Perché ce l’avete così coi vegetariani?

5 April 2015, 15:33 | Moralismo noioso | «Commenti: 57»

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FiC42È un po’ di tempo che me lo chiedo, ma oggi vedendo la quantità di foto di pezzi di agnello postate assieme a invettive contro il vegetarianismo o dileggio per i vegetariani ho deciso di mettere la domanda qua fuori: perché ce l’avete così coi vegetariani?

Io non sono vegetariano. Penso ci siano delle buone ragioni per esserlo, e delle altre meno buone. Lo trovo un dibattito interessante, ne ho discusso, e ho spesso cambiato idea. Continuo a mangiare carne principalmente perché mi piace, consapevole che è un comportamento più menefreghista.

Però c’è una cosa che non mi sognerei di fare: insultare o dileggiare quelli che – in un dibattito etico complesso – fanno la scelta più difficile, mossi da altruismo. Perché è evidente che essere vegetariani è, banalmente, più difficile che essere carnivori. Per me, almeno, sarebbe difficile: perché la carne mi piace.

Eppure quando l’argomento diventa il vegetarianismo c’è un sacco di gente che gli si scaglia contro irrazionalmente e con una veemenza vista in pochi altri temi. La cosa strana è che non mangiare carne è una scelta che, strutturalmente, non può fare male al prossimo. Se hanno ragione i vegetariani, il mondo è migliore. Se hanno torto, il mondo è uguale.

Sembra quasi che ciò che fa davvero arrabbiare questi odiatori del vegetarianismo è il semplice mettere in dubbio che uno dei loro comportamenti – uno da cui si trae dell’effettivo piacere – possa essere sbagliato. Forse è questa la grande forza del conservatorismo: la disposizione umana a difendere ciò che si fa solo perché lo si fa.

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What’s App e il sindacato dei bugiardi

6 November 2014, 21:51 | Moralismo noioso | «Commenti: 4»

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Leggo da mesi di reazioni terrorizzate, o scherzosamente terrorizzate, all’arrivo della terza spunta (ora diventata spunta blu) che su What’s App permette di vedere quando qualcuno ha letto il proprio messaggio. Naturalmente c’è chi scherza e basta, ma c’è anche chi ci scherza credendoci, appellandosi a un principio che, nei fatti, è: «voglio poter mentire».

Invece di rivendicare il diritto a rispondere quando si vuole, si rivendica il diritto a ingannare il proprio interlocutore. La spiegazione “non ti potevo rispondere in quel momento” è una spiegazione perfettamente ammissibile, come lo è la spiegazione “non ti volevo rispondere in quel momento”. Se una persona è una scocciatura, è meglio dirglielo che nasconderglielo: anche nella prospettiva di insegnargli a non comportarsi così la prossima volta.

Leggete il linguaggio di questa, inutile, petizione che suggerisce che le “fidanzate gelose” o gli “amici insistenti” siano eventi atmosferici accadutici, e non precise scelte che abbiamo fatto. In realtà  – è evidente – è proprio questa mentalità, quella che considera presentabile e non infamante rivendicare il diritto alla menzogna, a creare una società di fidanzate gelose.

Stavo per scrivere diversi verbosi periodi sul perché una società che dice la verità è migliore di una che concepisce le bugie come valuta corrente, invece mi limiterò a: è più semplice. Si vive meglio.

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Perché sono molestie anche quelle che non sono molestie

30 October 2014, 16:35 | Moralismo noioso | «Commenti: 30»

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Quando è uscito il video dei commenti ricevuti da una ragazza che va in giro a New York mi sono ripromesso di non leggere nulla nulla nulla delle reazioni online. Era ovvio che la reazione sarebbe stata disarmante, e in un modo particolarmente avvilente: divisa per sesso. Era ovvio che sarebbe arrivato qualcuno a dire «magari lo ricevessi io quel trattamento», e che quel qualcuno sarebbe stato indiscutibilmente uomo. Per me, che non sopporto il settarismo di una parte del movimento femminista, e che professo sempre le battaglie contro sessismo e maschilismo come battaglie comuni è la cosa più deprimente che si possa leggere.

Il video, raccolto in 10 ore, segue il tema di altri video. Questo, francese, che prova a raccontare un mondo al contrario. O questo, fatto al Cairo, la città al mondo dove il problema del sexual harassment è più pervasivo, dove una ragazza riceve gli stessi comportamenti in 2 minuti continuativi, senza alcun montaggio o selezione. Un altro è questo, sempre in Egitto, in cui un uomo si veste da donna e registra le reazioni ricevute. Naturalmente c’è un’enorme differenza fra ciò che succede al Cairo e ciò che succede a New York, ma il fenomeno è lo stesso. Nel primo caso è semplicemente più accettato, quindi più diffuso, e il problema è proprio questo. Il problema è esattamente la percezione che un maschio che adotta un comportamento simile ha di sé stesso, e quale pensa che sia quello che la società avrà di lui.

Una delle obiezioni al video su New York è stata che nel video si riconoscono quasi solo neri o immigrati che fanno commenti o inviti alla ragazza che cammina: è un’obiezione benintenzionata, e si capisce la volontà di prevenire il razzismo. Però qualunque ragazza che abiti in una grande città europea (come Parigi o Londra), dove ci sono immigrati di diverse generazioni e “ghetti” dove si ricreano dinamiche delle società di origine, sa quanto il fenomeno sia enormemente più diffuso in queste comunità e quanto il proprio orizzonte d’attesa debba essere diverso se si va in giro in alcuni di quei quartieri. Il motivo è semplice: più ci si avvicina a una società patriarcale e maschilista, più questi comportamenti sono diffusi. Non è bello da riconoscere, ma è un concetto fondamentale per mostrare a chi adotta o difende questi comportamenti con un “magari lo facessero a me” sia precisamente collocato nel tempo, in una società in cui nessuno vuole vivere.

L'attore in questa foto è un uomo

L'attore in questa foto è un uomo

Intendiamoci bene: non c’è nulla di male nel proporre a qualcuno di fare sesso, anche a una persona sconosciuta. In un mondo ideale questa sarebbe una proposta che si può accettare o rifiutare con serenità, come il fruttivendolo che ti offre le pesche noce in offerta. Il problema è che noi uomini non abbiamo idea, davvero non-abbiamo-idea, di quale sia la condizione psicologica in cui questo tipo di atteggiamenti costringe una donna. Non abbiamo idea, come uomini, semplicemente perché la nostra vita non include precauzioni per non essere stuprati. Ovviamente prendiamo precauzioni, che prendono anche le donne, per non subire violenze, furti, ingiustizie: ma non c’è alcun comportamento che modifichiamo su base quotidiana per prevenire una violenza sessuale (la battuta cinica è: la precauzione che prendiamo è non finire in carcere!). Tutte le donne, tutte, modificano la propria vita per non essere stuprate, adottando una serie di comportamenti sconosciuti a noi uomini: scegliere sempre strade ben illuminate, tenere sempre in mano le chiavi come potenziale arma, non parcheggiare nel garage, controllare sempre che non ci sia qualcuno sul sedile posteriore della macchina, avere una voce maschile come segreteria telefonica, non lasciare la propria bevanda incustodita, non incrociare lo sguardo con uomini, etc.

È una parte di mondo che agli uomini è completamente sconosciuta semplicemente perché non ne hanno esperienza e perché spesso le donne stesse sono imbarazzate a parlarne. Ora la domanda fondamentale: cosa c’entrano questi comportamenti – un «ehi bella, facciamo due passi?» che non è neanche una molestia, o un’insistenza su «dài, dammi il tuo numero» che comprende un breve inseguimento dopo il primo no – con la violenza sessuale? In teoria niente. In una società perfetta, comportamenti simili – che spesso sono fatti per accreditarsi agli occhi del proprio gruppo di amici – sparirebbero con una risposta ben assestata della donna, che annullerebbe istantaneamente i due incentivi che li muovono. Chi fa di questi commenti li fa perché pensa di avere un “premio” dalla parte di società che lo guarda (chi fa l’apprezzamento più osceno è “fico”), e di riaffermazione del proprio potere psicologico sull’altro: “io ho il diritto di fissarti, e dovrai essere tu ad abbozzare”.

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7 min molto divertenti di Mike Birbiglia sulla differenza fra chi fissa una bella ragazza e chi no

In pratica, invece, ogni apprezzamento per strada è una potenziale minaccia di stupro. Mi rendo conto di quanto questa frase sembri esagerata, perché è ovvio che 99 volte su 100 non lo è. Il problema è che ogni ragazza è educata a scongiurare quella piccola possibilità restante con la deferenza, con la subalternità. Ogni ragazza viene educata a non farsi notare, a tenere un profilo basso, a non rispondere mai – MAI – a un apprezzamento per strada, per la dinamica che potrebbe venire a crearsi: “sfidare” un maschio è la dinamica più rischiosa che ci sia, qualunque cosa un maschio generico possa concepire come sfidare. Viene educata a non essere “troppo” svestita, a non apparire “troppo” bella, a rendersi il più possibile anonima (non è un caso che, per mostrare il proprio punto, coloro che hanno girato il video hanno scelto una ragazza non troppo “appariscente”, né particolarmente bella, né particolarmente vestita/svestita, etc). Viene educata alla subalternità, alla prassi che quel tipo di apprezzamenti sono una red flag alla quale si può rispondere solo sottomettendosi a quella mentalità, se non si vuole rischiare. E intendiamoci: insegnare questo concetto a una ragazza non vuol dire sostenere che se indossa una minigonna e viene stuprata è colpa sua, vuol dire insegnarle che se va in giro in minigonna ci sono più possibilità che venga stuprata, e questo è tristemente vero. Nei fatti, il ragazzetto che pensa di riaffermare il proprio ruolo e potere su una ragazza fissandola o facendole un commentaccio ha ragione: sta precisamente ottenendo l’instaurarsi di quella dinamica, attraverso la minaccia della propria forza fisica.

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La guida su Israele e Palestina, completa

27 August 2014, 11:02 | Medio orientato | «Commenti: 2»

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Ho scritto una guida a quello che è successo in Israele e Palestina sul Post, la ricopio qui in tutte le sue puntate. Su Limes del prossimo mese ci sarà un mio lungo articolo che racchiude tutto quello che penso su come fare la pace.

Nel dibattito su Israele e Palestina, i contributi si articolano fra grandi ricostruzioni storiche e immediata cronaca quotidiana. Questo compendio vuole essere una via di mezzo, cioè un tentativo di inquadrare quello che sta succedendo in questi giorni per chi non ha familiarità col tema. Data la vastità dell’argomento, lo dividerò in capitoli per concentrarmi su un argomento alla volta, in modo da poter raccogliere materiale, analizzare fatti e considerare l’attualità meglio che in un unico scritto-fiume.

Capitolo 1 – La strategia di Israele
Capitolo 2 – Israele e i civili
Capitolo 3 – Cosa succede ora a Gaza?
Capitolo 4 – Perché Hamas si comporta così? (e Fatah?)
Capitolo 5 – Israele e Palestina, e ora che succederà?

Capitolo 1 – La strategia di Israele
La strategia non c’è. Questa operazione militare non ha una strategia di medio o lungo periodo. È un’operazione tattica con la quale Israele vuole ridurre l’arsenale e la potenza di fuoco di Hamas a Gaza. Israele è preparata a una prosecuzione indefinita dello status quo. Questo comporta un ciclico disarmo di Hamas con mezzi militari: nei periodi di tregua, Hamas produce e acquista armi (principalmente diversi tipi di razzi) che possono mettere in pericolo Israele; con cadenza variabile, fra il biennale e il triennale, Israele interviene per riaffermare e garantire la propria superiorità militare.

Dal ritiro unilaterale da Gaza (2005), e soprattutto dalla vittoria di Hamas su Fatah nella Striscia (2007), Israele si è rassegnata a questa ciclicità. Tuttavia, le operazioni militari (“Piombo Fuso”, 2009; “Pilastro di difesa”, 2012; “Margine di protezione”, 2014 – sì, i nomi italiani non sono il massimo) non avvengono in periodi casuali. Israele fa coincidere l’inizio con un casus belli istigato dall’altro fronte – uno che possa definire l’intervento militare come operazione difensiva – consapevole che la scelleratezza di Hamas non mancherà di offrirne. Naturalmente non si tratta di eventi che portano automaticamente a una guerra (di lanci di missili ce ne sono su base quotidiana), ma di piccoli passi che innescano l’escalation di azione-ritorsione-superritorsione che porta velocemente alla guerra.

Israele adotta questa tempistica per due ragioni: primo, perché un’azione militare è molto meno digeribile per la comunità internazionale rispetto a un’azione difensiva in risposta a un attacco verso civili. È per questo che, per quanto sia sempre presente sottotraccia, Netanyahu ha evitato di collegare il rapimento dei 3 ragazzi israeliani – non rivendicato da Hamas, fra l’altro – alle operazioni militari a Gaza: rispondere a dei lanci di razzi bombardando le postazioni di lancio di quei razzi può essere considerata un’azione difensiva; rispondere a un rapimento con dei bombardamenti è a tutti gli effetti una rappresaglia.

Secondo, perché il principio sul quale è fondata la strategia difensiva israeliana è la deterrenza. È importante che i palestinesi abbiano paura delle reazioni d’Israele (e della sua forza militare), così da essere disincentivati a percorrere o sostenere la lotta armata. Il proposito di questo articolo non è la valutazione etica di questa strategia, che è stata tristemente efficace per entrambe le parti nella storia di questo conflitto. Tuttavia, è rilevante notare la vicinanza fra questo criterio e quello della “punizione collettiva” (principio che viola la Convenzione di Ginevra).

Ovviamente non c’è alcun dubbio che Israele abbia la potenza militare per spazzare via tutto l’arsenale di Hamas, ma a un costo in termini di distruzione e di vite delle persone. È perciò questo costo – più precisamente quanto Israele sia disposto a (o in condizioni di) pagarlo – che determina l’intensità dell’azione israeliana. Essendo una guerra asimmetrica, da un punto di vista militare l’unica considerazione è quella sugli effetti collaterali. Formulata in maniera brutale ma veritiera: quanti civili palestinesi è disposta a uccidere Israele per raggiungere il proprio obiettivo?

Capitolo 2 – Israele e i civili
In mancanza di un accordo di disarmo, l’unica possibilità che Israele ha per distruggere l’arsenale di Hamas è attraverso azioni militari. Queste azioni comportano, inevitabilmente, il rischio di causare morti anche fra i civili. Nella Striscia di Gaza questo rischio è una certezza, come si è visto in questi giorni. Per questo diventa fondamentale domandarsi quanti sforzi faccia Israele per prevenire l’uccisione di civili: più precisamente, quanto è disposta a pregiudicare l’efficacia delle proprie azioni. Rispondere a questa domanda, diversamente da quello che sembra nella baraonda delle reazioni partigiane, non è facile.

Una necessaria distinzione preliminare è quella fra l’atteggiamento israeliano e quello di Hamas, cherivendica il fine di uccidere ogni civile che può. Quando ero in Palestina, ai tempi della prima guerra a Gaza, formulai così il concetto:

Ci sono tre comportamenti, nei riguardi dei civili, in guerra: il primo è quello di cercare di ridurre al minimo le vittime civili, anche a costo di fare operazioni militari meno efficaci; il secondo è quello di ignorare la quantità di vittime civili che un’operazione militare possa comportare; il terzo è quello di cercare di fare più morti civili possibile.

Israele si comporta in un modo che rientra nello spettro fra il primo e il secondo, a seconda dell’opinione che se ne ha. Hamas si comporta inequivocabilmente nel terzo modo. Israele vuole uccidere il meno possibile o se ne frega. Hamas vuole uccidere il più possibile.

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Provare a convincere l’uomo medio che non bisogna accusare di malafede

4 August 2014, 14:34 | Moralismo noioso | «Commenti: 65»

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Ieri ho fatto un esperimento: ho provato a convincere una persona che non bisogna accusare il prossimo di malafede se non si hanno prove certe e definitive, oltre ogni ragionevole dubbio verrebbe da dire, del fatto che menta. Invece di lasciare perdere al primo atteggiamento complottista, ho insistito, insistito, insistito; quando il punto veniva spostato, provavo a riportarlo al centro; ho lasciato stare sciocchezze fattuali e ricostruzioni sballate per cercare di focalizzarmi solo sul vedere se riusciva a capire perché entrare nella testa altrui e deciderne la disonestà è sbagliato.

Chi legge questo blog sa che il metodo che uso io è semplice: se mi accusi di malafede, per me la conversazione è finita. Per tre ragioni: la prima è che se credi che io menta è del tutto inutile che tu abbia una conversazione con me; la seconda è che se accusi il tuo interlocutore di essere un bugiardo non c’è alcuna possibilità che lui possa scagionarsi: perché dovresti fidarti di quello che dice?; la terza è che chi pensa il male delle persone è, tendenzialmente ed empiricamente, più abituato al male: se credi, senza prove, che il tuo interlocutore abbia delle pessime intenzioni, spesso hai maggiore familiarità con quelle pessime intenzioni (delle volte uno viene accusato di cose a cui non avrebbe mai neanche pensato).

L’accusa di malafede ha molte forme, tutte sottointendono la classica delegittimazione del pensiero altrui “non credi veramente a quello che stai dicendo” che permette di non parlare del merito, e può essere racchiusa in quattro grandi categorie:

  1. – Stai mentendo
    Sei un bugiardo che afferma cose che sa non essere vere.
  2. – È retorica
    Anziché affermare il tuo punto con onestà, lo fai usando trucchetti per avere ragione. Non sei quindi interessato ad appurare la verità.
  3. – Lo dici perché ti pagano/ti conviene/vuoi mantenere il lavoro
    In realtà saresti d’accordo con me, ma non lo esprimi solamente perché hai paura di perdere il tuo ritorno (non guadagnare soldi, perdere il lavoro, etc).
  4. Questa persona (o cosa) ti sta antipatica/ne sei invidioso/è amica tua
    Non stai dicendo ciò che pensi davvero dato che la ragione che muove la tua opinione non è convinzione razionale ma un atteggiamento tribale.

E allora perché questa volta non ho usato il collaudato sistema di chiudere alla prima accusa di malafede? Perché in questi giorni di discussioni su Israele e Palestina ho visto quanto questo metodo sia diffuso, frotte di novelli Torquemada che pensano di sapere cosa c’è nella coscienza altrui, e ho voluto testare quanto fosse inscalfibile su una persona che non conosco, ma che in diverse interazioni su internet mi era sembrata abbastanza intelligente. L’esperimento non è andato benissimo, come vedrete, anche se qualcosina credo sia passata, nonostante la conclusione da far cadere le braccia.

Riporto qui la discussione a beneficio di chi voglia leggerla: è roba lunga, si dicono un sacco di cose, ed è molto istruttiva su come ragiona una certa parte di mondo che chi bazzica questo blog difficilmente frequenta. Insomma, se non siete interessati al tema, evitate pure di leggera: c’è pure il rischio di deprimersi. Ho cambiato il nome della persona con cui dibattevo, su sua richiesta, in Paperino, e nominato Terzo Intelocutore uno che è intervenuto qualche volta nei primi commenti.

La discussione prendeva le mosse da quello che è probabilmente il post più indegno che ho mai letto sul mio conto, in cui una persona notoriamente rintronata mi accusava di aver mentito e di essere in malafede su più d’una cosa, al quale io avevo risposto con questo commento.

cliccando sui fogli successivi si ingrandiscono

L’impressione che mi ha dato è che, nel mondo in cui vive questa persona, è perfettamente inconcepibile che una persona sia completamente onesta e in buona fede in ogni occasione. Non ho ancora capito se ho sbagliato strategia, nell’essere così aperto nel raccontare i miei pensieri per filo e per segno, o se proprio non c’era speranza di convincerlo.

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Lo sport più bello del mondo

1 August 2014, 16:53 | Bellezza in biciclette | «Commenti: 2»

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Mi ero dimenticato di metterla anche qui.

Mi dispiace per voi che non seguite il ciclismo, magari vi siete dispiaciuti per il brutto mondiale dell’Italia calcistica, e non potete avere questa meravigliosa consolazione.

E già che ci sono, segnalo un paio di articoli sul ciclismo che ho scritto: uno proprio sulla vittoria di Nibali, e uno, al quale sono affezionato, sul centenario di Gino Bartali. Raccontare il ciclismo è sempre molto bello.

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Gli ubriachi filopalestinesi che fanno male alla Palestina, un esempio

31 July 2014, 16:18 | Medio orientato | «Commenti: 6»

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Nell’intervista di qualche giorno fa su Israele e Palestina scrivevo che “delle volte il furore di filtrare tutto attraverso l’ideologia e domandarsi «a chi conviene?» anziché «è vero?» finisce per far dire delle cose che vanno a completo detrimento delle più elementari rivendicazioni della propria parte”. Mi è subito capitato sottomano un esempio di come un argomento che potrebbe essere utile alla causa palestinese venga completamente distrutto e reso apparentemente facente gioco a Israele dalla follia ottusa dei più sguaiati fra quelli che i palestinesi, in teoria, vorrebbero difenderli.

Qualche giorno fa Davide De Luca ha scritto un pezzo strettamente fattuale in cui si faceva una domanda semplice: Israele si sta adoperando in qualche modo per tutelare i civili palestinesi? Badate bene, non “si sta adoperando abbastanza” (questa è una considerazione politica, alla quale De Luca ha spesso detto di rispondere «no»). Voleva semplicemente verificare se gli unici numeri che abbiamo in possesso, quelli delle persone uccise dai bombardamenti, indicano una risposta a questa domanda. I dati che ha analizzato De Luca – e altri siti assieme a lui – suggeriscono che i bombardamenti di Israele non siano completamente indiscriminati, ma non che Israele abbia molta cura dei civili (un po’ quello che scrivevo qui).

Se volessimo prendere per definitivi e precisi quei dati (cosa che De Luca sottolinea fortemente, e in più occasioni, non essere) si arriverebbe a un’approssimazione (ripeto, è un’approssimazione abborracciata partendo da quei numeri) che Israele uccide 2 presunti civili ogni 3 presunti militanti. Questo senza contare le varie considerazioni sociali che tenderebbero a suggerire un aumento del numero di civili rispetto ai militanti (i giovani e/o maschi sono più in giro, prendono più rischi, sono investiti di più responsabilità di bambini/anziani/femmine). Naturalmente sono tutte considerazioni numeriche enormemente soggette a una quantità di variabili notevole, quindi possono indicare una tendenza, non certo una stima definitiva. Ma ammettiamo di prendere per buona questa tendenza, quale sarebbe il risultato?

Se non fossimo abituati al dibattito ubriaco che c’è intorno al tema, penseremmo «cavolo, abbiamo una conferma che quasi la metà dei morti siano civili». Certo, gli israeliani dicono che i numeri dell’ONU (almeno il 67%) sono presi da Hamas, ma qui abbiamo degli altri dati – squisitamente fattuali – a confermare che tantissimi di quelli che Israele uccide sono tutt’altro che terroristi. Se ne concluderebbe che il pezzo di De Luca, che ovviamente non si è domandato «a chi porto acqua se scrivo questa cosa?» (questo lo fanno solo gli ubriachi) è un ottimo strumento per le rivendicazioni palestinesi. Almeno per me lo è: tecnologie o meno, che ci siano centinaia di morti civili rispetto al pericolo (relativamente e per fortuna) contenuto dei razzi è sbagliato, inaccettabile.

Invece quello che succede è precisamente l’opposto: che alcuni rintronati contestano a De Luca la sola idea che uno si possa domandare quanto Israele stia cercando di tutelare i civili palestinesi per lesa maestà. Il punto è completamente ridicolo, perché basta un singolo esempio di attenzione ai civili (siano le telefonate, i volantini o il roofknocking) per inficiare la ridicola posizione assolutista che Israele li ignori completamente o addirittura cerchi di colpirli, ed è per questo che l’IDF ne diffonde su base quotidiana. Così, anziché usare uno strumento utilissimo – quello della realtà numerica – per dire che Israele non fa abbastanza, sostengono che l’analisi squisitamente fattuale vada a beneficio della strategia israeliana. Non c’è bisogno di aggiungere quale risultato questo abbia su qualunque persona sobria.

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Perché parlare di Israele e Palestina è così difficile?

29 July 2014, 15:03 | Medio orientato | «Commenti: 2»

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per iMille

 

Qualche giorno fa, Lorenzo Gasparrini mi ha fatto una piccola intervista per iMille magazine. Sul Post sto scrivendo una serie di articoli in cui spiego quello che sta succedendo a Gaza e in Israele. Lorenzo mi ha voluto chiedere perché proprio questo argomento crei delle gigantesche polemiche fra i due fronti contrapposti che rendono il dibattito impossibile. Riporto qui le mie risposte.

Domanda: riguardo le vicende tra Israele e Palestina la tua comunicazione, attraverso il tuo spazio su il Post, è sempre stata improntata a una disamina dei fatti supportata dalla tua esperienza in loco e da una scelta precisa delle fonti più attendibili. Eppure raccogli molte critiche riguardo la tua faziosità, che paradossalmente sembra spostarsi di segno: una volta sei troppo filoisraeliano, una volta troppo filopalestinese. Come mai?

Risposta: credo che oramai ci siamo abituati tutti: ogni volta che la cronaca riporta in primo piano quello che succede in Medio Oriente, facciamo un grande sospiro per quello che sta succedendo, e poi ne facciamo un secondo perché sappiamo di doverci preparare a giorni di urlacci contrapposti delle due tifoserie.

Raccontando di questa frustrazione ho scritto che “provare a contribuire in qualunque modo sensato alla discussione su Israele e Palestina è come aprire la porta di una stanza piena di gente che si urla contro, urlare «la penso così», e richiudere la porta”. Ho visto di recente uno sketch del Daily Show in cui Jon Stewart comincia a parlare di Israele e Palestina e viene assalito da diverse voci urlanti che lo sommergono. È proprio così.

D.: il risultato di questo atteggiamento qual è?

R.: il paradosso è che queste persone, quelle che animano uno scontro di odio anziché di argomenti, non si rendono conto di danneggiare la causa che, nella teoria, vorrebbero sostenere. Non soltanto perche il rigore e l’onestà con la quale si combattono le battaglie finiscono per qualificare quelle battaglie; ma anche perché delle volte il furore di filtrare tutto attraverso l’ideologia e domandarsi «a chi conviene?» anziché «è vero?» finisce per far dire delle cose che vanno a completo detrimento delle più elementari rivendicazioni della propria parte, come mi è capitato di leggere in un post nel quale facevo considerazioni fattuali piuttosto elementari sull’inesattezza di alcune mappe di Israele e Palestina che girano sui social network.

C’è una citazione di Sir Ronald Storrs, il primo governatore mandatario britannico dell’area fra il 1917 e il 1920, che descrive bene l’insofferenza delle persone di buon senso a questo atteggiamento isterico: “Being neither Jew nor Arab, but English, I am not wholly for either, but for both. Two hours of Arab grievances drive me into the Synagogue, while after an intensive course of Zionist propaganda I am prepared to embrace Islam”. Ho l’impressione che questo tipo di integralismo, che era già presente cent’anni fa, si sia oggi trasferito anche ai sostenitori dei due fronti.

D.: da cosa pensi possa dipendere?

R.: perché questo succeda proprio con Israele e Palestina non è facile da dire. Un fattore a cui ho sempre pensato è che il conflitto arabo-israeliano è l’unico fronte rimasto della Guerra Fredda, quello in cui non c’è ancora stato un vincitore, e la partita è ancora aperta. Dove non si è ancora arrivati alla “fine della storia” in senso hegeliano. Certo, in questi ultimi due decenni – dopo il crollo dell’URSS – sono venuti fuori nuovi contrasti, nuovi grandi dibattiti, questioni irrisolte e interessanti: ma quello fra Israele e Palestina è l’unico che ci portiamo dietro dal secolo scorso. È forse anche per questo che rabbie e rivendicazioni, passati da onorare e schieramenti prefissati, vengono fuori più prepotentemente che altrove.

C’è poi un altro aspetto, credo, che mi è capitato di notare nelle lunghissime discussioni sul Medio Oriente: in filologia c’è una regola secondo la quale è meglio trovarsi ad avere a che fare con un manoscritto opera di un copista completamente ignorante che di uno più colto ma che pensa di sapere tutto. Mentre il copista ignorante ricopia ogni parola, perché non sa di cosa sta trattando, il copista che pensa di saperne molto di più tenta di correggere il manoscritto quando trova qualcosa che non gli torna. Con le discussioni su Israele e Palestina è così, specie – ma non esclusivamente – nel fronte palestinese: ci sono un sacco di persone che pensano di essere informatissime sulla questione israelopalestinese perché sanno cos’è la dichiarazione di Balfour o conoscono la parola hasbara (un equivalente filoisraeliano è “il Gran Mufti di Gerusalemme era nazista!”) e tirano fuori queste singole nozioni, largamente a sproposito, come se queste orientassero in qualche modo il dibattito preciso e puntuale che si sta facendo. Questo set di nozioni elementari, che viene usato in chiave benaltristica per ignorare informazioni contrarie alla propria ideologia («Hamas fa questo» «eh, ma la Banda Stern…»), è molto peggio dell’ignoranza completa. Perché, come nel caso del copista, una persona che non sa, tende a non interpolare ciò che legge con le proprie opinioni. Chi ha imparato alcune cose senza troppo senso critico, specie se provenienti dall’indottrinamento di una parte sola, tende a sopravvalutare le proprie conoscenze e pensare che chi non le menziona ha qualcosa da nascondere.

Naturalmente non c’è dubbio che una parte delle critiche che Israele riceve, rispetto alle nulle critiche ricevute da altri Stati che fanno cose molto peggiori, trovino fondamento nell’antisemitismo. L’arsenale dell’antisemita latente è abbastanza identificabile, e bastano un paio di scambi per far venire fuori quest’anima nella maniera più sguaiata. Il problema è che, dall’altra parte, l’imputazione di antisemitismo viene usata in maniera talmente sciocca e retorica in risposta a qualunque critica alla politica israeliana (ovviamente è capitato anche a me di beccarmi dell’antisemita) che è diventata un’accusa quasi del tutto depotenziata, come se anche la lotta all’antisemitismo fosse stata fatta prigioniera dallo scontro fra i due fronti.

D.: la polarizzazione degli scontri politici, e delle opinioni politiche, intorno sempre e solo a due poli opposti e avversari, sembra ormai inevitabile, malgrado i danni che provoca alla correttezza dell’informazione e della critica. Credi che sia una situazione ormai inevitabile? Pensi che qualcosa potrebbe cambiare questo dato di fatto?

R.: la risposta onesta è “non lo so”. Sicuramente toglierei gli “ormai”, perché non mi sembra un meccanismo per niente nuovo. Anzi, più che si va avanti più che ci sono informazioni e possibilità di fruire di analisi critiche. Naturalmente aumenta anche l’informazione sulle parti più rintronate della società, come quelle che credono ai complotti più assurdi: ma non è che prima non esistessero, era Facebook che non esisteva, e noi non avevamo modo di incontrarli.

Credo, comunque, che il meccanismo più polarizzante sia proprio quello dietrologico. Hannah Arendt diceva che il più grande successo dello stalinismo con il ceto intellettuale era quello di essere riuscito a sostituire ogni discussione sull’oggetto delle critiche in una discussione sul movente delle critiche: perché sta dicendo questo? C’è sicuramente qualcosa sotto! È chiaro che questa delegittimazione del pensiero opposto è il più forte catalizzatore di uno stile di pensiero polarizzato, perché costituisce un guscio inespugnabile alle critiche: se è d’accordo con me ha ragione, se non è d’accordo è pagato da qualcuno.

Un problema di questo meccanismo è che tende a coinvolgere anche chi lo rifiuta, schiacciandolo su di un fronte o sull’altro. Mi ricordo che un tempo mi preoccupavo di questa cosa, e cercavo di mettere in ogni post che scrivevo la completezza del mio argomento, cercando di infilare una premessa sulla criticità del fronte palestinese a una critica israeliana o viceversa. Ma il problema è che le questioni sono tantissime, e costringersi sempre a schiarirsi la gola inserendo un contraltare è un meccanismo sciocco, che ti rende prigioniero delle aspettative dei più stupidi. Per questo ora scrivo ignorando deliberatamente l’orientamento della cosa che scrivo: se scrivo che non mi piace il meccanismo delle cittadinanze in Israele, lo scrivo perché è vero, e non mi importa a chi fa gioco. Se scrivo che c’è un problema con i diritti delle donne e degli omosessuali in Palestina lo scrivo perché penso sia un problema grave, e non mi importa se chi concepisce un mondo binario lo percepisce come una difesa dell’occupazione israeliana. Se uno ha il riflesso condizionato di leggere ogni cosa pensando «ora scopro per chi fa il tifo questo!» c’è davvero poco che uno possa fare per salvarlo dalla sua idiozia.

Comunque, devo dire, c’è anche un sacco di gente sana, stufa del fronte delle due tifoserie, che manifesta apprezzamento per le analisi basate sui fatti e che cercano di spiegare, o anche interpretare, ma senza porsi il fine di tirare acqua al proprio mulino. È solo che, spesso, quelli più rumorosi sono anche i più rintronati.

D.: informarsi in rete è qualcosa che può essere insegnato, ma imparare a usare gli strumenti necessari a informarsi correttamente è considerata un’attività da specialisti e non da semplici cittadini. Sei d’accordo? E perché si è arrivati, a tuo giudizio, a considerare l’informazione politica roba da specialisti?

R.: io penso che sia tutto il contrario, le informazioni sono moltissime e a disposizione di tutti, ben più che in passato. È chiaro che il problema diventa quello della selezione: qual è un’informazione veritiera? Bisogna essere specialisti per capire qual è informazione veritiera? Io credo di no. Con una battuta potrei dire che è quella che si guarda bene dal definirsi “controinformazione”. Qualche tempo fa avevo scritto un post, che poi non ho mai pubblicato, chiamato “Il pallottoliere delle scemenze” in cui raccoglievo tutte le locuzioni che dovevano rendere scettici sulla veridicità del contenuto di uno scritto online: “bavaglio”, “ci propinano”, “politicanti”, “verità ufficiale”, “quello che non ti dicono”. Era naturalmente uno scherzo, ma è un problema che c’è.

In questo senso mi fa spesso ridere quando, in una discussione online, arriva il classico commentatore che la sa lunga e dice «ma tu ti vai a fidare di Wikipedia?» – cioè un sito che (almeno nella versione inglese) è continuamente controllato da persone competenti – e invece contribuisce con il link a un blogghettino sconosciuto che propone teoremi privi di ogni nesso logico. Wikipedia (inglese), in genere, è un buon punto di partenza, anche se ha ovviamente dei problemi, almeno nella mia esperienza. Il più grande è strutturale: cioè il fatto che ciò che orienta le decisioni sia il consenso, che come tutti sanno non è garanzia di verità. Ma, in assenza di autorità onniscienti, non c’è alternativa a che sia questo meccanismo di continua revisione a fornire una sorta di assicurazione.

La cosa di Wikipedia che mi fa arrabbiare più di tutte è che le note non sono mai fatte bene: sono sempre scadute o confusionarie, e questo la rende meno utile. Poi, certo, bisogna conoscere Wikipedia ed è chiaro che ci sono alcuni argomenti sui quali ciascuno di noi sa di doverla prendere con le molle, in cui sembra formularsi un’idea preconcetta, ma è comunque un punto di partenza migliore della larghissima parte delle fonti che vengono spacciate come informazione alternativa.

D.: Per quella che è la tua esperienza di utente del web anche in paesi diversi dall’Italia, ti sembra che questa sia la situazione anche altrove o possiamo considerarla peculiarmente italiana?

R.: non credo che questa sia una situazione peculiarmente italiana, anche se devo dire che ci sono un paio di cose che in Italia ho notato di più: la prima è che tutti i giornali sono inaffidabili. E bada bene: anche all’estero la larghissima parte dei giornali è inaffidabile, ma ci sono alcune eccezioni che con la loro autorevolezza garantiscono il proprio contenuto (e non sono disposti a sprecare il valore che quel tasso di autorevolezza dà per un piccolo ritorno immediato). Nella mia esperienza, in Italia questa cosa – semplicemente – non c’è. È davvero molto, molto, raro che io abbia letto un articolo di giornale, abbia cercato di verificare la credibilità della storia per riportarla da qualche parte, e che questa non fosse distorta, fatta sembrare più scandalistica, piena di omissioni, mal attribuita, contenente speculazioni senza basi, etc. Questo meccanismo rende la fruizione delle notizie molto faticosa, perché ciascuno deve maturare una sorta di sesto senso che permetta di capire quando c’è bisogno di fare una ricerca più approfondita (la risposta è “quasi sempre”).

L’altro fattore di diversità che ho avuto modo di osservare rispetto al mondo anglosassone (l’unico che ho frequentato con una certa assiduità), è la completa ignoranza – e in qualche caso il rifiuto – dei meccanismi base della logica più elementare. Naturalmente è una generalizzazione, ed è un atteggiamento che si può trovare ovunque. Ma, per quel che mi è capitato di vedere, le discussioni italiane presentano un disprezzo o un’indifferenza verso cose ovvie, come il principio di non contraddizione, sulle quali – ho l’impressione – in Inghilterra o negli Stati Uniti si è semplicemente più scolarizzati. È chiaro che questo tipo di lacuna condiziona profondamente un dibattito sano che cerchi di astrarsi dalle considerazioni di bandiera.

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Le 5 fasi di un fruitore di notizie da Israele e Palestina

10 July 2014, 18:38 | Medio orientato | «Commenti: 17»

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Ogni volta che succede qualcosa in Medio Oriente, qualunque persona di buon senso – che conosce un po’ l’area – attraversa invariabilmente diverse fasi:

Fase 1 – Arrivano le, solite, notizie da Israele e Palestina. Indipendentemente da chi ha cominciato (e “chi ha cominciato” dipende sempre da dove cominci la storia), il comportamento israeliano dimostra – una volta ancora – che Israele non vuole la pace. Viene da scrivere o commentare qualcosa, ma ti annoi da solo e rinunci: hai scritto le stesse cose mille altre volte.

Fase 2 – Tu non hai scritto nulla, ma cominci a leggere cose scritte da altri: sono persone che criticano Israele come te, però usano parole roboanti. Più che vai avanti a leggere e più sei assalito da un ambiguo malessere: ti rendi conto che non hai mai letto nessuna di quelle persone criticare una sola delle violazioni equivalenti, o ben più grandi, che tantissimi Stati nel mondo compiono. Solo Israele. E tu, che sei sempre infastidito dall’accusa di antisemitismo come risposta a qualunque critica a Israele, ti continui a domandare: perché solo Israele?

Fase 3 – La seconda ondata di critiche è peggiore della prima, le parole roboanti cominciano a diventare assurdità insensate: apartheid, neocolonialismo, genocidio, nazismo. E non è più soltanto una questione lessicale: la retorica viene sostituita dalla menzogna; viene adoperato ogni strumento disonesto purché sia utile alla causa: foto finte o truccate, mappe bugiarde, ricostruzioni storiche fasulle. Ogni coraggioso che vorrebbe fare un servizio alle persone e alla verità nel correggere quegli strafalcioni viene insultato come al soldo d’Israele. A questo punto la nausea nel leggere queste reazioni quasi supera quella nella lettura delle notizie: tu che eri partito con l’idea di criticare Israele ti trovi più spesso a vergognarti della compagnia di quelli che, in teoria, dovrebbero essere d’accordo con te.

Fase 4 – Finalmente arriva qualcuno che scrive un pezzo più equilibrato e analitico. Arriva dopo perché non ha risposto al riflesso condizionato partigiano, ma si è preso il tempo necessario a un ragionamento. Scrive con disincanto del perché Israele, comportandosi così, va nella direzione opposta alla pace. Pensi: menomale, era quello che avrei voluto scrivere io, forse a partire da questo si può riassestare una discussione su binarî più sensati. Succede tutto il contrario: non c’è una sola persona che contesti l’argomento del post, tutti coloro che difendono le scelte di Israele usano l’argomento «e allora i palestinesi? Hanno fatto x e y». Nessuno si domanda «è vero ciò che dice?», ma solo «a chi fa gioco, alla mia parte o all’altra?»: così chiunque esprima una posizione esclusivamente logica o di riaffermazione dei fatti, viene schiacciato su uno dei due fronti. Hai l’impressione che provare a contribuire in qualunque modo sensato alla discussione su Israele e Palestina sia come aprire la porta di una stanza piena di gente che si urla contro, urlare «la penso così», e richiudere la porta.

Fase 5 – Depressione.

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Una cosa piccola su Dzemaili (e noi)

2 July 2014, 12:41 | La palla è rotonda, Moralismo noioso | «Commenti: 5»

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Nella partita fra Argentina e Svizzera è successo questo.

Il giocatore che fa quel doppio errore, quello che poteva portare la Svizzera ai quarti di finale dopo sessant’anni, si chiama Blerim Dzemaili. È un giocatore piuttosto bravo per il livello della Svizzera, però è costantemente un panchinaro – ha giocato 54 minuti su 390 – perché i due giocatori titolari nel suo ruolo, Behrami e Inler, sono un poco più bravi di lui. Tutti e tre sono svizzeri d’adozione (Dzemaili e Behrami sono proprio nati in ex Jugoslavia, Inler ha giocato con l’under 21 della Turchia), e tutti e tre giocano nel Napoli, dove è da un paio d’anni che a Dzemaili capita la stessa cosa, quella di essere un poco meno forte dei due titolari. Delle volte mi domando cosa pensi, di quegli altri due, che si ritrova a fargli da tappo sia nel club che in nazionale: saranno amici, di certo, ma se li sogna la notte che gli rubano anche gli amici, la fidanzata o il posto a sedere in autobus?

Nonostante, poi, Dzemaili sia un poco più tecnico e offensivo degli altri due – anzi, proprio per questo – e visto che quelle due posizioni al centro del campo sono occupate, gli è capitato più di una volta di essere il giocatore che entra in campo al posto del numero 10 per difendere un risultato, di essere il cambio con il quale l’allenatore dice alla squadra «va bene, ora ci difendiamo»: ed è una morte un po’ peggiore.

Nella partita con l’Argentina è successo precisamente questo: Dzemaili non ha giocato per 113 minuti. Poi l’allenatore ha deciso di togliere Mehmedi, un trequartista, e mettere lui, per difendere quello 0-0 che la Svizzera si era arresa a sperare: in teoria un poco più avanti di Behrami e Inler, in pratica a correre per tutto il campo, in qualità di giocatore con più energie di tutti. La heat map qui sopra, per chi è un po’ familiare, è assurda nell’essere così diffusa e maculata. In effetti vuol dire tre cose: prima di tutto che ha giocato molto poco, in un momento di gioco molto spezzettato (calci di punizione, calci d’angolo, mischioni, contropiedi), e che non ha avuto una vera posizione in campo nella frenesia di quegli ultimi minuti.

Solamente che a metà di quegli esatti dieci minuti giocati da Dzemaili segna l’Argentina e la ragion d’essere della sua entrata in campo va in fumo. Rimangono due minuti di gioco, più un po’ di recupero. Al terzo minuto di recupero, il 123° – un minuto che avrò visto giocare in tre partite in vita mia – c’è uno di quei cross con tutti in mezzo, anche il portiere, a cercare di buttarla dentro e Dzemaili fa quella cosa lì.

C’è questo momento, in cui Dzemaili ha già colpito di testa, da solo, e ha preso il palo. Non è un brutto colpo di testa, ma ci è proprio andato con il furore turbolento del “o la va o la spacca”. E invece né va né spacca, il pallone prende il palo ed è in quel momento che realizza – la direzione dello sguardo – che ha la possibilità di riprovarci, ma tutto l’impeto che ha messo nel primo colpo di testa l’ha portato a incespicare, sta già inciampando. Ed è così, con le gambe che si sono incrociate da sole, che colpisce la palla nel modo più goffo per un calciatore, di ginocchio, e la palla va fuori.

Ecco, io tutto questo l’ho scritto perché quell’espressione – o la va o la spacca – mi sta proprio antipatica, e mi sono reso conto che ogni volta che leggerò qualcuno scrivere sciocchezze come “mica possiamo stare sempre lì a ragionare su tutto quello che facciamo” penserò al povero Dzemaili, che non sapeva di avere una seconda possibilità, e non ne avrà una terza.

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