Jurij Gagarin, il nostro vero Ulisse

12 April 2011, 5:07 | Gruppo misto | Commenti: 2

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Cinquant’anni fa, oggi, Jurij Gagarin fu il primo uomo a viaggiare nello spazio e orbitare intorno alla Terra.

Oramai noi siamo abituati a pensare che andare nello spazio sia una cosa possibile, ma – se ci si pensa – il confine fra il cielo e tutto quello che c’è al di là era il più grande che la mente umana potesse immaginare.

Forse il limite più inviolabile, dopo quello fra la vita e la morte, le vere Colonne d’Ercole della conoscenza umana. Una volta arrivati nello spazio, c’era poco da dubitare: la Luna era lì a un passo (anzi, un piccolo passo per un uomo, eccetera). Eppure se pensiamo allo spazio, pensiamo all’Apollo non al Vostok (già, chi se lo ricordava il nome?).

Oltre a essere un ottimo personaggio per il gioco del personaggio misterioso (indovinare il mestiere di astronauta non è facilissimo, e di lui si dimenticano tutti), la sua vita – e quella missione – sono piene di aneddoti: questi li raccontai qualche tempo fa:

Gagarin, patente e libretto

«La Terra è blu, è stupenda», Yuri Gagarin la disse veramente questa frase quando divenne il primo uomo a orbitare intorno al nostro pianeta. Quell’altra, «non vedo nessun Dio quassù», gliela mise in bocca Krusciov, poi, anche se l’effetto retorico c’era.
Quella mattina lo svegliarono e gli dissero «ehi bello, oggi vai nello spazio». Chi non vorrebbe essere svegliato da una notizia del genere? Beh, non tutti, perché le possibilità che la missione andasse in porto erano cinquanta e cinquanta, e se fosse saltato fuori croce, come dicono nei western, l’astronauta c’avrebbe lasciato le penne.
Lyndon Johnson, che sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti di lì a poco, diceva che non bisogna mai rifiutare due cose: un invito a cena, e un’occasione per fare pipì.
Un consiglio che sarebbe servito anche a Gagarin, quella volta, perché il suo bisogno fece registrare il primo imprevisto in una missione così delicata: Gagarin si fermò, prima di raggiungere la sua capsula, per fare la pipì. Una sosta divenuta un rito, praticato ancora oggi da ciascun astronauta russo in partenza.
Così, a 27 anni, Yuri Gagarin diventò il primo uomo ad andare nello spazio, un’ora e mezzo di volo e un atterraggio non proprio previsto, in un campo, dove dovette convincere due contadini di non essere un nemico venuto dallo spazio. Ci si misero, poi, anche dei soldati, che non lo riconobbero e gli chiesero i documenti.
Alla fine ce la fece, Gagarin, ad avere il meritato tripudio, venne accoltò a Mosca come un paladino al quale furono tributati tutti gli onori, fra cui un pilota personale – Seregin – che doveva tutelare i voli dell’astronauta per garantirne l’incolumità e preservare così la vita dell’eroe nazionale.
L’ironia, o la cattiveria, della sorte raccontano che l’espediente non funzionò tanto bene perché fu proprio un volo pilotato da Seregin, sette anni più tardi, a schiantarsi al suolo mettendo fine alla vita propria e a quella di Gagarin.

– Commenti:



2 Commenti presenti su “Jurij Gagarin, il nostro vero Ulisse” – Feed

  1. Ila – 12 April 2011, 06:24 (n° 1)
  2. tenkiu – 12 April 2011, 20:58 (n° 2)

    La bugia di Gagarin di GIULIA GALEOTTI

    “L’epoca nostra, certo, è un’epoca di contrasti estremi. Sembra talvolta che tutto si oscuri idealmente o moralmente nel cuore dell’uomo (…). Ed ecco, una nuova conquista scientifica o un balzo della tecnica, ci rilanciano la immagine superiore dell’uomo creatura spirituale, dotato di ragione e di libertà, capace secondo il comando divino, di un sempre più vasto dominio del mondo esteriore: l’uomo nel suo cammino di perfezione “fatto a immagine e somiglianza di Dio”. Il contrasto fra i due volti o i due momenti è del resto nella sostanza dell’uomo; esso conferma il dualismo che esiste in noi”. Così il direttore Raimondo Manzini commentava su “L’Osservatore Romano” del 13 aprile 1961 il “balzo nello spazio” compiuto il giorno prima da Jurij Alekseevi? Gagarin.
    Non pago di salutare semplicemente “il primo navigatore spaziale”, il pezzo entrava nel merito della questione, rispondendo indirettamente a due domande precise. Se l’una era storicamente contestualizzata (come salutare una vittoria comunista?), l’altra risulta ancora oggi di estrema attualità (quale il rapporto tra fede e scienza?).
    Il balzo di Gagarin rappresenta una tappa del lungo processo umano. “Nella scienza, come nella tecnica, nulla è esclusivo o improvvisato, come ogni scoperta non è che il più alto momento di un progresso cui molti, di ogni idea e di ogni terra, hanno contribuito”. Non avendo frontiere (e a patto che venga “ben usata”), la conquista tecnico-scientifica è infatti un bene universale. E, ad aggiungere meriti a meriti, non è meraviglioso che il cosmonauta “sia stato soggetto, momento per momento, ad un duplice controllo radiotelemetrico e televisivo dalla remotissima Terra per accertare l’andamento delle [sue] condizioni fisiche?”.
    Nel clima politico mondiale dell’epoca non esattamente sereno, il volo di Gagarin avrebbe potuto rappresentare un importante trampolino in favore della pace. “Appare a tutti istintivamente come un auspicio di tappe serene, pacifiche dell’uomo, come una speranza di maggiore affratellamento nei rapporti e nel pensiero: tanto è connesso all’idea del bene ogni idea di progresso civile, poiché il fine dell’uomo è nella luce, non nella tenebra”.
    È quanto Pio XII aveva sostenuto dinnanzi alla Federazione aeronautica internazionale (20 settembre 1956), prevedendo l’imminente superamento della barriera terrestre. “Davanti alle nuove situazioni che conducono al maggiore sviluppo intellettuale dell’umanità, (…) l’uomo dovrebbe approfondire la conoscenza di se stesso e di Dio per situarsi con più esattezza nel quadro del mondo creato e meglio misurare la portata delle proprie azioni. (…) Questo sforzo comune di tutta l’umanità per una conquista pacifica dell’universo dovrebbe contribuire maggiormente a imprimere nella coscienza degli uomini il senso della comunità e della solidarietà, affinché tutti sempre più alimentino la scienza di costituire la grande famiglia di Dio e di essere figli di uno stesso Padre!”.
    È interessante: per certi versi dallo spazio il ventisettenne Gagarin sembra dire lo stesso ( “da quassù la terra è bellissima, senza frontiere né confini”).
    Manzini affronta così il nodo del rapporto tra fede e scienza, con l’evoluzione tecno-scientifica che glorifica la creazione. “La grande tappa odierna comunque non sorprende né turba la nostra visione religiosa, ma la allieta e la conforta. Anche a prescindere dalla conferma di questa sublime capacità razionale dell’uomo, la quale non può che attribuirsi alla sua sostanza spirituale a lui comunicata dal Creatore, (…) resta il fatto che ogni superiore dono della intelligenza e della vita inducono piuttosto a credere, adorare, ringraziare la divina origine di questa vita, anziché a negarla!”. Ovviamente, i presupposti sono “i fini costruttivi che la conquista scientifica può e deve conseguire, perché senza di essi il mondo non potrebbe salutare con gioia, ma con ansietà o addirittura con angoscia (come già molto si esperimenta) ogni nuovo ritrovato di impressionante grandezza scientifica. (…) Sappiamo che ogni itinerario verso la verità anche scientifica è un itinerario verso la realtà spirituale dell’uomo e della vita. E se la organizzazione di un popolo ha potuto precorrere una conquista che presto sarà di molti, ciò dovrebbe e potrebbe significare che la materia lacererà un giorno il suo schermo anche allo sguardo di chi afferma di esaurirsi soltanto in essa e con essa”. La scienza, dunque, anche come importante strumento di conversione.
    Mezzo secolo dopo, non dobbiamo sottovalutare la portata rivoluzionaria di quel lancio: è stato quello, infatti, uno dei momenti a partire dal quale si è cominciato non solo a conoscere, ma anche a riempire lo spazio celeste con i miracoli della scienza, affidandogli una portata anche politica. Un’altra celebre frase che Gagarin avrebbe pronunciato mentre era in orbita, infatti, sarebbe stata: “Non vedo nessun Dio, quassù”. Sarebbe stata: data per certa all’epoca, da tempo gli studiosi dibattono se queste parole siano state realmente pronunciate dal cosmonauta o se invece gli siano state attribuite per fini politici dalla propaganda sovietica. Quel che certo è che non ve n’è traccia nelle registrazioni delle comunicazioni dallo spazio.
    Così, svelata la bugia, resta oggi l’anniversario di una tappa della conoscenza che ha allargato il nostro sguardo sul mondo.
    (©L’Osservatore Romano 13 aprile 2011)

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