Mercoledì 12 novembre

12 November 2008, 14:38 | Diario dalla Palestina | Commenti: 1

Vi racconto di Jaber – Diario dalla Palestina 98

Di Jaber avevo già parlato, è il più grande dei tre fratelli (ci sono anche due femmine, poi) che vivono nel campo profughi di Aida, è anche il ragazzino più grande del centro dopo Mohab, ed è quello che voleva fare il martire da grande. Poi, come raccontavo di là, una visita all’università insieme ad Ahlam e Costantino gli ha fatto dire “ma sapete? Voglio fare lo studente universitario”.

Certo, tutto il giro di amicizie che ha al campo profughi – sono gli ambienti più fondamentalisti – continuano a trascinarlo in quella spirale, a fargli dire che Hamas è fica e Fatah… Fatah non è corrotta, Fatah “è sfigata”. Come un ragazzino dei nostri direbbe di un cellulare, o del casco integrale. Ha una sorta di altare per Saddam Hussein in casa, e la violenza lo seduce. Però lui è fresco, vivo, è autoironico e teatrale, ed è capace di voler bene forte, per lui certamente la mezzanotte non è ancora passata. La madre ci ha raccontato che quando il padre vuole picchiarla, ora, è Jaber – portandosi dietro Yazan e Hamza – a frapporsi e impedirlo: un caso unico, per la mia esperienza di Palestina.

Con Jaber ho subito stretto un rapporto particolare, e il calcio sia attivo che passivo (lui è «del Real Madrid» io, ovviamente, devo essere del Barcellona!) è stato un gran bel catalizzatore.
Poi, un giorno, lui e il fratellino sono arrivati al centro un’ora prima. Io ero già là, e Jaber ha raccolto da non so dove un bastone, non pesante ma grosso, e ha iniziato a picchiarci il fratellino. «Atinni!», dammelo. Ma lui non me lo dava. Allora gliel’ho strappato di mano e, come uno stupido, l’ho lanciato via, iniziando a domandargli cosa gli fosse preso. Soltanto che Hamza ha raccolto il bastone e ha iniziato a picchiarci Jaber. All’umiliazione per essersi fatto togliere il bastone s’è aggiunta quella di essere picchiato dal fratello più piccolo. Così appena ho fermato Hamza, Jaber ha riconquistato il bastone iniziando ad agitarlo in modo violento.

«Halas», basta. Le poche parole che so in arabo. Allora ho capito che l’unica cosa che potevo fare era prendere questo bastone e tenerli fisicamente fermi. E per togliergli il bastone, il solletico. A quel punto ho visto un digrignamento che non avevo mai visto, sul viso di Jaber. Ha ordinato al fratello, che fino a quel momento era stato suo “nemico”, di seguirlo. Hamza l’ha seguito senza battere ciglio e lui è andato via furibondo, minacciandomi di morte con quel gesto – che ho scoperto in quel momento essere internazionale – di portarsi l’indice alla gola, e maledicendo la mia progenie.
Io ero piuttosto scosso, ho respirato un momento, e sono andato a cercarlo. Senza esito.
In quel periodo eravamo in molti volontari italiani, c’erano Umberto, le due Angela, Davide, Gabriele e Plastic. Loro mi hanno tranquillizzato. Con loro Ahlam.

Mezz’ora dopo abbiamo visto ricomparire Jaber, che aveva sempre una faccia arrabbiata, ma era finalmente la sua faccia. E in mano aveva un bastone decisamente più grosso, credo più alto di lui, con il quale mostrava di volermi battere. Io ero nell’ufficio, così quando mi hanno detto «è tornato Jaber», mi sono affacciato e l’ho visto con quel coso in mano. La mia reazione, quando l’ho visto così, è stata un bella risata a mani giunte. Non una presa in giro, ma una risata complice, come dire “Jaber, maddai”. Forse, conoscendo Jaber, l’avrei anche premeditato come gesto, ma in quel momento è stata soltanto una cosa spontanea. La cosa migliore comunque, perché Jaber vedendo la mia reazione tanto diversa dal sono-più-forte-io, quel piano che vive quotidianamente, si è accorto in un attimo di quanto fosse ridicolo quell’essersi portato un bastone per picchiarmi.

Ma Jaber è anche un attore, e in un momento – pensate la prontezza di spirito – ha appoggiato il bastone a terra, fingendo di appoggiarcisi, e di esserselo portato come sostegno. Gli avevo fatto male alla gamba, diceva, cosicché non poteva camminare. Era chiaro che, a quel punto, quello che gli importava era la sua “onorabilità”. L’avevo picchiato diceva, così io – attraverso Ahlam – gli ho detto: «guarda Jaber, sai bene quello che è successo, sai che ti ho fatto il solletico, ma a me non interessa cosa pensano gli altri, e tu lo sai». Allora Jaber ha scartato nuovamente, e mi ha detto che «sì, ma non dovevo fargli il solletico, perché lui così ‘non respira'” e questo lo fa inferocire. Io ho replicato che era l’unico modo per togliergli il bastone senza fargli male; e lui ha detto che io non dovevo togliergli il bastone, perché lui è abituato a picchiare il fratello, e nessuno gli dice nulla (una volta uno dei tre si ruppe un braccio, così). A quel punto – con molta fermezza – gli ho spiegato che in mia presenza era fuori discussione, nessuno picchia nessuno.

Ma era già chiaro che l’incidente era stato riportato alla sua corretta dimensione, quella di una stupidaggine. Diceva che ero stato fortunato che lui non avesse chiamato zii, cugini, etc. per amazzarmi, ma era chiaro che quello era tornato a essere il solito Jaber che le racconta. L’ho preso da solo, e l’ho portato fuori. Ho imbracciato il famoso bastone e gli ho detto “io Jaber, tu Giovanni: dimmi come togliere”, lui – forse per il mio arabo ridicolo – si è messo a ridere, e mi ha stretto la mano. Però prima ha fatto una cosa ancora più divertente, prima di lasciarmi il bastone, mi ha detto «stenna», aspetta. Ha preso la caviglia in mano, quella della gamba che simulava essere stata da me ferita, e l’ha stirata dietro al sedere come si fa nel riscaltamento prima di una partita di calcio, dicendo poi “ok, è guarita”. Ricominciando poi a camminare normalemente, senza zoppicare. E l’ha fatto con una credibilità tale che mi è dispiaciuto esserne l’unico testimone.

Da quel giorno il rapporto fra me e Jaber è migliorato in maniera incredibile, primo fra tutti mi salutava, e si congedava con me per ultimo. Varie volte quando sapeva che qualche gruppo di italiani era sul punto di andare via, lui veniva da me e mi diceva – nell’inglese che gli insegnano a scuola: «you no Italia?», e quando lo rassicuravo che no, io non stavo andando via, mi abbracciava con una contentezza vera. Poi è venuto il giorno in cui sono andato davvero via, e oltre a promettergli che sarei sicuramente tornato (come farò a breve), oltre a punzecchiarci su cosa avrebbero fatto Real Madrid e Barcelona mentre saremmo stati lontani, abbiamo “raccontato” la nostra storia – in un mini fotoromanzo. Perché, come vi ho detto, oltre a essere un attore, Jaber è anche molto autoironico. A essere più precisi, la nostra non-storia.

Qui è Jaber che mi picchia con un bastone, appena arrangiato dalla gamba di un tavolo di plastica:

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Sempre a proposito di gambe, invece, questo è quando l’ho picchiato io, e lui soffre dell’infortunio alla gamba:

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E qui una noiosa foto normale e sorridente:

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– Commenti:



Un commento presente su “Mercoledì 12 novembre” – Feed

  1. fabio – 13 November 2008, 06:55 (n° 1)

    dovresti fare il diplomatico

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