Le 5 fasi di un fruitore di notizie da Israele e Palestina

10 July 2014, 18:38 | Medio orientato | «Commenti: 12»

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Ogni volta che succede qualcosa in Medio Oriente, qualunque persona di buon senso – che conosce un po’ l’area – attraversa invariabilmente diverse fasi:

Fase 1 – Arrivano le, solite, notizie da Israele e Palestina. Indipendentemente da chi ha cominciato (e “chi ha cominciato” dipende sempre da dove cominci la storia), il comportamento israeliano dimostra – una volta ancora – che Israele non vuole la pace. Viene da scrivere o commentare qualcosa, ma ti annoi da solo e rinunci: hai scritto le stesse cose mille altre volte.

Fase 2 – Tu non hai scritto nulla, ma cominci a leggere cose scritte da altri: sono persone che criticano Israele come te, però usano parole roboanti. Più che vai avanti a leggere e più sei assalito da un ambiguo malessere: ti rendi conto che non hai mai letto nessuna di quelle persone criticare una sola delle violazioni equivalenti, o ben più grandi, che tantissimi Stati nel mondo compiono. Solo Israele. E tu, che sei sempre infastidito dall’accusa di antisemitismo come risposta a qualunque critica a Israele, ti continui a domandare: perché solo Israele?

Fase 3 – La seconda ondata di critiche è peggiore della prima, le parole roboanti cominciano a diventare assurdità insensate: apartheid, neocolonialismo, genocidio, nazismo. E non è più soltanto una questione lessicale: la retorica viene sostituita dalla menzogna; viene adoperato ogni strumento disonesto purché sia utile alla causa: foto finte o truccate, mappe bugiarde, ricostruzioni storiche fasulle. Ogni coraggioso che vorrebbe fare un servizio alle persone e alla verità nel correggere quegli strafalcioni viene insultato come al soldo d’Israele. A questo punto la nausea nel leggere queste reazioni quasi supera quella nella lettura delle notizie: tu che eri partito con l’idea di criticare Israele ti trovi più spesso a vergognarti della compagnia di quelli che, in teoria, dovrebbero essere d’accordo con te.

Fase 4 – Finalmente arriva qualcuno che scrive un pezzo più equilibrato e analitico. Arriva dopo perché non ha risposto al riflesso condizionato partigiano, ma si è preso il tempo necessario a un ragionamento. Scrive con disincanto del perché Israele, comportandosi così, va nella direzione opposta alla pace. Pensi: menomale, era quello che avrei voluto scrivere io, forse a partire da questo si può riassestare una discussione su binarî più sensati. Succede tutto il contrario: non c’è una sola persona che contesti l’argomento del post, tutti coloro che difendono le scelte di Israele usano l’argomento «e allora i palestinesi? Hanno fatto x e y». Nessuno si domanda «è vero ciò che dice?», ma solo «a chi fa gioco, alla mia parte o all’altra?»: così chiunque esprima una posizione esclusivamente logica o di riaffermazione dei fatti, viene schiacciato su uno dei due fronti. Hai l’impressione che provare a contribuire in qualunque modo sensato alla discussione su Israele e Palestina sia come aprire la porta di una stanza piena di gente che si urla contro, urlare «la penso così», e richiudere la porta.

Fase 5 – Depressione.

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Una cosa piccola su Dzemaili (e noi)

2 July 2014, 12:41 | La palla è rotonda, Moralismo noioso | «Commenti: 5»

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Nella partita fra Argentina e Svizzera è successo questo.

Il giocatore che fa quel doppio errore, quello che poteva portare la Svizzera ai quarti di finale dopo sessant’anni, si chiama Blerim Dzemaili. È un giocatore piuttosto bravo per il livello della Svizzera, però è costantemente un panchinaro – ha giocato 54 minuti su 390 – perché i due giocatori titolari nel suo ruolo, Behrami e Inler, sono un poco più bravi di lui. Tutti e tre sono svizzeri d’adozione (Dzemaili e Behrami sono proprio nati in ex Jugoslavia, Inler ha giocato con l’under 21 della Turchia), e tutti e tre giocano nel Napoli, dove è da un paio d’anni che a Dzemaili capita la stessa cosa, quella di essere un poco meno forte dei due titolari. Delle volte mi domando cosa pensi, di quegli altri due, che si ritrova a fargli da tappo sia nel club che in nazionale: saranno amici, di certo, ma se li sogna la notte che gli rubano anche gli amici, la fidanzata o il posto a sedere in autobus?

Nonostante, poi, Dzemaili sia un poco più tecnico e offensivo degli altri due – anzi, proprio per questo – e visto che quelle due posizioni al centro del campo sono occupate, gli è capitato più di una volta di essere il giocatore che entra in campo al posto del numero 10 per difendere un risultato, di essere il cambio con il quale l’allenatore dice alla squadra «va bene, ora ci difendiamo»: ed è una morte un po’ peggiore.

Nella partita con l’Argentina è successo precisamente questo: Dzemaili non ha giocato per 113 minuti. Poi l’allenatore ha deciso di togliere Mehmedi, un trequartista, e mettere lui, per difendere quello 0-0 che la Svizzera si era arresa a sperare: in teoria un poco più avanti di Behrami e Inler, in pratica a correre per tutto il campo, in qualità di giocatore con più energie di tutti. La heat map qui sopra, per chi è un po’ familiare, è assurda nell’essere così diffusa e maculata. In effetti vuol dire tre cose: prima di tutto che ha giocato molto poco, in un momento di gioco molto spezzettato (calci di punizione, calci d’angolo, mischioni, contropiedi), e che non ha avuto una vera posizione in campo nella frenesia di quegli ultimi minuti.

Solamente che a metà di quegli esatti dieci minuti giocati da Dzemaili segna l’Argentina e la ragion d’essere della sua entrata in campo va in fumo. Rimangono due minuti di gioco, più un po’ di recupero. Al terzo minuto di recupero, il 123° – un minuto che avrò visto giocare in tre partite in vita mia – c’è uno di quei cross con tutti in mezzo, anche il portiere, a cercare di buttarla dentro e Dzemaili fa quella cosa lì.

C’è questo momento, in cui Dzemaili ha già colpito di testa, da solo, e ha preso il palo. Non è un brutto colpo di testa, ma ci è proprio andato con il furore turbolento del “o la va o la spacca”. E invece né va né spacca, il pallone prende il palo ed è in quel momento che realizza – la direzione dello sguardo – che ha la possibilità di riprovarci, ma tutto l’impeto che ha messo nel primo colpo di testa l’ha portato a incespicare, sta già inciampando. Ed è così, con le gambe che si sono incrociate da sole, che colpisce la palla nel modo più goffo per un calciatore, di ginocchio, e la palla va fuori.

Ecco, io tutto questo l’ho scritto perché quell’espressione – o la va o la spacca – mi sta proprio antipatica, e mi sono reso conto che ogni volta che leggerò qualcuno scrivere sciocchezze come “mica possiamo stare sempre lì a ragionare su tutto quello che facciamo” penserò al povero Dzemaili, che non sapeva di avere una seconda possibilità, e non ne avrà una terza.

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Leggere la cronaca nera

25 June 2014, 19:41 | Gruppo misto | «Commenti: 2»

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per Studio

Leggere o assistere ai resoconti dei fatti di cronaca nera dà l’impressione che i media cerchino di includerci nella famiglia delle vittime. Siamo continuamente accostati a chi ha subito un crimine – attraverso le lacrime delle madri, i racconti d’infanzia e di vita quotidiana della vittima, la connessa stereotipizzazione positiva – tanto da sentirci, in prima persona, parte offesa. Questo meccanismo avviene per ragioni di mercato: la vicinanza ci rende appassionati e quindi potenziali lettori o spettatori.

Siamo perciò abituati a togliere e aggiungere informazioni quando leggiamo la cronaca nera. Aggiungiamo informazioni perché il resoconto sembra sempre diretto a una cerchia ristretta di familiari che conoscono i personaggi, le potenziali accuse e i capitoli precedenti. Un nuovo lettore arrivato deve fare un’opera di ricostruzione per capire chi è la ragazza di cui si accenna solo il nome, oppure il soprannome. «Mary, il cugino confessa» è un titolo inventato ma del tutto verosimile.

Ma sappiamo anche di dover togliere informazioni, perché l’obiettivo del filtro mediatico scandalistico (che, in Italia, non è limitato alle fonti scandalistiche), non è l’informazione ma la creazione del caso, la formazione di lettori che si nutrano delle puntate successive. È il gesto di “sollevare il lenzuolo bianco” che copre i morti in pubblico: il racconto di particolari scabrosi o perversi che sono informativamente irrilevanti. Spesso questi dettagli alludono morbosamente a una pista d’indagine o un sospetto del tutto fasullo o archiviato e l’operazione supera l’oziosità per sconfinare nella menzogna.

Naturalmente il (((presunto))) colpevole è invece completamente privato della proiezione empatica garantita ai familiari delle vittime, cioè tutti noi. Prima di tutto nella negazione dell’immedesimazione più spontanea: quella della persona ingiustamente accusata («domani potrebbe capitare a voi», ripeté diverse volte Enzo Tortora); ma anche nel venir meno del diritto alla privacy attraverso la pubblicazione di fatti personali non pertinenti alle indagini che in pochi vorrebbero resi pubblici per sé.

Siamo così tutti dei Gambirasio, Kercher, Poggi, Onofri, Scazzi, e perciò in diritto di essere indignati. L’inclusione nella grande famiglia delle vittime ha anche l’effetto di legittimare nel pubblico quei pensieri istintivi, vendicativi e barbarici che siamo abituati a concedere soltanto a una persona in preda al dolore («sta soffrendo, non è in grado di ragionare»). Tuttavia, se i media hanno la colpa di non educarci, noi abbiamo la colpa di non essere educati, ed è difficile stabilire quale sia la causa e quale l’effetto: la condanna dei media non può assolvere l’opinione pubblica. Come spesso accade, la migliore formulazione del concetto è di Winston Churchill: «l’umore e l’atteggiamento del pubblico su come trattare il crimine e i criminali è uno dei più infallibili test della civiltà di un Paese».

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Guardare i Mondiali con le donne

19 June 2014, 21:06 | La palla è rotonda | «Commenti: 5»

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Prendo questo post a pretesto per segnalare due cose: che sul numero di Limes in edicola c’è un mio articolo sul N°1 del Brasile. Di solito non segnalo sul blog gli articoli che scrivo, ma questo secondo me vale la pena: se vi piacciono le storie, raccontare storie è la cosa che so fare meglio. L’altra cosa è che ho preso un impegno: avete presente quelli che dicono «se l’Italia vince il Mondiale faccio x»? Io lo faccio per tutte le squadre: qui ci sono tutte le penitenze.

Ho creato un giochino a pronostici con regole complicate e avvincenti, su 20 ci sono 3 donne: in questo momento sono prima, seconda e quarta. Quindi per vendicarmi ho deciso di fare un post sessista su quanto le donne non capiscono di calcio.

Tutti siamo abituati ai commenti che le donne fanno durante le partite – c’è il celebre «oh, che peccato!» dopo una sconfitta – solo che durante il Mondiale c’è una tale esposizione all’ignoranza calcistica (oltre che gruppi d’ascolto molto folti) che di perle da riferire ai posteri ce ne sono moltissime, basta ricordarsi di appuntarle. Naturalmente io l’ho fatto, oggi ho deciso di condividerle con voi (ovviamente la lista è in continuo aggiornamento):

– «che lavoro di merda l’arbitro: corri tutta la partita e non puoi fare gol»
– «Ronaldo è un tamarro di merda, però è un tamarro bravo (ha una donna da tanto tempo)».
– «ma poveri, non si prendono la congestione a bere l’acqua fredda?»
– «ma non è un po’ triste che giochi l’Iran e non l’Irlanda?» «ma perché l’Irlanda?» «Boh, suona simile»
– «ma loro (i calciatori) fanno lezioni su come cascare bene?»
– «Ma giocano ad acchiapparella?» (trattenute sul corner)
– «Ma quindi Zidane è algerino di origine francese?» (dopo spiegazione sul tema naturalizzazioni)
– «ha detto “se lo magna”?» (il commentatore aveva detto “salta Umaña”)

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Sul carro del perdente

29 May 2014, 13:44 | Alta politica, Ogni me è politico | «Commenti: 3»

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Poco più di un anno fa scrissi un post molto eloquente, era intitolato Contro il PD. Parlavo della componente che, per semplicità, definiremo dalemiana/bersaniana/cuperliana (sì, certo, ci sono differenze). All’indomani delle ultime politiche dicevo:

una cosa è chiara: se il PD avesse preso il 41% (cioè il 7,76% in più rispetto alle ultime politiche), avrebbero detto che quella gigantesca vittoria era merito della svolta socialdemocratica e anti-liberista del PD. Invece hanno preso il 25.42% (cioè il 7,76% in meno rispetto alle ultime politiche), e cosa dicono? Esattamente lo stesso.

In sostanza l’infalsificabilità della propria opinione, la convinzione che qualunque dato di realtà conferma la propria teoria (è la definizione di furore ideologico, se ci pensate). Nel post citato ci sono molti altri esempî di vicende in cui un giorno ci si bullava dell’efficacia di una porcheria e il giorno successivo si negava recisamente che qualcuno avrebbe mai potuto farne una. Questo atteggiamento non è andato via: è rimasto, fortissimo, in molte discussioni (ultimi due esempî capitati), specie quelle che toccano punti cardine dell’ortodossia.

Però, oggi che Renzi ha preso proprio il 41% che un anno fa preconizzavo per paradosso, mi rendo conto che molte delle persone che condividevano quella battaglia, che rilevavano gli stessi problemi, lo facevano – in fondo – solo per partigianeria. Tanti che, in passato, criticavano la mentalità autoreferenziale e complottista interpretano precisamente così le azioni dei proprî avversarî. Solo nelle ultime 24 ore ci sono stati due esempî che mi hanno colpito.

Stefano Fassina ha dato un’intervista in cui riconosce, parzialmente, che su Renzi si era sbagliato. È un’intervista dignitosa, di una persona che in passato ha detto cose indegne. Umile, di una che in passato ha detto grandiosità. E che noi abbiamo criticato per questo. Accusare Fassina di essere “salito sul carro del vincitore” è la negazione di tutto ciò che gli abbiamo criticato in questi anni, e qualifica le critiche che gli venivano fatte come partigiane, anziché di contenuto. Accogliere negativamente il cambio d’idea altrui, cercarne lo sporco, è una delle peggiori abitudini italiane. Sulla questione Fassina/intervista ho detto tutto ciò che penso in questo thread (se non lo vedete, chiedete l’amicizia, è una persona simpatica).

L’altra vicenda è quella di Boschi che torna in Italia con i bambini congolesi finalmente adottati e si fa fotografare mentre uno di questi bambini le intreccia i capelli. Naturalmente non c’è nulla di male, è certo che Boschi fosse consapevole dell’effetto della foto ma non c’è modo – né ragione – di pensare che senza macchine fotografiche si sarebbe comportata in maniera differente. Non è una foto finta. Ma è, comunque, una scelta politica. Ed è una scelta politica efficace, perciò vincente. Al proposito, Chiara Geloni ha ricordato un’intervista in cui Massimo D’Alema raccontava una scelta opposta. Geloni stessa merita due righe, perché è la persona che più incarna la dinamica di cui parlo in questo post: come carnefice – è la più partigiana fra tutte, quella che presenta al parossismo, e rivendica, i peggiori difetti del PD; ma anche come vittima: proprio perché nelle logiche da conventicola è “nemica”,  è anche destinataria di insulti indegni e pettegolezzi spregevoli.

D’Alema racconta, a una festa dell’Unità, che in un episodio molto simile a quello di Boschi ha fatto una scelta diversa. Ha deciso di far andare via le bambine prima di lui, di non permettere la pubblicazione di una foto del genere. Ha avuto questo pudore, e ne fa un punto d’orgoglio. È una cosa molto dignitosa, certamente politicamente inefficace, ma credo che ci si riconoscerebbero molti lettori di questo blog, io sicuramente. Anche in questo caso, però, invece di risposte misurate come «è una cosa molto bella, ma in politica bisogna essere bravi a pubblicizzare i proprî successi» ho letto critiche del tutto partigiane. Enrico Sola, uno molto bravo (come sono bravi Guido e Addolorato della conversazione FB, sto volutamente cercando i migliori, evitando gli interventi dei più ottusi e sguaiati) ha scritto “Dire ‘una volta ho fatto una cosa bellissima ma non me la sono tirata’ è tirarsela”.

Intanto non è vero, o non è quello il punto. La scelta di D’Alema, e la decisione di raccontarla a una festa dell’Unità (video che non conosceva praticamente nessuno, fino a ieri), in risposta a una specifica domanda di una giornalista, anni dopo l’episodio e due anni prima della vicenda Boschi, è una chiara scelta politica. Vuol dire decidere che quelle fotografie non sono una buona ragione per essere votati, vuol dire rinunciare alla demagogia perché non la si ritiene pertinente al ruolo politico come lo si concepisce: in una parola, ritenere che prendere voti grazie a ciò – in questo senso di mancata attinenza, leggete il post linkato prima di urlare – sia una forma di prostituzione. Può benissimo essere che queste cose siano necessarie ad avere successo, specie se gli avversarî ne usano di peggiori; ma non riconoscerne la dignità pre-politica perché viene da un avversario, perché nel grande dibattito sul partito “vuoto” o “pieno” fa perdere punti, è solamente ottuso o disonesto.

Il punto non è essere partigiani, lo siamo tutti (e io sono sempre contento quando la gente litiga alla luce del sole), ma esserlo a dispetto della realtà. Dimostrare che qualunque cosa succeda sarà filtrata, e archiviata nel proprio orizzonte etico, a seconda dell’origine ideologica o della convenienza politica. Mi sento solo, oggi.

 

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In difesa dell’astensione

23 May 2014, 10:55 | Alta politica | «Commenti: 16»

per Il Post

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Io non sono un grande astensionista, ho votato quasi sempre, e voterò anche a queste elezioni; però ho sempre trovato fastidioso l’atteggiamento assiomatico con il quale, a ogni elezione, c’è chi fa proclami – spesso aggressivi, quasi insultanti – contro le persone che decidono di astenersi. Colpisce la mancanza di argomenti di chi sostiene la necessità di votare sempre: chi argomenta qualcosa di diverso non riceve una risposta alle proprie posizioni, ma la reiterazione dell’assioma iniziale (e così mi aspetto che le obiezioni a questo post conterranno argomenti a cui viene risposto già nel testo: scommettiamo?), segno che “bisogna votare sempre” è solamente una massima insegnataci da bambini.

Certamente ci sono persone che si astengono per ragioni irrazionali, come preservare la propria coscienza: votare è uno strumento, non ci si “sporca” a votare un partito che non veicoli precisamente le nostre idee. Ma anche le ragioni di chi sostiene che bisogni votare sempre appaiono altrettanto irrazionali.

Chi vota senza sapere
Non c’è dubbio che astenendosi si delega agli altri elettori. Questa, in alcuni casi, è una scelta sensata: per persone che non seguono la politica, non conoscono gli schieramenti e i programmi, i candidati e le idee in campo, quella dell’astensione è semplicemente una scelta di onestà. Possiamo decidere che sbaglino a non sapere cosa succede nel loro Paese, ma dal momento che le cose stanno così perché dovrebbero esprimere un voto – che vale quanto quello delle persone più consapevoli e informate – su un argomento di cui non hanno alcuna competenza? Fa ridere, poi, che a criticare gli astensionisti siano spesso le stesse persone che si lamentano dell’ignoranza degli elettori di altri partiti (se l’unica cosa che sai dire è “i politici rubano tutti” forse è meglio non votare, no?).

Chi vota per convenienza
Ci sono poi due grandi categorie di persone che votano con una certa consapevolezza: chi vota per convenienza e chi vota per ideologia, e infinite commistioni delle due cose. I primi votano un partito perché pensano che le istanze portate avanti siano più convenienti per loro: meno tasse, più difesa di una certa categoria, più diritti a questa o quella minoranza. Il colmo è che votare non è un’operazione conveniente (è un paradosso abbastanza noto): qualunque sia lo sforzo profuso, in termini di convenienza non ne vale la pena. Non parlo di fare campagna elettorale o allestire banchetti, ma anche il solo prendere la macchina o perdere mezzora del proprio tempo ha meno efficacia, “costa di più”, dell’importanza che ha il proprio minuscolo voto su diverse decine di milioni nell’avanzare questa o quella politica.

Chi vota per ideologia
Ideologia, qui, non ha alcun senso spregiativo. Tutti abbiamo le nostre idee e pensiamo che siano le migliori (altrimenti ne avremmo delle altre). Tuttavia, anche chi vota per ideologia dovrebbe tenere presente l’irrilevanza che l’operazione ha a livello macroscopico: verosimilmente, nel corso della nostra vita, il nostro voto non deciderà mai, neppure una volta, un’elezione. In realtà uno dei motivi per i quali io vado a votare è, candidamente, narcisista: mi piace seguire le elezioni, mi piacerebbe vedere dei dibattiti (fatti davvero), mi piace il giorno delle elezioni, mi piace andare nel seggio e sorridere allo scrutatore, mi piace la suspense delle ore successive, mi piace seguire i risultati, mi piace sentirmi importante.

Ma se tutti facessero così
L’argomento “se tutti facessero così” è, come sappiamo, logicamente instabile (se tutti facessero il medico, moriremmo di fame: è immorale fare il medico?): le scelte che facciamo sono ragionate e articolate sui dati di realtà, se cambiano questi dati, cambiano anche le scelte. È chiaro che se tanti facessero così, le cose cambierebbero: al diminuire dei votanti aumenta l’importanza del proprio voto. In realtà, poi, pochi fanno così: l’Italia è un delle democrazia con l’affluenza elettorale più alta (in alcuni posti è metà della nostra), e non diremmo che questo ci renda un Paese più civile.

Votare è un messaggio positivo
Nella storia italiana le elezioni dove l’affluenza è salita sono state quelle dove la campagna elettorale è stata peggiore, dove c’è stato più scontro e si è alimentata la paura dell’avversario. Del resto è chiaro che più ci si sente in emergenza, in pericolo, più si è portati a votare: non è un caso che, nelle grandi democrazie occidentali – dove si vive relativamente bene, le istituzioni sono forti, e un cambio di maggioranza non è una questione di vita o di morte – l’affluenza sia costantemente calata negli ultimi quarant’anni. L’argomento per il voto come necessità è quindi opinabile, l’importanza che ciascuno di noi dà al proprio singolo voto è una questione culturale, che ci è stata insegnata e che abbiamo recepito senza domandarcene il perché. Magari pensiamo che una società che insegna questa bugia sia una società migliore, ma certamente non corrisponde alla realtà.

Il meno peggio
Anche trascurando le considerazioni precedenti e volendo assumere l’importanza del proprio voto rispetto ai grandi numeri, l’argomento di chi sostiene la necessità del voto sempre e comunque è tortuoso. L’argomento è molto simile a quello sul voto utile: bisogna votare il meno peggio, perché c’è sempre una scelta migliore fra due opzioni e quello che conta è l’influenza che il proprio voto ha. Questa considerazione sottovaluta proprio la nulla influenza sulla politica che si ha votando così. Non c’è dubbio che chi vota per, letteralmente, “partito preso” non influenzerà mai le decisioni del partito in questione: se lo voto qualunque cosa faccia, un partito potrà spostarsi trascurando completamente le mie idee (quelle che motivavano il mio voto).

Il quadro politico è uno spazio geometrico nel quale votiamo il partito che ci è meno lontano. Un grado di compromesso è necessario e ragionevole. Tuttavia, in una situazione nel quale il partito meno lontano è molto più vicino agli altri partiti che alle nostre posizioni, votarlo è illogico: ciò che rende quel partito migliore degli altri ci interessa molto meno di quello che lo rende diverso da noi (e più simile agli altri partiti). Se io penso 2 e i partiti che posso votare esprimono 7, 8 e 9, non ha senso votare 7, perché con il mio voto esprimerò la volontà del 7. Astenersi significa manifestare la necessità che quel partito si sposti verso il 2 o che un altro partito (anche uno nuovo) ne raccolga le istanze.

È una banale questione di teoria dei giochi, se c’è un ente che vincola una ricompensa alla soddisfazione di un requisito e uno che garantisce la ricompensa indipendentemente, l’attore in questione seguirà i requisiti – vincolanti – del primo per ottenere due ricompense anziché una. Del resto tutti noi, anche i più ultrà del voto a tutti i costi, abbiamo una soglia di accettabilità oltre la quale ci asterremmo: se tutti i partiti sostenessero la schiavitù per i neri, ne voteremmo comunque uno sulla base di quanto taglia l’Irap?

Quindi
Certo: le circostanze in cui i partiti sono così lontani da noi da rendere le loro differenze insignificanti sono rare. Nella maggior parte dei casi c’è un meno peggio che vale la pena votare. Ma questa è una considerazione personale e politica, non strutturale. Perciò se vi imbarcate nel lodevole impegno di cercare di convincere qualcuno a votare, evitate di dire la sciocchezza che “bisogna votare sempre” o che “astenersi è sempre una scelta idiota”.

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Il culo di Bacchiddu

7 May 2014, 13:31 | Moralismo noioso | «Commenti: 12»

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Il dibattito sul culo (sull’esposizione del) di Bacchiddu è uno dei rari dibattiti nei quali hanno ragione entrambe le parti, e ce l’hanno perché non si parlano. I primi dicono: «ehi, stai facendo una cosa sessista. Staiusando il tuo corpo a fini elettorali», e hanno ragione, al di là della povertà del verbo. I secondi dicono «una donna può fare quello che vuole col proprio corpo», e hanno ragione anche questi.

Il punto, però, è un altro; e forse è ben riassunto nell’«uso qualunque mezzo» con il quale Bacchiddu ha giustificato la pubblicazione della foto. Il sottinteso è, chiaramente, che questo mezzo – il culo – sia in qualche modo “oltre” i mezzi convenzionali, sia per il costo etico (replico un mondo maschilista), sia per il costo personale (mi pesa mostrare il culo). In sostanza, Bacchiddu mostra di sapere che c’è un costo nell’usare il proprio culo a fini elettorali, semplicemente pensa che “il fine giustifica i mezzi”. In altre parole, che questo peso sia meno importante del beneficio che si avrebbe – nella testa dell’autrice – da un voto alla lista Tsipras.

Naturalmente per fare queste considerazioni bisogna postulare due cose: A) Lista Tsipras guadagnerà almeno un voto per l’esposizione del bikini o per le successive reazioni (evidentemente ciò che pensa Bacchiddu); B) l’azione sia stata premeditata, e non sia semplicemente uno scherzo fatto per gli amici (io sono un grande fautore del diritto alla cialtronata, e infatti non farò mai il politico).

È evidente che la gradevolezza di un corpo in bikini sia completamente priva di valore politico (e quindi ogni voto guadagnato in questa maniera è un “trucco”), come è evidente che lo sfruttamento di questo trucco (“ci sono degli uomini stupidi che voterebbero per questo”) non aiuta l’emancipazione femminile. La risposta di Bacchiddu è, evidentemente: non mi importa, il piano economico (per dire una cosa) della lista Tsipras in Europa è più importante del, piccolo, danno che faccio nelle teste di quelle persone lì, rinforzando la loro idea cavernicola dei rapporti uomo-donna (in sostanza: il sesso come qualcosa che la donna concede all’uomo).

In pratica Bacchiddu è Ruby. Sfrutta la mentalità viscida di alcuni uomini per averne un tornaconto. In questo rinuncia a correggerli (piccolo danno alla società), e fa un sacrificio (piccolo danno a sé stessa), per ciò che ritiene un bene più grande. A livello procedurale non c’è alcuna differenza fra mostrare il bikini per guadagnare voti, e fare sesso per uscire dalla povertà. Il fatto che Ruby si sia spinta più in là potrebbe essere dovuto alla mancanza di alternative o al maggior interesse per il risultato (sarebbe interessante chiedere a Bacchiddu se sarebbe disposta a fare sesso con qualcuno per ricevere 1000 voti. E se la risposta è “no”, come credo: perché no?).

E siccome, a occhio, quelli che difendono Bacchiddu criticavano Ruby, e quelli che difendevano Ruby criticano Bacchiddu, penso che – una volta di più – questo dibattito si sia nutrito di partigianerie e difese/accuse d’ufficio, e non di logica e onestà intellettuale.

 

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Cambiare idea

15 February 2014, 10:30 | Moralismo noioso, Ogni me è politico | «Commenti: 28»

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All’inizio di questo blog parlavo spesso di me, delle cose che mi succedevano, delle cose che pensavo; poi ho cominciato a scrivere soltanto di posizioni politiche, etiche, polemiche; potrei tornare a fare come facevo prima.

Perché mi sono reso conto di questa cosa: tanto tempo fa, non mi capacitavo del fatto che le persone non cambiassero idea. Delle volte dicevo o scrivevo delle cose che mi sembravano molto convincenti, e trovavo inconcepibile che le persone mantenessero la propria opinione senza fornirmi (e soprattutto fornirsi) un’obiezione. Molte di quelle idee erano sicuramente sciocche, e se le rileggessi ora mi metterei a cantare (capita anche a voi di mettervi a cantare se pensate alle cose imbarazzanti che avete pensato o fatto in passato?). Ma la questione era di metodo: come è possibile non darsi gli strumenti per ammettere la possibilità di un ravvedimento? Due persone di intelligenza paragonabile, che partono da premesse simili, non possono non giungere a una conclusione condivisa.

Poi ci ho fatto il callo, su come è il mondo là fuori. Mi sono abituato: molte persone sono affezionate alla propria idea, sono più interessate al difenderla che all’avvicinarsi alla verità. Determinano perché pensare una cosa dopo aver deciso cosa pensare. Quando si discute di una cosa capita più spesso che si finisca a discutere di un’altra («e allora tu?», «lo dici perché…», per fare due esempî prezzemolo) che non a risolvere la cosa stessa. Quindi bisogna abituarsi all’idea di arrendersi: se ci sono segnali che una persona non sia disposta a cambiare idea, beh, è inutile continuare a discuterci. Si può parlare d’altro, ma vale la pena lasciare stare quell’argomento.

Ultimamente, mi sono reso conto, c’è stato una terza evoluzione che è al tempo stesso un ritorno alle origini e il compimento di questo percorso evolutivo. Ma è anche dimostrazione di disincanto e, quindi, in ultima analisi di cinismo. Sono stufo. Ho perso di testardaggine, ma anche di generosità. Non ho più quello che Alessio ebbe a definire il mio “fervore speranzoso”. Se concepisci la discussione come un terreno in cui difendere la propria opinione (se pensi che esista una cosa come un’opinione propria), se non hai interesse a convincermi delle tue ragioni e a essere convinto dalle mie – se non t’interessa migliorarti, se non t’interessa migliorarmi – a me non interessa avere un rapporto con te. Così, fra le persone che frequento, ho progressivamente guadagnato la fama di quello che è più disposto a cambiare idea, e quello che è meno disposto a tollerare chi non cambia idea.

Sono incattivito? Probabilmente è così. Anzi: è così. Vivo meglio, ma sono più egoista. Eleggo alcune persone, quelle con le quali – sono stato molto fortunato a incontrarle – si discute anche 2 ore della stessa cosa, non capacitandosi che l’altro non si convinca della mia, o non mi convinca della sua, idea. Poi, sempre, arriva l’epifania: e in un secondo, dopo ore di discussione, si cambia discorso e non se ne parla più, perché il fatto che uno abbia cambiato idea non è un fatto degno di nota, tanto meno un’umiliazione. Sono certamente una persona migliore, ma sono migliorato per me, e non per gli altri: ho lavorato molto su me stesso, ho maturato degli strumenti per elaborare in fretta un necessario cambio d’opinione, ma lo stesso pretendo dagli altri. Il paradosso è che, forse, se incontrassi quel me di qualche anno fa mi starei sul cazzo.

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Buon San Valentino, ma non a voi

14 February 2014, 0:34 | Il Male curabile | «Commenti: 0»

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L’unica tradizione di questo blog, il post di San Valentino.

Tanti auguri.

Agli unici innamorati al mondo che non possono permettersi di non sopportare questa festa. Che non hanno il diritto di sogghignare dei lucchetti a Ponte Milvio o farsi venire l’urticaria per le strade tappezzate di cuori di peluche rossi. Di ridere delle scritte per terra, o di considerare kitsch le scatole di cioccolatini a forma di cuore.

In Arabia Saudita, e in tanti altri posti del mondo, festeggiare San Valentino è vietato dalla legge. Ti viene a prendere la polizia per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Non è una parodia, si chiama veramente così. Perché amarsi è un’idea occidentale.

A tutti coloro per i quali volersi bene è – necessariamente – un atto rivoluzionario, a loro, buon San Valentino.

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Il mondo al contrario

11 February 2014, 1:47 | immagina tu | «Commenti: 3»

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Come sarebbe il mondo se gli uomini fossero donne e le donne fossero uomini.

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Elogio di Gervinho

27 January 2014, 11:18 | La palla è rotonda | «Commenti: 1»

Nell’ormai pluristagionale letargo di questo blog, approfitto di questo post sul pallone, per segnalare una cosa scema che faccio, sempre sul pallone. Ogni sabato, alle 19.30, sono a Super Santos, su Retesport, assieme ad Antonio Conte e Aldo Spinelli (scherzo), a tenere una rubrica che un tempo si chiamava “Oh, ma te lo ricordi questo?”, poi è diventato “Oh, ma to’o ricordi quello?”, e poi è diventato “vi racconto qualunque storia che mi pare in cui c’entri anche periferalmente il calcio”. Di solito si parla di cose da ridere, come giocatori della nostra infanzia con storie assurde. Altre volte no, ma sempre di storie si parla. Se non vi piace il calcio e non vi piace ridere, potete ascoltare questo. Altrimenti tutti gli altri.

Per il Post

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Quest’estate si è chiuso un giro, un quadrato, di fantasisti: Erik Lamela è passato dalla Roma al Tottenham, Gareth Bale dal Tottenham al Real Madrid, Mesut Özil dal Real Madrid all’Arsenal e Gervinho dall’Arsenal alla Roma. A giudicare dalle cifre, la squadra che ci ha perso è la Roma: Bale è stato pagato 100 milioni, la cifra più alta nella storia del calcio. Özil è andato per 50 milioni all’Arsenal, che non aveva mai speso la metà di quei soldi per l’acquisto di un giocatore. Lamela, pagato fra i 30 e i 35 milioni, è diventato sia l’acquisto più costoso della storia del Tottenham, che la cessione più redditizia di quella della Roma. Il povero Gervinho, invece, è stato pagato 8 milioni: meno di un dodicesimo di Bale. Invece è il giocatore del momento. In Coppa ha segnato, di rapina, il gol con il quale la Roma ha battuto la Juventus. E guardate che “la Roma elimina la Juve grazie a un gol di rapina di Gervinho” sembra una di quelle locuzioni inventate a scuola per spiegare la figura retorica del paradosso.

1. Da dove viene
Gervais Lombe Yao Kouassi è nato in Costa d’Avorio nel 1987. Dopo un’infanzia di partite giocate senza scarpe, perché troppo costose, viene preso all’accademia calcistica dell’ASEC di Abidjan, ed è lì che Gervais diventa “Gervinho”, alla maniera dei brasiliani. L’ASEC è la squadra di Jean-Marc Guillou, il primo ad aver lanciato un allenatore francese che segnerà la carriera di Gervinho: non è Rudi Garcia, è Arsène Wenger. Wenger è stato il vice di Guillou al Cannes negli anni 80, e i due sono sempre in contatto. Fra l’ASEC, il Beveren (squadra belga, ora fallita, gestita poi dallo stesso Guillou) e l’Arsenal si instaura un giro di calciatori, passaporti e denaro per il quale la Fifa indagherà, per poi assolvere, anche Wenger. Intanto fra l’ASEC e il Beveren passa mezza nazionale ivoriana: da Yaya Toure, al portiere Barry, ai due terzini Eboué e Boka, ai centrocampisti Romaric e Yapi Yapo. E lo stesso Gervinho.

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È al Beveren che vediamo per l’ultima volta Gervinho senza quelle treccine che sembrano fatte apposta per sottolineare la sua calvizie. A Roma ha cominciato a usare una fascia più grande, quindi niente più “curtain style haircut”, niente più Er Tendina.

Al Beveren gioca da attaccante puro, in una squadra in cui diciassette ventiduesimi sono ivoriani. È lì che si parla per la prima volta di un suo possibile passaggio all’Arsenal di Wenger, ma finisce in Francia, al Le Mans, la squadra nella quale è esploso il più grande calciatore della storia ivoriana: Didier Drogba. L’allenatore di quel Le Mans, una piccola squadra che gioca bene, è Rudi Garcia. A fine anno arriveranno noni, il miglior risultato della storia del club, e Garcia viene ingaggiato dal Lille. Gervinho viene nuovamente accostato all’Arsenal, e lui dichiara: «so che Wenger mi segue da quando avevo 17 anni; lui è un grande allenatore, e quando un grande allenatore dimostra di apprezzarti, questo ti dà la fiducia necessaria a giocare ai migliori livelli» – qui c’è molto del carattere di Gervinho – «io farei di tutto per andare all’Arsenal, è il club che ho sempre sognato, e sarebbe il giorno più bello della mia vita». Solo che anche questa volta il giorno più bello della sua vita non arriva, anche questa volta il trasferimento rimane solo ipotetico (si parlò anche di un interesse del Milan), e, nel 2009, Gervinho raggiunge Garcia al Lille.

Nel Lille, Gervinho si consacra definitivamente, così come il gioco – veloce e offensivo – di Garcia. Inizialmente gioca con un centravanti classico, lo stesso De Melo che aveva avuto al Le Mans, poi sempre più spesso schiera un 433 con tre seconde punte. È in questa configurazione tattica che Gervinho dà il meglio di sé, partendo largo ma sempre vicino alla porta. Nelle due stagioni al Lille segna anche diversi gol, 18 in entrambe fra campionato e coppe. Ma non è solo questo: Garcia dà fiducia a Gervinho. Lo celebra quando gioca bene, ma soprattutto lo difende quando gioca male o fa qualche sciocchezza, come quando – nell’aprile del 2011 – si fa espellere per uno spintone a un difensore, lasciando al Monaco la vittoria e al Marsiglia di avvicinarsi a un punto dal Lille. E, forse ancora più importante, lo fa giocare sempre. Non è che a Gervinho manchi il carattere o il coraggio – in campo è grintoso, se perde un pallone cerca di andarlo a riprendere – ma ha bisogno di fiducia ed entusiasmo per essere libero di provare a giocare come sa.

A fine 2011, finalmente, arriva “il giorno più bello della mia vita”: Gervinho va all’Arsenal, dove incontra Wenger, l’allenatore che lo seguiva da quasi 10 anni, il suo mentore da lontano. Solo che, come spesso accade, ciò che uno sogna per una vita non si rivela all’altezza del sogno. Alla prima partita con l’Arsenal, Gervinho prende un cartellino rosso per una manata a Joey Barton.

Di coraggio ne ha anche troppo: tirare uno schiaffo a Joey Barton è come sfidare Maradona a una gara di palleggi.

All’inizio è titolare, ma segna poco ed è decisivo solamente in un paio di partite. A metà stagione è in panchina, e subentra quando c’è bisogno di attaccare, spesso partendo da più lontano per la necessità di allargare il gioco. Gervinho ne soffre, non è la classica ala che va sul fondo e crossa. La faccenda si acuisce l’anno successivo, con l’arrivo di un vero centravanti come Giroud: Wenger concede sempre meno fiducia a Gervinho, e quando entra in campo gli chiede di fare ciò che fa Walcott, un giocatore con pochi fronzoli: velocissimo, ma anche molto freddo e bravissimo nell’uno contro uno con il portiere. Ma Gervinho non è Walcott, e la cosa non funziona. Altre volte viene impiegato come vice Giroud, ma neanche quello è il suo ruolo, e le cose vanno sempre peggio: i tifosi dell’Arsenal sono già da tempo insofferenti per le molte occasioni sbagliate, e Gervinho diventa la personificazione del giocatore in grado si sbagliare qualunque gol.

Il gol sbagliato per cui Gervinho è stato paragonato a Bobby Zamora, celebre sbagliatore di gol che si meritò anche lo stupendo coro: “When you’re sat in row Z, and the ball hits your head, that’s Zamora” (sul motivo di That’s Amore)

2. Il diritto di sbagliare
Ora, se avete capito come funziona Gervinho, sarà chiaro che la sfiducia segue alla sfiducia e ne genera altra, in un circolo vizioso che non si può spezzare se non ripartendo da zero: questo lo sa Gervinho, lo sa Wenger, e lo sa Rudi Garcia che se lo porta alla Roma. Quando ne parlano, tutti sottolineano questo aspetto, la peculiarità di Gervinho, la necessità di sentire la fiducia attorno per giocare: con Wenger non ha funzionato. La fiducia è il tema che torna sempre, lui dice: «mi avrebbe aiutato se Wenger avesse dimostrato più fiducia in me», e ancora: «lo rispetto come allenatore, e sono contento di aver giocato con lui. Ma con Garcia potrò giocare di più e avere più fiducia». Garcia non smette di dire che bisogna dargli fiducia. Anche Wenger dice di avere deciso di cedere Gervinho «perché era sfiduciato. Perché è un giocatore molto creativo, un dribblatore istintivo, e se giochi così devi avere un sacco di fiducia in te stesso per essere efficiente. Negli ultimi sei mesi per lui era molto difficile esprimere il proprio talento, la sua fiducia in sé stesso. Così mi sono chiesto: riesco a tirarlo su io o ha bisogno di una nuova sfida per ritrovare fiducia?».

Questa è la verità più elementare su Gervinho: per rendere ha bisogno di fiducia. Non per un vezzo, non per una debolezza di carattere. Ma perché è proprio il modo di giocare di Gervinho a richiedere riconoscimento, sicurezza, anche tolleranza. Il mestiere di Gervinho è creare occasioni dove non ce ne sono, creare superiorità numerica quando i difensori sono di più, creare – non rifinire o concludere qualcosa che già c’è – a scapito di quella che sembra la realtà di un momento di gioco. E quando tenti di battere la realtà, tante volte è la realtà che vince. Perciò Gervinho sbaglia, tenta, non riesce, qualche volta s’intestardisce. Ma non è un suo difetto, è più propriamente un danno collaterale. Gervinho deve sapere di avere la possibilità di sbagliare, deve sentirsi in diritto di sbagliare. Altrimenti diventa un giocatore inutile, uno come tanti altri (un giocatore simile, in Italia, è Alessio Cerci).

Creare occasioni dove non ci sono. “Gervinho non ha sostegno”. Un pallone innocuo sulla riga del fallo laterale, con sei avversari e nessun compagno in mezzo all’area.

3. Roma
Così Gervinho decide di tornare a fare quello che aveva fatto prima che arrivasse il giorno più bello della sua vita, e torna – per la terza volta – da Rudi Garcia. Roma è una piazza perfetta per ricominciare, ma al tempo stesso molto pericolosa. Perfetta perché è tutta la Roma a dover ricominciare, perché le aspettative sulla squadra – mai come quest’anno – sono basse. Perché se le cose cominciano ad andare bene, l’entusiasmo sarà enorme. E, chiaramente, perché c’è Garcia. Ma un posto, “una piazza”, pericolosa. Se a inizio anno le agenzie di bookmakers avessero accettato scommesse su quale era il primo giocatore che sarebbe stato fischiato dalla propria curva, non c’è alcun dubbio che Gervinho avrebbe avuto la quota più bassa. Un giocatore poco concreto (in un momento in cui i tifosi romanisti erano stufi di due anni di bel gioco inconcludente e bramavano cinismo), arrivato a Roma dopo un fallimento e con la reputazione di “cocco dell’allenatore”. Tanto più che lo scetticismo riservato a tutta la squadra ha in Gervinho il principale obiettivo: il paradosso di una città che di solito esalta qualunque giocatore dalle capacità questionabili, che ora ha fatto un bagno di realismo e non crede più a nessuno.

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La faccia di Balzaretti e Julio Sergio che dice «povero piccolo, non sai cosa ti aspetta». Del resto Gervinho ha sempre giocato in squadre con la maglia gialla o con la maglia rossa. Era destino che finisse alla Roma.

Per questo, perché le cose vadano bene, c’è bisogno che si mettano subito nel verso giusto. Ed è così che succede. Nelle prime partite Gervinho è devastante: fa anche gol e assist, ma soprattutto sembra imprendibile, tanto che per fermarlo devono strappargli la maglietta (come ha fatto Perez, del Bologna). Bastano poche giornate e tutti cominciano a studiare come limitarlo, non è il giocatore più decisivo, ma è certamente il giocatore che più costringe gli avversari a limitare il proprio gioco. Complice una maggiore attenzione degli avversari, complice un suo infortunio, complice un infortunio di Totti e il ritorno di Destro, Gervinho è un po’ calato. Ma non è preoccupante, perché oramai le cose hanno preso il verso giusto: l’emblema di questo è stata la partita con il Catania. Gervinho ha sbagliato due gol facili, uno facilissimo, e uno clamoroso. Poi, mentre tutta la squadra cercava di farlo segnare, ha segnato per sbaglio. Ljajic gli ha messo un pallone perfetto in mezzo, e lui ha svirgolato il pallone, che gli è finito sullo stinco, e ha preso un rimbalzo strano che ha superato il portiere. Lui non ha neanche esultato, ma tutta la squadra è andata ad abbracciarlo (è bello vedere la faccia di Totti, e soprattutto di Garcia, che dicono «ce l’abbiamo fatta»), mentre il pubblico esultava come se quello non fosse il quarto gol di una partita già vinta. Allora Gervinho che, evidentemente, si vergognava un po’ per il gol che aveva appena fatto e stava già tornando a centrocampo, si è voltato verso la Curva Sud e ha fatto un inchino. È per questo che, oggi, e contro molte possibili previsioni, Roma è l’ambiente perfetto per Gervinho. Quel genio pasticcione è stato adottato. Il fatto che sbagli tanti gol è diventato quasi una nota di colore. Perché se la Roma vince, siamo tutti felici. Ma se segna Gervinho, allora sì che la festa è completa.

«Vi adoro anch’io»

Garcia ora racconta che per lui «all’inizio è stato difficile, nessuno credeva fosse un buon acquisto». D’altra parte c’è una certezza: Gervinho gioca sempre. Garcia non lo toglie mai. Se c’è uno sicuro del posto non è Ljajic, né Florenzi. Non è Destro, e neppure Totti. È Gervinho. Ed è forse la nemesi perfetta che, in un suo momento di forma non eccezionale (che passerà, con l’arrivo della primavera, come è naturale per giocatori simili), in una partita in cui aveva fatto meno del solito, riesca a segnare con un tocco da centravanti contro la Juventus. Un gol che aveva provato a fare, esattamente identico, contro il Livorno, per poi svirgolare il pallone e regalare un assist involontario a Destro. Ma non è diventato un giocatore decisivo, lo è sempre stato.

4. Perché Gervinho è il giocatore più utile della Serie A
Gervinho è un giocatore molto particolare, Garcia non esagera quando lo definisce un giocatore “unico”, il che è assieme un pregio e un difetto. Anche il ruolo di Gervinho è molto difficile da stabilire, se vi capita di vederlo giocare, vi stupirete di quante volte finisca in posizione di centravanti. La migliore posizione di Gervinho è quella in cui può sempre ricevere il pallone. Questo non vuol dire che lo debba ricevere sempre, anzi, Gervinho è tutt’altro che un regista, e tocca molti meno palloni di altri giocatori che hanno caratteristiche simili. Ma è importante la possibilità di ricevere il pallone, perché questo costringe le difese avversarie ad adottare contromisure e, inevitabilmente, lasciare spazi. La sua caratteristica più immediata è certamente la rapidità. Ma questo è ciò che dà adito all’equivoco più diffuso su Gervinho, e cioè che sia un centometrista. Non è così. Certo, è un giocatore molto veloce, e lo può fare se c’è la possibilità di un contropiede.

Se vi ha impressionato quella contro l’inter, guardate questa

Ma Gervinho non è Bale, o Walcott, o Cristiano Ronaldo, specie con la palla. Anzi, per la velocità che ha, Gervinho è un giocatore che gioca con il pallone molto vicino ai piedi. Quando si allunga il pallone spesso sbaglia: spesso non sbaglia i tiri, proprio non arriva a tirare perché si allunga il pallone con i tempi sbagliati e il portiere (o l’ultimo difensore) lo anticipa. Al contrario di quello che fanno molti esterni classici, lanciare il pallone in avanti e rincorrerlo, Gervinho tenta sempre di avere il pallone nel raggio d’azione del suo calcio, vuole sempre avere la possibilità di cambiare direzione, di andare da un’altra parte. Se fosse un’automobile si direbbe che ha un’altissima “velocità massima”, ma che la sua qualità migliore è “l’accelerazione”. È velocissimo, ma ancora di più, è agile: per questo è così forte nello stretto, ama i triangoli (difficile trovare un giocatore così bravo nel dribbling e al tempo stesso così altruista), e accentrarsi.

Il dribbling di Gervinho, poi, è molto particolare. Non fa la classica finta di corpo, è raro che faccia un doppio passo. Ma se c’è un giocatore che “punta” l’uomo, quello è Gervinho. Lui avanza caracollando e saltellando verso il giocatore avversario, non deve ingannare il difensore suggerendogli il lato sbagliato, perché è abbastanza rapido da minacciarli entrambi. La finta di Gervinho non è “ti faccio credere che vado di qua, e poi vado di là”, la finta di Gervinho è “sto per partire, temimi”.

«Sto per partite, sto per partire, sto per partire. Ciao». È anche difficile scegliere un video illustrativo perché questo non è il tocco speciale di Gervinho: lui lo fa dieci volte a partita.

Probabilmente in Serie A c’è solo un giocatore così bravo, forse anche più bravo, nel dribbling da fermo: Juan Cuadrado. Ma Gervinho, rispetto a Cuadrado, è molto più bravo nel gioco senza palla, soprattutto nel trovare il tempo dell’inserimento alle spalle del difensore, caratteristica fondamentale per uno che gioca come lui (ogni tanto penso al livello di perfezione che avrebbero raggiunto con il Totti di qualche anno fa‎). È per queste ragioni che se viene schierato da ala pura, come ha fatto Wenger all’Arsenal, o anche come ha provato Garcia recentemente in un 4231 con Totti dietro a Destro, non dà il suo meglio. Naturalmente questo crea inevitabili problemi di collocazione, perché un allenatore si ritrova un giocatore che deve giocare vicino alla porta, ma che non ha la freddezza di un attaccante puro. Perciò l’allenatore deve decidere di sacrificare uno di quei due o tre posti vicino alla porta avversaria per un giocatore che non garantisce gol.

Ne vale la pena? La risposta di chi scrive è, evidentemente, sì. Non è soltanto il fatto che l’esistenza di Gervinho, anche quando apparentemente inefficace, libera spazi per gli altri attaccanti. Ma che questa costringe il gioco avversario e ne limita le soluzioni. Per questo Montella – che allena una squadra con un gioco ben definito, e perciò restia ad adattarsi agli avversari – ha detto, molto causticamente, «o lo leghi, oppure c’è poco da fare». Naturalmente non è vero, anche contro Gervinho ci sono delle contromisure. Bisogna “fare densità”, e cioè tenere i difensori vicini alla propria linea di porta e, ancora più importante, i centrocampisti vicini ai difensori (l’ha fatto la Juventus in campionato). In questo modo Gervinho non può ricevere palla nelle sue posizioni preferite, e lo si costringe ad andare a prendere il pallone largo o – più spesso – vicino al centrocampo. Allo stesso modo questo dà la possibilità di raddoppiare, anche triplicare, la marcatura quando gli arriva il pallone in una posizione più pericolosa. Ma, certo, la necessità di prendere tutte queste contromisure per un giocatore solo dà la misura della sua grandezza. Se al posto di Gervinho ci fosse stato Destro, la Juventus avrebbe certamente giocato diversamente e in modo più simile a come gioca nel resto della stagione. E stiamo parlando della squadra italiana nettamente più forte delle altre, non di una squadra che è abituata a difendersi dalle individualità avversarie.

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statistica più clamorosa di Juve-Roma 3-0 è stato il 100% di passaggi riusciti di Gervinho, come a dire: 1) ha preso palloni lontano dalla porta; 2) ne ha presi davvero pochi; 3) altro che diritto di sbagliare

Ovviamente difendersi in questo modo riduce enormemente le soluzioni offensive, e molto semplicemente non si può fare se si ha la necessità di segnare. Inoltre è una notevole spada di Damocle, non soltanto tattica, ma anche psicologica, l’idea di “non poter andare in svantaggio, perché altrimenti loro hanno Gervinho”. Ed è questo che rende Gervinho indispensabile al gioco di Garcia, oltre al fatto che – molto semplicemente – l’esistenza di Gervinho in campo rende la squadra avversaria più vulnerabile. Nelle prime 12 partite (quindi prima della sosta di novembre), complice il suo infortunio, la Roma ha giocato più o meno gli stessi minuti con Gervinho in campo (548 min) e senza Gervinho (534 min). Con Gervinho ha segnato 19 gol. Senza ne ha segnati 7. Nell’ultimo mese e mezzo, come detto, Gervinho – così come la Roma – è parzialmente calato, e la statistica si è un po’ riequilibrata: 1244 minuti con Gervinho, per 34 gol: cioè un gol ogni 36 minuti. 568 minuti senza, per 8 gol: cioè un gol ogni 71 minuti. Questo vuol dire che, anche quando non partecipa direttamente all’azione, con Gervinho in campo la Roma ha precisamente il doppio di possibilità di fare gol (senza contare che con Gervinho 90 minuti in campo la Roma ha giocato con Juve, Inter, Milan e Fiorentina, e senza Gervinho ha giocato contro Chievo, Udinese, Torino, Sassuolo‎). Per questo gli si possono perdonare le occasioni sciupate, perché come ha detto Garcia, “nel calcio, senza Gervinho, quelle occasioni non esistono”.

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Qualche dubbio di un garantista su Cancellieri-Ligresti

3 November 2013, 15:15 | Alta politica, Moralismo noioso | «Commenti: 24»

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Sulla questione Cancellieri-Ligresti si scontrano due visioni: quella secondo la quale la giustizia viene prima dell’equità e quella secondo la quale l’equità viene prima della giustizia. I primi dicono che, per Cancellieri, fare la cosa giusta in un caso – di suoi amici, o di suoi nemici – è meglio che non farla in alcun caso. I secondi riconoscono un valore maggiore all’equità: se qualcuno non può avere il trattamento giusto, non lo dovrebbe avere nessuno.

È una discussione vista tante volte, come ad esempio nel caso delle pensioni di reversibilità per i parlamentari gay (ce l’hanno i parlamentari, non quelli gay: è giusto darla almeno ai parlamentari gay se i cittadini non ce l’hanno?), e sul principio generale non mi sembra ci siano dubbî: l’equità è un valore importante, ma viene dopo la giustizia. E un po’ di giustizia è meglio che nessuna giustizia.

[Sto naturalmente dando per scontato che si ritengano ingiuste le condizioni di carcerazione di Ligresti (e di molti altri detenuti), e che – come sembra, e non abbiamo ragione di dubitare – il Ministro non abbia fatto alcuna pressione che non gli compete: non fosse così, la discussione sarebbe completamente un'altra e credo che tutti sarebbero concordi]

Fra l’altro, il primo punto di vista è difeso da tutte le persone per bene che conosco e leggo; il secondo punto di vista, a quello che ho avuto modo di vedere, non ha dei grandi avvocati: gli argomenti vanno dall’inarticolato allo squisitamente fascista. Leggere cose come queste, con tutto l’armamentario dei “curiosamente” e dei più elementari non sequitur inquisitorî, fa schifo.

Eppure, sul caso specifico, a me rimangono delle perplessità che mi fa piacere confrontare con le opinioni di chi stimo e la pensa diversamente da me.

Una cosa molto importante nel valutare le azioni che si fanno sono le conseguenze che quelle stesse azioni hanno nel mondo: cosa insegnano, e quali limiti di accettabilità costruiscono per gli altri. Così forse sembrerà una cosa vaga, ma è invece il modo con il quale viene costruita una società. È il motivo per il quale ora buttiamo le carte per terra molto meno rispetto a vent’anni fa, e se lo facciamo abbiamo la percezione che sia una cosa sbagliata (magari lo facciamo ancora, ma se c’è qualcuno davanti, aspettiamo che abbia girato l’angolo).

Cosa insegna la telefonata di Ligresti a tutte le persone coinvolte? Ai funzionarî incaricati, ai capi della polizia, alle persone che lo vengono a sapere, agli amici e ai parenti di queste persone a cui questa storia è stata raccontata, agli amici degli amici, etc. Insegna che di fronte a un difetto del sistema, di fronte a un’ingiustizia di cui si è vittima, si cerca la via di fuga, si cerca di aggirare il sistema perché il sistema non funziona. E, intendiamoci, è vero: il sistema non funziona. Ma continuando a trovare il modo per aggirarlo, ne contribuiamo al rinforzamento.

E questo è un principio che – mi dispiace dirlo – in Italia è difficilissimo da comunicare. In tantissime circostanze mi è capitato di vedere persone, anche persone da cui non me lo sarei aspettato, anche persone fra quelle che più stimo, che considerano del tutto normale alzare il telefono per avere una via preferenziale: ripeto, non per avere qualcosa che non gli spetta, ma per ottenere ciò che i giusti canali dovrebbero garantirgli e che non riesce a ottenere attraverso i giusti canali. È una delle tante riproposizioni del fine che giustifica i mezzi.

L’Italia funziona così: per informazioni particolari. Spesso la raccomandazione non è nel truccare un concorso, ma nell’accesso al concorso stesso. C’è un bando, potrebbero accedere tutti, ma lo sanno solo gli amici di quelli che l’hanno esteso (e chi lo fa pensa: in fondo che c’è di male a segnalare a un amico che c’è un posto di lavoro?). E, in una piccola misura, lo facciamo tutti: è come è “costruito” il Paese a costringerci per andare avanti.

Nel mondo anglosassone questo è molto diverso. Non è che queste cose non succedano, ma quando qualcuno le fa, se ne vergogna (come il buttare la carta per terra), non lo racconta agli amici. E questo contribuisce a una migliore educazione delle persone che vengono dopo. Ovviamente non è una differenza genetica, è semplicemente che all’estero sono più abituati a un sistema che funziona, e quindi sono meno abituati a doverlo combattere con mezzi improprî. Ma il problema è che, nel comportarsi così, si instaura un circolo vizioso che ci fa diventare la causa dell’effetto di cui siamo vittime: essendo “costretti” (ma uno costretto non lo è mai) dal sistema a usare mezzî illegittimi, siamo la causa del rafforzamento di quel sistema.

Nel caso Cancellieri, il problema non è ovviamente nel fatto che il Ministro si sia attivato una volta che è venuta a conoscenza della situazione (non è a questa obiezione che si deve rispondere). Il problema sta nel modo in cui è venuta a conoscenza della situazione. Non è accettabile che un Ministro venga a sapere di un problema della giustizia perché chi ne è vittima le fa una telefonata, non è la giusta procedura (le procedure sono LA democrazia, in democrazia). È la stessa ragione per la quale una notizia avuta attraverso intercettazioni ottenute illegittimamente si brucia, anche se le informazioni ottenute sarebbe rilevanti per un’azione penale.

Vi racconto una cosa: durante le elezioni, un’amica che ha vissuto tanti anni all’estero, aveva bisogno di un documento per una candidatura. Per farlo, da residente all’estero, doveva rivolgersi alla sua ambasciata che poi si sarebbe rivolta al comune di residenza (etc, etc, etc). Come immaginate, come sempre con la burocrazia, una cosa molto semplice richiedeva infiniti passaggi, e infinito tempo.

Dopo essere stata per giorni e giorni a rincorrere tutti i cavilli, il funzionario, che aveva preso confidenza in tutti quegli scambi di mail e ore al telefono, si era lasciato a una domanda: «ma lei si candida con Grillo, vero?». Forse non avete colto, perciò vi traduco: non posso credere che una persona che non è sprovveduta (leggi: che non ha agganci; leggi: probabilmente grillino) si sottoponga a tutto questo ambaradan anziché fare una telefonata all’ambasciatore.

E lo stupore del, gentilissimo, funzionario era evidentemente empirico: anche dall’esperienza, non concepiva che qualcuno non volesse usare i proprî agganci, anche se li aveva. Perciò ne era evidentemente sprovvisto. E ribadisco: stiamo parlando di qualcosa che alla mia amica spettava, una cosa che in un Paese più civile avrebbe ottenuto in cinque minuti senza bisogno di alcun canale particolare.

Ed è, temo, questa la grande presa che il messaggio di Beppe Grillo ha su tante persone escluse da ogni circolo. Penso anche io che molti siano soltanto rancorosi per non essere riusciti a entrarci, in qualche circolo, e se ne facessero parte, ne approfitterebbero. Lo si legge dal riflesso condizionato che hanno nel pensare sempre male delle altre persone. Ma questo cosa importa? È anche per questo che bisogna essere diversi.

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Ritratto del romanista incredulo

31 October 2013, 23:56 | La palla è rotonda | «Commenti: 4»

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In questi giorni l’AS Roma è prima in classifica: ha giocato 10 partite e ne ha vinte 10. È un record.

Per me, che ho sempre tifato contro la Roma, questo scenario dovrebbe essere, di per sé, una tortura. E invece non succede. E il motivo per cui non succede non è così immediato, ma ha a che fare con i due motivi per i quali io tifo contro la Roma, che sono uno serio e uno scherzoso.

Quello serio è che – essendo cresciuto a Roma – la larga parte dei miei amici è romanista, e il sale del calcio – per chi lo sa, per chi non dice quella sciocchezza che non si deve tifare contro – è proprio tifare contro le squadre dei proprî amici: io tifo contro l’Inter per prendere in giro Alex, Davide o Saverio (ma che m’importa di Mazzarri, Milito o Moratti?) aspettandomi lo stesso trattamento, quando accade l’inverso (piuttosto spesso, considerato che tifo la Fiorentina).

Quello scherzoso è che i romanisti sono i tifosi più partigiani e complottisti (in un certo senso, sono i più tifosi) che ci sono. Naturalmente la mancanza d’obiettività è piuttosto diffusa (eufemismo) nel calcio, ma quando c’è di mezzo la Roma, beh: ricordo partite perse dalla Roma nonostante numerosi episodî arbitrali favorevoli in cui i tifosi della Roma si lamentavano dell’arbitraggio; ricordo tonnellate di fischi a un giocatore della Roma che aveva appena fatto gol (!) e che sarebbe stato il principale artefice di una rimonta clamorosa; ricordo accuse di complotto del Palazzo «eh, ti pareva, ci odiano» per ogni rigore dato contro, anche il più lampante; ricordo prese di posizione come «Marco Motta è il nuovo Maldini»; ricordo argomenti a favore del «presi uno per uno i giocatori della Roma sono superiori al Barcellona».

E quest’ultima considerazione mostra un altro tratto del tifoso in generale, ma del romanista più di tutti: avere verso la propria squadra, e in particolare verso i nuovi acquisti, lo stesso atteggiamento dell’italiano che si è appena fidanzato con una splendida ragazza sconosciuta. C’è quel fondo di «ma davvero è toccato a me, posso essere così fortunato?» che alimenta la luna di miele del «non esiste una ragazza più bella di lei». Al tempo stesso, però, conoscendola poco c’è sempre quel latente e mai ammesso dubbio: «ma non è che mi tradirà?». E naturalmente, quando inevitabilmente succede, quando si scopre che Fabio Junior è uno scarsone, come Bartelt o Tetradze, il disprezzo, l’odio, il rinnegamento, la frustrazione: «ma come hai potuto farmi questo?»

Eppure. Eppure tutto questo non sta succedendo. Incredibilmente, in questi giorni, Roma è così serena, lieta, vivibile. Il tifoso della Roma è lì, che dentro ovviamente ribolle, ma è completamente diverso, quasi cambiato. Non dice spavalderie senza senso, non si lamenta degli arbitri, non se la prende con i proprî giocatori (guardate che l’equazione Gervinho+TifosiDellaRoma=Applausi è qualcosa che mette in dubbio i più elementari assiomi del mondo nel quale viviamo).

Direte voi: è perché la Roma sta vincendo, quando si vince si è tutti più buoni. Ma non è così. In questi anni la Roma è stata spesso forte, ancor più volte entusiasmante, e l’atteggiamento del romanista medio era quasi peggiore che nei momenti di sconforto, dato che quando sei davanti perdere uno o due punti può essere determinante: ancor più rancore per gli errori, ancor più complottismo su ciascun episodio arbitrale, ancor più ostinazione a rivendicare la forza della propria squadra, e l’ingiustizia del non essere primi in qualunque classifica immaginata dall’uomo. Lo Scudetto del 2001 fu l’apogeo di tutto ciò.

E invece tutto questo non succede. E sapete perché?

Perché il romanista, oggi, pensa di non meritarla questa posizione in classifica. Ma, badate bene, non è che pensa di non meritarla perché la Roma è così in alto giocando male o per episodî favorevoli: tutt’altro, la Roma sta giocando benissimo, con un’intensità completamente ignota al calcio italiano. I tanti che dicono che “sicuramente crollerà” non l’hanno vista giocare.

Il romanista pensa di non meritare questo primo posto perché l’unico vero criterio con il quale un tifoso valuta cosa merita o non merita sono le proprie aspettative. Ogni volta che la propria squadra compra un grande giocatore, o anche una possibile sorpresa, qualunque tifoso comincia a pensare che il mondo “gli deve qualcosa”. Che la vittoria sia a un passo e solo forze occulte possano toglierla: l’anno scorso ci siamo andati vicini, ora abbiamo anche quest’altro, non può andare diversamente.

Ma quest’anno, dopo due anni di sofferenze così diverse e così simili, nessun tifoso si azzardava a sperare niente. Non è che non si azzardava a sperare niente di simile. Non si azzardava a sperare niente. E basta. Lo scetticismo, quasi filosofico, aveva preso possesso della testa del tifoso romanista, una sorta di stoica – ma comprensibile – rassegnazione al male del mondo.

Poi vinci dieci partite e ti ritrovi lì, con la testa fra le mani, a domandarti: ma sta davvero succedendo?

E te lo domandi a bassa voce, per paura che gli Dei del calcio possano sentire e domandarsi: «ma davvero abbiamo permesso questo?», per poi ristabilire l’ordine naturale delle cose: quel posto lì davanti spetta a una strisciata, mica alla Roma. Così questo pudore, questo imbarazzo, che è del tutto trasversale a ogni romanista si trasmette in ogni atteggiamento: il lunedì mattina in ufficio, i commenti per strada, al giornalaio. In questi giorni il romanista abituato a chiedere al giornalaio «mi dà il Corriere», dando per scontato il “dello Sport”, fa anche questo sforzo di compostezza, chiede «mi dà il Corriere dello Sport».

Perché se dici il “Corriere”, metti che il giornalaio non capisce e ti chiede «dello Sport?»: lì sei già fregato. Già lì ti troverai a rispondere «sì», senza poter far nulla per evitare il «certo», o anche solo l’«ah», complice del giornalaio. E un “ah” complice è l’ultima cosa che il romanista vuole, di questi tempi. La forza della squadra, la striscia di vittorie, la Roma che gioca bene, il record, tanto-meno-dio-ce-ne-scampi-lo-scu…-quella-cosa-lì, non va nominata. Sta andando tutto troppo bene, troppo inaspettatamente bene, per azzardarsi a proferire una qualunque spavalderia che – ogni tifoso lo sa bene – potrebbe causare, in un solo istante, la disfatta.

Io c’ho provato eh! Ho provato a tirare fuori l’argomento: «allora, siete primi in classifica!»; un onesto «certo che è proprio forte Strootman» o anche solo un innocente «parliamo di calcio» incontrano inevitabilmente i «noooooo, di quella cosa lì non parliamo» dalle stesse persone che appena pochi mesi fa avrebbero tirato fuori un «Ahà, abbiamo battuto il Lecce 2-1 al 87° in contropiede». Ogni tifoso sente la responsabilità del dover tenere-i-piedi-per-terra: e se lo possono fare Florenzi e Ljajic, che hanno 22 anni, anch’io che ne ho 30 – o 40, o 50 – devo dare il mio contributo.

E io, che sono dall’altra parte, mi sento quasi orfano di quelle conversazioni. Ogni volta mi viene quasi da pensare: «eddài, e prendimi un po’ in giro, stai dodici punti sopra la Fiorentina, è tuo diritto». Ma niente, ogni mio amico romanista sa che non se lo può permettere quello sgarro, non può:  perché c’è qualcosa di molto più importante in palio. Quella cosa lì, insomma. E mentre si ritrova a pensare a «quella cosa lì», si rende conto di averla effettivamente pensata Quella-Cosa-Lì, e allora scaccia il pensiero più veloce che può domandandosi «sarà sufficiente?». Sarà sufficiente?

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Estendere una legge che non dovrebbe esserci?

20 September 2013, 9:49 | Moralismo noioso | «Commenti: 38»

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E insomma, ieri è stata finalmente approvata – alla Camera, chissà poi cosa succederà – la legge sull’omofobia di cui si parla da tanto tempo. Solo che, invece di festeggiare, mi son ritrovato a rimuginare sui soliti dubbî che, una volta per tutte, metto per iscritto.

Il problema che ho con questa legge non è, naturalmente, riguardo l’ultimo emendamento che esclude “le organizzazioni politiche e religiose” dall’alveo di applicazione della legge; per quanto sia una distinzione vergognosa, un piccolo passo in avanti è sempre un passo in avanti. Meglio una legge timida, che nessuna legge. Di più: questo è un tassello di futuro. È anche più facile rafforzare, di un po’, una legge che c’è, piuttosto che far digerire al Parlamento una legge nuova e molto dura.

No, il problema riguarda il fatto – neanche tanto originale – che la Legge Mancino, di cui questa legge estende le aggravanti, è una legge che non dovrebbe esserci. È una legge certamente animata da buoni intenti, ma che persegue questi intenti nella maniera che uno Stato non dovrebbe mai permettersi: decidendo quali sono le opinioni ammesse e quali sono le opinioni non ammesse. Andando a intaccare la libertà d’opinione delle persone, facendone un reato. Sì, anche la libertà d’opinione di un fascista. Sì, conta anche quella. E no, non trovo giusto punire qualcuno maggiormente perché pensa qualcosa di particolare mentre commette un reato. E sì, penso che qualcuno che picchia un’altra persona perché è della Lazio dovrebbe essere punito quanto uno che picchia un’altra persona perché nera.

Non sono molto appassionato alla questione della costituzionalità della legge Mancino – mi interessa cosa è giusto o non è giusto –, ma certo a parlare di costituzioni, non si può non pensare quanto sarebbe inconcepibile avere una legge simile negli Stati Uniti dove alcune parti di quella legge, se non l’intero impianto, sarebbero annichilite dal primo emendamento.

Come in molte cose della vita, è di Christopher Hitchens il più bel discorso sul perché anche la più infame e sola delle opinioni deve avere la possibilità di essere espressa; su come il concetto di “incitamento all’odio” sia scivoloso e gli hate crimes (quelli ci sono anche negli Stati Uniti) molto difficilmente definibili evitando d’incorrere nel reato d’opinione.

Questo senza parlare della formulazione, orribile, della legge Mancino che aggiunge alle discriminazioni “razziali, etniche, nazionali” anche quelle “religiose”, come se la religione fosse un’idea data e immutabile. Non un’opinione che qualcuno può avere o non avere, accettare, scegliere, rifiutare. Così, se io non voglio assumere nella mia azienda una persona che pensa che gli omosessuali siano un abominio, posso farlo. Se però questa convinzione è difesa con argomenti religiosi allora sto rischiando una discriminazione.

Non è un caso che questa sia la legge alla quale si appella Scientology quando le si contesta la circonvenzione e l’indottrinamento dei bambini (e degli adulti). Certo, le ragioni per l’inclusione del termine “religiose” sono abbastanza evidenti: l’antisemitismo dell’ultimo secolo. Ma anche questo è un errore: l’orrore dell’antisemitismo è il rifiuto etnico, “ci mancherebbe altro che non si possano criticare gli ebrei ortodossi per la condizione femminile, o per le ridicole pratiche bibliche a cui sottopongono i proprî figli”.

Dunque: meglio festeggiare l’estensione a un gruppo discriminato di una legge ingiusta – aumentando quindi l’ingiustizia ma limitando l’iniquità (e quindi l’ingiustizia) – oppure meglio che sia applicata il meno possibile? Non lo so, come dicevo, sono molto cambattuto.

p.s. Qualche lettore dalla buona memoria ricorderà che, tempo addietro, sulle aggravanti ideologiche avevo sostenuto l’opinione opposta. È vero. Ho cambiato idea.

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Eroina o filibustiera?

26 June 2013, 13:43 | Alta politica, Moralismo noioso | «Commenti: 45»

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La storia di Wendy Davis dimostra, una volta di più, la nostra disposizione all’indulgenza nei confronti dei metodi con cui si conducono le battaglie che ci stanno a cuore. Lo dimostra, in realtà, l’entusiasmo che ho letto, sia in Italia che in America per quello che ha fatto questa senatrice. La storia è questa: negli Stati Uniti, in anni recenti, si è molto diffuso l’ostruzionismo parlamentare. È il motivo per cui passare una qualche legge “sensibile” in Congresso (quello federale) è diventato praticamente impossibile. In Texas si votava una legge restrittiva nei confronti dell’aborto, e questa senatrice democratica ha fatto ostruzionismo nel modo più classico per gli Stati Uniti: fare degli interventi molto lunghi. Nel suo caso, ha parlato per 10 ore, aggirando le regole molto restrittive per impedire questo tipo di operazioni: non si può andare fuori tema, non ci si può interrompere, neanche per andare a fare pipì, non si può mangiare, non ci si può sedere né appoggiare. Dopo un’ulteriore questione sull’essere passata o meno la mezzanotte, la legge è decaduta proprio per l’opera di Davis.

L’ovvietà sarebbe pensare che Davis abbia fatto una scorrettezza: ha aggirato delle regole – sensate – per impedire che una minoranza blocchi, con stratagemmi e non col consenso, il volere della maggioranza. Ha approfittato di una questione tradizionale, in America, ma bizzarra, cioè l’assenza di un limite di tempo per il suo intervento; e di una cosa molto vicina a un cavillo: la scadenza della possibilità di passare la legge dopo la mezzanotte. Insomma, ha operato completamente in quella zona grigia occupata dalle cose ingiuste, eticamente ingiuste (almeno a livello procedurale: quello che al liberalismo, da Locke, sta più a cuore), ma non ancora illegali.

Non pensate? Provate a pensare alla stesso esempio, ma all’inverso: cioè di una cosa simile fatta per ostacolare una legge che ritenete giusta. Facciamo questo esempio qui: in Italia matura finalmente una maggioranza di persone che è favore del riconoscimento delle coppie omosessuali. C’è una maggioranza popolare che è chiaramente espressa in una maggioranza parlamentare. Si vota questa legge, che ha largamente i numeri per passare: solamente che Giovanardi o Paola Binetti, pronunciandosi solennemente dalla parte di Dio, organizzino un ostruzionismo deciso. Presentano centinaia di emendamenti, così che ci si metta giorni ad affrontare il testo finale, invitano in Senato un centinaio di persone che si mettono a gridare “Uomo e Donna! Uomo e Donna!”, così che il presidente del Senato debba far sgombrare l’aula, rinviando il dibattimento ai giorni successivi. Poi, grazie a uno stratagemma, riescono a presentare un emendamento che collega le unioni gay a un’altra questione accessoria, così che alcuni parlamentari siano costretti a votarlo. Alla fine, si scopre, scrivono un altro emendamento apparentemente inoffensivo, in modo che esso si contraddica, e che così la Corte Costituzionale lo bocci. La legge così non passa.

Cosa succederebbe? Che saremmo tutti furibondi. Alcuni parlerebbero di Colpo di Stato, altri chiederebbero l’arresto di Giovanardì. Più ragionevolmente, in molti lo considererebbero un lestofante, uno capace di tutto per far prevalere la propria idea su quella della maggioranza del Paese. Anzi, a dire il vero, c’è qualcuno che non la penserebbe così: il partito di Giovanardi. Anzi: a confermare la disinvoltura con la quale ci va bene che il fine giustifichi i mezzi – quando questo fine è in accordo con la nostra idea – il partito di Giovanardi lo difenderebbe, dicendo le cose che abbiamo sentito tante volte: le regole sono queste, abbiamo rispettato le leggi, è tutto dentro alle normali strategie parlamentari, eccetera, eccetera.

Ecco, se c’è una cosa che rende inutili i dibattiti, i confronti di vedute, che rende impossibile qualunque progresso generato da un’onesta e attenta discussione d’idee è questa. Questo pregiudizio positivo – questa dissonanza cognitiva – che si ha nei confronti di chi si considera della propria squadra, e delle strategie che vengono adottate per raggiungere le idee che condividiamo. Quelle idee che, così, si dimostrano immutabili e, perciò, stupide.

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Cosa pensare delle proteste in Turchia

14 June 2013, 11:06 | Medio orientato | «Commenti: 10»

per Il Post

Questo post dà per scontante diverse cose che avevo spiegato in questo post–bignami, se non l’avete letto è meglio leggerlo per primo.

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È molto difficile analizzare e interpretare il corso e il significato di queste proteste in Turchia. Ed è soprattutto difficile decidere da che parte stare. In realtà è molto facile capire da che parte non stare, quella di Erdogan, per motivi fin troppo ovvî: l’autoritarismo, la rivendicazione del ruolo della religione in politica, la soppressione del dissenso. Ma la grande incognita è: la parte degli altri che parte è?

Questo non l’ha capito nessuno. È una protesta libera e confusa, caotica e disorganizzata, questa è la sua forza, ma anche la sua debolezza. Le stesse fazioni protagoniste delle manifestazioni sono combattute fra il cercare di mostrare un’immagine – più efficace – di una protesta coesa e unitaria, e il tentativo di orientare la protesta a beneficio della propria fazione.

COSA NON VA, SONO POCHI
La prima cosa da non dimenticare è anche la più semplice: questa è una protesta di minoranza. Non si tratta di un giudizio di valore, ma squisitamente numerico. L’AKP, il partito di Erdogan, ha preso il 50% alle scorse elezioni, e nessuno mette in dubbio che sia tutt’ora maggioranza nel Paese – i sondaggi lo dànno addirittura in crescita.

Nel Parlamento turco ci sono 4 partiti, BDP (sx, curdo), CHP (csx, kemalista), AKP (cdx, islamico), MHP (dx, nazionalista): tre di questi, che insieme fanno il 45% dell’elettorato, hanno moltissime differenze, e come unico punto in comune quello di opporsi al quarto partito, che da solo ha più voti di loro. Quelli che manifestano oggi sono coloro che si oppongono a questa egemonia.

Si è parlato anche della fondazione di un nuovo movimento a partire da queste manifestazioni, ma proprio per le stesse ragioni è difficile immaginare quale ne possa essere la base politica, tanto più che la legge elettorale turca scoraggia questo tipo di iniziative (con uno sbarramento al 10%). È possibile che le manifestazioni di questi giorni spostino parzialmente gli equilibrî politici descritti sopra, ma per fare sì che abbiano una vera rilevanza, le opposizioni dovrebbero accordarsi in una comune agenda politica, cosa che – molto semplicemente – non può succedere.

COSA NON VA, SONO TROPPI
La protesta è cominciata dall’iniziativa di un deputato del BDP per impedire la distruzione di un parco a Istanbul; pochi giorni dopo la sede del BDP di Smirne, la principale roccaforte del CHP, è stata presa a sassate (mentre quella dell’AKP è stata data alle fiamme) da quelli che – in teoria – sarebbero gli stessi dimostranti.

In molti, specie fra curdi e ambientalisti, è cominciato a maturare un sentimento di insofferenza e mutilazione per la cannibalizzazione delle manifestazioni da parte dei kemalisti (CHP), e più in generale delle forze nazionaliste (MHP): lo slogan più diffuso è «Erdogan dimettiti», ma il secondo è «siamo i soldati di Mustafa Kemal», cioè Ataturk, e il terzo è «beato chi si può definire turco».

Le manifestazioni sono gonfie di bandiere turche e di ritratti di Ataturk: si può manifestare contro un governo sventolandone la bandiera? E si può manifestare assieme ai rappresentanti di un popolo – quello curdo – che è stato annullato, deportato, e ucciso sotto l’ordine diretto di un personaggio storico, sventolando il vessillo di quello stesso personaggio storico?

È probabilmente inevitabile, e forse anche auspicabile, che in un tipo di protesta come questa si convoglino diverse prospettive, speranze e pretese; ma la reciproca diffidenza delle varie anime che manifestano, e la contraddittorietà delle ambizioni che spingono curdi, laici, militari, nazionalisti e ambientalisti a manifestare, rendono molto difficile che ciascuna di queste istanze si concretizzi in una rivendicazione comune e soprattutto concreta. La società turca è troppo frammentata, balcanizzata in gruppi ideologici e identitarî, e così lo è la parte di Turchia che si oppone all’AKP, con fazioni che si guardano vicendevolmente con ostilità – anzi, inimicizia – e, su alcuni temi, sono anche più vicine all’AKP che fra loro.

COSA VA
Sembra una battuta, ma non lo è: questa è una delle poche volte, almeno in Medio Oriente, che chi scende in piazza vuole meno Dio in politica rispetto a chi è al potere. Chi protesta, protesta – anche – contro una legge che vieta gli alcolici durante le ore notturne, contro scuole elementari sempre più confessionali, contro un’islamizzazione simbolizzata, in questi giorni, da un episodio di cui si è parlato molto in Turchia: il divieto, espresso da un funzionario dell’AKP di Ankara, a due ragazzi di baciarsi in pubblico.

Questo fattore – quello della lotta popolare per la laicità – è ancora più importante in Turchia, dove per decenni c’è stata una parte politica, quella che ora sostiene l’AKP, che si è sentita defraudata della propria legittimità popolare, attraverso i colpi di Stato dell’esercito; questo ha fatto sì che fino a pochi anni fa la lotta per la laicità delle istituzioni sia sempre stata associata – anche simbolicamente – all’autoritarismo. Qualunque turco laico si è sentito spesso accusare di essere “al soldo (o schiavo) dell’esercito”.

Inoltre, per la stessa ragione la risposta alle due domande sopra potrebbe essere, genuinamente, «forse sì». È possibile manifestare contro un governo portando la bandiera di quello stesso governo? È possibile che rappresentanti di un popolo sfilino assieme a chi inneggia al padre della patria che ha, coscientemente, annichilito quello stesso popolo? Forse sì. Forse in Turchia, uno dei Paesi più nazionalisti al mondo, è addirittura necessario.

L’affezione, che spesso sfocia in suprematismo, è una parte imprescindibile della storia e dell’identità turca, e muove moltissime scelte politiche, militari ed economiche. Per fare un esempio poco conosciuto in Occidente, i turchi finanziano la costruzione e il mantenimento di numerose scuole turche all’estero (i figli dell’aristocrazia in molti Paesi arabi o ex sovietici vengono mandati alle scuole turche, come un tempo accadeva per quelle francesi), nel nuovo Iraq sono già 30.

Si può considerare negativamente il nazionalismo, o molto negativamente come faccio io, ma una maggiore integrazione di una società estremamente polarizzata, quasi atomizzata, non può che passare attraverso la costruzione di un’identità condivisa. È un processo che, come dicevo, molti Paesi europei hanno fatto uno o due secoli fa, ma che in Turchia non è mai avvenuto, anzi manca del tutto: ci sono i turchi “bianchi”, i turchi “neri”, e i curdi (oltre a mille altre minoranze intrecciate, spesso tutt’altro che piccole, come gli aleviti). E, naturalmente, questo ipotetico processo di identificazione collettiva dovrebbe passare anche attraverso una perdita di memoria. Come diceva Renan, raccontarsi delle frottole sul proprio passato è parte essenziale dell’essere una nazione.

COSA SUCCEDERÀ, I PERICOLI
Nel breve termine i pericoli sono molto chiari, e di speranze se ne vedono davvero poche. La cosa più probabile è che queste proteste si disperdano via via e, lentamente, muoiano nella constatazione che nulla sta cambiando concretamente. Tranne nell’ipotesi, oggi molto remota, di una nuova discesa in campo dei militari, è molto difficile che queste proteste operino un cambio di regime, rispetto a un partito che ha tuttora una solidissima base elettorale.

Se è vero che l’AKP ha ancora un largo consenso, è anche vero che Erdogan ha fatto molti errori nella gestione di queste proteste. Ha mantenuto, e anzi rivendicato, un pugno duro contro i manifestanti che lo ha identificato – non a torto – come il principale responsabile del comportamento della polizia. In questo senso Erdogan sta giocando molte delle sue carte in un gioco particolarmente rischioso, che potrebbe tranquillamente perdere se un altro membro dello stesso partito – o di quell’area culturale – decidesse di prendere una posizione più dialogante, come il presidente Abdullah Gul aveva accennato a fare durante la prima settimana di proteste.

Ma il vero pericolo per Erdogan non è costituito da Gul, personaggio notoriamente più moderato e meno populista, ma suo amico personale e riconosciuto contraltare. Piuttosto, una figura da tenere presente è Fetullah Gulen, guida del “Gulen movement”, un movimento religioso che – attraverso i suoi aderenti – costituisce la base di una buona parte del consenso dell’AKP. Se si vuole fare una similitudine spericolata, solo per capire da una prospettiva italiana, si può dire che se Erdogan ha molto di simile a Berlusconi, il Gulen movement ricorda una turca Comunione e Liberazione, ma più potente e con un peso politico molto maggiore (molto maggiore, sì, avete capito bene). E sarebbe un paradosso che da una protesta che ha come tema cardine la laicità, ne traesse giovamento un leader religioso.

Il rischio maggiore, però, è certamente quello che l’indebolimento di Erdogan possa minare il processo di pace fra Stato turco e milizie curde, firmato recentemente da Ocalan (capo del PKK in prigione) e lo stesso Erdogan, certamente la miglior cosa fatta dal primo ministro turco negli ultimi anni. Sia il CHP che i nazionalisti, com’è tradizione, si sono detti contrari a questo processo di pace, e anche Gulen ha sempre espresso alcune riserve. Una perdita di forza di Erdogan potrebbe mettere un freno alla realizzazione dei successivi passaggi dell’accordo, quelli più impegnativi per lo Stato turco dopo il ritiro – avvenuto come da patti – delle milizie del PKK dalla Turchia. Questo sarebbe un vero disastro.

COSA SUCCEDERÀ, LE SPERANZE
Come detto, nel breve termine si stenta a vedere una possibile evoluzione positiva di queste proteste, specie dopo il corso, ancor più autoritario e repressivo, scelto da Erdogan. Forse, però, alzando lo sguardo un po’ più lontano si può riuscire a intravvedere qualche speranza.

Il grande dibattito sulla società turca, quello più interessante e più gonfio di significati profondi e conseguenze ideali, è sempre stato quello sul kemalismo: il processo, profondamente riformatore e secolare, ma al tempo stesso autoritario, di Ataturk è stato un successo oppure no? Ataturk ha tentato, nello spazio fulmineo di una di un paio di generazioni, di modernizzare – sul modello europeo – una delle società più conservatrici del tempo, quella ottomana.

Per forzare quegli stessi processi che negli Stati Europei avevano impiegato due secoli, ha usato un autoritarismo oligarchico. Ha fatto pulizia etnica, ha soppresso il dissenso, e ha cercato di escludere – per legge – qualunque manifestazione pubblica della religione, con le leggi più severe e intransigenti che qualunque Paese non comunista al mondo abbia mai visto. Questo dibattito sulla secolarizzazione forzata è anche, ovviamente, un dibattito sulla possibilità di una democratizzazione dell’Islam.

I successivi decenni del ventesimo secolo possono essere visti come i rigurgiti, di quella società conservatrice, contro un’innovazione avulsa e forzata. Religiosi che riguadagnavano il potere, e seguaci di Ataturk – nella forma dell’esercito – che facevano un colpo di Stato per riprenderselo, e riassicurare la tutela della laicità. In questo ultimo decennio, con la salita al potere dell’AKP e l’indebolimento dell’esercito, il quesito al centro del dibattito è cambiato: l’arrivo al governo di una forza islamica, ma certamente meno integralista di quelle passate, è il tradimento del sogno di Ataturk o ne è il suo compimento?

La vittoria dell’AKP è la sconfitta del secolarismo kemalista o è il successo di quel processo di secolarizzazione che ha reso possibile la creazione di un partito d’ispirazione religiosa, ma responsabile e senza spinte teocratiche, equivalente a un partito cristiano-democratico europeo (come dice spesso Erdogan)? Nei primi anni 2000, anche grazie alle aperture all’Europa e alla democratizzazione, la risposta sembrava essere l’ultima: l’AKP sta diventando un centrodestra europeo.

Negli ultimi anni, però, con il continuo accrescimento del potere, e la svolta confessionale e autoritaria che il governo Erdogan ha preso, si è tornata a fare strada la prima ipotesi: un partito d’ispirazione religiosa, per di più islamica, comincerà inevitabilmente a reclamare un’invasività nelle scelte delle persone, sull’istruzione, sugli stili di vita. Non è un caso che, nelle proteste di questi giorni, una delle accuse trasversalmente più diffuse sia stata proprio quella di “mettere bocca nel proprio stile di vita”.

La preoccupazione, quindi è che Erdogan voglia trasformare la Turchia in una sorta di Dubai (o Qatar, o per fare un esempio al di fuori del mondo islamico, il Cile di Pinochet), uno Stato con grandi libertà economiche, ma confessionale e autoritario, con limitate – o limitatissime – libertà di dissenso, e di comportamento. Delle preoccupazioni ben riassunte in questa bella foto:

Per questo è importante che queste proteste siano, e auspicabilmente si mantengano, plurali e multiformi. Come dicevo, è difficile immaginare che attraverso delle dimostrazioni si rimarginino ferite profonde un secolo; però, in un passaggio storico per la Turchia, come saranno certamente ricordate queste proteste, un piccolo tassello – se proprio ci sforziamo a essere ottimisti – si sta costruendo in questi giorni, su due fronti.

Per prima cosa, il solo fatto che curdi e kemalisti, non dico manifestino insieme, ma condividano una protesta è già degno di nota (per chi conosce un po’ di Turchia, anche soltanto questa foto scattata a Londra è assurda). E in questo senso – al contrario di quanto detto prima – il fatto che i contenuti delle manifestazioni siano impostati molto sui principî e meno sui dettagli concreti è un vantaggio.

Inoltre, e questa è forse la cosa più importante, il fatto che molte anime protestino in piazza per la laicità e contro l’islamizzazione di una società cardine del Medio Oriente, quella a cui tutte le rivoluzioni arabe hanno guardato, è estremamente positivo. È importante che la parte laica della Turchia guadagni una consapevolezza e una coscienza civica che – quasi inevitabilmente – nei decenni passati è sempre stata demandata alla tutela dell’esercito che ne custodiva il valore, ma anche il monopolio.

Questo è significativo anche per quell’altra parte di Turchia, quella che vota l’AKP, e che per la prima volta vede nella laicità un principio difeso da un’opposizione democratica – un’opposizione che, perciò, dovrà cercare di guadagnare consenso, anche il loro – e non come un’istituzione imposta dai militari. Naturalmente non c’è alcuna garanzia che le cose andranno così, che la laicità diventi un patrimonio condiviso di tutta la Turchia. Ma l’alternativa non c’era: non si poteva continuare a colpi di Stato per sempre.

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Un po’ di Turchia

2 June 2013, 18:02 | Medio orientato | «Commenti: 7»

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Un paio d’anni fa mi sono messo a studiare abbastanza approfonditamente la storia e la politica della Turchia, e l’ho scoperta essere il Paese più complesso, contraddittorio, peculiare, e interessante al mondo. È uno di quei posti dove le categorie con le quali siamo abituati a pensare alle cose saltano, e quindi è molto difficile farsi un’opinione – cioè declinare il proprio pensiero generale in un contesto preciso – su quello che succede. Com’è possibile? L’esercito è il garante della laicità? La destra, ma non l’estrema destra, è la più europeista? Il centrodestra è meno ostile ai curdi, e alle minoranze, del centrosinistra? E l’occupazione militare, lunga trent’anni, di un Paese dell’Unione Europea, cioè Cipro? Sono tutte, queste e molte altre, posizioni strane, che si possono capire solo alla luce della storia della Repubblica turca.

In questi giorni di proteste mi sono trovato spesso a raccontare un po’ di queste cose, a persone e amici che cercavano di capire e che magari in passato mi avevano sentito dire frasi come quella con cui ho aperto il post: “la Turchia è il Paese più complesso e interessante al mondo”. Così ho pensato di mettere giù anche qui un po’ delle cose che penso siano importanti per capire queste proteste: è un racconto non solo parzialissimo e superficiale – un disclaimer che per la Turchia è ancor più necessario – ma è anche frutto della mia personale interpretazione degli eventi. Magari, però, a qualcuno può essere comunque utile per farsi un’idea.

Una considerazione chiave è questa: per capire la Turchia del XX secolo, non la si può confrontare con gli Stati europei dello stesso periodo, ma bisogna analizzarla attraverso la lente e le categorie dei due secoli precedenti: il nazionalismo era, a quel tempo, un’istituzione progressista, volta a conferire per la prima volta al popolo un diritto di legittimità su qualcosa: la propria terra. Nel caso di Ataturk, era in opposizione alla monarchia assoluta, storicamente e religiosamente importantissima, dell’Impero Ottomano, o anche l’ultimo Califfato (per capirne l’importanza, anche a livello dottrinario, basta pensare che il Califfato è l’unico degli imperi dissoltisi con la prima guerra mondiale ad avere ancora dei sostenitori).

In questa prospettiva due cose (lascio da parte altre, come la politica estera e la dearabizzazione, altrettanto interessanti ma non strettamente legate alle proteste di questi giorni) erano una minaccia per la coesione identitaria della Turchia: la religione e l’eterogeneità etnica. Per questo, la Repubblica è stata fondata su leggi che, al tempo stesso, vietavano e ne davano allo Stato (e quindi all’esercito, Ataturk era un generale) il controllo, di ogni manifestazione religiosa. Per le medesime ragioni, venne bandito qualunque tipo di riconoscimento dell’identità curda, anche il più flebile: parlare in curdo, la prima lingua di milioni di persone residenti in Anatolia, era vietato e punito come attentato allo Stato.

Tutti i successori di Ataturk hanno sempre conservato questo orientamento, rappresentati in quello che è sempre stato il partito kemalista (il vero nome di Ataturk era Mustafa Kemal) di riferimento, il CHP. Il CHP è un partito socialdemocratico – Ataturk era un estimatore dei socialismi europei –, attuale membro dell’internazionale socialista, che ha però delle peculiarità: è sempre stato strenuamente filo-occidentale (ma non filo-europeista, almeno negli ultimi decenni), ha delle posizioni fortemente nazionaliste, è molto legato all’esercito, ha rapporti pessimi con i partiti comunisti (che in Turchia sono curdi), è profondamente laico (fino al 2008 era vietato l’accesso al partito a chi portasse il velo).

Il problema è che, come spesso accade, la popolazione – specie quella rurale – è sempre rimasta più legata alle proprie tradizioni religiose rispetto all’élite cittadina, burocratica (e militare) che era l’ossatura del CHP. Questo ha fatto sì che, con un paradigma che si è ripetuto ogni 10 o 15 anni, ogni volta che si andava alle elezioni la parte conservatrice e religiosa prendeva molti più voti di quelli rispecchiati dalla precedente rappresentanza nelle istituzioni e nella politica. Un governo di stampo più religioso veniva formato: questo provava a riformare lo Stato nel senso di una maggiore apertura al dissenso, alla religione, alle minoranze, cercando inoltre di indebolire l’esercito. Ogni volta che questo succedeva, l’esercito entrava sulla scena politica con un colpo di Stato, varava delle leggi speciali per ristabilire l’ordine e lo “spirito patriottico del kemalismo”, e riconsegnava il potere al CHP.

Questo processo si è ripetuto tre volte e mezza negli ultimi 50 anni, l’ultima (la mezza) poco più di 15. Per questo la Turchia è sempre stata una semi-democrazia, guidata da un’élite con idee talvolta condivisibili, ma che venivano imposte attraverso leggi che altrove considereremmo liberticide, secondo i due principi elencati sopra: 1) la coesione etnica è necessaria per la coesione nazionale: un turco è un turco e basta: 2) l’Islam deve essere controllato e arginato, altrimenti prende possesso dello Stato e lo trasforma nuovamente in una teocrazia. Due esempî particolarmente simbolici, avvenuti nel corso degli anni ’90: la prima parlamentare curda, Leyla Zana, fu incarcerata per dieci anni per aver pronunciato in parlamento, in curdo, la frase «giuro in nome della fratellanza fra il popolo turco e il popolo curdo». Erdogan, l’attuale primo ministro, è stato in carcere per aver recitato una poesia a sfondo religioso. Di più: quando fu eletto doveva ancora scontare diversi mesi della propria pena, così che il mandato fu inizialmente affidato ad Abdullah Gul (il primo primo ministro apertamente mussulmano, oltre che attuale presidente turco).

L’Unione Europea ha sempre obiettato a questo tipo di provvedimenti (Zana è stata anche premiata dalla Commissione come dissidente), spingendo per una maggiore apertura della Repubblica. Ciò ha determinato la curiosa circostanza che, in Turchia, il centrodestra di Erdogan e i partiti curdi (di estrema sinistra, ma particolari: a favore della guerra in Iraq, per esempio) sono i maggiori sostenitori dell’Europa, in quanto potenziali beneficiarî delle aperture richieste, mentre il CHP – di centro o centro-sinistra – è il meno favorevole all’integrazione. Queste posizioni si sono parzialmente evolute negli ultimissimi anni per ragioni di politica estera, ma il nocciolo delle ragioni rimane il medesimo.

Il partito di Erdogan, l’AKP, è l’erede diretto dei partiti pro-religiosi che nei decenni precedenti furono messi fuorilegge dall’esercito. Per la prima volta, nel corso degli anni 2000, un partito è riuscito a contrapporsi al potere militare, smarcandosi dal timore di fare riforme troppo incisive per la paura di un possibile colpo di Stato. Questo è stato possibile per due ragioni: la pressione internazionale in questo senso, e un gigantesco consenso guadagnato dall’AKP, anche grazie a qualcosa di simile al boom economico italiano degli anni 60:  complici una serie di liberalizzazioni, l’economia turca ha fatto un enorme balzo in avanti negli ultimi dieci anni, crescendo a tassi che sfidano quelli dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). Alcuni analisti dicono addirittura che l’economia turca sia la più in salute al mondo (altri sostengono sia una grande bolla illusoria, vedi il primo commento a questo post).

Erdogan, all’inizio più prudente, ha cominciato così a proporre riforme sempre maggiori, accompagnato da un consenso sempre crescente (alle ultime elezioni l’AKP ha preso il 50%, ed è stato considerato un risultato deludente), fino ad arrivare a proporre – e fare approvare attraverso referendum popolare – la modifica della costituzione repubblicana. Tuttavia, nel guadagnare sempre più potere – anziché dismetterle – ha cominciato a utilizzare le stesse istituzioni di repressione del dissenso che aveva criticato, non soltanto smantellando il potere dell’esercito e facendo arrestare quella stessa leadership che lo aveva incarcerato 15 anni prima, ma attaccando anche la libertà d’espressione di quella parte di Turchia che non lo sostiene, con arresti e processi per giornalisti e dissidenti.

Queste, io credo, sono le – riassuntissime, violentate dalla sintesi – premesse necessarie a capire le proteste di questi giorni. Domani provo a buttare giù qualche pensiero più personale su ciò che esse vogliano dire, perché siano esplose, e quali siano i possibili sviluppi. Eccolo qui: LINK.

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Le bombe di Boston, il ragazzo saudita, e un po’ di buon senso

17 April 2013, 21:36 | Gruppo misto | «Commenti: 11»

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C’è questa storia del ragazzo saudita che si trova “nel posto sbagliato, al momento sbagliato”, e cioè alla maratona di Boston, nei secondi successivi alle esplosioni delle due bombe. Scappa, come fanno tutti. È ferito. È anche più sveglio degli altri: ha capito che le bombe sono state due, mentre le persone lì attorno pensano sia stata una sola. Questo fa insospettire qualcuno. Così la polizia, dopo averlo portato in ospedale, lo interroga. Intanto, un’altra squadra perquisisce la casa in cui vive con alcuni coinquilini, e fa delle domande anche a loro. Tutto questo solo perché è saudita. Scandalo. Gli americani sono razzisti. Il colore della pelle, eccetera.

Dovevano interrogare mia nonna. No, dico sul serio. Mia nonna vive a Boston. Non era alla maratona (per fortuna), ma fosse stata lì avrebbe dovuto suscitare gli stessi sospetti nella polizia rispetto al ragazzo, no? Perché del resto c’è la stessa possibilità che un’anziana signora di novantanni piazzi delle bombe a un evento pubblico rispetto a un ragazzo saudita? Se, a questa domanda, rispondete «sì», allora viviamo in due mondi diversi, e a me piacerebbe vivere nel vostro. Se, però, rispondete «no», com’è ovvio rispondere, allora è naturale conseguenza che la polizia si concentri sulle piste più sensate.

Il tutto, ovviamente, senza ledere alcun diritto della persone sospettate, ma è una posizione ottusa e ideologica sostenere che qualunque crimine ha le stesse possibilità di essere commesso da chiunque. Perché io, Giovanni, sono ben più sospettabile di mia nonna. E se la polizia interroga mia nonna, anziché interrogare me, non perde soltanto del tempo ma mette a repentaglio la vita delle persone che dovrebbe proteggere. E infatti non si comportano così, per fortuna.

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CEO Francesco I

14 March 2013, 1:19 | Il Male curabile | «Commenti: 3»

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Uno dei podcast che ascolto è quello di un programma, chiamato Planet money, che racconta delle storie legate all’economia, in maniera sempre interessante, molto narrativa, e mai noiosa. Si capiscono cose, con svago. Qualche giorno fa una puntata affrontava l’economia della Chiesa cattolica non dal punto di vista degli scandali, o dell’opulenza – punti di vista utili, ma abbastanza banali – ma da quello del management: cosa farebbe la Chiesa se fosse una grande azienda multinazionale, quale nei fatti è.

If you’re in business, there are certain signs that your company is in trouble. A big one: your CEO abruptly resigns.

And it’s especially worrisome if it is the first time this has happened to your company in almost 600 years.

La puntata è di metà febbraio, ma mi è tornata in mente oggi – per ovvie ragioni – perché una delle cose che dicevano nei 20 min di analisi manageriale della Chiesa, è che si tratta di un’azienda che investe troppo poco nei mercati nei quali è in espansione. In Europa e Nord America i cattolici sono in continua diminuzione, con tanto di drammatica crisi delle vocazioni, ma in Africa e specialmente in Sud America è un’azienda che va forte. Però la larghissima maggioranza delle strutture, del personale (i preti), degli investimenti, è allocata dove la Chiesa non sta crescendo.

Quindi, dicevano, da un punto di vista manageriale ci sarebbe assoluto bisogno di rifocalizzarsi e accattivarsi i mercati in espansione, come il Sud America, finora troppo trascurato dall’azienda.

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Contro il PD

6 March 2013, 22:13 | Alta politica | «Commenti: 29»

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Voi non ci crederete, ma in queste ore la dirigenza del PD si sta – e ci sta – raccontando che la colpa di questa sconfitta è l’essere stati troppo liberali. Questo, però, non è un post su liberalismo, socialismo e socialdemocrazia. No, è un post sull’endemica incapacità di confronto con la realtà di quel partito.

LA REALTÀ CI DÀ TORTO
Negli ultimi 4-5 anni Bersani ha, legittimamente, allontanato il PD dal liberalismo. C’è stata una battaglia politica e ha vinto quella parte che voleva un partito più socialdemocratico. Più socialista, meno liberale. È una scelta legittima, e non è detto che sia sbagliata. Alle urne ha perso tre milioni e mezzo di voti, ma la storia è piena di idee sbagliate che hanno raccolto consenso. Hanno ragione loro e hanno torto quelli che non li hanno votati? Può essere.

Ma una cosa è chiara: se il PD avesse preso il 41% (cioè il 7,76% in più rispetto alle ultime politiche), avrebbero detto che quella gigantesca vittoria era merito della svolta socialdemocratica e anti-liberista del PD. Invece hanno preso il 25.42% (cioè il 7,76% in meno rispetto alle ultime politiche), e cosa dicono? Esattamente lo stesso. Che la sconfitta è colpa del non essere stati abbastanza socialdemocratici, dell’alleanza con Monti, dell’austerity, eccetera. Verrebbe da dire Popper e l’infalsificabilità del marxismo, se non fosse troppo facile.

E QUINDI ABBIAMO RAGIONE
Eppure, spesso, questo meccanismo avviene in buona fede, da parte di persone che su molti temi hanno idee condivisibili e ben espresse (ho-molti-amici-dalemiani). Poi, però, ci sono quei due o tre argomenti sui quali il ragionamento da conventicola, gli spauracchi e le parole d’ordine, la fedeltà alla linea e i nemici giurati, superano in squadrismo e chiusura anche quelle dei grillini.

Funziona così: Mario un giorno si sveglia e dice ad Alberto che il liberismo ha i giorni contati, o che la figlia di Ichino è una raccomandata. Alberto ci pensa, lo metabolizza, e lo riferisce a Maria. Maria fa suo il pensiero e lo condivide con Giacomo. Giacomo, allora, incontra Mario e glielo dice. E Mario pensa «ah beh, se lo pensa anche Giacomo deve essere vero».

Questa claustrofobica autoreferenzialità è l’essenza di quella che, durante le primarie, chiamavo dissonanza cognitiva. Ma è molto di più, mi sono reso conto: è l’elevazione del confirmation bias a un livello di sistematica e patologica efficienza.

LE PRIMARIE
È stato durante le primarie che questa coazione mentale, il ragionamento da setta e il terrore dell’OPA ostile si è manifestata in tutta la sua potenza. E lo dice uno a cui Renzi non piaceva, ed era anzi abbastanza determinato a non votarlo.

Forse è stato proprio il non essere renziano a rendermi così sbalordito: i renziani davano per scontato che l’apparato fosse ostile, del resto era ciò che Renzi andava dicendo da tempo – faranno la lotta nel fango, faranno qualunque porcata per non farci vincere. Ma per me, spettatore scettico, è stato sconcertante realizzare che quella dirigenza fosse davvero disposta a qualunque porcata, e a negare d’averla fatta.

Le stesse persone per giorni, prima delle primarie, hanno deriso Renzi per essere riusciti a fregarlo, cambiando le regole a suo svantaggio. Poi, quando è venuta fuori la polemica sulle regole, hanno negato – quasi offesi – che quelle modifiche potessero svantaggiarlo (qui spiegazione delle 4 porcherie anti-Renzi: sia chiaro, avrebbe vinto ugualmente Bersani, che è un’aggravante). Se sostenitori di Renzi pubblicizzavano un sito, senza indicazioni di voto, per semplificare la procedura di registrazione era una patente violazione delle regole; se sostenitori di Bersani pubblicavano sui giornali inviti a votare Bersani, era una sciocchezzuola. Lo stesso Bersani ha detto la gigantesca bugia di essere stato lui a volere le primarie, dopo aver nicchiato per due anni mentre Renzi lo rincorreva apparizione su apparizione per cercare di stanarlo. Sempre lo stesso meccanismo del doppio standard.

Poi, beh, durante le elezioni Renzi è diventato utile alla ditta e allora c’è stato il contrordine compagni.

IL “VUOTO PNEUMATICO”
E pensare che il mio scetticismo su Renzi era stato nutrito anche da uno scambio di email con un amico bersaniano: mi aveva spiegato un po’ di cose, e molte delle sue critiche mi avevano convinto. Quello delle proposte di Renzi era un “vuoto pneumatico”.

Ora, io non so se qualcuno si è preso la briga di leggersi il programma economico del PD in questa campagna elettorale: non c’era un numero, una sola cosa concreta e quantificata. Cosa vuole fare il PD con la spesa pubblica? Aumentarla o abbassarla? Vuole tagliare l’Irap? Ma di quanto? Con quali soldi? E l’Irpef? “taglio del 3%, ma non subito” non è una risposta. Quando? E dove prendi i soldi? E l’Ires? Vuole dare più soldi all’istruzione e alla ricerca? E la sanità? Quanti soldi, e presi da dove? Alzando le tasse? Facendo delle dismissioni? Quante? E il debito pubblico lo vogliamo abbattere? Come e di quanto? L’unica cosa accompagnata da una cifra era l’elettoralistica abolizione dell’IMU sulla prima casa a chi paga meno di 500€.

Perfino il PDL aveva dei numeri, per quanto strampalati e irrealizzabili. Il PD, invece, niente. Né le dichiarazioni di Bersani (segretario) o Fassina (responsabile economico) chiarivano alcunché. Il programma del PD era un tale “vuoto pneumatico” che, nei varî articoli dei giornali che mettevano a confronto il peso economico dei programmi, i numeri del PD se li inventava il giornalista – oh, non so se è chiaro. I numeri se li inventava il giornalista!

Pensate ci sia stato qualcuno che, dal di dentro, abbia finalmente denunciato questo vuoto di contenuti, in questa era di dittatura-della-comunicazione? Ovviamente no.

REALISTI REALISTI, IDEOLOGICI IDEOLOGICI
Ora: perché il PD non ha elaborato uno straccio di piano sui 5 anni di legislatura? Non sono in grado di farlo? Non è così. È certamente una scelta comunicativa, la vaghezza dovrebbe aiutare a non scontentare nessuno. Ma c’è un altro fattore, estremamente importante, e centrale per il modello di politica che è attualmente alla guida del PD: è la prodigiosa e improbabile commistione di realpolitik e furore ideologico.

Perché non è solo la proverbiale questione delle “segrete stanze”, nelle quali si entra con idee diverse, si fa un accordo politico, e si esce fingendo di avere sempre avuto la stessa. Il problema è che a questa si associa, sempre sottotraccia, un filtro di lettura della realtà smaccatamente ideologico (oggi è la moda di Keynes, fra cinque anni sarà qualcos’altro) che produce la dissonanza cognitiva di cui sopra. Solo che questa linea ideologica che è presente in tutte le conversazioni, nelle discussioni private, nei discorsi a nuora-perché-suocera-intenda, in qualche dichiarazione strappata, non viene mai affermata con forza in pubblico: sarebbe un’offesa alla prudenza del realismo politico.

Perciò la presenza pubblica del PD si traduce in una costante vigliaccheria, e menzogna, rispetto alle idee piene che i dirigenti di quel partito covano. Da questo derivano le dichiarazioni di Fassina in stile Arafat, che in italiano dice una cosa e in inglese – al Financial Times o al Wall Street Journal – dice esattamente l’opposta. Da qui deriva la Taquiyya su Europa e Germania, odiata nelle sezioni del PD quasi quanto nel PDL. E deriva la mancanza del coraggio politico di fare di testa propria: se Bersani pensava di essere in grado di risanare i conti, e di farlo meglio del Governo tecnico, perché non ha detto “no” a Napolitano, andando subito a nuove elezioni?

LA CASTRAZIONE PERMANENTE
La risposta che Bersani dà è che il PD è stato “responsabile”, ed è vero, verissimo – al tempo l’ho molto apprezzato. Però riconoscere che essere “responsabili” vuol dire non portare al governo la propria linea politica, significa che il proprio orizzonte ideologico sarebbe, invece, irresponsabile. Che affermare in pubblico idee come queste (è un documento di una riunione degli economisti del PD, o d’area, che ha postato un’amica su Fb) o quelle che si sentono dire a tutti i bersaniani interpellati al bar, porterebbe l’Italia nel disastro.

Nei fatti, questa dirigenza del PD è più realista di sé stessa. Ed è proprio questo che matura un permanente sentimento di castrazione, quello che è precisamente all’origine dell’incapacità d’analisi della realtà che descrivevo all’inizio: abbiamo fatto un partito più-socialista-ma-non-abbastanza, abbiamo perso, e quindi dobbiamo essere più socialisti. Ah, se fossimo stati socialisti quanto volevamo davvero, lì si che avremmo vinto.

E, infine, questo meccanismo ha un risultato ultimo abbastanza evidente, e che tutti abbiamo imparato a riconoscere nel PD, la più totale impossibilità di autocritica: perché se non abbiamo mai fatto, per davvero, quello che volevamo fare, come possiamo metterne in dubbio la bontà?

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