Cristianofobi di tutto il mondo

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Un gruppo di fondamentalisti islamici ha manifestato a Parigi, nel fine settimana, al grido di «Basta con l’Islamofobia». Sotto accusa la pièce di Romeo Castellucci, cofondatore della compagnia Societas Raffaello Sanzio, “Sur le concept du visage du Prophète”. Castellucci è criticato dal movimento Medina, che ha anche assediato il Théatre de la Ville per due settimane, per il contenuto blasfemo dello spettacolo considerato una provocazione culturale e per la testa di Maometto che, nella rappresentazione, «sembra sporco di escrementi».

Quelli che hanno pensato “ah, però che bisogno c’è di offendere?” vadano a leggere l’originale. Si domandino, poi, se non hanno – anche loro – questo problema.

Right or wrong, un po’ di filologia

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Da quando Sarkozy e Merkel non se la son sentita di dire di avere fiducia in Berlusconi, e gli è scappato un risolino, c’è un sacco di gente in giro che dice la sciocchezza “right or wrong it’s my country”.

Ora, quella frase – se esistesse – sarebbe una sciocchezza, perché il patriottismo è sempre scemo. Però se proprio devi far riferimento a un’autorità per dare lustro a una sciocchezza, «come dicono gli anglosassoni», almeno accertati che quelli la dicano. In realtà, formulata così, la dicono solo gli italiani.

Quella frase, in inglese, non esiste, anche perché è un anacoluto ai limiti del grammaticalmente scorretto. In inglese esiste “my country, right or wrong”, senza il verbo. Che ora vi sembra la stessa cosa, ma che chi la pronunciò ne intendeva un’altra ben più condivisibile. E difatti usata così, come a dire “difendo il mio paese, che sia nel torto o nella ragione”, la dicono solo gli sciovinisti eredi di quelli che hanno inventato il nazionalismo bianco.

Una frase simile venne pronunciata duecento anni fa da Stephen Decatur, un ufficiale della marina americana. Diceva “Our country! In her intercourse with foreign nations, may she always be in the right; but our country, right or wrong”. May she always be in the right, che possa essere sempre nel giusto. Qui si suggerisce un riferimento all’espressione del celebre Edmund Burke “To make us love our country, our country ought to be lovely.” Per fare sì che noi amiamo il nostro Paese, il nostro Paese deve essere (un posto) da amare. Proprio l’opposto del senso al quale ci si riferisce oggi.

Ma l’espressione precisa “my country, right or wrong” fu pronunciata da, ed è quasi sempre attribuita a, Carl Schurz. Già leggendo la frase completa essa assume tutto un altro senso:

“My country, right or wrong.” In one sense I say so too. My country; and my country is the great American Republic. My country, right or wrong; if right, to be kept right; and if wrong, to be set right.
(“Il mio Paese, nel giusto o nello sbagliato”. In un certo senso lo penso anche io. Il mio Paese, e il mio Paese è la grande Repubblica Americana. Il mio Paese, nel giusto o nello sbagliato: se nel giusto, per mantenerlo nel giusto; se in errore, per correggerlo)

In realtà, come si vede, Schurz stava dicendo esattamente – esattamente – l’opposto. Stava invero rispondendo all’accusa di essere poco patriottico che un senatore del Wisconsin gli aveva rivolto. Difatti successivamente aveva scritto: «ho fiducia che il popolo americano [sappia riconoscere] i pericolosi egoismi che si nascondono sotto i lamenti dell’ingannevole falso patriottismo [che dice]: “our country, right or wrong!”».

La replica di Schurz è esemplare non soltanto per la parte che notiamo subito, “if wrong, to be set right”, ovvero il riconoscimento che la propria patria può effettivamente essere in errore, e che quando lo è bisogna impegnarsi a correggerla; ma anche per quella che non si nota subito, ma ha implicazioni profonde, “if right, to be kept right”, che suggerisce che anche quando consideriamo il nostro Paese nel giusto – e quindi pensiamo di esserlo noi – è importante impegnarsi per non finire nel torto, perché tutti possiamo sempre sbagliare. Essere i buoni non è mai scontato.

In difesa di chi applaude ai funerali

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Secondo me è una di quelle opinioni che la prima volta che la senti dici «ah, che pensiero giusto e originale», senza rifletterci. E poi rimane lì e la ripeti come un baluardo della tua visione del mondo, anche se non ci hai riflettuto neanche un po’. Questa, fondamentalmente, è la definizione di luogo comune, che infatti è. Ma perché non si dovrebbe applaudire ai funerali?

L’applauso ha un significato piuttosto distinto: un tributo, un ossequio, un rendere onore. Non significa “ahahah, come mi sto divertendo”. Lo si fa alla fine di tante cose, certo lo si fa per un gol, ma lo si fa anche alla fine del discorso di un sopravvisuto dell’Olocausto a cui è morta la famiglia. Si può applaudire mentre piangi, anzi è forse l’espressione più alta dell’applauso.

E quindi come tale va preso. Ci sono buone ragioni per criticare l’applauso di una folla al feretro di una bambina di 2 anni uccisa da una malattia o dal dolo di qualcuno. Lì non si applaude nulla, se non per imitazione di un rito. Ma ci sono anche casi in cui – un motociclista è uno di quelli – la gente che è lì considera quella persona aver fatto cose degne, grandi, che meritano un applauso. E quel giudizio è il loro giudizio. E non vedo perché esso debba essere considerato meno rispettoso del silenzio quando il primo corrisponde meglio al desiderio di testimonianza di ciascuno.

Naturalmente c’è il caveat che tutto quello che ho scritto dipende dalla volontà della persona, se l’ha espressa in precedenza, o di quella di chi le è prossimo, perché essa vale più dell’offerta di testimonianza di ciascuno. Se la famiglia, gli amici, preferiscono il silenzio, o anche se preferiscono un coro a cappella, quello diventa più importante. Ma per gli altri, quando questa volontà non è espressa, perché criticare chi vuole offrire il proprio tributo? Se quando morirò mi farete un applauso perché pensate che ho fatto delle belle cose, beh, grazie.

La guerra umanitaria è di sinistra

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per il Post

La premessa (se vi interessa solo la storia, saltatela e proseguite in basso)
Gheddafi è morto. Ci sono casi in cui l’uccisione di una persona può essere una buona notizia? Certamente non in questo. Anche andando al di là della vicenda umana, un processo del Tribunale Penale Internazionale sarebbe stato la prosecuzione naturale del ritrovato internazionalismo che ha contraddistinto la vicenda libica, e la speranza è che questa sarà la sorte che toccherà agli altri aguzzini del regime.

Però oggi è anche il giorno in cui è finita questa guerra di liberazione. La più longeva dittatura del mondo è caduta. Uno degli uomini più truci che la storia abbia partorito ha finito di insanguinare le strade, le prigioni e i mari del Nord Africa. Naturalmente tutto è ancora da ricostruire, e nel futuro ci sono molte incognite, come ce ne sono sempre nelle grandi rivoluzioni.

Ma quale che sia il domani, non potrà che essere meno peggio – e tutti dobbiamo sperare sia meglio – della tirannia di Gheddafi. Meglio un imperfetto governo del popolo, che una perfetta dittatura del sangue. Non si può scambiare il nostro ordine con la vita di quelle persone: a meno di non essere interessati soltanto alle meschine vicende del nostro cortile, agli accordi commerciali col pelo sullo stomaco, agli inumani trattati per respingere i morti di tortura e di fame.

E oggi è anche il momento di riflettere su quello che è successo nell’ultimo decennio, da quando – l’Undici Settembre di dieci anni fa – il mondo si è capovolto, Bush e Donald Rumsfeld sono diventati gli avvocati dei diritti umani su scala mondiale, e la sinistra – con pregevoli eccezioni – ha cominciato a parlare di sovranità nazionale, di culture non pronte per la democrazia, di casa Nostra e casa Loro, come dei Borghezio qualsiasi. È il momento di ricordarsi che questa guerra, voluta principalmente da Cameron e Sarkozy, è nella storia un’eccezione, perché l’idea di sfidare la sovranità nazionale per tutelare le persone dai massacri, dalle torture, dal genocidio è nata – e non poteva essere diversamente – nella sinistra. È un’eccezione che, purtroppo, dall’Afghanistan e dall’Iraq sembra essere diventata la regola.

C’è, a onore del vero, da parlare di come l’espressione che è entrata nel gergo comune – “guerra umanitaria” – è un’espressione sbagliata, perché con umanitarismo si fa riferimento a una tradizione di rivendicazione della neutralità e dell’intervento anti-politico. Mentre il “dovere d’ingerenza”/”interventismo per i diritti umani”/”responsabilità di proteggere” fanno riferimento a una tradizione esattamente opposta, quella che rivendica l’impossibilità di essere neutrali di fronte al genocidio, che qualunque impegno contro la sofferenza delle persone è intrinsecamente politico.

La storia
È una sintesi, e perciò non ha pretesa d’esaustività, ma può essere utile a chi non conosce il dibattito.
Fino al 2001, l’idea di intervenire in un altro Paese in nome di preoccupazioni umanitarie – genocidio, pulizia etnica, tortura e uccisioni sistematiche – è stata prettamente di sinistra. Tale idea è nata fra i progressisti, radicata in quella grande tradizione cosmopolita e anti-nazionalista che vuole ogni offesa, commessa in qualunque parte del mondo, come perpetrata ai danni di tutta l’umanità. Quella tradizione può prendere la forma delle due grandi ideologie progressiste – in senso propriamente filosofico – moderne: liberalismo e marxismo, o una commistione delle due (“nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà” cantavano gli anarchici).

Successivamente, essa si è sviluppata ed è stata adottata nella sinistra, unica parte politica a farne una battaglia negli Anni ’90. La destra, generalmente identificata col realismo (Henry Kissinger è il più famoso fra i realisti), ha storicamente difeso l’Ordine e la Sovranità Nazionale. Questo, naturalmente, non vuol dire che tutti a sinistra siano stati d’accordo fin dall’inizio, ma che chi lo è stato – qui prendo in esame Usa, UK e Francia perché sono le tre democrazie che conta(va)no in politica estera, non a caso le uniche con un seggio da membro permamente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu – è stato, praticamente senza eccezioni, alla sinistra del proprio ordinamento politico. E non è un caso, perché non c’è alcuna traccia ideologica per cui l’interventismo umanitario possa essere ricondotto al conservatorismo. [specifico in parentesi quadre partito e destra/sinistra nel proprio Paese].

Il concetto dell’interventismo viene formulato nel corso degli anni Ottanta nella tradizione liberal dell’accademia statunitense che si opponeva all’egemonia esercitata dalla scuola realista durante la Guerra Fredda. Esso viene codificato per la prima volta nel ’92 con l’Agenda for Peace di Boutros-Ghali, che include per la prima volta la Responsability to Protect degli Stati nei confronti dei proprî cittadini da “avoidable catastrophe”. Questa responsabilità di proteggere, è scritto, deve essere messa in pratica da ciascuno Stato nei confronti delle popolazioni, e se per qualche ragione ciò non avviene, tale responsabilità ricade sulla comunità internazionale.

Nel caso della prima guerra in Iraq (90-91) non si può parlare di intervento umanitario perché essa è scoppiata a causa dell’invasione di uno Stato sovrano (Kuwait) da parte di un altro Stato (Iraq), come testimoniato dalla 660 e da tutte le risoluzioni che sono seguite. Questo, naturalmente, non vuol dire che Saddam Hussein non stesse commettendo massacri e torture ai danni dei civili kuwaitiani. Tutt’altro. Tuttavia, la ragione della guerra era completamente “Westfaliana”: non si invade uno Stato sovrano. È come violare l’ordine costituito, e gli alleati dello Stato invaso hanno diritto a intervenire.

È una differenza fondamentale perché le guerre per questa ragione si sono sempre fatte – la Seconda Guerra Mondiale, per dire, iniziò per la violazione della sovranità polacca (e per molte altre ragioni simili), non certo per le leggi razziali e i campi di concentramento –, la tutela della sovranità è sempre stato lo strumento preferito dell’Ancien Régime, dei conservatori, almeno nelle dichiarazioni d’intenti. E difatti fu proprio Bush padre [Repubblicano, destra] (più precisamente Scowcroft) il responsabile della decisione di evitare di rincorrere un Iraq democratico, andando fino a Baghdad. Una decisione presa quasi certamente in chiave anti-iraniana, tipico esempio di realpolitik.

Nella medesima maniera, lo stesso Bush non aveva alcuna voglia di intervenire in Bosnia. Provò a convincere gli europei a occuparsene, John Major [Conservative, destra] in particolare, che risposero picche. Era un’idea tipicamente da Guerra Fredda: un Iraq democratico nel ’91, o liberare l’assedio di Srebrenica nel ’93, non poteva essere considerato nell’interesse rispettivo di Stati Uniti e Regno Unito. Major accusò gli interventisti con parole che oggi si sentono spesso dall’altra parte dell’arco politico: «voi volete la guerra solo dalla vostra poltrona». Fu con l’arrivo di Clinton [Democratico, sinistra], e delle foto dei massacri, che dopo tanto esitare la comunità internazionale si diede una mossa (eccezione: uno dei pochi di destra – anche se atipico – a premere per intervenire in Bosnia fu John McCain). La Bosnia fu il vero scenario cruciale. Fu anche la volta che fu inventata, all’esatto opposto semantico della Responsibility to Protect, l’espressione “pulizia etnica”, che ora ci sembra esistere da sempre, coniata dai nazionalisti serbi a descrizione dei proprî intenti.

Da lì, e fino al 2001, gli interventi umanitarî sono stati orchestrati prevalentemente o soltanto da governi di sinistra: dall’equivalente del ’99 in Kosovo in cui Blair [Labour, sinistra] dimostrò assieme a Clinton [Democratico, sinistra] come fosse cambiato il corso in UK avendo messo da parte Major [Conservative, destra]. Le volte che Blair è andato in Sierra Leone è stato accolto da un bagno di folla che lo ringraziava per aver salvato (2000) migliaia e migliaia di persone dall’essere stuprate e mutilate dai ribelli. A Clinton, in Kosovo, hanno fatto anche una statua. Non è un caso che, al tempo, l’intervento umanitario fosse associato alla “dottrina Clinton” o “dottrina Blair“. E il devoir d’ingerénce è un’espressione coniata da – e tutt’ora associata a – Kouchner [Socialiste, sinistra], una posizione che è diventata veramente controversa all’interno del PS soltanto dopo il 2003.

Naturalmente, come detto, questo argomento non va portato all’estremo opposto: sarebbe sbagliato dire che la sinistra sia stata sempre a favore, come che lo sia stata tutta la sinistra. Altre volte se n’è infischiata: Clinton non è andato con Blair in Sierra Leone, nessuno – colpevolissimamente – è andato in Ruanda. Ciò che è vero, invece, è che trovare nella destra le radici dell’interventismo umanitario è veramente peregrino, mentre è indubbio che il brodo culturale in cui è nato questo concetto sia quello progressista. Sforzandosi, per trovare un controesempio, si potrebbe citare Somalia ’92 quando Bush padre – oramai con Clinton president-elect, e a un mese dalla sua salita in carica – autorizzò (in accordo con Clinton) la decisione di prendere parte all’Unitaf.

Un’altra cosa importante da ricordare è la campagna elettorale con la quale Bush figlio [Repubblicano, destra] fu eletto nel 2000. La piattaforma era prettamente isolazionista, nella migliore tradizione della destra americana. Bush accusò esplicitamente Clinton di aver sperperato importanti risorse americane in missioni umanitarie. Disse che questa era la solita politica buonista e scellerata dei democratici, e che l’America doveva farsi i fatti proprî (quasi testuale) anziché andare a cercare di portare i diritti umani qua o là. Poi ci fu l’Undici Settembre, e lo sconvolgimento della piattaforma di politica estera dell’Amministrazione Bush. I realisti furono messi da parte, e i neoconservatori presero i loro posti.

I neoconservatives sono uno strano ibrido. Prendono il suprematismo americano da destra e l’interventismo da sinistra. Rifiutano l’isolazionismo/realpolitik della destra e il multilateralismo della sinistra. Di certo, in questo decennio, sono stati la voce che si è sentita a favore dell’interventismo umanitario, con qualche amnesia. Il dibattito sull’Iraq è stato emblematico: i neoconservatori hanno rappresentato chi era favorevole, i realisti hanno rappresentato chi era contrario. La posizione dei liberal – non contraria in principio a un intervento per liberare gli iracheni da Saddam, ma che chiedeva più multilateralismo, più risoluzioni, più trattative, più legalità internazionale – è stata completamente schiacciata da questo dibattito.

È stato un decennio molto strano, insomma. E un decennio che è finito, storicamente, con l’elezione di Barack Obama, la naturale prosecuzione di quella tradizione liberal che aveva prodotto il concetto dell’intervento in favore delle vittime dei massacri e che, paradossalmente, durante gli anni di Bush figlio era rimasta rintanata nell’accademia universitaria. L’Amministrazione Obama ha svuotato le migliori università americane, assumendo quasi interamente quel gruppo di intellettuali liberal che avevano prodotto tale manifesto. La domanda che ritorna spesso è se non sia troppo tardi, se l’intero dibattito sulla necessità di intervenire militarmente per evitare massacri e torture non sia oramai stato fagocitato dallo scontro neocon-realisti, tantopiù che i primi tempi della presidenza Obama sono stati marcati da una distinta necessità di emancipazione da Bush, che lo ha portato a condurre una politica estera più tendente al realismo. In teoria, però, non è troppo tardi.

Nella teoria, il decennio passato è finito il 10 dicembre del 2009, quando Obama ha pronunciato queste parole accettando il premio Nobel per la pace:

Tutti noi ci troviamo di fronte a domande difficili su come impedire il massacro di civili da parte del proprio stesso governo o su come fermare una guerra civile la cui violenza e le cui sofferenze possono inghiottire un’intera regione. Io sono convinto che l’uso della forza per ragioni umanitarie può essere giustificato, come è stato nei Balcani, o in altri luoghi sfregiati dalla guerra. L’inazione dilania la nostra coscienza, e può portare a interventi ancora più costosi nel futuro.

Nella pratica, speriamo di essercelo messi alle spalle oggi, a Sirte.

Per non dimenticare

Ri-dato questo post a distanza di due mesi: è oggi il giorno in cui non bisogna dimenticare.

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Il 17 marzo del 2011, il colonnello Gheddafi – dopo diverse settimane di rivolte soppresse nel sangue, di bombardamenti sulle città, di torture e stupri – stava per lanciare l’attacco finale su Bengasi, la capitale della ribellione.

Nel suo discorso alla nazione, Gheddafi aveva promesso la sua vendetta finale, il “momento della verità”, consumato “vicolo per vicolo”. I suoi aerei avevano già cominciato a sorvolare Bengasi, le milizie stavano seguendo. Poco tempo prima, il figlio Saif Al Islam aveva parlato di fiumi di sangue.

Coloro che per tutti – fino a lì – erano stati la “gioventù araba”, i fratelli e le sorelle di quelli della Tunisia e dell’Egitto, le “forze pro-democrazia” come erano definite da tutti i media, avevano chiesto disperatamente da tempo l’intervento della comunità internazionale per fermare i massacri. La portavoce di quella gente aveva detto: “l’Occidente ha perso la sua credibilità” “Non dimenticheremo chi ci ha difeso e chi ci ha tradito”. Così, pochi giorni prima, migliaia e migliaia di donne avevano manifestato – un atto coraggioso: per molte era la prima volta che scendevano in piazza – chiedendo disperatamente aiuto al mondo con slogan chiari come: “il nostro sangue vale meno del petrolio?”.

Quella stessa identica sera, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva passato una risoluzione che comandava la difesa “con ogni mezzo” della gente in Libia. Al momento del passaggio della risoluzione la folla di Bengasi era esplosa in un boato di gioia e liberazione, di sopravvivenza.

Per fortuna. È successo. Una volta tanto l’umanità, il mondo, ha dimostrato di essere un qualcosa di bello.

Ma poteva anche non succedere. E c’è anche chi non voleva che succedesse, oggi più di ieri, come se tutti si fossero dimenticati di quella gente, a Bengasi, sul punto di essere trucidata. Chissà se se lo domandano: e se non fosse successo?

Ora staremmo piangendo un massacro di proporzioni enormi. La più longeva dittatura del mondo sarebbe ancora lì, a seviziare degli esseri umani. E ci staremmo lamentando del cinismo dell’Occidente, giustamente, che per non turbare uno Stato integrato nel mercato petrolifero come la Libia di Gheddafi, aveva permesso un’altra carneficina. D’altronde – come poteva essere diversamente? – un intervento in Libia avrebbe portato al crollo dei profitti di tutte le compagnie petrolifere europee. Tanti di noi, io fra questi, si sarebbero vergognati ancora una volta di far parte della specie umana, come in Ruanda, come in Darfur.

E invece è successo. In Libia ora scrivono “grazie di tutto, che Dio vi benedica”. Loro non possono non domandarselo, quello che sarebbe successo.

E, purtroppo, ha ragione

In una discussione sull’utilizzo di mezzi violenti o illegali nelle manifestazioni in democrazia, Luigi Masala ha preziosamente elaborato in maniera lineare e rigorosa un concetto che molti di noi hanno rincorso in questi giorni, senza tuttavia riuscire a esprimerlo con tale semplicità.

Naturalmente, riproponendolo, lo astraggo dalla discussione e dall’immediato interlocutore a cui si riferisce. Non è quello il punto, come non lo è mai. Ma è importante rilevare in modo chiaro il perché usare dei mezzi prevaricatorî – sceglierei questa definizione, più che violento/illegale – nei confronti di diritti altrui sia eticamente sbagliato, proprio a cominciare dal livello filosofico:

Nel dire [che alcuni mezzi prevaricatorî sono ammissibili], forse, non ti accorgi che stai dicendo che la democrazia, per te, non conta.

Nel ribellarsi a una forma veramente autoritaria di governo (vedi il caso della Cina) ha senso che si possa agire in tal modo, perché i canali attraverso cui la tua volontà può contribuire pacificamente alla determinazione del processo decisionale sono “ostruiti”. Se, invece, qualcuno lo fa in un paese democratico, nel quale il cittadino ha degli strumenti per incidere sul processo decisionale pubblico ben inseriti in un sistema di checks and balances, è perché non vuole dare alla propria opinione lo stesso peso di quella di un qualunque altro cittadino, ma vuole usare la forza per contare di più.

E, purtroppo, ha ragione: la sua opinione peserà di più di quella del povero pensionato a cui è stata bruciata la macchina, peserà di più di quella del fruttarolo cui ha devastato il negozio. A te piace che sia la legge del più forte a determinare il tuo futuro?
Se sì, buon per te, ma ricordati che – prima o poi – uno più grosso e cattivo di te lo incontri sempre.

Shalit

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Avendo parlato così tanto della questione israelopalestinese so di essere in qualche modo condannato a commentare ogni evento di qualche rilievo che accade in quelle zone, anche il più deprimente. Non è una cosa che mi pesa, perché – si capisce – è un tema a cui tengo. La cosa che pesa, invece, è avere un’opinione più deprimente di quella che hanno gli altri. Avevo iniziato questo post ieri, poi ne avevo un po’ abbastanza del mio stesso pessimismo, e perciò avevo cancellato il post. Poi un paio di lettori, Luca e Marta, mi hanno chiesto cosa ne pensassi. E vabbè, riprendo dalle trash il post che cominciava così:

Inevitabilmente ci si appassiona, e si compatiscono, le vicende umane. Ma la liberazione di Shalit non è certo un “segno di pace” come leggo in giro. L’esercito israeliano ha fatto del “non lasciamo indietro nessuno” il proprio segno distintivo. Ne va della loro coesione, della motivazione dei soldati di Tzahal. Questa è la principale ragione della disposizione a pagare il prezzo di uno a mille.

Però, al di là della personale vicenda di Shalit, non vedo proprio come la pace – in alcun modo – possa guadagnarne.

– Ne guadagna il governo più a destra della storia israeliana, il governo Netanyahu, che per quanto diviso sulla questione, può aggiungere un elemento in più alla propria vocazione populista.
– Ne guadagna in opinione pubblica anche Hamas, un’organizzazione fondamentalista islamica che gestisce Gaza in maniera dittatoriale.
– Ne perde Fatah, un’organizzazione politica certamente non immacolata, ma unico attore della regione (fa eccezione il ritiro da Gaza di Sharon) ad aver fatto serî passi verso la pace nell’ultimo decennio.
– Ne guadagna la possibilità che ci siano altri rapimenti di israeliani, visto il successo che ha avuto questa operazione dal punto di vista militare (ed è questo che interessa alle milizie).
– Ne perde la condizione umana delle persone a Gaza, visto che delle due richieste fatte inizialmente agli israeliani per la liberazione di Shalit – il rilascio di prigionieri e la fine del blocco navale – è stata ottenuta quella politica e non quella umanitaria.
– Ne guadagna la possibilità che ci siano altri attentati, data la liberazione di moltissime persone condannate per atti di terrorismo, in molti casi ben propense a commetterne degli altri.

Non vedo, davvero, come questo possa costituire un passo verso la pace. Se mi dite che sbaglio mi fate un favore.

Poesia

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Testa di cazzo che ti frapponi
lì davanti all’autoblindo
così che i tuoi compari possano
sfasciare la testa ai poliziotti,
quei poliziotti che io pago
perché siano diversi da te:
mi fai schifo
perché sei il mio parassita.

Testa di cazzo, tu ti frapponi
perché sai che lui non t’investirà.
E lo sai perché io m’incazzerei,
e tanti altri come me,
se lui ammazzasse
anche un testa di cazzo come te.
Hai bisogno di me
e perciò sei il mio parassita.

Testa di cazzo, ti frapponi
perché dici che sei in guerra,
ma se fossi in guerra
tu saresti già morto.
Disprezzi la democrazia
ma se non fosse per quella
tu saresti già morto
come le idee che hai in testa.

Testa di cazzo, ti frapponi.
E nel frapporti fai il verso,
tu che sei un vigliacco e un violento,
a quella foto coraggiosa e nonviolenta
che ha vergogna di te.
Hai perso:
continuerò a non volere teste sfasciate,
neanche quelle di cazzo come te.

I contenuti della manifestazione

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Ieri ero alla manifestazione. Complice il trovarmi a Roma e l’invito di un amico, ho deciso di andare a vedere – come si dice in questi casi – che aria tirasse. L’aria che tirava, come immaginerete, non era delle migliori. Principalmente era delusione, perché in tanti si rendevano conto che quella violenza avrebbe macchiato la continuazione della manifestazione. Perfino il TG1 ha detto che i violenti erano una netta minoranza.

Poi, certo, c’era chi declinava questo rifiuto della violenza con l’inevitabile stordimento paranoide: «sono gli infiltrati del governo che vogliono screditare la manifestazione». Senza rendersi conto che basterebbe vedere gli assalti ai poliziotti in Piazza San Giovanni per smentire la novella. Ma queste son persone per le quali Carlo Giuliani era un infiltrato, persone che non riescono a capire che la propensione alla violenza è fatta di cerchi concentrici: nel cerchio più esterno c’è la maggioranza di manifestanti più pacifici, un poco più all’interno ci sono quelli che fermerebbero – se potessero – il violento ma non lo consegnerebbero alla polizia, ancora più all’interno quelli che non lo fermerebbero perché simpatizzano, e via via fino ad arrivare nel cerchio più centrale dove ci sono questi qui.

E la chiave di questo equivoco è nel dogma della nonviolenza, su cui (e su molto altro) consiglio le magistrali riflessioni di Luigi Castaldi. L’idea è che “se fanno violenza non possono essere dei nostri, non possono avere i nostri stessi obiettivi”. Naturalmente non è vero. Ma il problema più grande sono proprio quegli obiettivi, o l’assenza di obiettivi a fronte di una “rabbia” diffusa. È una questione che a parer mio durerà nel tempo molto più delle cicatrici create dal casino – se non altro perché ne sono la causa –, non la violenza che ha divelto l’attenzione dai contenuti, ma l’inconsistenza di quei contenuti a confronto di una genericissima, ma fortissima, rabbia/insoddisfazione/siamo-stufi. Gli è quasi andata bene, a quei contenuti, del non avere attirato l’attenzione.

È possibile che questo fenomeno sia inevitabile in una manifestazione (ma allora perché farle?), ma le uniche due trame propositive con una qualche concretezza erano il socialismo reale (tanti, tantissimi comunisti, rifondazione comunista, alternativa comunista, partito comunista dei lavoratori: ma dove erano finiti?) e il primitivismo (“torniamo al baratto”, ma detto sul serio). Oltre a questo un’enorme quantità di gente con le idee molto poco chiare – a un certo punto si è messo a discutere con noi un signore che ha spiegato «io so’ anarchico, anarchico nel senso di boia-chi-molla-è-il-grido-di-battaglia», mostrando poi l’aquila romana tatuata sull’avambraccio. C’erano i notav e i no alla tessera del tifoso.

Tantissime persone, tantissimi cartelli che dichiaravano di essere stufi, di non farcela più. Di cosa non era comprensibile. Come risolvere queste fantomatiche cose ancora meno. Una gigantesca vacuità in cui l’unico bersaglio che s’intravvedeva era, forse, “la finanza”, accusata nella maniera più stupida e disinformata (io ho discusso per larga parte della manifestazione, con un ragazzo – certamente una brava persona – con scritto “odio il signoraggio” sulla fronte, che riceveva fotografie sorrisi e ammiccamenti).

Insomma, la mia impressione “a caldo” è che ci siano due brutte notizia. La prima è che, inevitabilmente, con questa stanchezza – con la generica indignazione – bisognerà necessariamente confrontarcisi, perché quelle persone sono una rilevante fetta della società. La seconda è che, purtroppo, quella stessa fetta di giovani non ha nessuna concretezza propositiva – non il welfare, non la meritocrazia, non la riforma dei privilegi generazionali – e non è perciò disposta (o in grado) di aiutare a risolvere i problemi che ingenerano quella rabbia. Siamo sempre lì, non c’è niente che vada oltre il proverbiale: “replace capitalism with something nicer”. D’altra parte, se non ci pensano loro, se non ci pensiamo noi giovani, non ho proprio idea di chi ci possa pensare, quantomeno in Italia.

Il quorum di ieri: clinicamente si definisce dissonanza cognitiva

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A me di questa ennesima bega di Paese non importa nulla, ma proprio nulla. Però mi sembrate tutti ubriachi, sì dico a voi.

Non so se vi ricordate: il 12 e 13 giugno abbiamo votato quattro referendum. Moltissime persone – moltissimissime, quasi tutte – hanno spiegato con severità che far saltare il voto per il mancato raggiungimento del quorum è una cosa meschina, scorretta e da manigoldi. Anche se si considera importante la materia, e anche se si pensa che il voto sarà sfavorevole, bisogna rispettare le regole e partecipare alla votazione: è sbagliato sfruttare il raggiro della norma che richiede la presenza di un numero legale del 50% dei votanti perché la votazione sia valida.

Ieri, precisamente quattro mesi dopo:

– PD, UDC, IdV e FLI  hanno deciso di utilizzare il raggiro di cui sopra, comportandosi in maniera meschina, scorretta e da manigoldi per far cadere il governo “creare imbarazzo” al governo.
– I radicali, invece, hanno deciso che “bisogna rispettare le regole e partecipare alla votazione: è sbagliato sfruttare il raggiro della norma che richiede la presenza di un numero legale del 50% dei votanti perché la votazione sia valida”.

Indovinate le moltissime – moltissimissime, quasi tutte – persone con chi se la sono presa: con PD, UDC, IdV e FLI? No, con i radicali.