In difesa dell’astensione

23 May 2014, 10:55 | Alta politica | Commenti: 16

per Il Post

2 su 5

Io non sono un grande astensionista, ho votato quasi sempre, e voterò anche a queste elezioni; però ho sempre trovato fastidioso l’atteggiamento assiomatico con il quale, a ogni elezione, c’è chi fa proclami – spesso aggressivi, quasi insultanti – contro le persone che decidono di astenersi. Colpisce la mancanza di argomenti di chi sostiene la necessità di votare sempre: chi argomenta qualcosa di diverso non riceve una risposta alle proprie posizioni, ma la reiterazione dell’assioma iniziale (e così mi aspetto che le obiezioni a questo post conterranno argomenti a cui viene risposto già nel testo: scommettiamo?), segno che “bisogna votare sempre” è solamente una massima insegnataci da bambini.

Certamente ci sono persone che si astengono per ragioni irrazionali, come preservare la propria coscienza: votare è uno strumento, non ci si “sporca” a votare un partito che non veicoli precisamente le nostre idee. Ma anche le ragioni di chi sostiene che bisogni votare sempre appaiono altrettanto irrazionali.

Chi vota senza sapere
Non c’è dubbio che astenendosi si delega agli altri elettori. Questa, in alcuni casi, è una scelta sensata: per persone che non seguono la politica, non conoscono gli schieramenti e i programmi, i candidati e le idee in campo, quella dell’astensione è semplicemente una scelta di onestà. Possiamo decidere che sbaglino a non sapere cosa succede nel loro Paese, ma dal momento che le cose stanno così perché dovrebbero esprimere un voto – che vale quanto quello delle persone più consapevoli e informate – su un argomento di cui non hanno alcuna competenza? Fa ridere, poi, che a criticare gli astensionisti siano spesso le stesse persone che si lamentano dell’ignoranza degli elettori di altri partiti (se l’unica cosa che sai dire è “i politici rubano tutti” forse è meglio non votare, no?).

Chi vota per convenienza
Ci sono poi due grandi categorie di persone che votano con una certa consapevolezza: chi vota per convenienza e chi vota per ideologia, e infinite commistioni delle due cose. I primi votano un partito perché pensano che le istanze portate avanti siano più convenienti per loro: meno tasse, più difesa di una certa categoria, più diritti a questa o quella minoranza. Il colmo è che votare non è un’operazione conveniente (è un paradosso abbastanza noto): qualunque sia lo sforzo profuso, in termini di convenienza non ne vale la pena. Non parlo di fare campagna elettorale o allestire banchetti, ma anche il solo prendere la macchina o perdere mezzora del proprio tempo ha meno efficacia, “costa di più”, dell’importanza che ha il proprio minuscolo voto su diverse decine di milioni nell’avanzare questa o quella politica.

Chi vota per ideologia
Ideologia, qui, non ha alcun senso spregiativo. Tutti abbiamo le nostre idee e pensiamo che siano le migliori (altrimenti ne avremmo delle altre). Tuttavia, anche chi vota per ideologia dovrebbe tenere presente l’irrilevanza che l’operazione ha a livello macroscopico: verosimilmente, nel corso della nostra vita, il nostro voto non deciderà mai, neppure una volta, un’elezione. In realtà uno dei motivi per i quali io vado a votare è, candidamente, narcisista: mi piace seguire le elezioni, mi piacerebbe vedere dei dibattiti (fatti davvero), mi piace il giorno delle elezioni, mi piace andare nel seggio e sorridere allo scrutatore, mi piace la suspense delle ore successive, mi piace seguire i risultati, mi piace sentirmi importante.

Ma se tutti facessero così
L’argomento “se tutti facessero così” è, come sappiamo, logicamente instabile (se tutti facessero il medico, moriremmo di fame: è immorale fare il medico?): le scelte che facciamo sono ragionate e articolate sui dati di realtà, se cambiano questi dati, cambiano anche le scelte. È chiaro che se tanti facessero così, le cose cambierebbero: al diminuire dei votanti aumenta l’importanza del proprio voto. In realtà, poi, pochi fanno così: l’Italia è un delle democrazia con l’affluenza elettorale più alta (in alcuni posti è metà della nostra), e non diremmo che questo ci renda un Paese più civile.

Votare è un messaggio positivo
Nella storia italiana le elezioni dove l’affluenza è salita sono state quelle dove la campagna elettorale è stata peggiore, dove c’è stato più scontro e si è alimentata la paura dell’avversario. Del resto è chiaro che più ci si sente in emergenza, in pericolo, più si è portati a votare: non è un caso che, nelle grandi democrazie occidentali – dove si vive relativamente bene, le istituzioni sono forti, e un cambio di maggioranza non è una questione di vita o di morte – l’affluenza sia costantemente calata negli ultimi quarant’anni. L’argomento per il voto come necessità è quindi opinabile, l’importanza che ciascuno di noi dà al proprio singolo voto è una questione culturale, che ci è stata insegnata e che abbiamo recepito senza domandarcene il perché. Magari pensiamo che una società che insegna questa bugia sia una società migliore, ma certamente non corrisponde alla realtà.

Il meno peggio
Anche trascurando le considerazioni precedenti e volendo assumere l’importanza del proprio voto rispetto ai grandi numeri, l’argomento di chi sostiene la necessità del voto sempre e comunque è tortuoso. L’argomento è molto simile a quello sul voto utile: bisogna votare il meno peggio, perché c’è sempre una scelta migliore fra due opzioni e quello che conta è l’influenza che il proprio voto ha. Questa considerazione sottovaluta proprio la nulla influenza sulla politica che si ha votando così. Non c’è dubbio che chi vota per, letteralmente, “partito preso” non influenzerà mai le decisioni del partito in questione: se lo voto qualunque cosa faccia, un partito potrà spostarsi trascurando completamente le mie idee (quelle che motivavano il mio voto).

Il quadro politico è uno spazio geometrico nel quale votiamo il partito che ci è meno lontano. Un grado di compromesso è necessario e ragionevole. Tuttavia, in una situazione nel quale il partito meno lontano è molto più vicino agli altri partiti che alle nostre posizioni, votarlo è illogico: ciò che rende quel partito migliore degli altri ci interessa molto meno di quello che lo rende diverso da noi (e più simile agli altri partiti). Se io penso 2 e i partiti che posso votare esprimono 7, 8 e 9, non ha senso votare 7, perché con il mio voto esprimerò la volontà del 7. Astenersi significa manifestare la necessità che quel partito si sposti verso il 2 o che un altro partito (anche uno nuovo) ne raccolga le istanze.

È una banale questione di teoria dei giochi, se c’è un ente che vincola una ricompensa alla soddisfazione di un requisito e uno che garantisce la ricompensa indipendentemente, l’attore in questione seguirà i requisiti – vincolanti – del primo per ottenere due ricompense anziché una. Del resto tutti noi, anche i più ultrà del voto a tutti i costi, abbiamo una soglia di accettabilità oltre la quale ci asterremmo: se tutti i partiti sostenessero la schiavitù per i neri, ne voteremmo comunque uno sulla base di quanto taglia l’Irap?

Quindi
Certo: le circostanze in cui i partiti sono così lontani da noi da rendere le loro differenze insignificanti sono rare. Nella maggior parte dei casi c’è un meno peggio che vale la pena votare. Ma questa è una considerazione personale e politica, non strutturale. Perciò se vi imbarcate nel lodevole impegno di cercare di convincere qualcuno a votare, evitate di dire la sciocchezza che “bisogna votare sempre” o che “astenersi è sempre una scelta idiota”.

– Commenti:



16 Commenti presenti su “In difesa dell’astensione” – Feed

  1. Marco V. – 23 May 2014, 22:29 (n° 1)

    “Se io penso 2 e i partiti che posso votare esprimono 7, 8 e 9, non ha senso votare 7, perché con il mio voto esprimerò la volontà del 7. Astenersi significa manifestare la necessità che quel partito si sposti verso il 2 o che un altro partito (anche uno nuovo) ne raccolga le istanze.”

    Mi sembra un po’ semplicistico. Non votare significa far sembrare che si voglia andare tanto verso il 2 quanto verso il 15. E poi ci sono molti altri mezzi, oltre al voto, per influenzare la politica del 7 per portarla più vicina a 2 (iscriversi e portare le proprie istanze o partecipare attivamente in un’associazione vicina all’area del partito, ad esempio)

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  2. Shylock – 24 May 2014, 19:32 (n° 2)
  3. Giovanni Fontana – 24 May 2014, 23:39 (n° 3)

    @ Shylock:
    Ma non è vero che la partita dopo la giocammo con l’Empoli: ero abbonato, me lo ricordo bene. Lui rientro quando era rientrato già Bati.

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  4. Giovanni Fontana – 24 May 2014, 23:42 (n° 4)

    Marco V. scrive::

    Mi sembra un po’ semplicistico. Non votare significa far sembrare che si voglia andare tanto verso il 2 quanto verso il 15. E poi ci sono molti altri mezzi, oltre al voto, per influenzare la politica del 7 per portarla più vicina a 2 (iscriversi e portare le proprie istanze o partecipare attivamente in un’associazione vicina all’area del partito, ad esempio)

    Il fatto che ci siano altri modi non è rilevante. Mentre sull’altro punto: dipende se quel partito aveva 5 come posizione in precedenza. Se la tua posizione è 2, e non c’è altro partito più vicino a te, quel partito potrà spostarsi sempre di più verso il 7 senza alcun danno. Se, invece, c’è una possibilità che tu non lo voti, il partito non potrà farlo (e difatti è così che si ragiona nei partiti: se facciamo questo guadagnami x voti ma ne perdiamo y).

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  5. dtm – 25 May 2014, 12:40 (n° 5)

    Non mi è chiaro il valore che dai all’affermazione costituzionale “Il suo [del voto] esercizio è un dovere civico.”, soprattutto alla luce del fatto che consideri inutile il singolo voto e non pensi ci sia maggiore democrazia.

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  6. dtm – 25 May 2014, 12:42 (n° 6)

    (nel tuo post precedente non riesco a commentare: hai idea del perchè?)

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  7. u. – 25 May 2014, 21:51 (n° 7)

    l’argomento del singolo voto rispetto alla mole totale di milioni di voti mi sembra fallace.
    E’ vero che nessuno di noi può dire che ha deciso un’elezione col proprio voto. Ma è vero anche che quei milioni di voti sono la somma di singoli ininfluenti voti.
    Né si vede perché delle decisioni democratiche (elezioni, referendum, quel che sia) debbano essere decise dal mio voto. La democrazia è proprio quel sistema tale per cui non è che le cose si fanno sulla base delle decisioni dei pochi o dell’uno, ma in cui la volontà popolare si compone attraverso singoli voti che si accumulano.

    Poi, in ogni caso, ok: se uno non vuole votare, fatti suoi.

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  8. Giovanni Fontana – 25 May 2014, 22:00 (n° 8)

    dtm scrive::

    Non mi è chiaro il valore che dai all’affermazione costituzionale “Il suo [del voto] esercizio è un dovere civico.”, soprattutto alla luce del fatto che consideri inutile il singolo voto e non pensi ci sia maggiore democrazia.

    Non ho capito.

    dtm scrive::

    (nel tuo post precedente non riesco a commentare: hai idea del perchè?)

    Non lo so. Ho fatto io una prova e funziona.

    u. scrive::

    Ma è vero anche che quei milioni di voti sono la somma di singoli ininfluenti voti.

    Guarda che vinco la scommessa così!

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  9. dtm – 28 May 2014, 21:47 (n° 9)

    Giovanni Fontana scrive::

    Non ho capito.

    Da come scrivi pare che votare non sia un dovere, solo un diritto. Ho letto qualcuno in rete esplicitare una posizione del genere, volevo sapere se anche tu la pensi così.

    Giovanni Fontana scrive::

    Guarda che vinco la scommessa così!

    Ovvero? Tenderei a pensarla come u.

    (per l’altro post: non capisco, ho provato anche da Windows. Niente da fare. Boh, ci penserò)

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  10. Marco V. – 29 May 2014, 18:54 (n° 10)

    @ Giovanni Fontana:

    Posto che questa metafora dei numeri comincia a sembrarmi più stupida di quanto sia, mi può anche stare bene che un partito passi da 5 a 7 se penso possa fargli guadagnare voti rispetto a un altro partito con una posizione ancora più lontana dalla mia. In ogni caso non mi sembra una ragione per non votarlo.

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  11. Giovanni Fontana – 30 May 2014, 10:57 (n° 11)

    dtm scrive::

    Da come scrivi pare che votare non sia un dovere, solo un diritto. Ho letto qualcuno in rete esplicitare una posizione del genere, volevo sapere se anche tu la pensi così.

    Mah, sai, non ne capisco troppo la differenza: cioè, se tu dici “lo dice la Costituzione”, per me non ha molto valore. Se poi tu dici: “votare è un atto altruista”, se non lo fai sei un po’ peggiore, beh sì, la risposta è sì. Con il caveat che sei un po’ (più) peggiore per ogni secondo che dedichi a qualunque attività che non sia informarti per quelle elezioni.

    Ma, d’altra parte, un’astensione consapevole è una scelta come il voto: intendo, secondo me non c’è alcuna differenza fra scheda bianca e non voto.

    @ Marco V.:

    Quindi, come dicevamo, tu voteresti anche un partito che propugna la schiavitù per i negri, se fosse una posizione condivisa anche dagli unici altri due partiti?

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  12. stealthisnick – 31 May 2014, 08:41 (n° 12)

    Marco V. scrive::

    “Se io penso 2 e i partiti che posso votare esprimono 7, 8 e 9, non ha senso votare 7, perché con il mio voto esprimerò la volontà del 7. Astenersi significa manifestare la necessità che quel partito si sposti verso il 2 o che un altro partito (anche uno nuovo) ne raccolga le istanze.”

    Mi sembra un po’ semplicistico.

    Mi sembra sbagliato più che semplicistico. Intanto perchè, per quanto ne sa 7, astenendoti potresti anche pensare 14, invece che 2. Nell’ipotesi irrealistica che il 7 si fermi davvero a pensare al significato politico di un certo livello di astensione (irreale nel panorama italiano).

    Giovanni Fontana scrive::

    Quindi, come dicevamo, tu voteresti anche un partito che propugna la schiavitù per i negri, se fosse una posizione condivisa anche dagli unici altri due partiti?

    Il problema nel tuo ragionamento è che astenendoti non condanni la schiavitù, ma esprimi indifferenza nei confronti del taglio dell’irap (seguendo il tuo esempio).

    Tutto questo per dire che astenersi è legittimo e non è idiota. Basta essere consapevoli che l’astensione non è protesta ma indifferenza.

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  13. dtm – 31 May 2014, 16:51 (n° 13)

    @ Giovanni Fontana:
    La democrazia rappresentativa funziona quando ci si prende la briga di a)informarsi b)votare, credo che la Costituzione indichi come un dovere l’atto del voto per questi motivi. Non votare o votare scheda bianca quindi avrebbero un significato formale differente, anche se gli effetti sono gli stessi.
    Il punto è che se decidiamo che queste sono le regole comuni l’obiezione a “se tutti facessero così” diventa più debole (non ci si deve mettere in quelle condizioni a priori, e per farlo bisogna votare).
    Cmq no, non è un “lo dice la Costituzione” fine a sè stesso.

    Votare è un atto altruista? Io avrei detto l’opposto.

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  14. Giovanni Fontana – 2 June 2014, 10:35 (n° 14)

    stealthisnick scrive::

    Mi sembra sbagliato più che semplicistico. Intanto perchè, per quanto ne sa 7, astenendoti potresti anche pensare 14, invece che 2

    Già risposto a questo.

    stealthisnick scrive::

    Nell’ipotesi irrealistica che il 7 si fermi davvero a pensare al significato politico

    Davvero? Quindi pensi che se il PD perde 3 milioni di voti questo non cambia nulla? Direi che il contrario di questo è proprio dimostrato dalla realtà.

    Se un partito perde voti questo ha, eccome, conseguenze.

    stealthisnick scrive::

    Il problema nel tuo ragionamento è che astenendoti non condanni la schiavitù, ma esprimi indifferenza nei confronti del taglio dell’irap (seguendo il tuo esempio).

    Non bypassare: sì, voteresti il partito per la schiavitù?

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  15. matteo – 23 June 2014, 00:36 (n° 15)

    “bisognerebbe votare sempre” è un po’ come dire “bisognerebbe evitare sempre la violenza”. Sono assiomi, norme generali che è bene riconoscere e condividere, e ammettere tutte le sacrosante e doverose eccezioni non credo vada a indebolire la necessità e l’urgenza di questi assunti di base.
    L’esempio della schiavitù è scorretto per due motivi: 1. associare una realtà moderna come le democrazia attuale e un’anacronistica struttura come la schiavitù risulta artificioso e irrealistico. La questione sarebbe posta correttamente nei seguenti termini: se tu potessi tornare con una macchina del tempo nell’antica Grecia, voteresti uno dei due partiti in campo anche se entrambi fossero favorevoli alla schiavitù? in quel preciso contesto vedresti il voto così inaccettabile?
    2. tornando al presente, tempo di idee e valori dal repentino cambiamento ed evoluzione e del relativismo più stordente, ecco che le inevitabili distanze che si creano tra elettore ed eletto possono apparire più incolmabili di quello che sono, e che, per esempio, una legge elettorale poco efficace possa essere disprezzata e biasimata quanto un tradimento di patria, o addirittura essere associata ad una schiavitù. emotivamente, non per davvero,ma se poi il risultato è il medesimo, ovvero di trascurare la res publica, che differenza fa?

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  16. N.O.I. - Nuova Officina Italiana – 11 July 2014, 14:58 (n° 16)

    Votare significa esercitare un diritto. Astenersi dall’esercizio di uno dei principali diritti di cittadinanza (democratica) può precludere (virtualmente e realmente) la domanda di ulteriori diritti se non la contrazione di altri già e successivamente esercitabili ed esercitati dopo quello di voto.
    In tal senso, astenersi significa (e potrebbe implicare) derogare dall’esercizio del diritto di cittadinanza… principe.

    N.B.
    Votare non implica esprimere necessariamente una preferenza per una parte politica o un’altra, ma anche annullare il proprio voto politico o non esprimerlo. Ma ad ogni modo, è sempre bene esercitare un diritto: è premessa per poterne chiedere altri e per difendere quelli che già hai.

    Saluti. Prossimi, si spera!

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