Storia di Mohammed, Ahmed e Farhad

23 September 2016, 12:22 | Katsika | «Commenti: 2»

per Il Post

Da aprile faccio il volontario nel campo profughi di Katsika, in Grecia, dove tengo un diario. A Katsika vivono siriani, iracheni, afgani, curdi e diverse altre comunità. Sono rimasti bloccati dalla chiusura delle frontiere e ora vivono in tende allestite dall’esercito greco in attesa di una lentissima procedura di registrazione. A Katsika vive anche Mohammed, assieme ai suoi cugini Ahmed e Farhad, e altri quattro compagni di tenda. Raccontare la loro storia può essere utile a capire l’impatto che le nostre politiche migratorie hanno sugli esseri umani, quelli che subiscono le scelte dei nostri governi, e siamo semplicemente abituati a non vedere. Ma esistono.

Mohammed ha appena compiuto 18 anni, per il governo siriano ne ha ancora 17. È nato a Qāmishlī, nel nord della Siria, in una zona a forte prevalenza curda. Da grande vuole fare il fisico. La chat di What’s App fra lui e il cugino Ahmed è una lunga lista di parole inglesi. Ogni volta che dico una parola inglese che non conosce tira fuori il cellulare e la invia a Ahmed: «non ti preoccupare, sarà contento anche lui di impararla». Il suo sogno è andare a finire gli studî in Finlandia perché – chissà dove ha trovato questa informazione – è lì che c’è il miglior sistema educativo per chi studia fisica. In realtà quello di andare in Finlandia era il suo sogno, ora gli basta «andare via di qui».

Anche Ahmed e Farhad, che sono fratelli, vengono dal nord est della Siria, dalla zona intorno a Qāmishlī. Oggi hanno 18 e 19 anni, uno in più di quando hanno cominciato la loro lunga traversata. È l’appartenenza alla più grande etnia senza Stato, quella curda, a marcare l’infanzia dei tre: a scuola non possono parlare la propria lingua perché «i bambini arabi, o l’insegnante, avrebbero potuto fare la spia, la polizia di Assad lo sarebbe venuto a sapere e nessuno avrebbe saputo più nulla di me o della mia famiglia», racconta Mohammed. Farhad ricorda di una volta che l’insegnante lo schiaffeggiò per averlo sentito parlare in curdo con un compagno: «a oggi non dimentico il suo nome, Marae». Anche Ahmed, quando pensa ai giorni della scuola, parla dello stesso tema: una gigantesca rissa con sassi e spranghe fra ragazzi curdi e arabi.

ahfarhAhmed e Farhad da bambini

La famiglia di Mohammed, che è importante ma povera per un investimento sbagliato, si trasferisce a Damasco e partecipa nel 2004 alle manifestazioni contro il regime, per l’indipendentismo curdo. All’età di sei anni Mohammed vede, dalla propria porta di casa, la polizia che minaccia i manifestanti con i fucili. Giorni dopo circondano i quartieri curdi della città e lanciano lacrimogeni per una settimana, impedendo alle persone di uscire.

La sua famiglia decide di fuggire nuovamente a Qāmishlī, si presentano al posto di blocco e mostrano i documenti della madre di Mohammed: i militari vedono che il suo villaggio d’origine ha un nome arabo e per questo vengono fatti passare. Il paradosso è che il villaggio è curdo, ed era stato lo stesso governo siriano a imporre la cancellazione del nome curdo sui documenti. Qualche giorno dopo le milizie di Assad attaccano la zona assediata e incarcerano tutti gli uomini curdi sopra i diciotto anni per poi torturarli con l’elettricità e l’acqua.

Nel 2010 comincia la primavera araba, in Siria ci sono diverse manifestazioni: tanti curdi si trasferiscono a Damasco per parteciparvi. Assad decide di rispondere con la repressione, un paio di amici di Mohammed spariscono nel nulla: a oggi non si sa che fine abbiano fatto. Quando arriva la guerra civile la famiglia di Mohammed scappa nuovamente a Qāmishlī, mentre il padre rimane a Damasco: per tre mesi Mohammed diventa “l’uomo di casa”, benché sia solo quindicenne. «In Siria si diventa uomini prima», dice lui.

«A quel tempo, trovare cibo o avere l’elettricità era un sogno». In più le tensioni fra arabi e curdi si riflettono anche a scuola, dove ci sono risse quotidiane. Mohammed smette di andarci, in quello che è l’anno più importante del sistema scolastico siriano. Studia a casa, e studia, e studia. Principalmente fisica e inglese, ma un po’ di tutto. La notte lo fa al lume delle candele, «per la paura di dormire, non sapevo cosa mi sarebbe potuto succedere: ma tutto questo studio mi ha reso un’altra persona». Una notte sente una voce dentro al portone di casa – in Siria non c’è governo e ognuno deve difendere sé stesso – comincia a pensare mille cose, a domandarsi «cosa succederà? Cosa succederà?» rapito dal panico; anche la mamma si sveglia, e comincia a piangere per la paura. È così che si vive in quei giorni di guerra civile. Poi la voce non si sente più: passa qualche minuto, poi qualche ora: chissà se era un ladro, un miliziano o chissà chi altro.

Qualche giorno dopo l’FSA, l’esercito libero siriano, attacca Qāmishlī. Ai russi non fa piacere, e un elicottero del Cremlino comincia a bombardarli. La casa di Mohammed trema, ancora una volta tutti piangono per il terrore. La settimana successiva un aereo colpisce un’area, nei pressi di Qāmishlī, dove si sono raccolti molti civili per sfuggire ai bombardamenti. Muoiono 25 persone, 12 appartengono alla famiglia di Mohammed. «Una mia cugina è morta perché, anziché obbedire alla sorella, quando ha sentito l’aereo è corsa dalla madre ed è finita uccisa con lei». La zona intorno a Qāmishlī passa dal controllo di Assad, a quello della FSA, a quello di Jabat al Nusra, a quello curdo. La città rimane sotto Assad, l’Isis comincia ad attaccarla, ogni mese esplodono qualcosa come cinque autobombe.

%d9%a2%d9%a0%d9%a1%d9%a6%d9%a0%d9%a2%d9%a0%d9%a9_%d9%a0%d9%a9%d9%a1%d9%a6%d9%a0%d9%a3
Mohammed in Iraq, qui indossa la sua felpa preferita: non ho ancora avuto cuore di dirgli che c’è un errore d’ortografia nella scritta Ferrari

Il padre di Ahmed e Farhad lavora come elettricista, quando opera all’aperto indossa sempre un cappello giallo: serve a segnalare agli aerei militari che è un lavoratore e non un miliziano così da non essere bombardato. Un giorno Ahmed sente un colpo di mortaio esplodere vicino casa. Escono per cercare di aiutare i vicini, ma sentono un altro colpo, poi un altro, poi un altro ancora. Tornano a casa. Ahmed, Farhad e la madre decidono di scappare a casa di uno zio, mentre sono per strada un altro colpo di mortaio esplode a 20 metri da loro.

Il pericolo che l’Isis arrivi a Qāmishlī diventa sempre più concreto, e la famiglia di Mohammed decide di scappare nel nord dell’Iraq, dove vengono accolti – si fa per dire – in un campo profughi dei peggio organizzati. I bagni sono indegni, non ci sono alloggi per tutti, quelli che ce li hanno devono comunque vivere in una tenda nel clima iracheno. Mohammed finisce l’anno scolastico nella scuola per rifugiati istituita dal governo iracheno.

Per raggiungere Mohammed in Iraq, Ahmed e Farhad devono passare il confine siriano, che ora è chiuso. Mentre Ahmed, che è ancora minorenne, può prendere la via più facile, Farhad, che è maggiorenne, potrebbe essere fermato e reclutato nella leva curda. Per questo deve aggirare gli appostamenti militari posti sulla via civile, e in un tratto – quello con più controlli – riceve un fucile e: «se qualcuno ti chiede qualcosa, di’ che sei un combattente curdo». Tutta la zona che passano è teatro di guerra fra l’ISIS e i Peshmerga, e Farhad è impaurito a ogni torcia di ogni poliziotto di ogni posto di blocco. Alla fine, ultimo dei tre, anche lui riesce ad arrivare in Iraq.

Qualche tempo dopo, però, si concretizza il rischio che l’Isis arrivi anche qui: si riunisce il consiglio dei curdi della zona, sia Mohammed che il padre danno i proprî nomi e vengono dotati di un fucile in attesa dell’invasione dello Stato islamico. L’intervento della coalizione internazionale ribalta le sorti del conflitto, in quell’area, e lo Stato islamico viene temporaneamente scacciato. «Ma Iraq non c’è futuro – dice Mohammed – non c’è la possibilità di studiare o di lavorare», «l’unico lavoro che si può fare – aggiunge Ahmed – è il soldato, solo a quel modo puoi avere uno stipendio».

Mohammed vuole andare in Europa, ne parla a lungo con Ahmed e Farhad, vuole arrivare in Germania o in Finlandia. Arrivano alla conclusione che ci vogliono provare. Il padre di Mohammed, invece, non lo vuole lasciar andare; lui discute ogni giorno con suo padre che teme che un viaggio simile sia pericoloso, «tante persone ci sono morte», gli dice. Dopo un tira e molla che dura mesi, Mohammed minaccia: «se non mi fai andare scappo di casa», il padre gli risponde: «va bene, vai, ma se muori non vorrò vedere il tuo corpo». Anche il saluto con gli amici non è il migliore: ha detto talmente tante volte che sarebbe partito che questa volta, che lo fa per davvero, non gli credono più.

La famiglia di Mohammed conosce un trafficante, che aveva legami con quella che lui definisce «la mafia», che per 350 dollari a persona li avrebbe fatti arrivare in Turchia. I genitori di Mohammed vendono la casa che hanno a Damasco, Ahmed e il Farhad lavorano per un anno e mezzo per mettere da parte i soldi necessarî al viaggio. Il denaro non viene pagato subito, ma sarà pagato dalle famiglie all’arrivo in Turchia. Partono da Dahuk, o Duhok in curdo, nel nord dell’Iraq dove erano fuggiti per l’attacco dell’Isis a Qāmishlī.

dahuk
Dove comincia il loro lungo viaggio

Il giorno della partenza una macchina li va a prendere al campo profughi, li porta in un villaggio, dove vengono caricati su un’altra macchina, che li porta in un altro villaggio. Alla fine cambieranno cinque automobili, alcune della polizia, corrotte dai trafficanti. Nessuno chiede loro nulla. A un certo punto devono fermarsi per la notte e vengono portati a dormire in casa di uno dei trafficanti. Il mattino seguente i trafficanti chiedono loro più soldi: servono dei cavalli per attraversare un fiume, a quanto pare. Ne nasce un litigio, Mohammed chiama a casa, il padre gli dice «torna indietro». Alla fine riescono ad accordarsi per una cifra di mezzo. Non sarà l’ultima volta che qualcuno tenterà di ingannarli.

L’ultima macchina li porta sulle montagne fra la Turchia e l’Iraq, da lì camminano per due ore, guidati da uno dei trafficanti. Questi, a un certo punto, li abbandona dicendo loro che basta proseguire per arrivare all’appostamento dell’esercito turco. È lì che devono consegnarsi: arrendersi ai militari Turchia è il primo passo per arrivare in Europa, perché saranno loro a portarli in un campo profughi in Turchia.

20160210_100558
Mohammed sulle montagne fra Iraq e Turchia

Appena Mohammed, Ahmed e Farhad arrivano all’appostamento dell’esercito, si vedono puntare addosso un fucile. Mohammed alza le mani e prova a parlare in inglese. Non vogliono mostrare di essere curdi, perché potrebbe essere rischioso con l’esercito turco. In realtà il militare stesso dice loro «guardate che sono curdo anche io». Si fanno una risata. Vengono portati alla base militare, lì li controllano, li perquisiscono. L’esercito dice che devono aspettare l’arrivo di un camion, nel frattempo i civili – curdi – dei villaggi vicini danno loro del cibo; tre ore dopo il camion arriva, i militari ci caricano quaranta persone schiacciate l’una sull’altra. Durante il tragitto tutti i bambini piangono, una donna vomita. Per fortuna il viaggio è corto.

«È così che arriviamo all’inferno», dice Mohammed. L’inferno è un campo militare, dove vengono accatastati in una mensa, dormendo per terra, con la propria giacca come coperta. «Magari! – dice Farhad – trovare un posto per terra per sdraiarsi era un sogno, eravamo tutti schiacciati gli uni contro gli altri». Una notte, a rischio di pesanti ritorsioni, riescono a rubare una coperta: per il nulla che hanno è già molto. Il pane è legno, non c’è la doccia: alle sette del mattino vengono svegliati per pulire, e solo chi fa le pulizie nel campo ha il permesso di caricare il cellulare. Da quel campo l’esercito turco attacca il PKK, loro sentono i bombardamenti. Rimangono nel campo per otto giorni, otto giorni terribili in mano a soldati che vedono regolarmente scazzottarsi fra loro.

Ogni giorno 200 persone vengono spostate a un altro campo: ufficialmente è compito dell’esercito, in realtà se non pagano la mazzetta non ce li portano. Dato che non è legale, non lo fanno nella base, ma quando sono sul pullman: si fermano in un’area di servizio, fanno scendere tutti e li minacciano di tornare indietro. Alla fine si accordano sul pagare 15 dollari a persona.

La nuova tappa non è né un vero campo profughi né una base militare, bensì un campo da basket dove le persone sono costrette a dormire per terra, stipate l’una di fianco all’altra. Le famiglie vengono accomodate sul terreno di gioco, e ricevono una coperta; i ragazzi sugli spalti, e non ricevono nulla. Al mattino gli viene data una ramaiolata di yogurt, a pranzo zuppa di pomodoro, a cena lo stesso. Non c’è la doccia, ci sono due bagni per i maschi e due per le femmine, e in ogni momento del giorno c’è una fila lunghissima per arrivarci. Non possono caricare il cellulare, se li beccano collegarsi a una presa elettrica glielo rompono. Un ragazzo che aveva una bandiera curda sulla mascherina del cellulare se lo vede sequestrare, poi il soldato lo sbatte per terra e lo calpesta con gli stivali.

6426bdc3-10ef-4cdf-a554-10c3fe29fd03
Il campo da basket trasformato in campo profughi

Nei giorni lì, per passare il tempo, Farhad scrive poesie, Mohammed studia fisica, poi decide di cominciare un libro: Angeli e demoni di Dan Brown. Lo legge, lo fagocita, fra sé e sé si convince che prima finirà il libro, prima verrà portato via da questo nuovo posto orribile. Purtroppo non succede: la procedura è basata sul giorno di arrivo nella struttura, e dopo una settimana dovrebbe essere il turno del gruppo di Mohammed, Ahmed e Farhad. Arriva il momento e non vengono chiamati. Vanno a chiedere alla polizia che li rassicura: è un errore, «chiameremo i vostri nomi nel pomeriggio e lascerete questo campo di merda». Nel pomeriggio, però, saltano il turno di chiamata. Ritornano dalla polizia, che li rassicura nuovamente. Questa tiritera va avanti per giorni, nei quali sperano di essere chiamati, ricevono garanzie in questa direzione e poi non vengono chiamati: «ogni giorno aspettavamo il nostro nome, era terribile», dice Mohammed.

Rompono una bottiglia e minacciano di ammazzarsi se non verranno chiamati il giorno successivo, questa volta un graduato dell’esercito promette loro che l’indomani sarebbero andati, e lo fa stringendosi i baffi fra le dita, un modo mediorientale di giurare sul proprio onore. Purtroppo neanche questa volta va a buon fine: prendono metà del gruppo, Mohammed, Ahmed e Farhad sono nell’altra metà. Alla fine qualcuno suggerisce loro di corrompere l’interprete, vanno da lui, gli stringono la mano con in mezzo 150 lire turche, 50€. L’indomani arrivano i tre nomi: Farhad, Ahmed, Mohammed. Mohammed non aspetta neanche che dicano il suo cognome e corre verso la porta. «Non puoi immaginare quanto ero felice di andare via da quel posto». Mohammed parla con la propria famiglia per la prima volta dopo più di un mese. Sono rimasti lì per 27 giorni.

Purtroppo le disavventure non finiscono qui: il camion che doveva portarli nel centro della città di Van li lascia invece in un posto abbandonato della periferia. Dicono loro che non possono andare nel centro cittadino perché la polizia li arresterebbe; invece indicano loro due bus per Smirne e Istanbul. Danno loro dei biglietti che si riveleranno essere falsi, pagano la tratta per Smirne, perché è lì che conoscono il trafficante che ha promesso di farli arrivare in Grecia (si sono conosciuti via internet, per quanto siano originarî della stessa zona). Il pullman parte, teoricamente alla volta di Smirne, ma subito Mohammed nota che c’è qualcosa di strano: a un controllo della polizia il guidatore sembra impaurito.

Nel frattempo Mohammed si addormenta, si risveglia quando viene strattonato da un uomo in vestiti civili, ma con una pistola. Questi lo perquisisce, e ovviamente non trova nulla, ma in un compartimento del pullman trova hashish e altre droghe dentro sacchetti di plastica nera. L’uomo dice al guidatore di seguirlo e fa scendere tutti i rifugiati, fra le città di Mus e Van. Promettono loro che un altro bus dalla compagnia arriverà. Nessuno arriva. Finiscono a dormire di fronte a un ristorante, abbracciandosi per il freddo. Quindi decidono di affittare un taxi collettivo per tornare indietro a Van e riavere i soldi. A questo punto sono completamente al verde, perché altri soldi dovrebbero arrivare loro dalla famiglia una volta a Smirne. A questo punto sono costretti ad andare nel centro città, ma l’inserviente della compagnia si rifiuta di ridar loro i soldi. Alla fine sono costretti a ripagare il biglietto, i soldi glieli presta un altro profugo che è con loro, Juan.

20160202_102440Ahmed e Farhad si stringono per il freddo, assieme a loro Juan, che li ha aiutati

Questa volta riescono ad arrivare a Smirne, ma in città vengono fermati dall’esercito che chiede loro chi sappia parlare arabo. Mohammed non dice “io”, ma Juan dice di sì: cominciano le domande. Dove andate? Che fate? «Se avessero fatto le stesse domande a me, avrei risposto “andiamo in Grecia”, ci avrebbero arrestati e mandati in Siria», dice Mohammed ridendo. «Per fortuna quel chiacchierone era assonnato», commenta Farhad. A Smirne riescono a mettersi in contatto con il loro trafficante, che dice loro di incontrarsi alla stazione dei bus. Lì li raccoglie, li porta nella propria casa, e dice loro: «ora siete parte della mia famiglia». «Che bugiardo!», ricorda Ahmed. Per la prima volta dopo giorni riescono a farsi una doccia e cambiarsi i vestiti: «siamo persone nuove», dice Mohammed.

«Aspettiamo che la strada sia libera, poi vi porto al mare». Passano sei giorni, nei quali Mohammed, Ahmed e Farhad vivono a casa del trafficante, mangiando e passando il tempo assieme alla sua famiglia. L’unica volta che Mohammed si allontana dalla casa è per andare a comprare uno pneumatico. È il trafficante stesso a dirgli che è meglio di un giubbotto di salvataggio perché con lo pneumatico puoi nuotare meglio. Poi, durante il sesto giorno, da un momento all’altro, il trafficante arriva in casa e dice: «è il momento, correte». Prendono un’auto che li porta in un’altra casa dove è presente un nutrito gruppo di persone che deve fare la stessa traversata. Nel frattempo il trafficante si allontana, dice che va a controllare la barca e corrompere la polizia. L’unica indicazione che dà loro è «non parlate con nessuno del prezzo del “servizio”». Quando torna dice a tutti di raggiungere – cinque alla volta per non dare nell’occhio – un camion sul quale li fa montare schiacciati in posizione fetale per quattro ore e mezzo gli uni contro gli altri. Attorno al camion ci sono tre taxi affittati dai trafficanti per perlustrare le strade prima che passi la polizia. Arrivano in un villaggio a ovest di Smirne, dove c’è una piccola scialuppa che li deve portare alla barca più grande. Sono le due di notte.

Aspettano due ore perché la guarda costiera turca sta perlustrando la zona. Con la scialuppa arrivano alla barca più grande, poi la scialuppa torna indietro a raccattare altre persone. Quando ritorna, la vedono in lontananza che comincia ad affondare. Quelli che sono sulla scialuppa buttano tutti i loro averi in mare e arrivano a nuoto alla barca. Una bambina non sa nuotare, il padre, che era già sulla barca, si butta in acqua per salvarla, e per fortuna fa in tempo. Diverse persone sono però rimaste a terra, quindi i trafficanti decidono di abortire la missione: portano la nave vicino alla riva e poi dicono a tutti di buttarsi in acqua. I trafficanti fuggono via per non essere trovati dalla polizia; per la stessa ragione, anche le persone che erano sulla barca scappano lontano dalla spiaggia, salgono su una collina adiacente, accendono un fuoco e si asciugano. Mohammed, Ahmed e Farhad restano affamati e infreddoliti per 24 ore, rubano delle arance in un albergo, poi dopo altre ore e ore di attesa decidono di prendere un furgone per Smirne. Una volta arrivati a Smirne prendono un taxi, fanno parlare il tassista con il trafficante che indica al tassista una strada dove vedersi, lontana dalla propria casa, cosicché questi non possa rintracciarlo. Scendono ed è lì che il trafficante li raccoglie.

5220b6b0-b94f-4169-bbb5-206b2c03dfd4
La carovana di gente che si allontana dal luogo dove hanno acceso il fuoco per riscaldarsi

Dopo altri quattro giorni è la volta di un nuovo tentativo, alle sette di sera, con la stessa modalità: in quattro e quattr’otto escono, arrivano in un’altra casa, vengono fatti salire a cinque a cinque su un camion. Questa volta, però, nel tragitto avvertono una brusca frenata, poi vedono il guidatore aprire lo sportello e scappare, intravedono un lampeggiante e sentono una sirena, tutti scendono di corsa e corrono, corrono, corrono, per nascondersi nelle viuzze. Verranno a sapere che l’altro camion è stato intercettato e i profughi che erano a bordo sono ora in un carcere turco. Nella stessa maniera della volta precedente tornano a casa del trafficante. «Avevamo perso le speranze», dice Mohammed. Anche il trafficante annuncia loro che questo è l’ultimo tentativo, se non va a buon fine restituirà loro i soldi e abbandonerà l’intento. «La nostra garanzia che il trafficante non ci avrebbe ingannato o derubato era nel fatto che questi fosse originario di Qāmishlī, perciò conoscevamo la sua famiglia».

Il terzo tentativo è quello buono: stavolta cambiano rifugio, perché la polizia è a conoscenza di quello vecchio. Il camion fa molta più strada, in modo da evitare la polizia. Arrivano allo stesso luogo della prima volta: c’è una scialuppa migliore che li porta a una barca più grande. Il trafficante li porta a questa barca poi va via. Il clima è pessimo: c’è molto vento e piove, il mare è molto agitato. «Ero molto impaurito, la gente pregava», dice Mohammed. Sbagliano rotta più volte, in acque molto mosse. «Il mio cervello pensava che l’acqua fosse terra, e la terra sembrava enormemente più vicina», aggiunge. Telefonano al trafficante che prova a dare loro indicazioni. Vedono una città in lontananza, e un’isola più vicina, quindi decidono di dirigersi verso quest’isola, più buia, e l’isola scompare.

Mohammed e Ahmed erano a prua e le onde sbattevano loro in faccia: non potevano spostarsi né camminare perché tutte le persone erano posizionate per lasciare la barca in equilibrio; a un certo punto una persona si alza in piedi, gli altri gli urlano «siediti, ché ci fai morire tutti!». Vedono un’altra isola rocciosa, dove vogliono attraccare, ma – grazie a una torcia che Mohammed aveva portato senza una vera ragione – si rendono conto che non c’è alcun punto di attracco, e la baia dove stanno dirigendosi è invece un agglomerato di rocce, scampando così a un naufragio. A questo punto il trafficante stacca il telefono, e li lascia al loro destino. Per un’ora cercano un punto d’attracco, con la batteria della torcia che sta finendo. Le onde cominciano a prendere possesso della barca, intanto sorge il sole dell’alba. Si dicono: “dobbiamo provare ad andare all’altra isola, prima che ci sia troppa luce”.

wp_20160607_18_28_20_pro
Mohammed sorride in posa con la torcia che li ha salvati

La barca passa per uno stretto, tutti piangono, la gente grida “moriremo!”; quando arrivano nel mezzo dello stretto vedono una barca molto grande dalla parte opposta, tutti urlano, hanno paura di andargli contro, decidono di fermare il motore. Le onde provocate dalla barca più grande porta la loro quasi a rovesciarsi. Riaccendono il motore, si avvicinano a riva. Cominciano a vedere dei giubbotti di salvataggio in acqua: è un buon segno, sono quelli abbandonati dagli altri profughi. Alcune persone dalla barca telefonano alla Croce Rossa, il telefono viene passato a Mohammed perché parla inglese: «dateci indicazioni!». Riescono ad arrivare alla costa: sono sull’isola di Chios, in Greca, in Europa. Scendono in acqua per trascinare la barca e portare a riva le persone. Mohammed è l’ultimo a scendere, aiuta donne e bambini. Poi lancia la sua giacca, i calzini, e si butta in acqua «ero molto, molto felice».

Riparlano con la Croce Rossa che dice loro: «dovete tornare in Turchia». Sono in una zona disabitata, tutti sono impauriti: «o mio Dio magari ci portano davvero in Turchia». Vedono una barca che si avvicina velocemente nella loro direzione. L’equipaggio della barca dice loro, in turco, “venite”. Tutti scappano. «Io non scappo – dice Mohammed – sapevo che i turchi non possono avvicinarsi alle coste greche». Era una barca della NATO, l’equipaggio era sudanese, francese, danese, americano, «come un cocktail», dice Mohammed ridendo. Li portano alla città di Chios. Lì registrano i loro nomi e danno loro una mappa. Comprano un biglietto dell’autobus per il porto e uno della barca per Atene.

Dopo 24 ore in barca arrivano ad Atene, lì li aspettano degli autobus che – senza spiegare loro nulla su dove li stiano portando – li lasciano nel campo profughi di Katsika e se ne vanno. «Cazzo, è un campo di tende», commenta Ahmed. Scendono dal bus. «Quando arriviamo ci mettono in fila, ci danno una tessera bianca e ci indicano una tenda. La tenda è completamente vuota, ci sono solo tre sacchi a pelo». Pensavano di stare lì per qualche giorno, sono passati sei mesi e sono ancora qua. Le frontiere sono ancora chiuse.

«Commenti: 2»

La manifestazione

4 September 2016, 9:44 | Katsika | «Commenti: 0»

A Ioannina il clima è pessimo. L’estate è calda, e l’inverno è molto freddo, oltre a essere tutto l’anno una zona molto umida e quindi piovosa. Mentre in estate ci si arrangia con i ventilatori, quando arriverà il freddo, quello vero, sarà davvero dura. Le Nazioni Unite hanno preso l’impegno di non far passare l’inverno in tende a nessuno dei profughi che ora sono in Grecia, soltanto che – come molte volte accade – il tempo sta passando e le soluzioni non sono pronte.

Per questo dopo ripetuti incontri nella quale la situazione non si sbloccava, i profughi del campo di Katsika hanno deciso di organizzare una marcia: l’altro ieri sono usciti dal campo, e hanno percorso la strada che li separa dal paesino di Katsikas.

WP_20160902_15_08_00_Pro

Dopodiché si sono fermati nella piazza centrale del paese e si sono accampati lì. Chiedono un impegno scritto con una data in cui avranno edifici, prefabbricati o container.

WP_20160902_15_12_29_Pro

Nessuno è intervenuto, la polizia controlla la situazione ma lascia fare. Per quello che vedo io, le possibilità che questa manifestazione risulti in qualche cosa sono davvero poche. Se UNHCR dovesse concedere qualcosa ai profughi di Katsika, si ritroverebbe con tutti gli altri campi in strada.

WP_20160903_19_02_22_Pro

Spero di sbagliarmi, ma ho paura che sarà un ulteriore sacrificio inutile.

«Commenta questo post»

Le cose migliorano

19 August 2016, 10:50 | Katsika | «Commenti: 0»

Fino a poco tempo fa, il campo era pieno di scorci come questo:

WP_20160629_21_20_54_Pro

Accanto a ogni tenda, bottiglie d’acqua impilate per terra. Riuscite a capire a cosa servono?

Katsika era uno degli ultimi campi senza acqua calda, e lasciare delle bottiglie d’acqua scaldarsi al sole era l’unico modo per avere la possibilità di fare una doccia calda. Ora file di bottiglie non ce ne sono più, perché da metà luglio sono in funzione le nuove docce che Oxfam aveva promesso di installare da mesi, e direi che questa immagine – l’assenza di questa immagine – è il simbolo del miglioramento nel campo.

Avevo raccontato di come all’inizio Katsika fosse un campo dove nessuno voleva restare. C’erano stati pullman di gente che, sapute le condizioni del campo, stava anche 48 ore a bordo rifiutando di scendere e aspettando di essere portata via. Katsika era stato costruito, nel giro di un paio di settimane, per 1500 persone, ben presto si era arrivati a 900 profughi con tutte quelli che, per un verso o per l’altro, non erano venuti o erano andati via. Poi le cose sono migliorate, l’afflusso di volontarî e di donazioni ha permesso di mettere assieme molti progetti e attività che hanno reso il campo sempre meno freddo e inospitale (uno di questi giorni proverò a raccontare tutte queste attività).

Inoltre sono arrivate buone notizie da molti fronti. La scuola, che aveva avuto dei problemi all’inizio, è ora quasi completamente in mano alla comunità. Noi aiutiamo con degli insegnanti di lingue e talvolta di matematica, informatica o fisica, ma per il resto sono i profughi stessi a gestirla e tenere le lezioni. Anche le tensioni fra varî gruppi etnici si sono allentate: dall’ultima volta in cui c’è stata una vera rissa, i rappresentanti delle varie comunità si sono avvicinati. Nel caso specifico i palestinesi hanno chiesto scusa ai curdi, e questa tregua è diventata una vera pace che si vive quotidianamente nel campo (speriamo!).

Anche i ragazzi più problematici si stanno lentamente – o velocemente – integrando, sia con la comunità stessa dei profughi, sia con gli stessi volontarî. Oltre a questo, siamo riusciti a mandare una famiglia in Spagna su un visto medico, la notte precedente c’è stata una festa per l’occasione: dopo una lunga attesa, ora sono finalmente sulla via della Spagna. Assieme a UNHCR ci stiamo impegnando per trovare un modo di fare sì che nessuno passi l’inverno in tende, prima gli individui più vulnerabili, poi tutti gli altri.

Infine, mentre scrivo, 50 profughi sono in pullman che vanno in spiaggia: per molti di loro il mare era solamente un posto che avevano attraversato su un barcone, in pochissimi erano mai stati in spiaggia. Così abbiamo creato questo progetto per dare la possibilità a tutto il campo, almeno una volta nella vita, di godersi il mare come molti di noi fanno ogni estate. Nei prossimi giorni ci saranno altri pullman che faranno lo stesso tragitto così da fare sì che per tutti gli ospiti del campo il mare sia anche qualcosa di diverso e non soltanto un posto dove hanno rischiato di morire.

«Commenta questo post»

Gli yazidi se ne sono andati

18 July 2016, 11:25 | Katsika | «Commenti: 0»

Dato l’imprevisto col computer, sono in arretrato di racconti dal campo. La principale cosa successa è effettivamente notevole: un terzo degli abitanti del campo se ne è andato. Chi siano gli yazidi l’avevo già raccontato, questo antico popolo perseguitato dallo Stato islamico. Al tempo stesso avevo raccontato della faida fra arabi e curdi (fra i quali si contano gli yazidi).

Ciò che è successo è che una mattina qualcuno ha trovato in uno dei bagni degli yazidi un graffito che diceva: “noi siamo lo Stato islamico, vi sgozzeremo tutti”. È il tipo di minaccia che gli yazidi prendono molto sul serio. Hanno convocato tutte le organizzazioni non governative del campo, le Nazioni Unite e l’esercito, poi hanno annunciato che non sarebbero rimasti un giorno di più. Dopo un paio d’ore di inconcludenti discussioni, hanno preso le loro cose e sono partiti alla volta del centro del paesino di Katsikas.13495096_10155133165413569_7229374815328349439_nL’UNHCR ha cercato di trovare una soluzione, cosa effettivamente non facile: si parla di 230 persone che da un momento all’altro si ritrovano in mezzo alla strada. Noi volontari li abbiamo assistiti nell’esodo, sia nel raccogliere le proprie cose, sia nel fornire acqua e viveri nel momento in cui si sono ritrovati tutti nel piazzale sulla strada principale che porta a Katsika.

13537725_10155133171248569_8529775641978889482_n

Sono stati momenti molto emotivi, con saluti, addii, ringraziamenti. Egoisticamente mi dispiaceva molto che andassero via, oramai erano diventati la mia gente. Finalmente è stato trovato un edificio, nel quale poterli portare. A quel punto l’attesa è diventata quella per i pullman che ce li avrebbero portati. Sono passate ore e ore, dalla mattina fino alle nove di sera, quando l’ultimo bus è riuscito a partire. Noi volontari abbiamo aiutato le famiglie a caricare le proprie cose sui pullman, poi alcuni di noi – fra cui me – li abbiamo seguiti con la macchina alla volta del nuovo campo (che è un edificio).

13557668_10155133168848569_6133477626645443727_n

All’inizio il posto mi è sembrato piccolissimo, inconcepibilmente piccolo per 240 persone, ma le mie aspettative si sono rivelate viziate: quasi tutte le persone con le quali ho parlato si sono dette più contente lì che al campo. Nel tempo, poi, le cose stanno migliorando: abbiamo cominciato a creare attività anche lì, e dovrebbero arrivare altri container. Non si sa per quanto gli yazidi staranno in quell’edificio, ma ci sono buone ragioni per pensare che ci stiano per tutto l’inverno, dato che le Nazioni Unite vogliono togliere tutte le persone dai campi prima che venga il freddo e metterle in edifici. Così proveranno a fare anche per gli altri 600 rimasti a Katsika.

Ah, nella foto precedente vedete che mi sono tagliato i capelli – i pochi che ho – e soprattutto la barba. Un po’ l’ho fatto anche per loro, perché mi dicevano – ovviamente per scherzo – che con quella barba sembravo dell’ISIS! Ovviamente i capelli me li sono fatti tagliare dal barbiere del campo:

25062016-DSCF4513

P.s. complice un matrimonio di amici, ho deciso di prendermi un paio di settimane di pausa. Sono mesi che lavoro da lunedì a domenica senza un giorno di interruzione, e un po’ di riposo – soprattutto psicologico – mi ci vuole.

«Commenta questo post»

Imprevisti

4 July 2016, 15:56 | Katsika | «Commenti: 4»

Scusate l’assenza di post da un po’ di tempo a questa parte: purtroppo ho stupidamente rotto il mio computer, e quello che era già difficile (trovare modo e tempo di raccontare quello che sta succedendo, e stanno succedendo tante cose) è diventato quasi impossibile.

«Commenti: 4»

Sassate

26 June 2016, 11:50 | Katsika | «Commenti: 1»

Sono giorni di tensione al campo, quello che è successo è che per la giornata mondiale dei profughi l’UNHCR ha organizzato una festa nella città di Ioannina, che dista una dozzina di chilometri dal campo. Il problema di tenerla in città anziché nel campo stesso – che era l’idea migliore e quella che avevamo ripetutamente suggerito loro – era che non c’è spazio per tutti. Quindi ci sarebbe stato bisogno di una selezione dei 100 profughi che potevano andare, e soprattutto degli 800 che non potevano.

È stato un disastro. Quando sono arrivati i pullman, tutti hanno cominciato ad azzuffarsi per salire. Poi le cose sono peggiorate: le tensioni sono cominciate a marcare linee etniche. I palestinesi che erano sul pullman hanno cominciato a impedire l’ingresso a curdi e yazidi (che sono curdi loro stessi), i curdi hanno risposto con grida che presto sono diventate spintoni. Alla fine è cominciata una sassaiola, cosa che non era mai successa nel campo, fra le due fazioni, dove qualcuno poteva davvero farsi male (per la cronaca, io ho preso una sassata su una gamba, ma nulla di grave).

WP_20160609_11_33_56_Pro

Un miglior uso dei sassi fatto da un bimbo nella propria tenda

L’UNHCR è sembrata completamente inerme. L’esercito greco non ha fatto nulla. Gli unici che cercavano di bloccare ciò che stava succedendo erano i poveri volontarî, anche perché erano quelli che davvero conoscevano le persone coinvolte. Il problema fra curdi e palestinesi viene da lontano, è una divisione etnica e politica che le persone portano dai loro Paesi d’origine: fra le altre cose, ha a che fare con la storia recente dell’Iraq. I curdi sono stati oggetto dei peggior massacri di Saddam Hussein che invece ha sempre sostenuto i palestinesi regalando denaro alle famiglie di ogni terrorista suicida e lanciando missili su Israele: quando ero in Palestina, ho più volte visto case nella quale era appesa la foto di Saddam.

Alla fine moltissimi erano arrabbiati, giustamente, con UNHCR. Moltissimi erano arrabbiati, giustamente, con l’esercito greco. In pochi, però, erano arrabbiati o sconfortati dal comportamento dei profughi stessi. Noto un processo di infantilizzazione che non condivido da parte di noi volontarî: vista la situazione nella quale sono i profughi – una situazione effettivamente orribile – molte persone, nella più perfetta buona fede, tendono a detrarre di responsabilità le loro azioni. Ma la cosa più altruista che si possa fare è dare a ciascuno le proprie responsabilità, e non scusare gli altri per cose che non accetteremmo da noi stessi.

«Commenti: 1»

Quelli che ancora non lo sono

20 June 2016, 16:01 | Katsika | «Commenti: 1»

Oggi è la giornata mondiale dei profughi. A me, ovviamente, viene da pensare a quelli che non lo sono ancora – e chissà per quanto non lo saranno – come il migliaio di persone che vive a Katsika. Poi penso a quelli che non lo saranno mai.

E in questa attesa estenuante c’è chi prova ad andarsene con i mezzi che ha: chi se lo può permettere compra un passaporto falso; gli altri vanno alla frontiera, magari attraverso le montagne, e sperano. Ci riescono in pochi, pochissimi, ma qualcuno ci riesce. Alla prima volta che vieni beccato ti rimandano in Grecia, alla seconda ti rispediscono in Turchia o in Siria.

Gamal (ho cambiato il nome, perché non si sa mai) ci ha provato. Ha 52 anni, faceva il giardiniere in Siria, a Homs, dove curava due ettari di terreno. Sua moglie è in Germania, e lui ha provato a raggiungerla. La polizia albanese l’ha beccato, ed è tornato a Katsika. Ora non può più provarci.

2

Era un giardiniere e lo è tutt’ora, ha trovato il modo di fare un piccolo giardino attorno alla sua tenda

Da quel giorno è decisamente più triste, la sua tenda è più vuota e saluta meno spesso. Non è un’impressione sciocca o retorica, è precisamente quello che è successo. Credo che l’unica cosa che lo tenga occupato, ora, siano le sue piante. La sua tenda resta una delle più belle.

1

Questa foto è di qualche settimana fa, prima del suo tentativo, ora è tutto fiorito, anche i due semicerchi esterni

Ci sono tante ingiustizie nel mondo, ed è sciocco dire che “noi” siamo responsabili di tutte queste. In questo caso, però, la ragione di questa situazione è molto semplice: l’opinione pubblica europea è contraria all’immigrazione, e per questo tutti i governi europei hanno cercato di mettere un filtro, di chiudere le frontiere. Quell’opinione pubblica siamo (anche) noi.

«Commenti: 1»

Il funerale

13 June 2016, 13:06 | Katsika | «Commenti: 1»

Qual è la cosa più eclatante che possa succedere mentre lavori in un campo profughi? Probabilmente che muoia qualcuno, a pochi metri da dove stai lavorando. Questa, penso, sarebbe stata la risposta che avrei dato se me l’avessero chiesto prima di partire. Invece poi succede e ti rendi conto che non è propriamente così: che il giorno dopo si va avanti, e quello dopo ancora, ed è tutto quasi come se non fosse successo nulla.

Una donna di una certa età è morta per un infarto, nel campo. Non voglio aggiungere altri particolari su di lei o sulla sua morte, perché questo non è un post lacrimevole. L’unica cosa che voglio dire è che, in questa situazione, le grandi organizzazioni non ci hanno assistito, e soltanto grazie alle donazioni di singoli volontarî siamo riusciti ad affittare un pullman per fare sì che chi voleva partecipare al funerale potesse farlo.

Poi il pullman non era sufficiente, e abbiamo supplito con una carovana di automobili, fra cui la mia, quindi mi sono ritrovato a fare da autista a questo funerale, per certi versi strano, per certi versi normalissimo, nel cimitero di Ioannina. Il giorno prima del funerale c’era stata una manifestazione di alcuni profughi perché, nonostante le promesse, la municipalità non aveva garantito la sepoltura secondo gli standard mussulmani. Era più impreparazione che dolo, così ho scoperto, perché questo era il primo caso di un mussulmano che veniva sepolto a Ioannina. Mi è sembrato strano che non ci fosse un cimitero islamico, o un settore per mussulmani nell’ottava città della Grecia, eppure uno non ci pensa, ma una prima persona ci deve essere sempre, e questa lo era.

IMG-20160610-WA0002

Ovviamente la foto non l’ho fatta io, ma alcuni profughi che l’hanno poi messa sui social network

La morte è tutta uguale. Anche a un funerale mussulmano, allestito alla bell’e meglio, da un gruppo di profughi e volontarî in Grecia, all’interno di un cimitero ortodosso che non aveva mai ospitato un mussulmano. La gente è triste, qualcuno piange. Ognuno cerca il proprio modo per metabolizzare, o per esprimere vicinanza. Qualcuno vuole farsi notare. Poi il rito finisce, le mani si incrociano, alla ricerca di una catarsi collettiva che non può arrivare completamente, perché la morte fa paura. Poteva essere un funerale in qualsiasi paesino d’Italia.

«Commenti: 1»

La lezione su Palmira, nel campo

6 June 2016, 14:31 | Katsika | «Commenti: 1»

Mahmud ha 73 anni e un aspetto distinto: quando lo incontro scambiamo sempre qualche parola in italiano. Non ne ricorda molte, ma gli fa piacere fare pratica. Tanti anni fa ha studiato turismo a Perugia. Poi, per quasi quarant’anni, ha fatto la guida a Palmira, nel sito archeologico. Il figlio Hassan dice che «per lui quei sassi erano la vita, ci passava più tempo di quello che passava con i suoi figli». Ora è fuggito dalla Siria, nel frattempo lo Stato Islamico ha distrutto quei templi e il senso di vuoto che ha per essersene andato è raddoppiato.

29052016-DSCF3616

Mahmud è quello seduto sulla sedia

Qualche giorno fa abbiamo organizzato una lezione su Palmira per volontarî, che Mahmud ha tenuto. Con quello che potevamo, fotografie proiettate su uno schermo, ha ripercorso tutti gli itinerarî archeologici che faceva con gli ospiti del sito.

29052016-DSCF3631

Un po’ di pubblico. (le foto sono sempre di Lucas)

Imparare queste cose era interessante, ma era ancora più interessante vedere la passione di quest’uomo che ha passato così tanto tempo in un luogo – con un brutto cliché linguistico si direbbe che gli ha dato la vita – ed è stato poi costretto a dargli due addii, quando è scappato, e quando l’Isis l’ha distrutto. A un certo punto Mahmud si è quasi commosso, e io per lui.

Quando ha finito la lezione gli abbiamo fatto un grande applauso.

«Commenti: 1»

Sconforti in cucina

1 June 2016, 17:17 | Katsika | «Commenti: 4»

Nell’hangar che ospita alcune delle attività delle Ong c’è (c’era) una cucina, che preparava il pranzo per i volontarî e una cena supplementare per tutto il campo, visto che i pasti dell’esercito sono disprezzati da tutti. Nella cucina lavorava un’associazione, Khalsa aid, assieme ad alcuni volontarî indipendenti e soprattutto a molti bambini del campo, presi appositamente da tutte le diverse etnie. Per i bimbi era un posto ambitissimo, avere accesso al luogo dei grandi, e a quello dove lavorano i volontarî. Per questo si riusciva a creare quella mescolanza intercomunitaria che era la ragione d’essere della habibi kitchen stessa.

WP_20160601_12_04_34_Pro

L’insegna della cucina, chiunque sia stato in Medio Oriente non ha bisogno di sapere cosa vuol dire habibi, e lo saprà tradurre meglio di così, per gli altri è una specie di onnipresente “tesoro mio”

Poi è successo questo: i bambini che avevano accesso alla cucina, e talvolta anche gli adulti, hanno cominciato a rubare vestiti e altri oggetti dal magazzino. Era successo altre volte, e c’è poco che ci possiamo fare, se non tenere gli occhi aperti, vista l’ingiustizia che questi furti comportano per chi non li compie. Soltanto che questa volta uno dei bimbi che non rubava ha fatto una foto che immortalava uno di questi furti. Tutte le comunità del campo, e anche i rappresentanti di queste comunità, se la sono presa con il bambino: c’è una fotografia di un furto, e tutti si sono concentrati sulla fotografia e non sul furto. La cosa mi ha molto depresso.

Hanno chiamato il padre del bambino che, di fronte a tutti, gli ha tirato un ceffone: siamo intervenuti, ma era troppo tardi. Il bambino è scappato via, chissà dov’è andato e quando tornerà: mi sono immedesimato in lui – che lezione ha imparato da questa situazione? – e la cosa mi ha sconfortato. Che adulto sarei diventato se da bambino mi fosse successa una cosa simile? Più precisamente, che adulto sarei diventato se questo fosse stato il mio insegnamento quotidiano?

La sera stessa è arrivata la notizia: l’esercito ha deciso di chiudere la cucina. Per ragioni burocratiche e sanitarie, da un giorno all’altro la cucina è stata chiusa, fra l’altro alla vigilia del ramadan, con tutto ciò che questo comporta. Insomma, oggi non è un giorno di buone notizie.

«Commenti: 4»

Ancora indietro nel tempo »