado di non odiare la polizia, o lo Stato?”

    mi viene in mente il discorso sulla conference sulla guerra in irak: esportare la democrazia – costruzione cultura democratica, voto primo passo. (per me) VIOLENZA del nuovo ISTITUTORE come vincolo allo sviluppo del “capitale sociale” (fatto di fiducia, solidarietà ecc.) ingrediente fondamentale sul quale si costruisce stato democratico (quello che alla meglio contiene la dittatura della maggioranza/normalità, o maggioranze, nei contesti diversi -a livello società civile-, al di la dei principi costituzionali -istituzionali-)

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