La partita di pallone – Burkina faso sette

11 November 2009, 12:59 | Burkinabeh | Commenti: 11

Ho sempre pensato che il pallone fosse uno dei più grandi strumenti d’unione che ci siano sulla Terra, sicuramente il più immediato e istintivo. In ogni viaggio che ho fatto ho cercato ogni volta un’occasione per la-partita-di-pallone, cercando anche – quando possibile – di organizzare le cose per benino.

Anche perché mi è sempre sembrato che rincorrere un pallone fosse un ottimo congegno per annullare le differenze, o almeno rimescolarle: e ve lo dice uno piuttosto scarso.

Qui in Burkina Faso non ha funzionato. È stata una sensazione davvero brutta, fin dall’inizio mi son sentito “diverso”. È, questo, un viaggio in cui ogni giorno di più mi sono sentito uno sprovveduto, cadendo dalle nuvole per cose che forse avrei dovuto aspettarmi. Forse anche in questo caso sarei stato tenuto a sapere.

È andata così: la mattina, ultimo giorno della conferenza, mi ero portato una maglietta e un paio di pantaloncini nello zaino per quando mi sarei liberato: avevo fatto caso a queste distese di terra, accanto alla sala delle conferenze, dove tutti i pomeriggi vedevo dei ragazzi giocare. Così appena ho avuto un momento libero ho provato a buttarmi nella mischia:

mischia

All’inizio, quando ho chiesto di giocare, mi hanno guardato come un extraterrestre, e ok, un po’ lo ero. Dopo qualche secondo di silenzio uno di loro ha detto di no, e guardate che già questo è strano. A me capita spesso di giocare con sconosciuti: da bambino ti capita, «no», «il pallone è mio», ma fra bambini più cresciuti, capita davvero di rado, se non perché si è dispari (ma anche in quel caso si risolve sempre). Subito dopo uno di loro, e poi altri due mi dicono «sì», senza che io avessi aggiunto nulla. Non so neanche se per cortesia, in ogni caso non parevano entusiasti.

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Dopodiché la partita è stata giocata con un ritmo surreale, loro giocavano ai loro ritmi e quando arrivavano vicino a me rallentavano il passo. Ogni istante cercavano un momento per passarmi la palla, anche se non ero in posizione buona. Quando è capitato che ci fosse un contrasto di gioco ai miei danni – magari un po’ spericolato, ma cose che succedono su ogni campo da calcio – l’autore dell’entrata è stato sgridato dagli altri, neanche in francese, ma in (credo) moorè. E il mio intervento in sua difesa non è servito a nulla.

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Alla fine ho provato un diversivo, ho chiesto se potevo andare in porta, dove sono “più bravo” (la traduzione è “meno scarso). Mi hanno cercato di tutelare, dicendo che su quel campo ci si poteva far male a tuffarsi. Ho accennato al fatto che avevo giocato 11 anni in porta, e che quindi – insomma – dei rischi che correvo, quantomeno, ne ero al corrente. E loro mi hanno detto di no, che non c’era bisogno, ché quello che era in porta era già uno «specialiste».

Dopo poco più di mezz’ora così, sconsolato, ho deciso che la cosa più saggia fosse smettere, pensando a quale possa essere un modo – la prossima volta – perché tutto ciò non succeda:

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C’è stato, però, un particolare divertente: a me capita spesso di essere preso per un nord-europeo, principalmente per l’altezza, ma anche per i colori chiari. Ecco, ho scoperto che la definizione di “del Nord” è relativa. Ognuno ha il suo nord.
Insomma: l’unico ragazzo con cui sono riuscito a fare due chiacchiere, era liberiano e – mi ha detto – era in Burkina Faso in cerca di un ingaggio per una squadra di calcio. Ecco, lui mi ha chiesto: «tu vieni dal Marocco?»

– Commenti:



11 Commenti presenti su “La partita di pallone – Burkina faso sette” – Feed

  1. Lorenzo – 11 November 2009, 14:29 (n° 1)

    Solitamente ci si comporta così con i bambini più piccoli. Si passa sempre il pallone, si corre piano (o si cammina veloce, punti di vista) e si fa attenzione a non far male.
    Eri un extraterrestre, per di più infante. :D

  2. Giorgiot – 11 November 2009, 14:59 (n° 2)

    Tu come lo spieghi il loro atteggiamento? Tu eri ai loro occhi l’uomo bianco “superiore” (cioè da rispettare)? O cosa?

  3. chiara – 11 November 2009, 15:02 (n° 3)

    Oh Gesù! Sei magro!

  4. Sonia – 11 November 2009, 17:55 (n° 4)

    ho scoperto il tuo blog grazie a Il Fatto Quotidiano ed è davvero un BEL blog il tuo: trasmette una bella energia.

  5. sissi – 11 November 2009, 20:25 (n° 5)

    senti, ma alla fine hai almeno vinto, spero :)
    buon rientro
    sissi

  6. farfintadiesseresani – 11 November 2009, 21:28 (n° 6)

    Secondo me è che non sapevano come farti capire che sei DAVVERO scarso.

  7. Giorgio – 12 November 2009, 00:26 (n° 7)

    Sonia scrive::

    ho scoperto il tuo blog grazie a Il Fatto Quotidiano ed è davvero un BEL blog il tuo: trasmette una bella energia.

    Anche io come sopra, complimenti.

    Ps. La prossima volta, evita di indossare quella orrenda maglia bianca, magari va meglio.
    PPs. Non ho nulla contro il Real, ma è proprio brutta la maglia.

  8. Fra Alberto – 12 November 2009, 00:45 (n° 8)

    Penso anch’io che sia stata la maglietta, è noto a tutti che in Burkina sono anti Real!

  9. franco rivera – 12 November 2009, 12:16 (n° 9)

    caro Giovanni,
    con questa esperienza hai solo scoperto quanto l’essere bianco ti renda diverso agli occhi degli abitanti locali, da sempre abituati a essere considerati inferiori e/o comunque temere la collera e le ancherie del bianco.
    Sono certo che erano terrorizzati che tu ti facessi male e incolpassi uno di loro, la punizione per il presunto colpevole sarebbe stata terribile, o quantomeno questo era ciò che temevano.

  10. Giovanni Fontana – 13 November 2009, 08:04 (n° 10)

    @ farfintadiesseresani:

    Tu sei sempre il migliore!

    Giorgiot scrive::

    Tu come lo spieghi il loro atteggiamento? Tu eri ai loro occhi l’uomo bianco “superiore” (cioè da rispettare)? O cosa?

    Ti do la mia impressione, mettendoti in guardia che di impressioni in questi giorni ne ho sbagliate moltissime: sicuramente non un bianco “da rispettare”, ragionandoci sopra ho fatto due ipotesi, quella pessimista ricalca ciò che ha detto Franco, o ancora peggio: visto che la loro preoccupazione non era solo che mi facessi male, ma anche che qualcuno mi passasse la palla (se non mi avessero passato la palla abbastanza volte mi sarei arrabbiato?[?]), quella ottimista è che – tutti – pensassero che ero un osservatore europeo (o marcchino!) venuto per vedere se qualcuno di loro era da ingaggiare, e pensavano che chi mi avesse fatto male non avrebbe avuto nessuna occasione.

  11. Fabio V. – 13 November 2009, 15:51 (n° 11)

    Curiosamente a me è accaduta la stessa cosa, giocando a pallone in un campetto in Bosnia.
    Non sembravano felici che io giocassi con loro.
    L’impressione è che mi trattassero come se fossi un bambino, cioè con mille cure.

    Parlandone in seguito ho capito il perchè.
    Quei ragazzi credevano che la “violenza” dei contrasti, dei tiri, dei falli fosse quasi una loro prerogativa e che io non ne fossi abituato.
    Credevano che quella “violenza” simulata fosse, invece, connaturata al loro “ambiente”.
    Loro ci erano abituati e io no.

    Al mio primo fallo “cattivo” hanno camnbiato idea e si sono sciolti.

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