Le bombe di Boston, il ragazzo saudita, e un po’ di buon senso

17 April 2013, 21:36 | Gruppo misto | «Commenti: 11»

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C’è questa storia del ragazzo saudita che si trova “nel posto sbagliato, al momento sbagliato”, e cioè alla maratona di Boston, nei secondi successivi alle esplosioni delle due bombe. Scappa, come fanno tutti. È ferito. È anche più sveglio degli altri: ha capito che le bombe sono state due, mentre le persone lì attorno pensano sia stata una sola. Questo fa insospettire qualcuno. Così la polizia, dopo averlo portato in ospedale, lo interroga. Intanto, un’altra squadra perquisisce la casa in cui vive con alcuni coinquilini, e fa delle domande anche a loro. Tutto questo solo perché è saudita. Scandalo. Gli americani sono razzisti. Il colore della pelle, eccetera.

Dovevano interrogare mia nonna. No, dico sul serio. Mia nonna vive a Boston. Non era alla maratona (per fortuna), ma fosse stata lì avrebbe dovuto suscitare gli stessi sospetti nella polizia rispetto al ragazzo, no? Perché del resto c’è la stessa possibilità che un’anziana signora di novantanni piazzi delle bombe a un evento pubblico rispetto a un ragazzo saudita? Se, a questa domanda, rispondete «sì», allora viviamo in due mondi diversi, e a me piacerebbe vivere nel vostro. Se, però, rispondete «no», com’è ovvio rispondere, allora è naturale conseguenza che la polizia si concentri sulle piste più sensate.

Il tutto, ovviamente, senza ledere alcun diritto della persone sospettate, ma è una posizione ottusa e ideologica sostenere che qualunque crimine ha le stesse possibilità di essere commesso da chiunque. Perché io, Giovanni, sono ben più sospettabile di mia nonna. E se la polizia interroga mia nonna, anziché interrogare me, non perde soltanto del tempo ma mette a repentaglio la vita delle persone che dovrebbe proteggere. E infatti non si comportano così, per fortuna.

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CEO Francesco I

14 March 2013, 1:19 | Il Male curabile | «Commenti: 3»

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Uno dei podcast che ascolto è quello di un programma, chiamato Planet money, che racconta delle storie legate all’economia, in maniera sempre interessante, molto narrativa, e mai noiosa. Si capiscono cose, con svago. Qualche giorno fa una puntata affrontava l’economia della Chiesa cattolica non dal punto di vista degli scandali, o dell’opulenza – punti di vista utili, ma abbastanza banali – ma da quello del management: cosa farebbe la Chiesa se fosse una grande azienda multinazionale, quale nei fatti è.

If you’re in business, there are certain signs that your company is in trouble. A big one: your CEO abruptly resigns.

And it’s especially worrisome if it is the first time this has happened to your company in almost 600 years.

La puntata è di metà febbraio, ma mi è tornata in mente oggi – per ovvie ragioni – perché una delle cose che dicevano nei 20 min di analisi manageriale della Chiesa, è che si tratta di un’azienda che investe troppo poco nei mercati nei quali è in espansione. In Europa e Nord America i cattolici sono in continua diminuzione, con tanto di drammatica crisi delle vocazioni, ma in Africa e specialmente in Sud America è un’azienda che va forte. Però la larghissima maggioranza delle strutture, del personale (i preti), degli investimenti, è allocata dove la Chiesa non sta crescendo.

Quindi, dicevano, da un punto di vista manageriale ci sarebbe assoluto bisogno di rifocalizzarsi e accattivarsi i mercati in espansione, come il Sud America, finora troppo trascurato dall’azienda.

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Contro il PD

6 March 2013, 22:13 | Alta politica | «Commenti: 28»

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Voi non ci crederete, ma in queste ore la dirigenza del PD si sta – e ci sta – raccontando che la colpa di questa sconfitta è l’essere stati troppo liberali. Questo, però, non è un post su liberalismo, socialismo e socialdemocrazia. No, è un post sull’endemica incapacità di confronto con la realtà di quel partito.

LA REALTÀ CI DÀ TORTO
Negli ultimi 4-5 anni Bersani ha, legittimamente, allontanato il PD dal liberalismo. C’è stata una battaglia politica e ha vinto quella parte che voleva un partito più socialdemocratico. Più socialista, meno liberale. È una scelta legittima, e non è detto che sia sbagliata. Alle urne ha perso tre milioni e mezzo di voti, ma la storia è piena di idee sbagliate che hanno raccolto consenso. Hanno ragione loro e hanno torto quelli che non li hanno votati? Può essere.

Ma una cosa è chiara: se il PD avesse preso il 41% (cioè il 7,76% in più rispetto alle ultime politiche), avrebbero detto che quella gigantesca vittoria era merito della svolta socialdemocratica e anti-liberista del PD. Invece hanno preso il 25.42% (cioè il 7,76% in meno rispetto alle ultime politiche), e cosa dicono? Esattamente lo stesso. Che la sconfitta è colpa del non essere stati abbastanza socialdemocratici, dell’alleanza con Monti, dell’austerity, eccetera. Verrebbe da dire Popper e l’infalsificabilità del marxismo, se non fosse troppo facile.

E QUINDI ABBIAMO RAGIONE
Eppure, spesso, questo meccanismo avviene in buona fede, da parte di persone che su molti temi hanno idee condivisibili e ben espresse (ho-molti-amici-dalemiani). Poi, però, ci sono quei due o tre argomenti sui quali il ragionamento da conventicola, gli spauracchi e le parole d’ordine, la fedeltà alla linea e i nemici giurati, superano in squadrismo e chiusura anche quelle dei grillini.

Funziona così: Mario un giorno si sveglia e dice ad Alberto che il liberismo ha i giorni contati, o che la figlia di Ichino è una raccomandata. Alberto ci pensa, lo metabolizza, e lo riferisce a Maria. Maria fa suo il pensiero e lo condivide con Giacomo. Giacomo, allora, incontra Mario e glielo dice. E Mario pensa «ah beh, se lo pensa anche Giacomo deve essere vero».

Questa claustrofobica autoreferenzialità è l’essenza di quella che, durante le primarie, chiamavo dissonanza cognitiva. Ma è molto di più, mi sono reso conto: è l’elevazione del confirmation bias a un livello di sistematica e patologica efficienza.

LE PRIMARIE
È stato durante le primarie che questa coazione mentale, il ragionamento da setta e il terrore dell’OPA ostile si è manifestata in tutta la sua potenza. E lo dice uno a cui Renzi non piaceva, ed era anzi abbastanza determinato a non votarlo.

Forse è stato proprio il non essere renziano a rendermi così sbalordito: i renziani davano per scontato che l’apparato fosse ostile, del resto era ciò che Renzi andava dicendo da tempo – faranno la lotta nel fango, faranno qualunque porcata per non farci vincere. Ma per me, spettatore scettico, è stato sconcertante realizzare che quella dirigenza fosse davvero disposta a qualunque porcata, e a negare d’averla fatta.

Le stesse persone per giorni, prima delle primarie, hanno deriso Renzi per essere riusciti a fregarlo, cambiando le regole a suo svantaggio. Poi, quando è venuta fuori la polemica sulle regole, hanno negato – quasi offesi – che quelle modifiche potessero svantaggiarlo (qui spiegazione delle 4 porcherie anti-Renzi: sia chiaro, avrebbe vinto ugualmente Bersani, che è un’aggravante). Se sostenitori di Renzi pubblicizzavano un sito, senza indicazioni di voto, per semplificare la procedura di registrazione era una patente violazione delle regole; se sostenitori di Bersani pubblicavano sui giornali inviti a votare Bersani, era una sciocchezzuola. Lo stesso Bersani ha detto la gigantesca bugia di essere stato lui a volere le primarie, dopo aver nicchiato per due anni mentre Renzi lo rincorreva apparizione su apparizione per cercare di stanarlo. Sempre lo stesso meccanismo del doppio standard.

Poi, beh, durante le elezioni Renzi è diventato utile alla ditta e allora c’è stato il contrordine compagni.

IL “VUOTO PNEUMATICO”
E pensare che il mio scetticismo su Renzi era stato nutrito anche da uno scambio di email con un amico bersaniano: mi aveva spiegato un po’ di cose, e molte delle sue critiche mi avevano convinto. Quello delle proposte di Renzi era un “vuoto pneumatico”.

Ora, io non so se qualcuno si è preso la briga di leggersi il programma economico del PD in questa campagna elettorale: non c’era un numero, una sola cosa concreta e quantificata. Cosa vuole fare il PD con la spesa pubblica? Aumentarla o abbassarla? Vuole tagliare l’Irap? Ma di quanto? Con quali soldi? E l’Irpef? “taglio del 3%, ma non subito” non è una risposta. Quando? E dove prendi i soldi? E l’Ires? Vuole dare più soldi all’istruzione e alla ricerca? E la sanità? Quanti soldi, e presi da dove? Alzando le tasse? Facendo delle dismissioni? Quante? E il debito pubblico lo vogliamo abbattere? Come e di quanto? L’unica cosa accompagnata da una cifra era l’elettoralistica abolizione dell’IMU sulla prima casa a chi paga meno di 500€.

Perfino il PDL aveva dei numeri, per quanto strampalati e irrealizzabili. Il PD, invece, niente. Né le dichiarazioni di Bersani (segretario) o Fassina (responsabile economico) chiarivano alcunché. Il programma del PD era un tale “vuoto pneumatico” che, nei varî articoli dei giornali che mettevano a confronto il peso economico dei programmi, i numeri del PD se li inventava il giornalista – oh, non so se è chiaro. I numeri se li inventava il giornalista!

Pensate ci sia stato qualcuno che, dal di dentro, abbia finalmente denunciato questo vuoto di contenuti, in questa era di dittatura-della-comunicazione? Ovviamente no.

REALISTI REALISTI, IDEOLOGICI IDEOLOGICI
Ora: perché il PD non ha elaborato uno straccio di piano sui 5 anni di legislatura? Non sono in grado di farlo? Non è così. È certamente una scelta comunicativa, la vaghezza dovrebbe aiutare a non scontentare nessuno. Ma c’è un altro fattore, estremamente importante, e centrale per il modello di politica che è attualmente alla guida del PD: è la prodigiosa e improbabile commistione di realpolitik e furore ideologico.

Perché non è solo la proverbiale questione delle “segrete stanze”, nelle quali si entra con idee diverse, si fa un accordo politico, e si esce fingendo di avere sempre avuto la stessa. Il problema è che a questa si associa, sempre sottotraccia, un filtro di lettura della realtà smaccatamente ideologico (oggi è la moda di Keynes, fra cinque anni sarà qualcos’altro) che produce la dissonanza cognitiva di cui sopra. Solo che questa linea ideologica che è presente in tutte le conversazioni, nelle discussioni private, nei discorsi a nuora-perché-suocera-intenda, in qualche dichiarazione strappata, non viene mai affermata con forza in pubblico: sarebbe un’offesa alla prudenza del realismo politico.

Perciò la presenza pubblica del PD si traduce in una costante vigliaccheria, e menzogna, rispetto alle idee piene che i dirigenti di quel partito covano. Da questo derivano le dichiarazioni di Fassina in stile Arafat, che in italiano dice una cosa e in inglese – al Financial Times o al Wall Street Journal – dice esattamente l’opposta. Da qui deriva la Taquiyya su Europa e Germania, odiata nelle sezioni del PD quasi quanto nel PDL. E deriva la mancanza del coraggio politico di fare di testa propria: se Bersani pensava di essere in grado di risanare i conti, e di farlo meglio del Governo tecnico, perché non ha detto “no” a Napolitano, andando subito a nuove elezioni?

LA CASTRAZIONE PERMANENTE
La risposta che Bersani dà è che il PD è stato “responsabile”, ed è vero, verissimo – al tempo l’ho molto apprezzato. Però riconoscere che essere “responsabili” vuol dire non portare al governo la propria linea politica, significa che il proprio orizzonte ideologico sarebbe, invece, irresponsabile. Che affermare in pubblico idee come queste (è un documento di una riunione degli economisti del PD, o d’area, che ha postato un’amica su Fb) o quelle che si sentono dire a tutti i bersaniani interpellati al bar, porterebbe l’Italia nel disastro.

Nei fatti, questa dirigenza del PD è più realista di sé stessa. Ed è proprio questo che matura un permanente sentimento di castrazione, quello che è precisamente all’origine dell’incapacità d’analisi della realtà che descrivevo all’inizio: abbiamo fatto un partito più-socialista-ma-non-abbastanza, abbiamo perso, e quindi dobbiamo essere più socialisti. Ah, se fossimo stati socialisti quanto volevamo davvero, lì si che avremmo vinto.

E, infine, questo meccanismo ha un risultato ultimo abbastanza evidente, e che tutti abbiamo imparato a riconoscere nel PD, la più totale impossibilità di autocritica: perché se non abbiamo mai fatto, per davvero, quello che volevamo fare, come possiamo metterne in dubbio la bontà?

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Buon San Valentino, ma non a voi

14 February 2013, 10:11 | Il Male curabile, Medio orientato | «Commenti: 6»

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L’unica tradizione di questo blog, il post di San Valentino, va rispettata:

Tanti auguri.

Agli unici innamorati al mondo che non possono permettersi di non sopportare questa festa. Che non hanno il diritto di sogghignare dei lucchetti a Ponte Milvio o farsi venire l’urticaria per le strade tappezzate di cuori di peluche rossi. Di ridere delle scritte per terra, o di considerare kitsch le scatole di cioccolatini a forma di cuore.

In Arabia Saudita, e in tanti altri posti del mondo, festeggiare San Valentino è vietato dalla legge. Ti viene a prendere la polizia per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Non è una parodia, si chiama veramente così. Perché amarsi è un’idea occidentale.

A tutti coloro per i quali volersi bene è – necessariamente – un atto rivoluzionario, a loro, buon San Valentino.

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Berlusconi, il sesso, e le donne che – uh uh uh! – lo fanno

13 February 2013, 13:36 | Il mio moralismo noioso | «Commenti: 42»

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In questi giorni vi sarà capitato d’imbattervi nell’ultimo video in cui Berlusconi fa il Berlusconi, e lo fa chiedendo a una donna «lei viene?». È il solito atteggiamento, bieco che si pensa burlone, ridicolo che si pensa trasgressivo. C’è da commentare?

Però, leggendo in giro, mi è sembrato di capire che nessuno di coloro che si sono indignati per questa ennesima berlusconata di Berlusconi abbia ben presente qual è il punto di quella miseria, il ragionamento sotteso a quel tipo di battuta che poi – bisogna dire la verità – tantissima gente fa, e trova divertente, al di fuori del contesto berlusconide.

E naturalmente il punto non è il contesto, non è che Berlusconi sia un ex presidente del consiglio né che sia in pubblico. La tristezza umana di quei commenti non ha nulla a che fare col contesto in cui sono pronunciati. E, ancora di più, non c’entra nulla con “la dignità di donna”, come hanno detto in molti, né con l’essere volgare/esagerato/fuoriluogo – ognuno ha diversi standard di volgarità: dire le parolacce non ha nulla a che vedere con le battute à la Berlusconi.

Ha invece a che fare con:

Quella concezione dozzinale e meschina del rapporto uomo-donna, dell’ironia da caserma fascista. Del suo essere portatore insano e orgoglioso di quell’insieme di sessuofobia e sessuomania che è quella malintesa virilità, il latin lover nella peggiore delle accezioni di questo concetto: quello che ha paura del sesso e se ne vergogna, la considera una cosa insana, ma al tempo stesso ha un’ossessione; la mente sempre puntata lì all’infrazione della norma – ovviamente soltanto nelle orecchie degli amici al bar, che ascoltano le tronfie spacconerie di un millantatore in punta di cazzo.

Il punto è che Berlusconi mostra di pensare che il fatto che una donna faccia del sesso, che lei “venga”, sia una cosa curiosa, divertente, e non la più naturale per tutti: donne, uomini, cani, cartoni animati. Provate a immaginare la stessa battuta riferita invece a una qualunque delle naturali attività umane: «lei mangia?», «lei cammina?», «lei dorme?». La gente si guarderebbe in giro domandandosi: «ma che è, ubriaco?».

Berlusconi, e tanti con lui, pensa che se una donna fa del sesso per proprio piacere, come del resto fanno gli uomini, questo stesso fatto è degno di nota. Uh, uh, uh: fa del sesso!, che ridere. Il pensiero sotteso, naturalmente, è che invece ogni donna dovrebbe vergognarsi, semmai cosa-mi-spingo-a-dire avesse una vita sessuale attiva, e nascondere al pubblico questa propria balzana propensione.

Per questo è davvero avvilente leggere Michele Serra che – rispolverando lo stesso armamentario della donna subalterna e indignata in quanto donna dalle allusioni sessuali (si sa, è il ruolo delle donne quello di essere offese dai riferimenti al sesso) – scrive che quella donna avrebbe dovuto rispondere a Berlusconi «ma come si permette, maiale?».

La risposta più sensata – e soprattutto scevra da quella morbosità sessista – sarebbe stata semplicemente: «sì, certo (anche se difficilmente con soggetti viscidi come lei). La trova una cosa stravagante?».

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Don’t worry

21 December 2012, 0:00 | immagina tu | «Commenti: 0»

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Il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa; il secondo miglior momento è ora.

20 December 2012, 23:18 | Il Male curabile | «Commenti: 3»

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Bravi, bravi, bravi! A Niccolò, ad Alvilda, a Ilwad, a Sabrina, a Carla, a Greta, a Gabriele, alla strepitosa Emma, a tutti gli altri. Bravi! Grazie!

[Il proverbio lì sopra me l'hanno insegnato in Burkina Faso, quando ho avuto la fortuna di poter dare un piccolissimo pezzettino di aiuto a costruire questa cosa bellissima. Non credo ci siano migliori parole per illustrarlo]

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L’Uganda, gli omosessuali e il Papa

15 December 2012, 14:49 | Il Male curabile | «Commenti: 33»

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Io sono anticlericale, e quando leggo le dichiarazioni del Papa sugli omosessuali – queste ultime incluse con forza – mi arrabbio ancora di più col Papa. Però poi leggo di gente che mi fa arrabbiare perfino di più.

In Uganda, lo Stato cristiano più conservatore al mondo, alcune comunità protestanti (fra l’altro, non cattoliche) hanno proposto la pena di morte per gli omosessuali. Al tempo non fregava niente a nessuno – io ho molto a cuore queste cose, e seguii la campagna, ignorata da tutti – come non frega niente delle condizioni degli omosessuali nei Paesi mussulmani, in nove c’è la pena di morte, in un’altra ventina ci sono punizioni detentive, pecuniarie o corporali; dopodiché, più di un anno dopo, il Papa (dopo essersi detto contrario alla pena di morte) incontra una proponitrice ugandese di una legge contro l’omosessualità, e tutti saltano a urlare contro il Papa. In realtà degli omosessuali, evidentemente, non frega un cazzo. Quello che frega è insultare Ratzinger.

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Israele-Palestina come all’Ikea

7 December 2012, 18:18 | Medio orientato | «Commenti: 4»

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Dico spesso che la pace fra Israele e Palestina è facile, talmente facile che sappiamo da un sacco di tempo come sarà, che la si faccia oggi o fra cento anni. Ciò che manca è la volontà, e la disposizione alle rinunce, di entrambe le parti. Per scherzo dico sempre, a quelli con cui ne parlo, «se ci andassimo io e te, a farla, la pace, la faremmo subito», perché spesso è difficile rendersi conto di quanto piccolo sia il margine che divide la trattativa, di come i prendere-o-lasciare vertano su pochi metri quadri, a fronte – invece – di rancori, cinismi, paure, dogmi religiosi – le cose che bloccano davvero il processo di pace.

Jacopo Ottaviani mi ha segnalato un tool bellissimo, is Peace Possible?, in cui si può costruire la propria road-map-fai-da-te, decidendo quali insediamenti annettere e quali no. Per un impallinato di mappe, con un grande interesse per quel conflitto, è la cosa definitiva. La mappa parte dai territorî israeliani post 48, e permettere di scegliere quanti dei territorî conquistati alla Giordania nel ’67 Israele potrebbe annettere (per l’Onu lo 0%, per l’accordo di pace di Camp David-Taba il 5%), che è esattamente ciò che si sono trovati a trattare – nei fatti – i rappresentanti dei due popoli in tutte le trattative negli ultimi decennî.

Per la rubrica “l’angolo del cavillo”, di cui sono appassionato fan, ci sono due piccole mancanze che, comunque, non inficiano l’utilità della strumento: la zona cuscinetto del ’48, attorno a Modi’in che è convenzionalmente considerata israeliana, viene qui ascritta alla Palestina, condizionando un pelino le percentuali; e non è prevista la possibilità di dare territorio israeliano ai palestinesi, in cambio delle colonie più grandi, cosa che era stata vagliata con concretezza in tutte le proposte di pace.

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Perché il voto all’ONU sulla Palestina è una cosa buona

3 December 2012, 15:48 | Medio orientato | «Commenti: 0»

per il Post

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Il problema del conflitto israelo-palestinese è sempre stato che le due parti non hanno mai voluto la pace: per essere garbati, questo pensiero si formula con “non sono disposti a fare le concessioni necessarie alla pace”, che però vuol dire la stessa cosa. Più precisamente, non hanno mai voluto la pace nello stesso momento: ogni tanto una delle due parti si è mostrata più disposta a trattare, ma questa buona disposizione non è mai venuta in contemporanea.

Questo non è un caso: da sempre il conflitto arabo-israeliano è un conflitto che non si basa sulla conciliazione, ma sulla dimostrazione di forza. L’Egitto non avrebbe mai accettato la pace con Israele, se Israele non si fosse dimostrato invincibile, nel ’48, nel ’56, nel ’67. Ma Israele non avrebbe accettato la pace con l’Egitto se, nel ’73, non avesse avuto la dimostrazione che gli egiziani non avrebbero perso per sempre. Si può dire la stessa cosa della Giordania, e di tante piccole vicende nelle quali la pace è sempre stata una resa al realismo: non c’è modo di liberarcene, dovremo conviverci.

Per questo, e per quanto cinico possa sembrare, ciascuna delle due parti rimaste – Israele e Palestina – è sempre stata disposta a fare concessioni nel momento di maggior forza (contrattuale, non necessariamente militare) della parte avversa. È un circolo vizioso nel quale, ineluttabilmente, quando una mano si avvicina l’altra mano si allontana, ed è un meccanismo che difficilmente verrà spezzato dalle due parti in causa, specie se si considera la totale sfiducia reciproca maturata negli anni. È perciò una coazione a ripetersi che si può (e si deve) infrangere solo con degli interventi esterni.

In questo momento la parte meno disposta alle trattative è certamente Israele – tengo un momento da parte Hamas, su cui tornerò. La società israeliana ha vissuto il rifiuto dell’accordo di Camp David-Taba del 2001-02 come un tradimento dei proprî migliori sforzi, e il successivo lancio della seconda intifada come la dimostrazione che i palestinesi non fossero veramente interessati alla pace. Da lì in poi, i partiti più inclini alle trattative hanno continuato a perdere consensi (nelle ultime elezioni il partito laburista, quello che aveva governato Israele per i primi trent’anni di vita, quello erede di Ben Gurion, Golda Meir e Rabin, è sceso sotto al 10%), e l’opinione pubblica ha maturato un cinismo ben rispecchiato nella politica di Benjamin Netanyahu nei confronti del processo di pace: processo di pace? Quale processo?

Anche nello spiegare questo passaggio ci vuole un bagno di cinismo: la costruzione del Muro e la conseguente, virtuale, fine del terrorismo suicida ha privato l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) del proprio potere contrattuale. È per questo che la promessa della fine degli attentati, che negli anni ’90 era stato il principale impegno che i palestinesi avevano messo sul piatto, non conferisce la forza che aveva in sede di trattativa. Per questo in Israele si sono avvicendate due politiche: quella di Sharon e Olmert che si poteva, icasticamente, riassumere in «non ci possiamo fidare dei palestinesi, decidiamo noi cosa sarà Israele e cosa Palestina senza consultarli», e quella di Netanyahu che, altrettanto icasticamente, si può riassumere in: «non ci possiamo fidare dei palestinesi, facciamoli crescere economicamente e si dimenticheranno che gli manca uno Stato».

In questo senso Netanyahu sa che Israele non potrà mai aspirare, territorialmente, a niente più dello status quo – escludendo, ovviamente, deportazioni di massa, Ramallah o Jenin non potranno mai tornare sotto il controllo israeliano come prima degli Accordi di Oslo. Perciò il rimandare ogni trattativa è il modo migliore per evitare qualunque concessione. Allo stesso tempo, e proprio in ossequio al meccanismo richiamato sopra, l’ANP è disposta ad accettare concessioni e compromessi come mai era stato nella storia. Questa disposizione alla trattativa non può essere sempre pubblicizzata, perché non incontra il favore dell’opinione pubblica (come del resto è stato per ogni precedente trattativa, anche quelle poi andate in porto), ma è un dato di dominio pubblico almeno dalla pubblicazione dei “Palestine Papers“.

Perciò torniamo all’inizio: l’unica soluzione è l’intervento esterno di qualcuno, principalmente gli Stati Uniti ma il mondo in generale, che spezzi il circolo vizioso e avvicini – anche controvoglia – la mano meno tesa, in questo momento quella d’Israele. È questo il quadro in cui si inscrive il voto di ieri sull’ammissione della Palestina come Stato osservatore all’ONU. Delle varie obiezioni di parte israeliana a quel voto, nessuna tiene conto di questa attitudine. Nessuna mette in conto il rifiuto, a parole (o meglio, a silenzio) e nei fatti (con l’ininterrotta costruzione delle colonie), degli israeliani a qualunque trattativa. Tutti fanno presente l’unilateralità della decisione: in cambio di quel pezzo di legittimazione, che poteva essere usato nelle trattative, non è stato chiesto niente ai palestinesi.

Eppure ricordate quale fu la strada che, dopo Camp David, percorsero gli israeliani? Proprio quella dell’unilateralità. Il ritiro di Sharon da Gaza, fondato sull’idea che qualunque trattativa bilaterale fosse impraticabile, rispondeva a questa logica d’incomunicabilità. Così come la costruzione del Muro disegnava unilateralmente un confine – in diversi tratti oltre la green line, quindi illegale, ma sempre un confine. La stessa sfiducia, oggi, la vivono i palestinesi, e la vive la comunità internazionale, nei confronti d’Israele. È per questo che qualunque passo verso il riconoscimento palestinese è un passo che spinge Israele al tavolo dei negoziati, verso quella che sembra sempre di più una trattativa verticale e non orizzontale.

Due fratelli che non si parlano direttamente, che non si fidano l’uno dell’altro, e che necessitano di un terzo interlocutore – il mondo – per convivere nella stessa casa. È questa terza persona che deve farsi carico delle richieste dei due, così da evitare di personalizzarle: configurare la nascita dello Stato palestinese come una richiesta che fa il mondo, e non soltanto i palestinesi, è anche l’unico modo per impedire l’innestarsi della spirale di recriminazioni: ma loro hanno queste colpe!, anche voi avete quest’altre!, e così via. Tutto vero, ma che non aiuta. Se l’unico modo che i due fratelli hanno per parlarsi, e per convincersi che non c’è altra via alla convivenza, è attraverso la legazione del terzo coinquilino, che così sia.

Poi c’è Hamas sul quale si aprirebbe un discorso ben più lungo e complesso. Intanto c’è un dato: questo riconoscimento diplomatico è una vittoria di Mahmud Abbas (Abu Mazen), e lo è ai danni di Hamas, che ha sempre predicato l’inutilità di qualunque trattativa con un mondo al servizio degli ebrei, e che ora infatti cerca di ascrivere a sé – e all’aver “vinto” il conflitto a Gaza – i meriti della risoluzione. Nel momento in cui si dovesse convincere Israele a sedere al tavolo della trattativa, questa legittimazione risulterebbe ancora più importante. La speranza è sempre quella che un eventuale accordo di pace siglato da Fatah possa spingere un Hamas più debole a riconoscere Israele usando Abbas come capro espiatorio per le concessioni fatte: la partita principale, e cioè il braccio di ferro delle concessioni, non è su Gaza (controllata da Hamas) dove non ci sono più colonie, ma sulla Cisgiordania (controllata da Fatah).

Se si mettono assieme tutte queste cose, il riconoscimento di ieri è un piccolo (piccolo, piccolo) passo verso la pace in Israele e Palestina. Non una pace condivisa, non un cammino di riconciliazione – quello forse (forse) verrà dopo –, non l’abbraccio catartico fra due fratelli litigiosi. Solo la realistica considerazione che non essendoci modo di liberarsene, bisognerà conviverci. Insomma, come disse una volta Shimon Peres, che prima ancora di cercare la luce in fondo al tunnel, bisogna trovare il tunnel.

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Alcune precisazioni sulla mappa bugiarda su Israele e Palestina

27 November 2012, 2:10 | Il di dietro, Medio orientato | «Commenti: 4»

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Qualche giorno fa mi hanno segnalato un articolo che si proponeva di rispondere alle cose che avevo spiegato sul Post a proposito della falsa cartina su Israele e Palestina che gira sui social network. Il primo istinto, dato lo stile mellifluo e insinuante (solo nel primo paragrafo mi si accusa di: essere “insidioso”, di “fare finta di schierarmi con la verità”, di “ideologia sionista” e di voler”contribuire alla disinformazione” per alimentare “confusione riguardo il conflitto israelo-palestinese”), era stato quello di non rispondere: in fondo se uno è convinto che tu sia un agente della CIA, non c’è modo di dissuaderlo. Se dirai qualcosa a favore degli Stati Uniti «vedi?, è  un agente della CIA», se dirai qualcosa contro gli Stati Uniti «vedi?, cerca di nascondere che è un agente della CIA».

Poi, però, alcune persone mi hanno convinto a cambiare idea: intanto perché, come mi ha scritto Enrico, nell’informazione «il mantra “non esiste cattiva pubblicità, solo pubblicità” non funziona; questi blogghini vivono un sacco su un piccolo pubblico agguerrito, e sulla certezza che non riceveranno mai risposta perché appunto nessuno se li caga». E in seconda istanza perché c’è sempre, all’esterno dell’autoreferenzialità del pubblico dogmatico e agguerrito, un gruppo di persone genuinamente disposte a cambiare idea, e che magari hanno letto di sfuggita quello che ho scritto. Insomma: se non credo nel dialogo io, chi ci crede?

Perciò ho deciso di rielaborare una risposta che avevo dato su un social network, consapevole che se uno trova in qualche modo logico, intellettualmente onesto, e in una qualunque misura pertinente, ciò che è lì riportato, sarà ben difficile instaurare una discussione fondata sugli strumenti minimi, logici ed evidenziali, per instaurare un dialogo.

Le critiche che mi vengono mosse sono per lo più politiche – e di una matrice che ognuno può valutare secondo le proprie idee –, mentre il mio articolo vuole essere tutt’altro: un’opera di debunking a beneficio di tutti, nella (ingenua?) speranza che l’imprecisione storica sia nemica di tutti, e non soltanto di coloro che ne sono vittime. In tutto l’articolo, l’unica considerazione a tutti gli effetti politica che faccio è la seguente, che – da sola – sarebbe sufficiente a rispondere a tutte le allusioni sull’”opportunità” di dire le cose che uno pensa.

“La cosa peggiore [a proposito di queste mappe] è che, per descrivere l’erosione di territorio palestinese nel corso di questi decenni, non ci sarebbe bisogno di menzogne o fabbricazioni, basterebbe ricordare cosa sono i territorî del ’67, o parlare della costruzione di un numero sempre maggiore di colonie israeliane al di fuori della green line: in quattro parole, basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza.”

Quello che ho spiegato nel post, è solamente il perché quelle quattro mappe sono bugiarde, senza domandarmi “a chi conviene”, perché l’onestà intellettuale conviene sempre a chi tiene alle cose giuste. Perché, e questo è la dimostrazione che mentire non conviene mai, utilizzare la quarta mappa (quella che trova il suo criterio solo in: “la Palestina è ciò che Israele considera Palestina”) significa _negare_ l’occupazione israeliana. Se, per chi diffonde quella cartina, la Palestina oggi è quella, allora attualmente non c’è alcuna occupazione, perché quel territorio è già palestinese (e lo è, usando quel criterio, da meno di vent’anni).

Ma in fondo la cosa più significativa è che perfino l’articolo di cui sopra riconosce che le mie critiche sono giuste. Dice che quelle mappe hanno valore “simbolico” e non “geografico”. E – qui si raggiunge l’apice della cecità ideologica e del tafazzismo – che è stupido o in malafede chi non lo capisce. Eppure tante persone, ne conosco tante anche io (ed è così che ho avuto lo spunto per scrivere l’articolo), hanno diffuso quell’immagine e quelle mappe pensando proprio che quelli fossero i veri confini della Palestina, che quelle mappe descrivessero davvero l’erosione territoriale, che fossero mappe che rispondono alla verità storica e geografica del conflitto, non che fossero esagerazioni “simboliche”. Onestamente, sarebbe potuto capitare anche a me, su un tema che conosco meno. Invece tutte queste persone, quelle che hanno diffuso la cartina errata, sono stupide o in malafede?

Dopodiché l’articolo fa degli sfondoni storici giganteschi, come dire che la guerra del 48 è stata dichiarata dagli israeliani (da bocciatura al primo esame di storia contemporanea). L’unica accusa che resta in piedi è quella che io sia un agente di propaganda sionista. E su quello, beh, ognuno si esprima come vuole, e risponda al proprio senso del ridicolo: del resto, se mi becco del filopalestinese nei giorni pari, e del filoisraeliano nei giorni dispari vuol dire che o sono un lupo mannaro o c’è un problema nelle rispettive tifoserie.

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I numeri delle primarie: un fallimento?

26 November 2012, 17:29 | Alta politica | «Commenti: 8»

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Molti in queste ore stanno celebrando il successo di affluenza alle primarie, che però – a guardare i numeri – non sembra essere tale.

Per farlo basta confrontare il risultato di queste primarie, di tutto il centrosinistra, con le ultime primarie, quelle del 2009 esclusivamente per la segreteria del PD. L’affluenza è stata praticamente identica, alla decina di migliaia.

Primarie PD 2009: 3.102.709
Primarie csx 2012: 3.107.568

A queste primarie c’erano due candidati esterni al PD, Bruno Tabacci che ha preso 44.030 voti, e Nichi Vendola che ha preso 485.158 voti. È certamente probabile, anche se non quantificabile, che alcuni elettori del PD abbiamo votato Vendola nonostante questi appartenga a un altro partito, ma è altrettanto probabile che alcuni elettori che non appartengono alla coalizione del centrosinistra (Fed Sin, IdV, etc) abbiano votato per Vendola (o Tabacci, probabilmente più dall’Udc) – oltre che Bersani, Renzi o Puppato –, animati dalla voglia di partecipare. Al netto di questi voti, si ha:

Primarie PD 2009: 3.102.709
Primarie csx 2012: 2.578.380

Inoltre va ricordato, in particolare a coloro che spiegano che un’alta partecipazione è particolarmente significativa in “questo periodo”, che questo periodo è un periodo particolarmente positivo per il PD, che è stabilmente primo partito in tutti i sondaggi, e che viene accreditato del suffragio più alto degli ultimi 4 anni, intorno al 30%, superato solamente dal PD di Veltroni di quasi 5 anni fa. È vero che sono soltanto dei sondaggi, ma sono gli unici numeri che abbiamo, confermati da qualunque osservatore politico che dà il PD in netta ripresa. Anche qui c’è un riferimento abbastanza attendibile: le elezioni europee del 2009 che si tennero quattro mesi prima delle primarie del PD, nelle quali il PD riscosse il 26%. Se si volesse aggiungere alle consultazioni precedenti del PD questo margine del 4% di potenziali elettori, ovvero un 15,38% sul proprio elettorato, si avrebbe questo risultato, con più di un milione di elettori in più:

Primarie PD 2009: 3.579.906
Primarie csx 2012: 2.578.380

Se si volesse addirittura raggiungere il paradosso, quello che voleva Renzi votato da elettori (o infiltrati) di centrodestra, si avrebbe uno scenario ancor più desolante:

Primarie PD 2009: 3.579.906
Primarie csx 2012: 1.474.590

Naturalmente quest’ultimo passaggio sarebbe ingeneroso, oltre che inaccurato, perché è certamente vero che molti elettori di Renzi sono effettivamente elettori del PD. Ma è un pensiero che dovrebbe sfiorare coloro che descrivevano Renzi come un oggetto avulso al Partito Democratico: perché, se le cose stessero così, queste primarie avrebbero segnato una drammatica diserzione del 60% dei proprî elettori.

In conclusione, è certamente vero che fare questo genere di stime è sempre difficile, come è vero che nel farle si finisce inevitabilmente per tagliare i numeri – come si dice – con l’accetta. È inoltre vero che un dato di partecipazione nell’ordine dei milioni è sempre un risultato positivo, quali che siano le aspettative e i precedenti. C’è però da riscontrare un fatto, che sia da addebitare alle regole farraginose e ostacolanti o all’incapacità di Renzi di coinvolgere elettori al di fuori del proprio perimetro ideologico, e cioè che i numeri della partecipazione non sono stati il successo di cui tutti parlano.

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La mappa bugiarda su Israele e Palestina

21 November 2012, 13:31 | Medio orientato | «Commenti: 22»

per il Post

3 su 5

Quando lavoravo a Betlemme, ai tempi della prima guerra a Gaza, appesa a una parete del centro in cui facevo il volontario c’era questa mappa:

Sembrano quattro cartine molto efficaci a mostrare la progressiva sottrazione di territorio a un futuro Stato palestinese, ricordo di aver pensato. Eppure sono una frode. Una bugia creata da chi, certamente in malafede, ha giustapposto quelle quattro cartine compilate – basta conoscere un po’ la storia – usando criterî completamente diversi per stabilire cosa si intenda per “terra palestinese”, mescolando così mele e pere, al fine di dare un’idea distorta dell’evoluzione dei fatti.

La cosa peggiore è che, per descrivere l’erosione di territorio palestinese nel corso di questi decenni, non ci sarebbe bisogno di menzogne o fabbricazioni, basterebbe ricordare cosa sono i territorî del ’67, o parlare della costruzione di un numero sempre maggiore di colonie israeliane al di fuori della green line: in quattro parole, basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza.

Siccome, specie in questi ultimi giorni, vedo riaffiorare sempre più spesso questa mappa, faccio ora quello che persi l’occasione di fare, al tempo, con i bambini coi quali lavoravo: provo a spiegare alle tante persone benintenzionate e in buona fede che diffondono quell’immagine, perché queste quattro cartine sono un’impostura.

Perché è un imbroglio (in breve)
Come detto, in queste quattro cartine si usano criterî completamente incoerenti per colorare di verde o di bianco le terre palestinesi e israeliane. In particolare, è ciò che viene definito “terra palestinese” a variare ogni volta al fine di suggerire l’idea di questo scenario fittizio: nella prima mappa è “terra palestinese” qualunque posto dove non ci siano ebrei (ma magari neanche palestinesi); nella seconda si considera “terra palestinese” quello che l’ONU aveva proposto alle due parti; nella terza si considera “terra palestinese” quella che era occupata dalla Giordania; nella quarta si considera “terra palestinese” quella che Israele riconosce come tale.

Cambiando completamente il punto di vista, si simula uno svolgimento cronologico che non ha nulla a che vedere con la realtà e che, anzi, nell’ultima immagine sembra proprio andare a detrimento delle rivendicazioni palestinesi, rinnegando gli accordi di Oslo – quelli del premio Nobel per la pace a Rabin e Arafat, quelli rigettati solo dai nemici del “due popoli, due Stati” – che sono l’unica concessione che i palestinesi hanno avuto da sessant’anni a questa parte.

Perché è un imbroglio (più approfondito)
IMMAGINE UNO: (1946) la prima immagine di quella mappa, del ’46, considera “territorio palestinese” tutto quello che non è abitato da ebrei, anche le zone disabitate, cioè la maggior parte, come tutto il deserto del Negev (andato poi a Israele proprio perché disabitato). Se si evidenziassero come territorio palestinese solo i villaggi palestinesi e come ebreo tutto il resto, verrebbe una mappa uguale e contraria. Tutto ebreo – tutto bianco – e poche macchie arabe. Sarebbe, ovviamente, una frode anche quella.

IMMAGINE DUE: (1947) l’unica onesta. È il progetto di partizione della Palestina, la risoluzione 181 del novembre ’47, che – occorre ricordarlo – Israele accettò e Stati Arabi e palestinesi non accettarono. Se entrambe le parti avessero accettato la partizione, ora avremmo un territorio diviso a metà fra Palestina e Israele.

IMMAGINE TRE: (1948) innanzitutto si parla di 1949-1967, quando invece è semplicemente l’esito della guerra che gli Stati Arabi dichiararono a Israele, e vinta dagli israeliani. Perciò è la situazione del 1948. Ed è quella attualmente riconosciuta dalla comunità internazionale. Al contrario di ciò che sembra suggerire la mappa, non c’è alcuna evoluzione dal ’46 al ’67: nel ’49, all’indomani della guerra, siamo già in questa situazione.

Anche qui, se uno volesse usare lo stesso criterio a parti invertite, e disegnare una mappa di quello che sarebbe stato l’esito se gli Stati Arabi avessero vinto la guerra, dovrebbe disegnare una mappa completamente verde: 100% di territorio palestinese, 0% di territorio israeliano. Solo che, a far così, ci si renderebbe conto che Israele, vincendo la guerra, ha sottratto ai palestinesi – con mezzi ben più che discutibili – il 20% del territorio rispetto alla 181; ma se gli israeliani avessero perso la guerra, Israele avrebbe perso, non il 20, ma il 100%. Naturalmente non è così, né in un senso né nell’altro, che ragiona chi vuole la pace.

IMMAGINE QUATTRO (1993): la più bugiarda di tutte, che gioca sull’equivoco di cosa può voler dire “terra palestinese” nella maniera più brutale e menzognera, sostituendo a “cosa è terra palestinese” o “cosa la comunità internazionale considera terra palestinese”, addirittura “cosa gli israeliani considerano terra palestinese”.  Ciò che è più offensivo è che, se quella fosse pacificamente la “terra palestinese”, la pace si farebbe domani, tradendo le aspettative di quattro milioni di palestinesi.

Se queste fossero le richieste dei palestinesi, cioè ritrarsi in un territorio fatto di enclavi e senza soluzione di continuità, e concedere a Israele più della metà delle proprio terre post-’48 (quindi l’80% del territorio mandatario), l’accordo sarebbe già firmato: neanche il più cinico degli israeliani, neanche Avigdor Lieberman, potrebbe sperare di meglio (per dire, a Camp David-Taba, nel 2000-01, gli israeliani avevano proposto ben più del doppio di questo territorio).

Quell’immagine è un incomprensibile miscuglio della Zona A e Zona B degli accordi di Oslo del 1993 (fra l’altro considera già palestinese anche la Zona B, quando essa è tuttora sotto dominio militare israeliano). In realtà, i palestinesi rivendicano come propria – e io credo legittimamente – molto di più di quell’immagine: per lo meno la zona C degli accordi di Oslo, come viene riconosciuto loro dalla comunità internazionale. Per giunta, la mappa sbaglia la data (2000 anziché 1993), probabilmente confondendo gli accordi di Oslo con i non-accordi di Camp David.

Ciò che più indigna è che, adottando il punto di vista del più falco degli israeliani, questa mappa considera gli accordi di Oslo come il punto di arrivo di una progressiva involuzione, anziché come l’unica concessione che i palestinesi hanno ottenuto negli ultimi sessant’anni, e l’unico spazio di autogoverno che sono riusciti a ritagliarsi.

Per spiegare più chiaramente questo raggiro, se si usasse la definizione di “terra palestinese” dell’immagine 4 per tutte le altre immagini si avrebbe questa situazione:

mappa 1 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 2 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 3 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 4 (in realtà datata 1993 e non 2000) con quel 41% della 181, di terra palestinese, in verde.

In sostanza, una situazione particolarmente felice e in ottimistica progressione (dallo 0% al 41%) per le speranze palestinesi di avere uno Stato. Non è così: e non c’è bisogno di mentire per aggiungere “purtroppo”.

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Per favore, “sproporzionato” no

16 November 2012, 5:18 | Medio orientato | «Commenti: 27»

2 su 5

In questo avvilente eterno ritorno che ci ripropone, a distanza di anni, le stesse azioni, le stesse reazioni, gli stessi commenti, gli stessi controcommenti, vado a rileggere quello che avevo scritto quand’ero lì, in Palestina, e poi arrivò la guerra. E ci ritrovo tutte le cose che ci sono ora, uguali ad allora come a ogni altra volta, e mi annoio da solo a pensare di ripetere le stesse cose inutili, una volta ancora, pronto a riripeterle stancamente fra qualche anno. E vedendo le reazioni degli uni e degli altri, rendendomi conto di come il pubblico in platea sia spesso peggiore degli attori (che già, di per loro, sono pessimi attori), viene quasi da pensare che la soluzione migliore sarebbe che tutti voltassero lo sguardo dall’altra parte, tifosi degli uni e tifosi degli altri, e smettessero di concentrarsi su questo conflitto piccolo e infinito, in cui si combatte per il possesso di un territorio grande quando la Puglia e di uno grande quanto la Liguria, evitando le proprie venefiche attenzioni a quella striscia di terra già abbastanza gonfia di bombe e di bugie.

Come sempre, nessuno di noi sa rispondere alle domande su cui è imperniato quel conflitto, però alcuni – che in realtà hanno chiara solo una cosa: qual è il loro nemico – sono sicuri di saperle, quelle risposte. E la domanda di oggi, come di molte altre volte, è «cosa dovrebbe fare Israele quando gli piovono i razzi in casa?». Una domanda a cui qualunque persona per bene trova solo delle risposte orrende. E fra tutte le orrende risposte che si possono dare a questa domanda, l’orrenda risposta che forse sembra la meno peggio è «nulla», perché qualunque altra risposta appare ancora più orrenda.

Però ci sono quelli – quelli molto sicuri del loro nemico – che, per dire la stessa cosa, dicono con convinzione che l’attacco israeliano è stato “sproporzionato”, e in realtà stanno dicendo che Israele non dovrebbe fare nulla. Che è anche quello che penso io, che non dovrebbe fare nulla. Solo che è brutto dirlo, e allora si dice “sproporzionato”. Ma la cosa più proporzionata di tutte, che in italiano si chiama “vendetta”, sarebbe che Israele facesse la stessa cosa, uguale e contraria: montare batterie di razzi a Ashqelon e Sderot, e farli partire con l’obiettivo di uccidere il maggior numero di civili a Rafah e Jabalia. Però detta così si vede che è una cosa criminale, più criminale d’ogni altra cosa, e allora si dice “sproporzionata”, che non vuol dire nulla, ma fa sentire più in pace con la propria coscienza.

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La battuta del 2012

11 November 2012, 13:48 | Gruppo misto | «Commenti: 2»

“Gay marriage legalized on the same day as marijuana makes perfect biblical sense. Leviticus 20:13: ‘A man who lays with another man should be stoned.’  Our interpretation has just been wrong for all these years”.

Grazie a Pietrino

(ho cercato la fonte, e non è molto chiara: la prima occorrenza di una battuta simile sembra essere questa)

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Vittoria / 2

7 November 2012, 5:26 | immagina tu | «Commenti: 9»

Aprii questo blog quasi cinque anni fa, alla vigilia della campagna per le primarie di Barack Obama. Il mio primo post fu un suo, piccolo, sconosciuto, endorsement.

Questo, quattro anni fa oggi.

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Reazioni dei toscani all’accorpamento delle province

2 November 2012, 14:39 | Gruppo misto | «Commenti: 10»

per Il Post

3 su 5

In Toscana, più che in ogni altro posto, il campanile è il campanile è il campanile. Segue una tassonomia delle reazioni dei miei corregionarî, che da ore non stanno commentando altro che il ddl che accorpa Firenze-Pistoia-Prato, Siena-Grosseto, Massa Carrara-Lucca-Pisa-Livorno.

Pisani: disperati e lamentosi, non poteva capitare niente di peggio: piuttosto che stare assieme a Livorno si vende la mamma, anzi perfino la Torre.
Livornesi: simmetrici e opposti ai pisani – ahahah, cari pisani, vi uniscono a noi (siete, e siete sempre stati, una provincia minore!).
Carrarini: disgustati dall’essere messi assieme a quei plebei dei livornesi e dei pisani.
Massesi: come i carrarini, ma meno elitarî, e almeno la gente smetterà di pensare che “Massa-Carrara” sia una città.
Lucchesi: tanto, dicono gli altri, i lucchesi si faranno gli affari loro come al solito. Loro sono sconvolti dal rischio di perdere la loro “lucchesità”, del resto qualcuno li ha mai considerati veramente toscani?

Fiorentini: Ora volete dirci che è mai esistita una qualunque provincia in Toscana a parte Firenze?
Pratesi: Dopo aver consegnato mezza città ai cinesi pur di staccarsi da Firenze, si ritrovano sotto i fiorentini, passati neanche vent’anni. Sconforto in città.
Pistoiesi: scampato il pericolo Lucca, tutto va bene. Perfino Firenze. Anzi, rifacciamo il Granducato!

Grossetani: unici tapini a essere stati sotto Siena per secoli, minacciano vendette marittime: «dobbiamo stare sotto Siena solo perché ha più storia di Grosseto? Allora i senesi sulle nostre spiagge non ce li vogliamo più». (ma non ce li volevano già prima)
Senesi: mi rifiuto di scrivere qualunque cosa riguardi i senesi.

Aretini: degli aretini non so nulla, e non ne voglio sapere – la vox populi dice che sono, ovviamente, rimasti da soli perché non li ha voluti nessuno.

(sono bene accetti contributi e integrazioni (tranne che dai pisani))

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[ah, la soluzione al post precedente era Audaces fortuna adiuvat: non l'ha beccata nessuno]

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Lunedì degli aneddoti – XXXIX – Una frusta dà, di uva, aceto

22 October 2012, 0:00 | Luneddoti | «Commenti: 3»

 4 su 5

Galileo costruì il suo primo telescopio nel 1609, e cominciò a guardare lassù. Nel frattempo aveva uno scambio epistolare, da Venezia Padova e Firenze a Praga, con un altro grande astronomo del tempo, Keplero. Galileo fece una scoperta importante, e decise di comunicarla alla comunità scientifica del tempo, fra cui Keplero. Con un anagramma. Un giocherellone? Anche, però non solo:  Leonardo metteva degli errori nei suoi progetti – il copyright non esisteva – così da non farsi rubare l’idea, allo stesso modo l’anagramma era uno stratagemma per non rivelare nulla, ma poter dire successivamente: «visto? l’avevo scoperto prima io»; del resto quante frasi latine di senso compiuto e astronomico possono prodursi con la stessa successione di lettere? Galileo scrisse:

smaismrmilmepoetaleumibunenugttauiras

Keplero cercò di convincere Galileo a farsi rivelare la soluzione, ma senza esito. Così decise di scervellarsi per risolvere l’anagramma, e venne fuori con questa soluzione:

Salve umbistineum geminatum Martia proles

Soluzione in un latino un po’ barbaro, come Keplero stesso ammise, e che mancava di una lettera dell’anagramma galileiano, ma che aveva un preciso senso descrittivo: benvenuti, pugnaci gemelli, figli di Marte. Keplero, convintosi in precedenza che Marte avesse due lune, pensò: le ha trovate! Marte ha due lune, come pensavo, e lui le ha osservate. Naturalmente la soluzione dell’anagramma di Galileo era tutt’altra:

Altissimum planetam tergeminum observavi

Ho osservato il pianeta più alto triforme. Al tempo, l’ultimo pianeta conosciuto (l’altissimum) era Saturno, e Galileo aveva visto attraverso il proprio telescopio – che nel frattempo aveva perfezionato – i famosi (ora) anelli di Saturno. Le tre forme a cui si riferiva Galileo erano un’approssimativa descrizione degli anelli, che in prospettiva gli erano sembrati altri due corpi orbitanti attorno a Saturno (“ho osservato essere non una stella sola, ma tre insieme”). Fu solo nel 1877, più di duecento anni dopo, che si scoprì che anche Keplero aveva ragione (sbagliando): Marte ha due lune.

Poco tempo dopo, Galileo fece un’altra scoperta e – indovinate un po’ –  inviò un altro anagramma che Keplero lesse:

Haec immatura a me iam frustra leguntur oy

Questa volta, a parte il sofferente “oy” finale, la frase aveva un senso compiuto, più o meno: ho raccolto queste cose invano e prematuramente. La frase nascosta dietro a questo lamento era:

Cynthiae figuras aemulatur mater amorum

La madre dell’Amore emula le figure di Cinzia. Cinzia è la Luna, e Galileo aveva scoperto che la madre dell’amore – Venere – ne emulava i movimenti, e cioè che anche Venere ha delle fasi, come quelle lunari: intera, a metà, un quarto, etc. Il che suggeriva che Venere girasse intorno al Sole, con le enormi conseguenze in direzione dell’eliocentrismo che questa conclusione implicava.

Solamente che, anche questa volta, Keplero si era cimentato nella decodifica dell’anagramma prima che fosse resa pubblica la vera soluzione. Ed era riuscito a tirare fuori, fra le altre, una frase di senso compiuto:

Macula rufa in Iove est gyratur mathem ecc.

Giove ha una macchia rossa che rotea seguendo principî matematici. Ora, indovinare per caso – o per successione matematica – che Marte ha due lune è una coincidenza, ma non così gigantesca. Quante lune può avere Marte? Zero, una, due, cinque, dieci. Dice due, e ti va bene.

Perché sì, Giove ha una macchia rossa, e sì, essa non sarebbe stata individuata con precisione fino a duecento anni più tardi. Che dire? Una frusta dà, di uva, aceto.

[...]Continua a leggere

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Non si azzardi a votarmi

28 September 2012, 15:09 | Alta politica | «Commenti: 63»

2 su 5

Se avete la sfortuna di seguire la politica italiana, ed ancora più sfortuna nel seguire le vicende intorno al PD, saprete che il grande dibattito di questi giorni è quello sulle primarie, e quindi su Matteo Renzi. Le stupidaggini di cui Renzi viene accusato finiscono per renderlo gradevole, forse pure votabile, anche a chi ha un’estrazione politica e un orizzonte ideale diverso. La prima di queste stupidaggini era che Renzi fosse “di destra”. Uno dirà: per il ruolo un po’ ambiguo, ed elettorale, dei suoi riferimenti alla religione? Per alcune uscite poco coraggiose sull’immigrazione? Per qualche ammiccamento al populismo grillino? Per l’ambizione spietata che traspare più di qualunque messaggio?

No, per l’economia. Ora, come ho già scritto:

L’inevitabile assunto logico di questa posizione è che essere pienamente “di sinistra” equivale, precisamente, a essere marxisti tout court, al socialismo reale. Non a una socialdemocrazia, non al welfare, ma all’economia sovietica.

Naturalmente è un’accusa sciocca, che ha come unico riferimento culturale la Guerra Fredda, e che si può facilmente rivoltare all’accusatore che, inevitabilmente, avrà come ricetta economica quella di tanti partiti di destra, e tutti i partiti di estrema destra, al mondo. Non è così che si impostano le discussioni di idee.

La nuova  accusa – giuro, è un’accusa! – è quella di venire votato da elettori eterodossi rispetto al proprio partito. Delusi del Pdl, berlusconiani timidi, finiani stufi, e così via. La considerazione che, per un candidato, questa sia la migliore qualità non è soltanto ovvia, ma imprescindibile in un panorama politico come quello italiano dove, da vent’anni, i voti ai partiti rimangono gli stessi, e a determinare chi vince le elezioni sono alleanze e coalizioni.

C’è però una questione interessante in questa follia, che non ho visto sottolineare in giro, ed è come essa sia la naturale prosecuzione dell’atteggiamento che molti, a sinistra, hanno avuto verso gli elettori di centrodestra in questi anni: la sistematica delegittimazione dell’opinione altrui. Berlusconi vinceva per le televisioni, con le quali aveva indottrinato l’elettorato (e poco importa se Berlusconi ha sempre perso quando aveva la Rai, e sempre vinto quando ce l’aveva la sinistra). È la sostanziale incapacità di concepire che qualcuno possa avere, in buona fede, un’idea diversa dalla propria: se non è d’accordo con me, significa che ha subito il lavaggio del cervello. O è uno stupido, o è un mascalzone.

E, quindi, «noi quei voti lì non li vogliamo». Forse il giorno che questa gente uscirà dalla trincea, un’elezione la vinceremo davvero. Nel frattempo, buona fortuna.

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Non pensare, neanche solo per un momento, che sia perché ti rispetto.

15 September 2012, 2:52 | Il Male curabile | «Commenti: 9»

Siccome le cose del mondo hanno la terribile idea di ripetersi, non c’è neanche bisogno di scrivere una cosa che avevo già scritto. Anzi, quattro cose: C’è rogo e rogo, L’offesa nell’occhio di chi guarda, La legge di Cavazza, e paura e rispetto. E perciò, rimando a questo.

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Choose a side

27 August 2012, 22:39 | Il Male curabile | «Commenti: 3»

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Liberalismo, socialismo ed essere di sinistra

3 July 2012, 11:06 | Alta politica | «Commenti: 44»

3 su 5

La distinzione fra destra e sinistra ha, tutt’ora, un senso. È vero che alcuni hanno la tendenza a considerare «di sinistra» ciò che apprezzano, e squalificare come «di destra» ciò che non condividono; è altrettanto vero, però, che la tassonomia su cui questa distinzione si appoggia – progressisti e conservatori – ha significato e lo avrà sempre. Esisterà sempre un progressismo e un conservatorismo, e non è un caso che la legittimità di questa distinzione sia contestata solamente da conservatori (veraci o postmoderni che siano), dimostrandone la subalternità ideologica.

Poi si parla di economia e c’è la caciara. Una caciara che è direttamente figlia della Guerra Fredda: l’Unione Sovietica è la sinistra, gli USA sono la destra, quindi il socialismo è la sinistra, il liberalismo è la destra. Altri rispondono cercando di ribaltare questo assunto, «il liberismo è di sinistra»: sono sciocchezze. Socialismo e liberalismo sono le due grandi ideologie progressiste degli ultimi due secoli, e infatti si combinano, in forme diverse, in ogni democrazia occidentale: dagli Stati Uniti, più liberali, alla Svezia, più socialista. È sbagliato dire che uno dei due sia di sinistra a scapito dell’altro: ogni simile argomento ha il proprio contraltare.

La verità è che per ogni esempio di liberalismo “di destra” c’è un esempio di socialismo “di destra”, e viceversa. Il liberalismo economico senza quello civile o politico è chiaramente una politica conservatrice, come lo sono le politiche di stampo socialista di tutti i partiti di estrema destra del mondo. Non si può pensare che l’unica idea pienamente di sinistra sia, alternativamente, il marxismo più puro o l’anarco-capitalismo, ma è precisamente questo il discutibile sottinteso di chi sostiene che il liberalismo o il socialismo siano tout court “di destra”.

Quelli che chiedono al governo Monti di fare politiche “di sinistra” dovrebbero avere il coraggio di dire “socialiste”. Che, comunque, non è una parolaccia.

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I Topoi

6 June 2012, 11:58 | la lingua doc | «Commenti: 27»

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Siccome curriculum non è una parola italiana, e non risponde alle regole della lingua italiana, va intesa come una parola straniera, come un prestito importato da fuori che ormai fa parte del nostro lessico. I prestiti non si declinano.

Matteo Bordone, che quando si tratta di scemate e nervosismi ci azzecca sempre, ha scritto un post contro chi dice “curricula” come plurale di “curriculum”, e così via. Chi mi ha incontrato almeno una volta sa che in queste cose ci sguazzo; chi mi ha incontrato almeno due volte sa che questa dei forestierismi latini incomprensibilmente declinati al plurale è una battaglia anche mia, da sempre, per le ragioni che scrive Matteo e quindi rimando alla sua lettura.

C’è una cosa da aggiungere, però, e che Matteo omette: e cioè che la regola dà torto a lui (e a me), nel senso che essa vuole che i forestierismi non vengano pluralizzati, tranne per le lingue classiche (per “regola” si intende il consenso della maggior parte dei grammatici e storici della lingua, per esempio si veda qui). Lo dico perché mi sono un po’ impaurito vedendo un sacco di gente che – citando l’autorità di quel post – ha cominciato a dare dell’ignorante a destra e a manca.

Questo eccitamento nell’aver trovato un modo di spregiare il secchione della porta accanto – ha! finto colto! radicalchic! – mette un po’ di angoscia, perché le regole si contestano (e poi cambiano) dopo averle studiate e capite: e in questo, come negli altri casi, chi la applica non è un ignorante, ma al massimo un po’ conformista. Insomma, teniamo presente che la nostra è una battaglia di retroguardia.

Come dire: la regola dà ragione a loro. Poi è una regola analogica e trombona, quindi la vogliamo cambiare.

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Serie A

20 May 2012, 18:51 | La palla è rotonda | «Commenti: 22»

Il calcio è tornato.


«È bello, è bello, è bello. Un anno di lavoro, abbiamo lavorato. Ma mi viene da piangere, mi viene da piangere per Franco».

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È il caso di Macao? Non so, forse sì, parliamone.

15 May 2012, 15:24 | Alta politica | «Commenti: 24»

3 su 5

Utilitarismo è una parola molto bella. Vuol dire commisurare i lati positivi e i lati negativi, le conseguenze. E se due conseguenze opposte sono entrambe positive, o entrambe negative, bisogna cercare di pesarle – per quanto possibile –, e valutarne gli esiti complessivi. Utilitarismo, perciò, vuol dire che nessuna cosa è senza se e senza ma. Che anche una cosa buona, tipo la pace, può essere negativa in alcune circostanze. E che anche una cosa cattiva, come violare la legge, può essere buona in altre circostanze.

Il rispetto della legge è una cosa positiva, ha un effetto positivo su tutta la società. Però non è un valore assoluto, non è indipendente dalle circostanze. Queste valutazioni le facciamo in molte occasioni, magari non rendendocene conto: ci sarebbero esempî serî, che hanno a che fare con l’immigrazione, con gli aborti clandestini, con i Paesi dove l’omosessualità è illegale; ma è importante rendersi conto che questi ragionamenti li facciamo anche noi, nella vita di tutti i giorni, quando passiamo col rosso per portare una persona in ospedale, o se scavalchiamo una recinzione di un giardino privato per recuperare il pallone finito di là.

Anche la proprietà privata è una cosa, se non positiva, necessaria. E il motivo è che è utile al bene collettivo, quantomeno fino a quando i beni collettivi saranno una tragedia. Per questo occupare un edificio posseduto da qualcuno è una cosa doppiamente negativa: si viola la legge, incoraggiando così il mancato rispetto della stessa, e si viola il diritto di una persona, la proprietaria. Però la considerazione non può finire qui. Esiste un contraltare? E quanto è dannosa, per quell’individuo e quella società, questa violazione? Mi pare abbastanza ovvio che un palazzo lasciato abbandonato per quindici anni rechi molto poco giovamento al suo proprietario. Non a caso esiste l’usucapione, che è il modo che ha la legge di provare a mettere una pezza su questi equivoci, non potendo riuscirci fino in fondo.

Certamente a occupare quel palazzo di Milano ci saranno tante persone, ognuna con le proprie idee, molte delle quali vacue e inconsistenti, molte altre vetuste e inauspicabili. Ma questo cosa c’entra? L’utilità di un’azione non si valuta dalla coscienza e dalle idee di chi la compie. Questo lo fa la polizia del pensiero. Quando lavoravo al tendone dei senzatetto, capitava di consigliare a quelle persone di rivolgersi ad Action, un movimento politico che occupa illegalmente delle case. Era l’unica possibilità che avevano di vivere sotto un tetto, che i legittimi proprietarî non utilizzavano da anni e anni. Alcune volte non se ne accorgevano neanche, dell’occupazione! Certo, poi c’erano quelli che occupavano case popolari, scavalcando di fatto le persone che erano in fila prima di loro. Questa è prevaricazione, e nessuno può essere d’accordo. Però, appunto, questo dimostra che bisogna valutare caso per caso.

Ora, molti di voi diranno: ma se si comincia così, dove si va a finire? Lo decidiamo noi dove si va a finire. Perché, questo è importante, chiunque di noi mette un limite. Ogni persona retta considera la legalità come un bene, ma come un bene relativo. Immaginate che io possegga cinquanta case in una città e le tenga tutte vuote, senza usarle. E immaginate che ci siano diverse famiglie senza casa. Se questo non basta, immaginate che le persone senza casa siano cento, mille, diecimila, e che io possegga tutte le abitazioni della città. Se ancora non basta, immaginate che fuori ci sia un inverno freddo, dei lupi feroci, delle bande armate. Nessuno considererebbe più importante il mio diritto sulle case disabitate rispetto alla vita di quelle persone. Sto esagerando? Certo che sto esagerando, ma è per mostrare che c’è, per tutti, un punto oltre il quale l’occupazione è la scelta migliore, in base al giovamento che porta alla società. È il caso di Macao? Non so, forse sì, parliamone.

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9

13 May 2012, 21:48 | La palla è rotonda, Ogni me è politico | «Commenti: 18»

2 su 5

Oggi ho capito qual è il mio vertice di autoreferenzialità. Ho capito qual è il fatto che più denota il mio distacco dal paese reale. Ho capito qual è la cosa che, più di ogni altra, mostra come mi contorno di persone tanto simili a me quanto lontane dalla larga maggioranza degli altri individui.

Non è il fatto che conosco sì e no due persone che abbiano votato per Berlusconi; non lo è neppure il fatto che, nonostante ciò, la maggior parte dei miei amici non sopporta Travaglio; non è il fatto che la larga maggioranza delle persone che frequento non crede in Dio; non è che conosco diverse persone a cui non piace la cioccolata; non è che conosco tanta gente che ha votato per i Radicali, né che un sacco di miei amici difende il PD; non è che conosco almeno 5 persone la cui pizza preferita è la margherita con cipolle; non è che praticamente tutti sono a favore dei matrimonî omosessuali; ma neppure che praticamente a nessuno fa ridere Crozza, né le battute sul sesso; non è che i miei amici sanno che “la tua fidanzata s’innamora di un tuo amico” è colpa tua e non del tuo amico; non è che per diversi il ciclismo è lo sport più romantico del mondo, né che quasi tutti vanno pazzi per McDonald’s (o Burger King). Non è, non è, non è.

È, invece, che tutti i miei amici – ma tutti eh, non uno dell’altrove diffusissima mozione ha-solo-culo – considerano Filippo Inzaghi il miglior numero “9″ degli ultimi 10 anni.

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Rumorosi coglioni

12 May 2012, 21:07 | Il mio moralismo noioso | «Commenti: 2»

Mi ero fin troppo abituato al nuovo stile della pseudo-sinistra, nel quale se il tuo avversario crede di aver identificato il più meschino movente immaginabile [per una tua idea o una tua azione], egli è pressoché certo di aver scovato l’unica reale ragione che ti muove. Questo volgare espediente, che è ora la norma di buona parte del giornalismo, è designato per avere l’effetto di far sembrare qualunque rumoroso coglione come un fine analista.

Christopher Hitchens, Hitch 22

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Quello che Beppe Grillo direbbe di Beppe Grullo

11 May 2012, 11:56 | Alta politica | «Commenti: 5»

4 su 5

per Il Post

“Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra:
un modo di destra e uno di sinistra”
(Serge Quadruppani)

Siccome nessuno ha scritto un pezzo su Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle come lo scriverebbe Beppe Grillo stesso, allora ho deciso di scriverlo io. Ho provato a ricalcare il linguaggio di Grillo, stilemi, nomignoli, ipotesi cospirative, fallacie logiche e insinuazioni. Niente di quello che è qui scritto rispecchia, né nelle idee né nello stile, le opinioni di chi scrive.

È una parodia utile, credo, a mostrare come questo genere di qualunquismo paranoico sia deleterio e, in ultima analisi, inevitabilmente reazionario.

Mo’  vi mento 5 Stalle

È cominciata la caccia alle streghe. I poteri forti hanno deciso. Lo status quo va mantenuto, costi quel che costi. Politicanti e pennivendoli si sono messi a lavorare senza sosta per far prendere qualche voto al Mo’ vi mento. È lo specchietto per le allodole buono a riciclare il riciclabile, a conservare al potere la partitocrazia corrotta. La casta dei partiti ha mangiato la foglia, pronta ad aggiungere un posto alla ricca tavola dei rimborsi elettorali e delle nomine politiche. Tutto deve cambiare perché nulla cambi.

Lo sapevano già gli antichi romani, ripeti all’infinito una bugia e diventerà una verità. Il Movimento 5 Stalle fa paura, fa paura anche se raccoglie il letame sparso dagli altri partiti. Fa talmente paura che lo facciamo candidare in tutta Italia, gli facciamo noi la campagna elettorale, mobilitiamo tutti i nostri accoliti per votare quei quattro busoni eterodiretti dei grillini. O meglio, i grilletti: quelli che vengono sparati dal loro Grande Capo, Beppe Grullo, assieme alle sue cazzate sulla pelle dei cittadini. Sono i grilletti delle sue armi di distrazione di massa.

Sono tutti d’accordo per inchiodarsi alle loro poltrone, come politicanti ormai in carriera, assieme ai loro compari che gli hanno regalato titoli su tutti i giornali. Pensate che i giornalai abbiano parlato dell’enorme crescita dell’astensione? Della sconfitta del PDL? No, gli scribacchini come loro solito si sono prostituiti al miglior offerente, per nascondere sotto al tappeto quello che non gli conviene far sapere. Il Grande Capo fa la verginella, non ne sa niente. Lui è il campione dei cittadini informati. Però viene sorretto da tutti i poteri della prima e della seconda repubblica.

Per non scontentare nessuno, hanno reso omaggio a tutta la casta: sono più efficienti di Veltrusconi. Il primo sindaco l’hanno preso a Sarego, dove dominava la DC: ci vogliono far credere che tutta quella gente che votava per clientela ora sia improvvisamente rinsavita? A Parma, dove comandano le Coop e non si muove foglia che il PCI non voglia, il grilletto di turno prende un voto su cinque. Chissà quanti surgelati avrà dovuto comprare Puzzarotti. In Sicilia, la terra della Mafia (ma dove la crisi, ben sfruttata dal Mo’ vi mento, fa molto peggio), tutti i candidati non hanno aspettato un secondo per usare i celebri espedienti democristiani: Antonio Pesce detto Grillo, Giuseppe Culicchia detto Grillo. Sono diventati tutti grilli, o forse tutti grulli, là in città.

Qualche spirito libero, reo di aver criticato il Mo’ vi mento, è stato subito zittito dai media di regime. Con un riflesso pavloviano gli sgherri hanno difeso il loro padrone, riempiendosi la bocca di parole come “libertà”. Ma quale libertà? Quella di morire schiacciati da una pressa sul proprio posto di lavoro? Intanto, però, si stracciano le vesti e gridano al “terrorismo” per un banchiere colpito alle gambe da qualche squilibrato, guarda caso, il giorno prima delle elezioni. Pensano di essere riusciti a distogliere l’attenzione dall’unica vera rivoluzione, quella che li spazzerà via tutti.

Ci hanno ammaestrati ad andare dietro a un vecchio miliardario, che guida il suo partito come guida l’automobile (ma per quello non potrà essere condannato). Una balena che a forza di mangiare sulle nostre teste, ha più pancia di Trimalcione. Fagocita il nostro denaro da trent’anni, sempre professionalmente contro corrente, sempre sulla cresta dell’onda. Nel frattempo Casaleggio A$$ociati passa a ritirare il pizzo. Sono molto associati, sono associati a delinquere. È arrivato il momento di riscuotere la cambiale firmata col sangue dei sudditi. Loro non ce lo permetteranno, non gli conviene, ce lo permetteremo noi.

- Faticosa analisi di un post di Beppe Grillo

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Fra la Via Emilia e l’East

8 May 2012, 18:10 | Bellezza in biciclette | «Commenti: 4»

4 su 5

Vi ricordate quando vi ho raccontato di Paolo? Quel mio amico che è diventato mio amico quando ha fatto a piedi da Terni a Cambridge, la Francigena Contromano? Ecco, ora voglio un nuovo amico. Si chiama Tommaso, e va in bici.

Fermi lì. Ora lo so che voialtri, insensibili al ciclismo, state per cambiare canale: non fatelo!, questa non è la solita manfrina sul ciclismo sport-più romantico-del-mondo (lo è) o ciclismo-cosa-più-sottovalutata-al-mondo-dopo-le-cipolle (lo è). Questo è un post che vi consiglia di seguire, senza la bici, un ragazzo di Piacenza – che ha la testa risoluta e il cuore in equilibrio – e ha deciso di andare, con la bici, in Cina.

È partito un mese fa, dalla Pianura Padana. Ora è in Grecia, quasi in Turchia, e racconta via via i posti che trova. Anzi, a dir la verità, racconta via via la gente che trova. Quindi ora è fra i greci, che sono belli e spessi, e ci è arrivato passando per gli sloveni (non pervenuti), i croati (chiassosi e palestrati), i montenegrini (zingari e spettacolari), gli albanesi (simpaticissimi e ospitali), i macedoni (solo cani). Farà la Via della Seta, che non è una via, ma sono tantissime vie, così potrà decidere giorno per giorno quale seguire. Senza un vero tracciato, con passaggi e paesaggi che cambiano a profusione.

Il piano, che non c’è, è di metterci sei mesi. Però magari ce ne metterà di più, gli imprevisti sono previsti in un viaggio imprevedibile. E Tommaso sa bene due cose: che se piove si va, se fa freddo si va, ma se piove e fa freddo si accende il camino (qualcuno riconoscerà la cit. di un importante ciclista contemporaneo) e si vede la città in cui si è arrivati; e che se non sai dove andare, ogni strada ti ci porterà (qualcuno riconoscerà la cit. di un importante filosofo del diciannovesimo secolo).

Insomma Tommaso è sveglio, simpatico, scafato. Ora vi domanderete: ma quindi parte e si fa tutto in bici? Quanto peserà la bici? Quanto durerà ‘sto viaggio? E quindi quanti km farà in un giorno? E va da solo? E poi dove dorme? E i soldi dove li trova? C’è di mezzo la beneficenza? Da cosa scappa? Ha mica visto Into the Wild? E gli animali non gli fanno paura, specie i cani? Almeno si è portato dietro una pistola? Un gps? E se fora che fa? Ma una fidanzata ce l’ha? C’è modo in cui lo possiamo aiutare? Vorrà essere mio amico? Le risposte a tutte queste domande (tranne una, che secondo me mancava, e spero che mi risponda) le trovate qui: le domande no, e per quello l’ho aggiunte io.

Questo è il suo blog, dove trovate tutte le altre cose – nei racconti, nei video, e nelle foto – del suo viaggio, così assurdo e così “nostro”. Perché siamo invidiosi, no? Si sbaglia, Tommaso, a dire che la gente normalmente non fa queste cose, che le relega a rango di sogni nel cassetto e non ci pensa più. Non sbaglia a dire che normalmente la gente non fa queste cose, sbaglia a dire che poi non ci pensa più. Eccome se ci pensa. E siccome ci pensiamo, alle cose che lui fa e noi vorremmo fare, è bello vederle fatte da uno come lui: le sue salite, le sue discese; la sua fatica. La gente che lo incontra e che lo accoglie ovunque, come lo accoglieremmo noi, perché – parole sue, parole vere – la fatica ha una faccia universale.

 

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Lo spettacolare Pescara di Zeman

4 May 2012, 22:26 | La palla è rotonda | «Commenti: 3»

4 su 5

Ho scritto questo articolo per il Post in cui spiego “ar popolo” cos’è il Pescara di Zeman e perché vale la pena seguirlo, è un po’ il contraltare di quest’altro post in cui spiego agli appassionati la stessa cosa. Lo metto anche qui, alla vigilia di Grosseto-Pescara. Ci sarò.
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Per la seconda volta in dieci giorni, ieri, la squadra di calcio del Pescara ha vinto una partita per 6 a 0, prima contro il Padova e poi contro il Vicenza, ed è ora seconda in classifica in Serie B, posizione che gli garantirebbe la promozione in Serie A.

Il Pescara è allenato da Zdeněk Zeman, un allenatore ceco che ha segnato il calcio italiano degli ultimi vent’anni a causa delle sue peculiari idee tattiche e della sua etica sportiva. Le sue squadre propongono un gioco molto offensivo e gradevole per il pubblico. Quando si batte il calcio d’inizio, per esempio, schiera otto calciatori sulla linea di centrocampo, tutti pronti ad attaccare. L’idea di Zeman è che soltanto con il bel gioco si vincono le partite perché “il risultato è occasionale, la prestazione non lo è”, una filosofia che in Italia è tradizionalmente minoritaria – “giocare all’italiana” nel gergo calcistico significa infatti concentrarsi sulla difesa. Per questa mancanza di cinismo Zeman viene spesso accusato di essere soltanto un esteta del pallone e di essere un perdente. Zeman è inoltre noto per aver denunciato, nel corso degli anni Novanta, l’eccessivo uso di farmaci praticato in Serie A, in particolare dalla Juventus. Per questo è riconosciuto dagli ammiratori come la faccia pulita del calcio italiano, e dai detrattori come un piantagrane in cerca di attenzioni.

Zeman è arrivato a Pescara l’estate scorsa ed è lì che sta completando la propria rinascita, dopo una carriera che negli ultimi anni sembrava essersi arrestata. L’anno scorso, appena promossa dalle serie minori, la squadra era arrivata al tredicesimo posto e le aspettative per questa stagione erano simili. Invece il Pescara si è subito proposto nelle prime posizioni della classifica, ottenendo ottimi risultati ed esprimendo il caratteristico gioco divertente e spregiudicato delle squadre di Zeman. Questo ha fruttato 80 gol fatti e 50 subiti: il fatto che la prima in classifica, il Torino, abbia segnato 49 gol, dà la misura dell’eccezionalità di questa squadra, riconosciuta anche dagli avversari. Nelle ultime due trasferte contro Padova (vinta 0-6) e Gubbio (vinta 0-2), partite in cui il Pescara ha attaccato dall’inizio alla fine, i tifosi delle squadre di casa hanno applaudito i giocatori del Pescara alla fine della partita, un evento molto raro nel calcio.

Un’azione peculiarmente zemaniana, con difensori e centrocampisti che partecipano all’attacco:

Uno dei motivi per i quali il Pescara sta superando i pronostici è la valorizzazione di giovani non ancora affermati, qualità nella quale Zeman è fra i migliori allenatori al mondo, avendo lanciato campioni come Totti o Signori. Quest’anno i giovani promettenti sono molti, basti pensare nell’ultima partita della Nazionale Under 21, vinta 4-1 dall’Italia sulla Scozia, ben quattro degli undici titolari erano giocatori del Pescara: Marco Capuano, difensore pescarese; Marco Verratti, altro pescarese, spostato da Zeman nel ruolo di regista arretrato e che la Juventus sta trattando come sostituto di Andrea Pirlo; Ciro Immobile, attaccante e attuale capocannoniere della Serie B con ben 26 gol; e infine Lorenzo Insigne, il nome che bisogna annotarsi, perché fra qualche anno ne parleranno tutti. Zeman l’aveva avuto lo scorso anno a Foggia, e l’ha portato anche a Pescara. È una seconda punta dalla tecnica strepitosa, ricorda il primo Antonio Cassano, o Sebastian Giovinco: ma, non è un’esagerazione, potrebbe arrivare più in alto.

Verratti “alla Pirlo”

Un gol strepitoso di Insigne, qui ce n’è un altro:

Alla fine del campionato mancano quattro giornate. Vengono promosse in Serie A le prime due classificate, mentre le quattro squadre che seguono disputano i playoff: partite eliminatorie per contendersi il terzo posto disponibile per la promozione. Per i primi due posti sono in corsa quattro squadre: il Torino a 73 punti, il Pescara a 71, il Sassuolo e il Verona a 70, la quinta è molto distaccata. Torino, Pescara e Sassuolo devono recuperare una partita. Il Pescara deve terminare la partita contro il Livorno che era stata interrotta sul parziale di 0-2 per la morte di Piermario Morosini, mentre Torino e Sassuolo giocheranno contro.

Finito il campionato, finirà anche il contratto che lega Zeman al Pescara, e diversi presidenti potrebbero prendere in considerazione l’idea di assumerlo per la prossima stagione: si era parlato dell’Inter e della Fiorentina, più recentemente della Roma e del Catania, ma queste sono speculazioni, o così si augurano i tifosi del Pescara che, naturalmente, sperano che Zeman rimanga. In ogni caso, quale che sia l’esito della lotta promozione, è probabile che l’anno prossimo rivedremo Zeman in Serie A. Il pronostico del Post è che arriverà primo il Torino, secondo il Pescara, e i playoff saranno vinti dalla Sampdoria. Zeman andrà al Palermo.

Le sintesi delle ultime tre partite, tutte molto spettacolari. Vale la pena specificare che queste sono le azioni di entrambe le squadre. È soltanto che il Pescara ne crea troppe di più.

Padova-Pescara 0-6

Gubbio-Pescara 0-2, con il Pescara che ha preso 4 “legni”

Pescara-Vicenza 6-0

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