Giovedì 31 luglio

Un tocco di perfidia – Diario dalla Palestina 23

Qui è tutto un dirmi «accidenti che bravo che sei», questo-ti-fa-onore, e simili. Insomma sto facendo la figura del santo: è giunto il momento di sfatare questa nomea. Praticamente succede questo, qui la bicicletta la usano soltanto i bambini e i ragazzetti. Ahlam, l’educatrice che lavora con me, mi ha spiegato che a 14 anni il padre le ha tolto la bici dicendole che non era più il momento di giocare, e che ora doveva essere una donna. Ha aggiunto lei: «il problema è che se vado in bici pensano che non abbia soldi per permettermi di meglio». Attenti osservatori l’hanno sentenziato essere un atteggiamento molto mediorientale.

Per le strade di Betlemme, anche in pieno centro del pieno mercato, si incontrano un sacco di bambini in bici, non so il perché ma si divertono a terrorizzare i turisti puntandoli e scartando all’ultimo cosicché i poveri malcapitati si prendano un colpo. È comunque una pratica molto comune perché mi era già capitata una mezza dozzina di volte in due giorni di bici, allora ho preso contromisure.

Io giro in bici un po’ ovunque, potrei dire che è quasi una mia protesi extra-corporea, e quindi ho una certa maneggevolezza con essa: insomma, succede che questi fanno per puntarmi contro, e io acquisto una faccia ferma e risoluta, quasi da killer (la variante è l’urlo di qualcosa di insensato in italiano tipo «la donna è mobile!!!», «qual piume al vento!!!» o «sopra la panca!!!») e faccio finta di mirarli io per primo – insomma, succede che alla fine sono sempre loro a sterzare per primi. E quando mi giro e li saluto in arabo vedo che si sono presi un bel colpo, ma – forse per lo scampato pericolo – non sono mica arrabbiati, e un paio di volte m’hanno persino chiesto di rifarlo!

Qui sembra tutto un gioco. Magari.

Mercoledì 30 Luglio / sera

Treffoto – Diario dalla Palestina 22

In tutti gli incastri e i subbugli di cose, ci sono tre foto che mi erano rimaste accantonate e che però mi piacevano, un draft in tutti i sensi (che non la capirà nessuno) – vale la pena d’ingrandirle tutte, basta un click.

Il più classico dei giochi, dopo il gioco delle sedie (fatto anche quello), qui non lo conoscono: ebbene a mosca cieca si divertono un casino, e ridono tutti ma io ho veramente un’espressione da serial-killer:
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La moschea di Omar, quella che si affaccia sulla Piazza della Mangiatoia, che è anche il centro di Betlemme, oltre che la piazza della chiesa della natività, è controllata da Hamas. A parte le preghiere urlate dagli altoparlanti alle 4 di mattina c’è da registrare la chiusura al traffico della piazza, con l’esclusione del venerdì (per permettere ai fedeli mussulmani di andare alla moschea) e la domenica (per i cristiani che vanno alla chiesa). Dice, e questa foto che sembra un marciapiede di Milano dove allestiscono le moschee negli scantinati? Questi qui sono i Salafiti, sembra che a loro la direzione di Hamas proprio non vada giù – troppo moderati quelli lì – e allora si riuniscono in un vicoletto dietro la moschea, per farsi il loro rito più duro e puro:
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Avevo detto dei tanti foglietti che spargo scrivo e cospargo, questa è la mia scrivania così com’è normalmente, senza che io abbia rassettata in alcun modo per favor di telecamera (vabbè dài, un po’ sì):
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Reperto A: Primo foglietto della caccia al tesoro di domani: non c’erano tutti, quindi mi hanno chiesto di rifarla, ovviamente meglio.
Reperto B: Forbici, servono per lavorare domani – la fine della caccia al tesoro!
Reperto C: Una lettera!
Reperto D: Giochini.
Reperto E: Disegno di un capitolo di un romanzo che stiamo leggendo, ogni capitolo un disegno, e poi ognuno farà il proprio film.
Reperto F: Schede per la lezione d’italiano di sabato, visto che c’è un negoziante di souvenir che vuole imparare l’italiano, ed è tanto carino, gli ho già fatto un cartello da attaccare fuori al negozio per attirare i turisti italiani, insomma l’ho tirato fuori prima e gli sto facendo un corso intensivo: è bravo!
Reperto G: Serve per fare gli aeroplanini di carta domani…
Reperto H: La guerra del calcio, un libro che Gianluca penserebbe di voler leggere.
Reperto I: Le foto di Reem da bambina, hanno visto delle mie foto da bambino e allora hanno portato le loro.
Reperto L: Prove di stampa. C’è sempre, ovunque, una stampante da mettere in funzione.
Reperti M: Foglietti, foglietti e ancora foglietti!
Reperto N: Ho scoperto il salvifico utilizzo della spillatrice!
Reperto O: la tastiera con cui sto scrivendo…

Mercoledì 30 Luglio / mattina

Parliamo del muro – Diario dalla Palestina 21

Parliamo del muro: qui è uno dei tanti tabù, tutti ne parlano male tout-court, trovi pochissimi palestinesi disposti ad ammettere che salvi vite umane, che abbia praticamente eliminato gli attentati suicidi (si parla del 95%) quale che fosse l’interesse reale dei vari governi israeliani.

È certo che il percorso, così com’è progettato, svolge una infame funzione politica: quella di annessione territoriale de facto che rende inoltre qualsiasi piano di smantellamento delle colonie inapplicabile. Detto che qualsiasi piano di costruzione di insediamenti, di colonie, è una fortissima ipoteca sulla pace, e il fatto che altri settlement siano in costruzione è una dichiarazione d’intenti, di menefreghismo, della Knesset.

Capisco anche l’importanza simbolica, il connotato evocativo che può avere – anzi che ha – un muro costruito fra due popoli che cercano (molto poco) di fare la pace, quanto possa essere un baluardo per i benintenzionati, e un alibi per i malintenzionati.

Arriviamo al però: io la maggior parte delle argomentazioni contrarie le trovo di tutt’altro tono, sento parlare dei palestinesi che non possono usare gli ospedali al di là del muro, che non possono andare a lavorare a Tel Aviv, o che non possono andare in vacanza sul mar mediterraneo. Che c’è bisogno di un permesso speciale per andare a visitare i propri parenti a Haifa, e che ora chi abitava a 10 km di distanza è come se abitasse in un altro mondo.

Ora, il mio mondo ideale è un mondo senza confini, però se dobbiamo confrontarci con ciò che c’è, e ciò che c’è ora, non si può trascurare una fatto: se davvero vogliamo il famoso due-popoli-due-stati, e – sì – lo vogliamo davvero perché è l’unica soluzione percorribile (qualcuno crede davvero alla Grande Palestina nell’arco dei prossimi, tiè, 200 anni?), due stati vuoldire due stati. Uno stato palestinese e uno israeliano, ognuno con i propri confini, le proprie frontiere, i propri permessi di lavoro, e anche… i propri ospedali.

In Europa siamo ormai abituati a poter andare a zonzo qua e là ma già 30 anni fa, anche meno, non era così facile andare in Germania. E nessuno si lamentava che non potessimo transitare liberamente in Austria per andare a visitare i nostri parenti emigrati.

Contestare il muro perché è più efficace di una rete (come quella che c’è in Galilea, fra Israele e Giordania, o – un po’ più solida – nel Negev fra Israele e Egitto) nel non permettere a dei cittadini che non ne hanno il diritto di passare da una parte all’altra, è come combattere i lucchetti delle bici perché si è contro la proprietà privata. Bisognerebbe semmai mettere in dubbio il principio.

Io sono disposto a farla questa battaglia, a contestare l’argomento patriottico: a lasciar da parte quella sciocchezza che è il nazionalismo, ma qui è tutto una home-land, un amor patrìo, un dare la vita per la propria terra e il proprio popolo, un Al-FalastÄ«n da una parte e un Eretz Yisrael dall’altra – ci dovremo pur fare i conti?

Martedì 29 luglio / sera

Zeituna! – Diario dalla Palestina 20

La domenica in piscina, Zeituna, che mi ha causato tante bruciature e una stanchezza incredibile, dalle 9 alle 18 in piscina: quando sono arrivato a casa sono crollato a letto, cadavere.

Andando, sull’autobus: in primo piano Mohammad, Yazan (in braccio a me), e Hamza: andando.JPG

Appena arrivati, Tina e Nasri corrono a vedere l’acqua insieme al fratellino:correndo.JPG

In acqua, io sono appena uscito (rientrerò almeno 7 volte): ci sono Mariana (che non è Marina) e Reem; le due ‘vestite’ sono Asmaa e Sawsan che sono anche le due che portano il velo. È vero che se ne fregano abbastanza, e si toglievano il velo davanti a tutti prima di mettersi la cuffia, come propaggine di esso. Qualcuno sostiene sia una questione di pudore, come per noi le mutande: non mi convince molto, mi sembra piuttosto una cosa culturale e identitaria. E barbara.
Avrò occasione di riparlarne.
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L’altra Reem con Nuur, che è la sorellina di Mohab, Rowan e Mohammad, oltre a essere il nome di una telenovela che qui altro che Beautiful, tutte le ragazzine appena hanno un attimo cercano foto su internet, e se stai cinque giorni in Palestina non ti può capitare di non sentirla nominare:
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Rowan e Reem stanche di stare nell’acqua, sono alle corde:
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Durante la pausa pranzo, lì se ne fregano tutti – come è stato per me da bambino – della digestione, e entrano in acqua quando pare a loro: anche mezz’ora dopo aver mangiato. Qui, appena dopo il pranzo la partita di pallone scalzi, la metà dei ragazzino sono dei nostri, l’altra metà sono raccatati lì:
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Visto che eravamo metà e metà perché non fare noi contro loro? Ecco il facimento delle squadre:
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Primo piano di Nuur, qui è in braccio a me mentre mangia una cosa buonissima fatta di noccioline e patatine: ma no, non quella che pensate voi, no no, una ancora più buona:
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Marina e Nikola:
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Rowan e Reem agli scivoli:
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Rowan e Mohammed coraggiosamente si aggrappano a me, spiengendosi fino a dove non toccano:
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Nuur, me la sono portata in giro per tutta la piscina, poi siamo usciti e le ho fatto sentire Mozart, e lei faceva così col dito, come direttore d’orchestra, e andava a tempo – sembrava leggere la musica nel firmamento, come quei due zingari. Poi mi ha indicato l’acqua con quel ditino, e ci siamo rituffati:
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Infine la foto di gruppo, a parte qualche ragazzino snob che non si merita di essere nella foto!
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Martedì 29 luglio / mattina

Chi vuol esser lieto, possa – Diario dalla Palestina 19

Mi ero chiesto in che ordine raccontare questo, perché l’ordine sembrerebbe far giustificare a una posizione l’altra, la giustapposizione dare un punto di vista. Allora ho deciso di raccontare le cose in ordine cronologico.

Sono andato in bici a Gerusalemme questa mattina, il nemico peggiore, peggio delle salite – che pure sono tante – è il caldo.

Solo con la bici – mi rendo conto – girando così, veloce ma lento, a ritmo diverso dai pedoni, ma anche dalle macchine, potendo andare dove le macchine non possono andare, ma pedalando, mi sento un po’ a casa. A Betlemme e a Gerusalemme.

Sulla strada per Gerusalemme c’è questa camionetta della polizia, israeliana, che passa a pochi metri e con la sirena, solo per far impaurire una vecchia donna araba velata, che era di lì in giro: lei, dimessa, non fa altro che scansarsi, evidentemente abituata a questo tipo di meschinerie.

Poi a Mea Sharim, il quartiere degli ebrei ortodossi, dei più puri fra gli epurati, chiedo indicazioni per Sheik Jara che è un quartiere arabo di Gerusalemme Est: nessuno mi sa dare indicazioni, nessuno mi vuole dare indicazioni.

A Sheik Jara non ci sono numeri sulle vie, è un quartiere arabo, quindi il governo israeliano ha deciso di non metterceli. Se vuoi farti recapitare una lettera, vai all’ufficio postale. Se inviti un amico non hai modo di spiegargli, magari trovi un punto di riferimento e lo vai a prendere. E di queste piccole, razziste, cose ce ne sono tante in Israele.

Poi sono passato dal centro di Gerusalemme, non la città vecchia, diciamo quello che è il centro di Gerusalemme ovest, la parte ebraica, e lì vedi la vita. I sorrisi divertiti dei giovani che scherzano con l’estate. E inevitabilmente ti senti parte di quello, dell’occidente, che è la tua casa. E magari ti sforzi di dire che la cultura occidentale non è superiore, perché è politicamente corretto. Poi vedi queste donne e pensi a quelle, questi sorrisi divertiti e liberi: sollevati da sguardi viscidi e camerateschi. E quei volti rassegnati, intravisti, sotto il velo. Quanto sarebbero più felici, le donne palestinesi, al di là del muro. Questo non può non contare.

Essere dalla parte delle libertà è essere dalla parte dei più deboli.

Lunedì 28 luglio

Metafoglietto – Diario dalla Palestina 18

Succede che avendo la connessione internet soltanto in ufficio, e avendo mille cose da raccontare, io mi segni tutte le cose da dire su fogli, foglietti, fogliacci, colorati, in bianco e nero. Di tutti i tipi. È anche un buon modo per prendere l’abitudine, ché di solito piuttosto che segnarmi una cosa dico sempre «vedrai che me la ricorderò», e puntualmente la dimentico. Stavolta non ci ho nemmeno provato, tali e tante sono le cose da raccontare, alcune le scrivo proprio su carta, e le ricopio: altre ce l’ho in mente, ma poi ci metto tanto a scriverle… e allora magari rinuncio e ne scrivo di più corte. Questo per dire che avrei vicissitudini da raccontare, e arriveranno: intanto anche questo post qui, in cui dicevo di tutti gli appunti sui foglietti, me lo ero appuntato su un foglietto.

Sabato inizio il corso d’italiano.
Ho una bici.

Domenica 27 luglio

Equipollenze – Diario dalla Palestina 17

I comunisti di qua mi stanno simpatici; quando vedo Che Guevara (qui pronunciano Gevara) o i manifesti del FLPL penso che alla fine abbiano solo sbagliato ideologia, idea. Mi domando se sia lo stesso per i cristiani, qui, quando vedono i manifesti dei martiri per Allah… in fondo hanno solo sbagliato Dio!

Venerdì 25 luglio / sera

Palla al Centro – Diario dalla Palestina 16

Jaber, Yazan e Hamsa sono tre fratelli. Vivono nel campo profughi di Aida, che sarebe una piccola cittadina di 5.000 abitanti a ridosso di Betlemme. Il campo profughi è il luogo dove è annidato il maggior risentimento, non c’è casa in cui non ci sia un poster di un attentatore suicida, di un Saddam Hussein o di un Nasrallah. Jaber è il più grande del gruppo dei più grandi, ha oramai 13 anni e ad Aida – come direbbe chi dice “spinello” – segue brutte frequentazioni.

Jaber, insomma, voleva fare lo shaeed, il martire, da grande. Sì, voleva perché dopo la visita all’università di Betlemme ha detto che anche lui voleva studiare…
Yazan soffre abbastanza dell’indubbio carisma del fratello e prova a imitarlo in ogni modo. Che sia per emulazione, o per disfida, convincere Jaber significa convincere Yazan.
Hamsa è molto più tranquillo, sembra, non ha l’atteggiamento aggressivo e violento di Yazan, né il carisma da bulletto di Jaber: è anche il più piccolo.

La madre, Ahlam anche lei, fa quel che può o è in grado di fare, il padre si limita a picchiare loro e la madre. Uno dei lavori che facciamo, con il pretesto dei bambini, è quello di cercare di far incontrare le madri che hanno questo tipo di problemi. Lui le vieta di uscire, pare, perché è già uscita una volta negli ultimi quindi giorni: mica può esagerare.

Allora ci siamo andati a parlare, e facevo male ad aspettarmi un atteggiamento strafottente, tutt’altro – mellifluo – e diceva che lui no, non vietava nulla alla moglie, che erano i figli che non volevano venire perché si annoiavano, e volevano stare all’aperto. Noi gli si è detto che potevano stare all’aperto e che io ero venuto dall’Italia proprio per giocare a pallone, figuriamoci; e che lui sapeva quanto piacesse giocare a pallone a Jaber.

Notavi subito poi, come teneva in considerazione me, perché maschio. E in nessuna considerazione l’educatrice che lavora con me, in quanto femmina. Lei sembrava esserci abituata, comunque, perché si prestava più a fare da interprete – quando in inglese non ci si capiva – che a dire il proprio parere. Su questo punto tornerò in un’altra pagina del Diario.

Devo dirmi bravo perché ero stato previdente, e m’ero messo la maglietta del Barcellona, e appena loro tre l’hanno vista – non li avevo ancora conosciuti – mi hanno detto che il Barcellona faceva proprio schifo, che il Real Madrid era molto meglio, figuriamoci. E allora io gli ho detto che «tsk, il Barcellona era molto più forte, e che li avrei stracciati quando mi pareva» e loro dicevano «vedremo», e io allora gli ho detto «che vedremo? Vediamo!». Loro erano abbastanza stupiti, perché insomma eravamo un po’ tutti seduti in questo cerimoniale cerimonioso. E io ho insistito: «prendete o no ‘sto pallone?»

Di porta in porta siamo riusciti a trovare un pallone e altri cinque giocatori, cosicché al fischio d’inizio di questo improvvisato derby di Spagna, ci siamo ritrovati in sette del Real Madrid, e in due – io e un bimbetto – nel Barcellona; voglio stimolare, ora, una preghiera per il povero ragazzino che deve vivere una vita di sofferenza, a essere l’unico della compagnia a tifare azul-grana, vilipeso da tutti, specie in questi ultimi anni di magra per il Barça.

Sarebbe certo bello raccontare che nonostante l’inferiorità numerica si sia vinto, che il povero Barcellona ridotto a due miseri elementi abbia sconfitto il ben più attrezzato Real Madrid, constante di bet sette giocatori schierati. Invece le cronache raccontano di un’amara sconfitta per 5 a 2, resa ancora più amara dal fatto che la partita dovesse finire a 3, ma il Real Madrid ci avesse concesso di continuarla fino a 5, per poi prendere altri due gol e farne zero.

Tuttavia quello che in Italia è il minimo indispensabile per essere ammesso alle partite, mi è valso una classificazione molto vicina al Fenomeno Assoluto, e questo – unito al fatto di essermi scoperto uno sfegatatissimo tifoso del Barcellona – hanno fatto sì che Jaber, e con lui Yazan e Hamsa, continuassero a venire al Centro, che poi è una scuola ma qui la si chiama Centro. Anche la madre, almeno per ora, sta venendo agli incontri assieme all’altra madre e all’educatrice (lo so che genera confusione il fatto che si chiamino entrambe Ahlam, sogno), la quale sta con loro mentre io intrattengo i bimbi. È molto brava, e mi sembra che sappia esattamente cosa dire e quando dirlo, quando starci e quando andarsene anche lei.

Ora so che voi tutti, miei piccoli lettori, vi aspettate un lieto fine, però non c’è un finale, quindi non può esser lieto. C’è da dire che ultimamente Jaber cerca molto meno la sfida, almeno con me, e sembra più conciliante nelle sue istanze: per dire, l’altro giorno voleva stare in squadra con me, che – oramai – non potevo recedere di un solo passo nel fare il Real Madrid con lui, né però poteva lui umiliarsi a tal punto da venire nel (da qualche giorno) mio Barça, quindi ha cercato un compromesso, ha proposto altre squadre, per vedere se c’era un labaro comune sotto la cui egida scagliarsi contro gli altri pargoli, e mi ha detto: «dài, facciamo che noi siamo Hamas, e loro sono Fatah».

Venerdì 25 luglio / mattina

La caccia al tesoro – Diario dalla Palestina 15

Foto movimentata… appena trovato il secondo bigliettino: era nel tappeto..
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Intorno al computer, ma ben lontani dal trovare il quinto…2-computer.JPG

Pensavo di essere stato più furbo di loro, e invece l’hanno trovato subito, legato al telone con un laccetto mimetico:
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E qui Reem ne ha appena visto uno difficilissimo, il tredicesimo, l’istantanea proprio nell’attimo in cui grida d’averlo trovato (complimenti alla fotografa), gli altri tre nel bagno non hanno ancora percepito il grido:
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Le regole erano un po’ particolari, tutti andavano sparpagliati, ma a ogni biglietto trovato dovevano tornare tutti in postazione per avere la traduzione in arabo, qui è Mohamed alla guida (ogni bigliettino si ruotavano posti e ruoli):
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Il tesoro, poi è stato trovato, ma nella generale euforia ci siam dimenticati di fare una foto, cosa fosse rimarrà quindi un segreto…