marteDIcorsa 2 – Il Cannibale

25 July 2006, 16:58 | Èbbene l'ho scritto, Bellezza in biciclette | Commenti: 2

marteDIcorsa
Volevo spiegare a degli amici che il ciclismo è lo sport più romantico che c’è, e allora ho provato a scrivere. E scrivere ciò che raccontavo scrivendo. Così, ogni martedì, per un mese. Io, per me, mi sono convinto. Anche troppo, a rileggere il tono troppo denso?

Il Cannibale

Signori, sono poche le eccezioni alla regola che impone l’altruismo e limita l’ingordigia. Pochi sono i casi di corridori che hanno lasciato una gara priva di quel senso di giustizia che il regolare e inerte corso dello sport, per sua connaturata spietatezza, non può assicurare.
Molte di queste eccezioni vengono dimenticate dalla storia, altre, in nome della loro – stavolta in senso stretto – eccezionalità, perdonate.
Procedendo per esclusione si può affermare, senza timore di smentite, che Eddy Merckx sia stato perdonato.
Sicuramente avrà storto il naso osservando il proprio erede (a onor del vero, suo e di Hinault) al Tour, il navarro Miguel Indurain, addirittura tirare sui freni per lasciare a un stremato compagno di fuga l’onore della vittoria di tappa, e “accontentarsi” della Maglia Gialla.
Lui, Egli, era inclemente, spietato, quasi irridente: che fosse la Parigi-Roubaix, o l’ultima delle gare in linea, una tappa del Tour de France, o della corsa a tappe meno blasonata, andava, dava tutto, e – nella maggior parte dei casi – vinceva.
5 Tour de France, 1 Vuelta a España, 2 Giri della Lombardia, 2 Giri delle Fiandre, 3 Parigi–Roubaix, 3 Freccia Vallone, 3 Gand-Wevelgem, 2 Amstel Gold Race, 3 Parigi-Nizza.
Soltanto una manciata di corridori possono vantare un palmares così. E queste, di Merckx, sono soltanto le vittorie che non costituiscono un record..
Le seguenti, invece, sono tutt’ora imbattute: destinate a restare negli albi d’oro, forse per sempre.
5 Giri d’Italia, 3 Campionati del Mondo, 7 (sette!) Milano-Sanremo, 5 Liegi-Bastogne-Liegi. Nessuno è riuscito ad avvicinarsi alle sue 426 corse vinte da professionista, così come alle 54 vinte in una sola stagione. È il corridore che ha vinto più tappe al Tour, 34, e l’unico ad averne vinte 8 in una sola competizione. Ha indossato 115 Maglie gialle, e 77 Maglie rosa, come nessun altro.
Inoltre durante la stagione invernale correva su pista, vincendo moltissime gare. Sempre su pista, a Città del Messico, trovò il tempo di battere il Record dell’Ora che negli anni precedenti era passato per le mani di Coppi e Anquetil.
Nel 1969, a ventiquattro anni, dopo un Tour de France strepitoso, arriva in vetta a tutte le classifiche, ingurgitando tutti gli avversari e tutti i premi: vince la Maglia Gialla, la Maglia Verde (miglior velocista), la Maglia a Pois (miglior scalatore), la classifica della combattività, quella della combinata, e quella a squadre. Diventa così per tutti “le Cannibale”.
Allora viene quasi strano a pensare che il record di Tour, la corsa più impegnativa da sempre, non sia suo appannaggio, eguagliato Anquetil, eguagliato da Hinault e Indurain, superato da Armstrong (corridore però completamente diverso, agli antipodi di Merckx, per nulla cannibalico, quasi schizzinoso nel prepararsi con un puntiglio perfino irritante, e per 7 stagioni consecutive, soltanto per vincere la corsa francese). C’è da precisare, però, che prima delle quattro vittorie consecutive dal ‘69 al ‘72, Merckx avesse deciso di non prendere parte al Tour, scelta che ripeterà nel ’73, prima dell’ultima vittoria nel Giro di Francia, avvenuta nel ’74. In altre parole: la striscia sarebbe potuta essere più lunga, e di recente, proprio mentre Armstrong si accingeva a superare le 5 vittorie di Merckx, questi ha confessato di essersi pentito della decisione di non presentarsi alla partenza della Grand Boucle nel 1973, rivelando a sua parziale discolpa che gli stessi organizzatori della competizione avevano caldeggiato questa soluzione per movimentare una corsa che avrebbe perso molto del suo fascino con un unico, scontato e inconstratato, dominatore. Ancora: per venire ulteriormente in soccorso alla Leggenda si potrebbe raccontare del Tour successivo all’ultima vittoria, quello del ’75, in cui un tifoso del francese Thevenet, lo gettò a terra con un pugno che mise il belga Merckx fuori causa per il resto della kermesse. Sarebbe però un soccorso scorretto – una spinta dall’ammiraglia – alla Leggenda del Cannibale perchè quel Tour de France, Merckx, l’avrebbe perso ugualmente.
A quanto pare non fu l’unico sabotaggio che subì: al Giro d’Italia del ’69 venne trovato positivo a un controllo antidoping. L’incredulità generale lo assolse: un corridore che aveva dimostrato così agevolmente la sua superiorità, che aveva stravinto su ogni terreno, quasi stesse giocando con gli altri, non aveva bisogno di espedienti simili. Eddy si era sottoposto a numerosissimi esami anti-doping, fra l’altro, senza mai opporre alcun rifiuto, condotta talvolta adottata dai ciclisti del tempo.
Si fece largo l’ipotesi del sabotaggio, che qualcheduno avesse immesso delle sostanze proibite in una borraccia d’acqua, e poi gliel’avesse passata durante la corsa. Anche per questa ragione, l’usanza di prendere borracce dal pubblico si è andata perdendo, e ora è più facile che accada il contrario, ovvero che sia la gente a raccogliere le borracce gettate dai corridori. Qualche sedicente ecologista, evidentemente non avvezzo alle corse ciclistiche, presentò una sorta di esposto in cui lamentava il poco riguardo che la Carovana andava dimostrando nei confronti dell’ambiente. Gli venne mostrato come di quei supposti “rifiuti” non ne rimanesse alcuno, orfano del proprio tifoso che – estintosi l’incedere ritmato dell’ultimo corridore di ogni gruppetto – passasse al setaccio la sede stradale alla ricerca di qualche cimelio dall’inestimabile valore affettivo. Il ciclismo, sport a suo agio nella natura quant’altri mai, trova l’utilità nel diletto e nella voracità – quasi pari a quella del Cannibale – dei suoi appassionati.
A Eddy la voracità era concessa, perché tutti sapevano che se si fosse comportato diversamente non sarebbe stato lui: in un certo senso era un anti-eroe del ciclismo.
Non era soltanto la sua condotta di gara, paradossalmente non era il migliore in nulla. In montagna non è stato certamente il migliore, si limitava a essere difficilmente battibile. In collina era fortissimo, e i suoi scatti sul Poggio proverbiali però non lancinanti. Lo scatto stesso non era proprio fulmineo, valeva una progressione continua che sbaragliava gli avversari. Allo sprint era spesso il migliore quando arrivava in un gruppo ristretto, ma certamente contro i velocisti non ci sarebbe stata gara. Sul pavé era bravissimo, ma un De Vlaeminck era pienamente in grado di batterlo; un ottimo passista, con un’ottima resistenza e un ottimo recupero. Persino a cronometro qualcuno sarebbe stato in grado di stargli dietro.
E allora? Semplicemente le aveva tutte, invece di spiccare in due o tre caratteristiche come tutti i campioni, o essere fenomenale in una come i più entusiasmanti (Pantani andava solo in salita, ma quando andava…), era straordinario in ciascuna di esse, senza necessariamente essere il migliore.
Unite a questa polivalenza, possedeva una testa ben salda sulle spalle, e una magnifica cattiveria agonistica. La perfetta ricetta di un fuoriclasse, non di un eroe.
A dire il vero, a Merckx mancava un’altra cosa per essere un eroe, e questo non era certo colpa sua, semmai un merito: un rivale.
Il ciclismo si nutre di rivalità, e non si può raccontare il mondo delle due ruote senza binomi e dicotomie. Ma quando ci si trova a parlare del più forte ciclista di tutti i tempi, azzardare una rivalità sarebbe ingeneroso per la bici oltre che per i diretti interessati; è una di quelle cose che soltanto chi è in qualche modo – qualcuno direbbe suo malgrado? – dentro a uno sport può capire a pieno: per chi segue il ciclismo dire che Gimondi era il rivale di Merckx è una bestemmia quanto chi segue il calcio considererebbe blasfemo affermare che un cinque a zero valga più di un due a uno all’ultimo minuto, su rigore inesistente.
Bisogna quindi lasciar da parte la matematica per spiegare perché Felice Gimondi era il corridore che vinceva, quando vinceva Eddy Merckx. Ruggeri ci ha scritto una canzone – Gimondi e il Cannibale – e quando dice “Ancora più solo di prima / c’è già il Cannibale in cima / e io che devo volare a prenderlo” par di vederlo, Gimondi, che arranca sulle salite, sbotta, e all’arrivo non si fa problemi ad ammettere con tranquilla serenità e anche un pizzico di giubilo (nomen omen?): “per me arrivare secondo dietro di lui è come vincere.”
Un gran campione, anche di umiltà, il bergamasco, che avrebbe vinto certamente di più se non avesse avuto la sventura di correre durante l’impero del Cannibale.
Certo, altri non la penserebbero allo stesso modo, considererebbero infamante un secondo posto, foss’anche alle spalle di Eddy Merckx: delle due l’una, o sono degli scellerati che non sanno con chi avrebbero a che fare, oppure hanno una nonna, profana di sport, che affermava con un candore quasi disarmante: “o che ci vanno a fare gli altri corridori?”. Chiedere per credere, non si sa mai.
Una volta domandarono a Axel Merckx, figlio del grande Eddy, quali fossero le sue possibilità di vincere una corsa: fa anche lui il corridore, ha vinto su qualche traguardo, se la cava su montagne di media lunghezza, e c’è anche da stupirsene se si pensa al peso specifico di quel cognome che deve trainare a ogni salita; difatti lo sa anche lui – rispose: “sapete, rientro da un infortunio, non ho avuto la possibilità di allenarmi, e sono lontano dalla forma migliore, difficile che riesca a fare qualcosa di buono…”
“…non mi chiamo mica Eddy Merckx!”


Martedicorsa 3 – coppiebbàrtali

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2 Commenti presenti su “marteDIcorsa 2 – Il Cannibale” – Feed

  1. marteDIcorsa 1 - Com’è logica : Distanti saluti – 26 November 2007, 09:47 (n° 1)

    […] Martedicorsa 2 – Il Cannibale […]

  2. valerio – 22 May 2009, 17:56 (n° 2)

    Ad Axel Merckx, alla fine di una corsa da lui vinta, dissero : “lo sa che questa corsa fu vinta da sua padre 30 anni fa?”
    Risposta : “mio padre ha vinto tutte le corse 30 anni fa”

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