Un tonfo in piscina

20 August 2009, 9:52 | Il Male curabile | Commenti: 18

BURKINI E BRUTTE NOTIZIE
Mea culpa maxima. A seguito di una discussione su burkini e licenziamento per gli operai che non bevono durante il Ramadan, su di un social network, mi sono fatto trasportare in un polverone di pareri sulla condizione della donna nell’Islam che non avevo nessuna voglia di partecipare a creare, tantomeno ieri: proprio nell’infausto giorno in cui vengo a sapere che una mia cara amica – e compagna di tanti giorni – in quelle terre è stata costretta a sposarsi.

È stata forse la risposta a questo senso d’impotenza a farmi imbarcare nella discussione, nonostante fossi convinto di non doverlo fare, perché sapevo come sarebbe andata a finire. È andata a finire peggio, con l’essere accusato di voler “spogliare le donne mussulmane” per lussuria, e la reiterazione del concetto scandaloso per cui sia sensato che soltanto le donne si occupino dei diritti delle donne.

Non dovevo iniziarla quella discussione.

Però siccome sono recidivo, e confido un po’ di più nella ragionevolezza di quella manciata di ospiti del mio blog, ci riprovo qui al calduccio: tentando di partire da qualche spunto che mi sembra importante

LA TEORIA
Il problema teoretico non c’è: un mondo senza persone che rischiano la vita per un dio immaginario è un mondo migliore. Anche un mondo senza burkini, hijab, etc è un mondo migliore. Perché? Per un motivo semplice, perché è un simbolo chiaro – e chiunque neghi questo non ha letto una riga del Corano – di sottomissione, e di proprietà, della donna all’uomo. Più precisamente è lo spostamento dell’autocontrollo sessuale maschile, dal corpo dell’uomo stesso al corpo della donna. Gli uomini non possono fare nulla, se un corpo di donna li “provoca”. Il teorema della colpevolezza della ragazza stuprata perché in minigonna.

Questo è tanto ovvio quanto vero, e chi lo nega è o un laico a senso unico (leggasi contro la Chiesa Cattolica) oppure ha un malinteso concetto di laicità: la laicità non è l’imparzialità del giudizio, ma è il fondare su dei fatti – anziché su un qualunque tipo di allucinazioni – la propria valutazione. Fra una persona che sostiene l’efficacia della medicina, e uno che sostiene l’efficacia della preghiera, una persona laica dà ragione al primo, non è certo imparziale.

LA PRATICA
Dopodiché c’è un problema strategico, in cui tutte le opinioni sono valide: sono più le donne che, con un divieto, andrebbero in piscina togliendo questo velo, oppure sono di più quelle che con un divieto del genere rinuncerebbero ad andare in piscina restando imprigionate in casa da mariti o fratelli? Penso che, in questo caso, succederebbe la seconda cosa: quindi non è una cosa positiva vietare tale abbigliamento. L’inflessibilità ha senso se è al servizio del bene degli individui, altrimenti l’inderogabilità di un principio è solamente lo specchio di Narciso di una società senza altre risposte che quelle identitarie.

Farei un discorso diverso per la regolamentazione del bere durante il Ramadan: credo che molti mussulmani alla fine cederebbero – anche perché c’è più tolleranza sulle infrazioni alla regola imposte da altri. Penso, tuttavia, che non sia compito dello Stato tutelare una persona dai proprio comportamenti autonocivi, e fino a quando queste persone facessero bene il proprio lavoro non ci sarebbe nulla da dire. Ovviamente firmando un’impegnativa dove ciascuno si assume la completa responsabilità degli attentati alla propria incolumità: dopodiché ognuno può farsi male come vuole, per le ragioni che vuole, basta che non faccia male agli altri.

Voi che ne pensate?

– Commenti:



18 Commenti presenti su “Un tonfo in piscina” – Feed

  1. angia – 20 August 2009, 11:05 (n° 1)

    Alcuni giorni fa ho letto, sullo stesso quotidiano, tre notizie. Un marito che dice al giudice che ha il dovere di picchiare la moglie perché glielo dice il Corano (successo in Italia), ragazzina uccisa dallo zio in Giordania perché era stata violentata, e infine in India hanno arso viva una donna perché aveva appena partorito una bambina invece di un maschio.
    Il burkini è, com’è ovvio, l’ennesima espressione del controllo maschile sul corpo femminile.
    Vietarlo? Hai ragione, meglio di no. Ma che rabbia.
    Bere durante il ramadan, bé, quelli che se la sentono, facciano pure, mi sembra l’aspetto più innocuo, alla fine.

  2. angia – 20 August 2009, 11:24 (n° 2)

    Ah, dimenticavo, mi spiace tanto per la tua amica.
    Un sogno spezzato.

  3. Corrado Truffi – 20 August 2009, 13:38 (n° 3)

    Fondamentalmente concordo. Aggiungerei che in linea di massima, in uno stato laico, i divieti in ambito comportamentale (usi e costumi, insomma), non sono MAI una buona soluzione, anche quando sappiamo che gli usi e costumi in questione sono frutto di sopraffazione.

    La convinzione, il “lavoro culturale” (si sarebbe detto ai tempi del vecchio PCI:-) sono più difficili ma alla lunga più produttivi.

    E poi, i divieti concreti qui in Italia sono ahimè sempre pelosamente e puramente razzisti (e infatti non distinguono l’apertura di un negozio di kebab dall’uso del burkini – basta dare addosso al musulmano…)

  4. Andrea Privitera – 20 August 2009, 14:15 (n° 4)

    Il tuo ragionamento non fa una grinza, Giovanni. Forse la liberatoria è il tasto più delicato, perché in altri contesti potrebbe essere usata per scavalcare le minime norme di sicurezza sul lavoro.

    Per il resto, come dice Corrado, si tratta di duro lavoro culturale: col tempo gli immigrati capiranno che alcune delle loro usanze non reggono più una sovrastruttura, e dovranno essere in qualche modo cambiate. Ma questo cambiamento probabilmente sarà attuato dai figli degli immigrati di oggi, non dall’ordinamento giuridico italiano.

  5. Gabriele – 20 August 2009, 16:58 (n° 5)

    Premetto, mi pare giusto farlo, che sono un credente pienamente convinto. Aggiungo anche che mi pare corretto, nei limiti del rispetto di se stessi e degli altri, che si insista nel seguire la propria cultura ovunque, qualsiasi essa sia. Detto ciò, tuttavia, non posso non ammettere che il ruolo dello Stato dovrebbe assolutamente prescindere dalla religione, da qualsiasi religione. Rispettarla sì, ma non esserne condizionato, o, peggio ancora, assoggettato. Riprendendo l’esempio di Giovanni, un soggetto veramente laico (a parer mio) dovrebbe dire: sì, buono, se vuoi prega, ma fallo intanto che prendi le medicine. Anche perchè non riesco a non pensare, specie quando trattasi di religione (QUALSIASI religione) alla canzone del buon De Andrè “Morire per delle idee”. Io ho il diritto di avere un credo, ma ho anche quello di pensare con la mia testa ed il Dovere di sottostare a quanto prodotto da uno Stato che, indipendentemente da tutto e da tutti, dovrebbe “tirare” per il mio bene (e quindi non potrebbe certo essere in contrasto col mio credo, anche se ne bypassa qualche stupido dettame partorito da mente umana).
    Scritto troppo vè? Vabbè, pazienza!

  6. Gabriele – 20 August 2009, 17:00 (n° 6)

    dimenticavo: poi se uno vuole prendere qualsiasi scusa a caso per fare disinfestazione… allora è quantomeno da rinchiudere… solo che c’è pure chi lo vota… bah

  7. Felice – 20 August 2009, 21:25 (n° 7)

    Ciao.
    Volevo fornire qualche elemento in più sulla questione degli operai musulmani minacciati di licenziamento durante il Ramadan.
    Come saprete, la proposta (poi, pare, rientrata)era stata avanzata dagli imprenditori agricoli di Mantova, dove vivo.
    Non pensate che questi signori abbiano così a cuore la salute dei loro operai stagionali!
    E’che se la stanno facendo sotto:il 26/06/08 un bracciante agricolo indiano, Vijay Kumar, è morto in un campo di meloni a Viadana (Mantova),a causa di un malore quanto meno aggravato, se non proprio provocato, dal gran caldo.
    Il suo datore di lavoro è stato condannato, in primo grado, a 8 anni e 4 mesi di reclusione!
    Secondo la sentenza di primo grado, avrebbe imposto ai connazionali di Kumar di trasportare il corpo agonizzante dell’operaio fuori dal suo campo, prima di chiamare i soccorsi, ritardandoli in maniera fatale.
    Perchè un comportamento così disumano? Ovvio: perchè Kumar lavorava in nero!
    Capito l’antifona?
    “Cari operai musulmani, vedete di mangiare, bere e stare bene, che magari, dopo ore ininterrottamente sotto il sole, vi viene un coccolone e le grane sono nostre!”
    Se interessa, la videnda è raccontata qua:
    http://tinyurl.com/l2m7he
    Ciao a tutti.

  8. Fra Alberto – 21 August 2009, 12:49 (n° 8)

    @Giovanni Fontana

    Mea culpa maxima

    Mica perchè…
    Ma si dice Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
    :-)

  9. Giovanni Fontana – 21 August 2009, 13:27 (n° 9)

    Sì, riscrivendo ora il post aggiungerei quello che ha detto Corrado (i divieti, quando si può, andrebbero evitati) e Andrea (la liberatoria può essere “pericolosa”). Soltanto una cosa: il cammino di emancipazione non è inesorabile, non ci sono magnifiche sorti progressive. Possiamo benissimo perdere, possono vincere i cattivi come è stato per l’Islam 700 anni fa dopo Al Ghazali.
    Insomma, bisogna lottarcela per vincere.

    Ciò che dice Felice, ovviamente, non mi stupisce: ma bisogna valutare la bontà (l’effettivo risultato) delle azioni, non le ragioni per cui le si prendono. Quanto a ciò che dice Gabriele, secondo me il tuo punto di vista è perdente, in una discussione di idee con un fondamentalista religioso: lui ti dirà «sissì, le leggi dello Stato, ma la legge di Dio è più importante: e Dio, lo sento, mi dice di ammazzare gli infedeli». Cosa potresti rispondergli?

  10. Giovanni Fontana – 21 August 2009, 13:27 (n° 10)

    Fra Alberto scrive::

    si dice Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

    Perché?

    (comunque grazie della correzione)

  11. Fra Alberto – 21 August 2009, 13:34 (n° 11)

    @ Giovanni Fontana:

    Hai citato una parte della liturgia della Messa in latino e per essere precisi il Confiteor:

    Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michǽli Archángelo, beáto Ioánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Páulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo, et ópere: (si batte il petto per tre volte) mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Virginem, beátum Michǽlem Archángelum, beátum Ioánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Páulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum Deum nostrum.

    è entrato nel gergo popolare come:
    Sei lungo come il Passio!
    Ovvero la domenica delle Palme e il Giovedì santo si legge per intero la passione di Cristo che dura almeno 25 minuti.

  12. Gabriele – 21 August 2009, 19:32 (n° 12)

    @Giovanni, sì è qui (nel mio mondo perverso) entrerebbe in gioco lo stesso Stato con un minimo di rigore… anche se comunque riconosco essere una cosa ipercomplessa, tant’è che la soluzione al problema è sempre lontanissima

  13. farfintadiesseresani – 22 August 2009, 16:19 (n° 13)

    Nel merito della questione penso che la libertà sia contagiosa e che una società laica, in base al principio di includere tutti senza esclusioni (quindi, sì al burkini in piascina) tenda a diffondere libertà e laicità.

    Un appunto sulla cosa delle preghiere e delle medicine. So che tu la pensi diversamente, ma penso che sia possibile una religione perfettamente “laica”, cioè ragionevole. Non capisco perché il fatto che io creda in Dio e che lo preghi (non si prega solo per chiedere, peraltro) escluda il fatto che io, se mi ammalo, prenda le medicine del caso. Una religione che mi ponga il conflitto tra preghiera e medicine è irragionevole e disumana e quindi non mi interessa.

  14. v. – 4 September 2009, 09:09 (n° 14)

    Il discorso non può prescindere secondo me dalla considerazione che (almeno nel cosiddetto “Occidente”) è il razzismo che sta determinando un radicalizzarsi di forme di “fondamentalismo” islamico … I divieti in questo senso non servono, anzi …

  15. Giovanni Fontana – 4 September 2009, 09:39 (n° 15)

    @ v.:
    Ecco, questo è esattamente il wishful thinking occidentale. “È colpa nostra”.
    Mi sembra, V, che l’osservazione del mondo dica l’opposto. Che anzi, i mussulmani più radicali vivono in luoghi dove l’Occidente è lontanissimo. Ci sono numerose testimonianze di ex-fondamentalisti islamici che raccontano di come ridessero di questo tuo ragionamento «questi occidentali fanno il lavoro per noi».

    La verità è che in Arabia Saudita le donne sono considerate discriminate senza che c’entri nulla l’Occidente, in Iran milioni di persone considerano giusto uccidere Rushdie senza neanche sapere cos’è l’America.

    Anche i divieti servono: o saresti favorevole alla legalizzazione dell’infibulazione in Italia?

  16. v. – 7 September 2009, 13:59 (n° 16)

    @ Giovanni Fontana:

    Poiché tu ti permetti di liquidare quanto scrivo definendolo “esattamente il wishful thinking occidentale”, potrei permettermi anch’io una qualche liquidatoria definizione del tuo modo di argomentare, ma non è nel mio stile.

    Piuttosto ti faccio notare che il tuo discorso è partito da un episodio di cronaca avvenuto qui in Italia, ma per sostenere le tue tesi devi poi tirare fuori la situazione in Arabia Saudita …

    Qualcosa non torna, non ti pare?

  17. Giovanni Fontana – 7 September 2009, 14:24 (n° 17)

    @ v.:
    Non ho capito cosa non dovrebbe tornare.

    Io non ho liquidato il tuo modo di argomentare (che non conosco), ma il tuo argomento: quello, sì, è un wishful thinking.

    Bada, è una cosa positiva sperare che la realtà sia migliore di quella che è – è delle brave persone – ma questo non vuoldire che lo sia.

    Mi pare inoltre di avere dato esempî di ciò che dico, quindi se c’è stata una liquidazione – da parte mia – è stata fondata sull’osservazione di alcuni fatti.

    Mi sembra che non si possa dire lo stesso del tuo, di argomento.
    Spiegami cosa ti fa pensare che sia il razzismo in Occidente a determinare il radicalismo islamico, portami delle prove, e potrò cambiare idea.

  18. Montaigne » Blog Archive » L’Erasmus di velluto – 8 September 2009, 19:57 (n° 18)

    […] modello a cui ispirarsi per scrivere di viaggi importanti è ovviamente Giovanni. Copiarlo non posso, visto che siamo due persone diverse tanto quanto diversi sono i nostri viaggi. […]

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