Cambiare idea

15 February 2014, 10:30 | Moralismo noioso | «Commenti: 28»

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All’inizio di questo blog parlavo spesso di me, delle cose che mi succedevano, delle cose che pensavo; poi ho cominciato a scrivere soltanto di posizioni politiche, etiche, polemiche; potrei tornare a fare come facevo prima.

Perché mi sono reso conto di questa cosa: tanto tempo fa, non mi capacitavo del fatto che le persone non cambiassero idea. Delle volte dicevo o scrivevo delle cose che mi sembravano molto convincenti, e trovavo inconcepibile che le persone mantenessero la propria opinione senza fornirmi (e soprattutto fornirsi) un’obiezione. Molte di quelle idee erano sicuramente sciocche, e se le rileggessi ora mi metterei a cantare (capita anche a voi di mettervi a cantare se pensate alle cose imbarazzanti che avete pensato o fatto in passato?). Ma la questione era di metodo: come è possibile non darsi gli strumenti per ammettere la possibilità di un ravvedimento? Due persone di intelligenza paragonabile, che partono da premesse simili, non possono non giungere a una conclusione condivisa.

Poi ci ho fatto il callo, su come è il mondo là fuori. Mi sono abituato: molte persone sono affezionate alla propria idea, sono più interessate al difenderla che all’avvicinarsi alla verità. Determinano perché pensare una cosa dopo aver deciso cosa pensare. Quando si discute di una cosa capita più spesso che si finisca a discutere di un’altra («e allora tu?», «lo dici perché…», per fare due esempî prezzemolo) che non a risolvere la cosa stessa. Quindi bisogna abituarsi all’idea di arrendersi: se ci sono segnali che una persona non sia disposta a cambiare idea, beh, è inutile continuare a discuterci. Si può parlare d’altro, ma vale la pena lasciare stare quell’argomento.

Ultimamente, mi sono reso conto, c’è stato una terza evoluzione che è al tempo stesso un ritorno alle origini e il compimento di questo percorso evolutivo. Ma è anche dimostrazione di disincanto e, quindi, in ultima analisi di cinismo. Sono stufo. Ho perso di testardaggine, ma anche di generosità. Non ho più quello che Alessio ebbe a definire il mio “fervore speranzoso”. Se concepisci la discussione come un terreno in cui difendere la propria opinione (se pensi che esista una cosa come un’opinione propria), se non hai interesse a convincermi delle tue ragioni e a essere convinto dalle mie – se non t’interessa migliorarti, se non t’interessa migliorarmi – a me non interessa avere un rapporto con te. Così, fra le persone che frequento, ho progressivamente guadagnato la fama di quello che è più disposto a cambiare idea, e quello che è meno disposto a tollerare chi non cambia idea.

Sono incattivito? Probabilmente è così. Anzi: è così. Vivo meglio, ma sono più egoista. Eleggo alcune persone, quelle con le quali – sono stato molto fortunato a incontrarle – si discute anche 2 ore della stessa cosa, non capacitandosi che l’altro non si convinca della mia, o non mi convinca della sua, idea. Poi, sempre, arriva l’epifania: e in un secondo, dopo ore di discussione, si cambia discorso e non se ne parla più, perché il fatto che uno abbia cambiato idea non è un fatto degno di nota, tanto meno un’umiliazione. Sono certamente una persona migliore, ma sono migliorato per me, e non per gli altri: ho lavorato molto su me stesso, ho maturato degli strumenti per elaborare in fretta un necessario cambio d’opinione, ma lo stesso pretendo dagli altri. Il paradosso è che, forse, se incontrassi quel me di qualche anno fa mi starei sul cazzo.

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Buon San Valentino, ma non a voi

14 February 2014, 0:34 | Il Male curabile | «Commenti: 0»

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L’unica tradizione di questo blog, il post di San Valentino.

Tanti auguri.

Agli unici innamorati al mondo che non possono permettersi di non sopportare questa festa. Che non hanno il diritto di sogghignare dei lucchetti a Ponte Milvio o farsi venire l’urticaria per le strade tappezzate di cuori di peluche rossi. Di ridere delle scritte per terra, o di considerare kitsch le scatole di cioccolatini a forma di cuore.

In Arabia Saudita, e in tanti altri posti del mondo, festeggiare San Valentino è vietato dalla legge. Ti viene a prendere la polizia per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Non è una parodia, si chiama veramente così. Perché amarsi è un’idea occidentale.

A tutti coloro per i quali volersi bene è – necessariamente – un atto rivoluzionario, a loro, buon San Valentino.

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Il mondo al contrario

11 February 2014, 1:47 | immagina tu | «Commenti: 3»

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Come sarebbe il mondo se gli uomini fossero donne e le donne fossero uomini.

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Elogio di Gervinho

27 January 2014, 11:18 | La palla è rotonda | «Commenti: 1»

Nell’ormai pluristagionale letargo di questo blog, approfitto di questo post sul pallone, per segnalare una cosa scema che faccio, sempre sul pallone. Ogni sabato, alle 19.30, sono a Super Santos, su Retesport, assieme ad Antonio Conte e Aldo Spinelli (scherzo), a tenere una rubrica che un tempo si chiamava “Oh, ma te lo ricordi questo?”, poi è diventato “Oh, ma to’o ricordi quello?”, e poi è diventato “vi racconto qualunque storia che mi pare in cui c’entri anche periferalmente il calcio”. Di solito si parla di cose da ridere, come giocatori della nostra infanzia con storie assurde. Altre volte no, ma sempre di storie si parla. Se non vi piace il calcio e non vi piace ridere, potete ascoltare questo. Altrimenti tutti gli altri.

Per il Post

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Quest’estate si è chiuso un giro, un quadrato, di fantasisti: Erik Lamela è passato dalla Roma al Tottenham, Gareth Bale dal Tottenham al Real Madrid, Mesut Özil dal Real Madrid all’Arsenal e Gervinho dall’Arsenal alla Roma. A giudicare dalle cifre, la squadra che ci ha perso è la Roma: Bale è stato pagato 100 milioni, la cifra più alta nella storia del calcio. Özil è andato per 50 milioni all’Arsenal, che non aveva mai speso la metà di quei soldi per l’acquisto di un giocatore. Lamela, pagato fra i 30 e i 35 milioni, è diventato sia l’acquisto più costoso della storia del Tottenham, che la cessione più redditizia di quella della Roma. Il povero Gervinho, invece, è stato pagato 8 milioni: meno di un dodicesimo di Bale. Invece è il giocatore del momento. In Coppa ha segnato, di rapina, il gol con il quale la Roma ha battuto la Juventus. E guardate che “la Roma elimina la Juve grazie a un gol di rapina di Gervinho” sembra una di quelle locuzioni inventate a scuola per spiegare la figura retorica del paradosso.

1. Da dove viene
Gervais Lombe Yao Kouassi è nato in Costa d’Avorio nel 1987. Dopo un’infanzia di partite giocate senza scarpe, perché troppo costose, viene preso all’accademia calcistica dell’ASEC di Abidjan, ed è lì che Gervais diventa “Gervinho”, alla maniera dei brasiliani. L’ASEC è la squadra di Jean-Marc Guillou, il primo ad aver lanciato un allenatore francese che segnerà la carriera di Gervinho: non è Rudi Garcia, è Arsène Wenger. Wenger è stato il vice di Guillou al Cannes negli anni 80, e i due sono sempre in contatto. Fra l’ASEC, il Beveren (squadra belga, ora fallita, gestita poi dallo stesso Guillou) e l’Arsenal si instaura un giro di calciatori, passaporti e denaro per il quale la Fifa indagherà, per poi assolvere, anche Wenger. Intanto fra l’ASEC e il Beveren passa mezza nazionale ivoriana: da Yaya Toure, al portiere Barry, ai due terzini Eboué e Boka, ai centrocampisti Romaric e Yapi Yapo. E lo stesso Gervinho.

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È al Beveren che vediamo per l’ultima volta Gervinho senza quelle treccine che sembrano fatte apposta per sottolineare la sua calvizie. A Roma ha cominciato a usare una fascia più grande, quindi niente più “curtain style haircut”, niente più Er Tendina.

Al Beveren gioca da attaccante puro, in una squadra in cui diciassette ventiduesimi sono ivoriani. È lì che si parla per la prima volta di un suo possibile passaggio all’Arsenal di Wenger, ma finisce in Francia, al Le Mans, la squadra nella quale è esploso il più grande calciatore della storia ivoriana: Didier Drogba. L’allenatore di quel Le Mans, una piccola squadra che gioca bene, è Rudi Garcia. A fine anno arriveranno noni, il miglior risultato della storia del club, e Garcia viene ingaggiato dal Lille. Gervinho viene nuovamente accostato all’Arsenal, e lui dichiara: «so che Wenger mi segue da quando avevo 17 anni; lui è un grande allenatore, e quando un grande allenatore dimostra di apprezzarti, questo ti dà la fiducia necessaria a giocare ai migliori livelli» – qui c’è molto del carattere di Gervinho – «io farei di tutto per andare all’Arsenal, è il club che ho sempre sognato, e sarebbe il giorno più bello della mia vita». Solo che anche questa volta il giorno più bello della sua vita non arriva, anche questa volta il trasferimento rimane solo ipotetico (si parlò anche di un interesse del Milan), e, nel 2009, Gervinho raggiunge Garcia al Lille.

Nel Lille, Gervinho si consacra definitivamente, così come il gioco – veloce e offensivo – di Garcia. Inizialmente gioca con un centravanti classico, lo stesso De Melo che aveva avuto al Le Mans, poi sempre più spesso schiera un 433 con tre seconde punte. È in questa configurazione tattica che Gervinho dà il meglio di sé, partendo largo ma sempre vicino alla porta. Nelle due stagioni al Lille segna anche diversi gol, 18 in entrambe fra campionato e coppe. Ma non è solo questo: Garcia dà fiducia a Gervinho. Lo celebra quando gioca bene, ma soprattutto lo difende quando gioca male o fa qualche sciocchezza, come quando – nell’aprile del 2011 – si fa espellere per uno spintone a un difensore, lasciando al Monaco la vittoria e al Marsiglia di avvicinarsi a un punto dal Lille. E, forse ancora più importante, lo fa giocare sempre. Non è che a Gervinho manchi il carattere o il coraggio – in campo è grintoso, se perde un pallone cerca di andarlo a riprendere – ma ha bisogno di fiducia ed entusiasmo per essere libero di provare a giocare come sa.

A fine 2011, finalmente, arriva “il giorno più bello della mia vita”: Gervinho va all’Arsenal, dove incontra Wenger, l’allenatore che lo seguiva da quasi 10 anni, il suo mentore da lontano. Solo che, come spesso accade, ciò che uno sogna per una vita non si rivela all’altezza del sogno. Alla prima partita con l’Arsenal, Gervinho prende un cartellino rosso per una manata a Joey Barton.

Di coraggio ne ha anche troppo: tirare uno schiaffo a Joey Barton è come sfidare Maradona a una gara di palleggi.

All’inizio è titolare, ma segna poco ed è decisivo solamente in un paio di partite. A metà stagione è in panchina, e subentra quando c’è bisogno di attaccare, spesso partendo da più lontano per la necessità di allargare il gioco. Gervinho ne soffre, non è la classica ala che va sul fondo e crossa. La faccenda si acuisce l’anno successivo, con l’arrivo di un vero centravanti come Giroud: Wenger concede sempre meno fiducia a Gervinho, e quando entra in campo gli chiede di fare ciò che fa Walcott, un giocatore con pochi fronzoli: velocissimo, ma anche molto freddo e bravissimo nell’uno contro uno con il portiere. Ma Gervinho non è Walcott, e la cosa non funziona. Altre volte viene impiegato come vice Giroud, ma neanche quello è il suo ruolo, e le cose vanno sempre peggio: i tifosi dell’Arsenal sono già da tempo insofferenti per le molte occasioni sbagliate, e Gervinho diventa la personificazione del giocatore in grado si sbagliare qualunque gol.

Il gol sbagliato per cui Gervinho è stato paragonato a Bobby Zamora, celebre sbagliatore di gol che si meritò anche lo stupendo coro: “When you’re sat in row Z, and the ball hits your head, that’s Zamora” (sul motivo di That’s Amore)

2. Il diritto di sbagliare
Ora, se avete capito come funziona Gervinho, sarà chiaro che la sfiducia segue alla sfiducia e ne genera altra, in un circolo vizioso che non si può spezzare se non ripartendo da zero: questo lo sa Gervinho, lo sa Wenger, e lo sa Rudi Garcia che se lo porta alla Roma. Quando ne parlano, tutti sottolineano questo aspetto, la peculiarità di Gervinho, la necessità di sentire la fiducia attorno per giocare: con Wenger non ha funzionato. La fiducia è il tema che torna sempre, lui dice: «mi avrebbe aiutato se Wenger avesse dimostrato più fiducia in me», e ancora: «lo rispetto come allenatore, e sono contento di aver giocato con lui. Ma con Garcia potrò giocare di più e avere più fiducia». Garcia non smette di dire che bisogna dargli fiducia. Anche Wenger dice di avere deciso di cedere Gervinho «perché era sfiduciato. Perché è un giocatore molto creativo, un dribblatore istintivo, e se giochi così devi avere un sacco di fiducia in te stesso per essere efficiente. Negli ultimi sei mesi per lui era molto difficile esprimere il proprio talento, la sua fiducia in sé stesso. Così mi sono chiesto: riesco a tirarlo su io o ha bisogno di una nuova sfida per ritrovare fiducia?».

Questa è la verità più elementare su Gervinho: per rendere ha bisogno di fiducia. Non per un vezzo, non per una debolezza di carattere. Ma perché è proprio il modo di giocare di Gervinho a richiedere riconoscimento, sicurezza, anche tolleranza. Il mestiere di Gervinho è creare occasioni dove non ce ne sono, creare superiorità numerica quando i difensori sono di più, creare – non rifinire o concludere qualcosa che già c’è – a scapito di quella che sembra la realtà di un momento di gioco. E quando tenti di battere la realtà, tante volte è la realtà che vince. Perciò Gervinho sbaglia, tenta, non riesce, qualche volta s’intestardisce. Ma non è un suo difetto, è più propriamente un danno collaterale. Gervinho deve sapere di avere la possibilità di sbagliare, deve sentirsi in diritto di sbagliare. Altrimenti diventa un giocatore inutile, uno come tanti altri (un giocatore simile, in Italia, è Alessio Cerci).

Creare occasioni dove non ci sono. “Gervinho non ha sostegno”. Un pallone innocuo sulla riga del fallo laterale, con sei avversari e nessun compagno in mezzo all’area.

3. Roma
Così Gervinho decide di tornare a fare quello che aveva fatto prima che arrivasse il giorno più bello della sua vita, e torna – per la terza volta – da Rudi Garcia. Roma è una piazza perfetta per ricominciare, ma al tempo stesso molto pericolosa. Perfetta perché è tutta la Roma a dover ricominciare, perché le aspettative sulla squadra – mai come quest’anno – sono basse. Perché se le cose cominciano ad andare bene, l’entusiasmo sarà enorme. E, chiaramente, perché c’è Garcia. Ma un posto, “una piazza”, pericolosa. Se a inizio anno le agenzie di bookmakers avessero accettato scommesse su quale era il primo giocatore che sarebbe stato fischiato dalla propria curva, non c’è alcun dubbio che Gervinho avrebbe avuto la quota più bassa. Un giocatore poco concreto (in un momento in cui i tifosi romanisti erano stufi di due anni di bel gioco inconcludente e bramavano cinismo), arrivato a Roma dopo un fallimento e con la reputazione di “cocco dell’allenatore”. Tanto più che lo scetticismo riservato a tutta la squadra ha in Gervinho il principale obiettivo: il paradosso di una città che di solito esalta qualunque giocatore dalle capacità questionabili, che ora ha fatto un bagno di realismo e non crede più a nessuno.

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La faccia di Balzaretti e Julio Sergio che dice «povero piccolo, non sai cosa ti aspetta». Del resto Gervinho ha sempre giocato in squadre con la maglia gialla o con la maglia rossa. Era destino che finisse alla Roma.

Per questo, perché le cose vadano bene, c’è bisogno che si mettano subito nel verso giusto. Ed è così che succede. Nelle prime partite Gervinho è devastante: fa anche gol e assist, ma soprattutto sembra imprendibile, tanto che per fermarlo devono strappargli la maglietta (come ha fatto Perez, del Bologna). Bastano poche giornate e tutti cominciano a studiare come limitarlo, non è il giocatore più decisivo, ma è certamente il giocatore che più costringe gli avversari a limitare il proprio gioco. Complice una maggiore attenzione degli avversari, complice un suo infortunio, complice un infortunio di Totti e il ritorno di Destro, Gervinho è un po’ calato. Ma non è preoccupante, perché oramai le cose hanno preso il verso giusto: l’emblema di questo è stata la partita con il Catania. Gervinho ha sbagliato due gol facili, uno facilissimo, e uno clamoroso. Poi, mentre tutta la squadra cercava di farlo segnare, ha segnato per sbaglio. Ljajic gli ha messo un pallone perfetto in mezzo, e lui ha svirgolato il pallone, che gli è finito sullo stinco, e ha preso un rimbalzo strano che ha superato il portiere. Lui non ha neanche esultato, ma tutta la squadra è andata ad abbracciarlo (è bello vedere la faccia di Totti, e soprattutto di Garcia, che dicono «ce l’abbiamo fatta»), mentre il pubblico esultava come se quello non fosse il quarto gol di una partita già vinta. Allora Gervinho che, evidentemente, si vergognava un po’ per il gol che aveva appena fatto e stava già tornando a centrocampo, si è voltato verso la Curva Sud e ha fatto un inchino. È per questo che, oggi, e contro molte possibili previsioni, Roma è l’ambiente perfetto per Gervinho. Quel genio pasticcione è stato adottato. Il fatto che sbagli tanti gol è diventato quasi una nota di colore. Perché se la Roma vince, siamo tutti felici. Ma se segna Gervinho, allora sì che la festa è completa.

«Vi adoro anch’io»

Garcia ora racconta che per lui «all’inizio è stato difficile, nessuno credeva fosse un buon acquisto». D’altra parte c’è una certezza: Gervinho gioca sempre. Garcia non lo toglie mai. Se c’è uno sicuro del posto non è Ljajic, né Florenzi. Non è Destro, e neppure Totti. È Gervinho. Ed è forse la nemesi perfetta che, in un suo momento di forma non eccezionale (che passerà, con l’arrivo della primavera, come è naturale per giocatori simili), in una partita in cui aveva fatto meno del solito, riesca a segnare con un tocco da centravanti contro la Juventus. Un gol che aveva provato a fare, esattamente identico, contro il Livorno, per poi svirgolare il pallone e regalare un assist involontario a Destro. Ma non è diventato un giocatore decisivo, lo è sempre stato.

4. Perché Gervinho è il giocatore più utile della Serie A
Gervinho è un giocatore molto particolare, Garcia non esagera quando lo definisce un giocatore “unico”, il che è assieme un pregio e un difetto. Anche il ruolo di Gervinho è molto difficile da stabilire, se vi capita di vederlo giocare, vi stupirete di quante volte finisca in posizione di centravanti. La migliore posizione di Gervinho è quella in cui può sempre ricevere il pallone. Questo non vuol dire che lo debba ricevere sempre, anzi, Gervinho è tutt’altro che un regista, e tocca molti meno palloni di altri giocatori che hanno caratteristiche simili. Ma è importante la possibilità di ricevere il pallone, perché questo costringe le difese avversarie ad adottare contromisure e, inevitabilmente, lasciare spazi. La sua caratteristica più immediata è certamente la rapidità. Ma questo è ciò che dà adito all’equivoco più diffuso su Gervinho, e cioè che sia un centometrista. Non è così. Certo, è un giocatore molto veloce, e lo può fare se c’è la possibilità di un contropiede.

Se vi ha impressionato quella contro l’inter, guardate questa

Ma Gervinho non è Bale, o Walcott, o Cristiano Ronaldo, specie con la palla. Anzi, per la velocità che ha, Gervinho è un giocatore che gioca con il pallone molto vicino ai piedi. Quando si allunga il pallone spesso sbaglia: spesso non sbaglia i tiri, proprio non arriva a tirare perché si allunga il pallone con i tempi sbagliati e il portiere (o l’ultimo difensore) lo anticipa. Al contrario di quello che fanno molti esterni classici, lanciare il pallone in avanti e rincorrerlo, Gervinho tenta sempre di avere il pallone nel raggio d’azione del suo calcio, vuole sempre avere la possibilità di cambiare direzione, di andare da un’altra parte. Se fosse un’automobile si direbbe che ha un’altissima “velocità massima”, ma che la sua qualità migliore è “l’accelerazione”. È velocissimo, ma ancora di più, è agile: per questo è così forte nello stretto, ama i triangoli (difficile trovare un giocatore così bravo nel dribbling e al tempo stesso così altruista), e accentrarsi.

Il dribbling di Gervinho, poi, è molto particolare. Non fa la classica finta di corpo, è raro che faccia un doppio passo. Ma se c’è un giocatore che “punta” l’uomo, quello è Gervinho. Lui avanza caracollando e saltellando verso il giocatore avversario, non deve ingannare il difensore suggerendogli il lato sbagliato, perché è abbastanza rapido da minacciarli entrambi. La finta di Gervinho non è “ti faccio credere che vado di qua, e poi vado di là”, la finta di Gervinho è “sto per partire, temimi”.

«Sto per partite, sto per partire, sto per partire. Ciao». È anche difficile scegliere un video illustrativo perché questo non è il tocco speciale di Gervinho: lui lo fa dieci volte a partita.

Probabilmente in Serie A c’è solo un giocatore così bravo, forse anche più bravo, nel dribbling da fermo: Juan Cuadrado. Ma Gervinho, rispetto a Cuadrado, è molto più bravo nel gioco senza palla, soprattutto nel trovare il tempo dell’inserimento alle spalle del difensore, caratteristica fondamentale per uno che gioca come lui (ogni tanto penso al livello di perfezione che avrebbero raggiunto con il Totti di qualche anno fa‎). È per queste ragioni che se viene schierato da ala pura, come ha fatto Wenger all’Arsenal, o anche come ha provato Garcia recentemente in un 4231 con Totti dietro a Destro, non dà il suo meglio. Naturalmente questo crea inevitabili problemi di collocazione, perché un allenatore si ritrova un giocatore che deve giocare vicino alla porta, ma che non ha la freddezza di un attaccante puro. Perciò l’allenatore deve decidere di sacrificare uno di quei due o tre posti vicino alla porta avversaria per un giocatore che non garantisce gol.

Ne vale la pena? La risposta di chi scrive è, evidentemente, sì. Non è soltanto il fatto che l’esistenza di Gervinho, anche quando apparentemente inefficace, libera spazi per gli altri attaccanti. Ma che questa costringe il gioco avversario e ne limita le soluzioni. Per questo Montella – che allena una squadra con un gioco ben definito, e perciò restia ad adattarsi agli avversari – ha detto, molto causticamente, «o lo leghi, oppure c’è poco da fare». Naturalmente non è vero, anche contro Gervinho ci sono delle contromisure. Bisogna “fare densità”, e cioè tenere i difensori vicini alla propria linea di porta e, ancora più importante, i centrocampisti vicini ai difensori (l’ha fatto la Juventus in campionato). In questo modo Gervinho non può ricevere palla nelle sue posizioni preferite, e lo si costringe ad andare a prendere il pallone largo o – più spesso – vicino al centrocampo. Allo stesso modo questo dà la possibilità di raddoppiare, anche triplicare, la marcatura quando gli arriva il pallone in una posizione più pericolosa. Ma, certo, la necessità di prendere tutte queste contromisure per un giocatore solo dà la misura della sua grandezza. Se al posto di Gervinho ci fosse stato Destro, la Juventus avrebbe certamente giocato diversamente e in modo più simile a come gioca nel resto della stagione. E stiamo parlando della squadra italiana nettamente più forte delle altre, non di una squadra che è abituata a difendersi dalle individualità avversarie.

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statistica più clamorosa di Juve-Roma 3-0 è stato il 100% di passaggi riusciti di Gervinho, come a dire: 1) ha preso palloni lontano dalla porta; 2) ne ha presi davvero pochi; 3) altro che diritto di sbagliare

Ovviamente difendersi in questo modo riduce enormemente le soluzioni offensive, e molto semplicemente non si può fare se si ha la necessità di segnare. Inoltre è una notevole spada di Damocle, non soltanto tattica, ma anche psicologica, l’idea di “non poter andare in svantaggio, perché altrimenti loro hanno Gervinho”. Ed è questo che rende Gervinho indispensabile al gioco di Garcia, oltre al fatto che – molto semplicemente – l’esistenza di Gervinho in campo rende la squadra avversaria più vulnerabile. Nelle prime 12 partite (quindi prima della sosta di novembre), complice il suo infortunio, la Roma ha giocato più o meno gli stessi minuti con Gervinho in campo (548 min) e senza Gervinho (534 min). Con Gervinho ha segnato 19 gol. Senza ne ha segnati 7. Nell’ultimo mese e mezzo, come detto, Gervinho – così come la Roma – è parzialmente calato, e la statistica si è un po’ riequilibrata: 1244 minuti con Gervinho, per 34 gol: cioè un gol ogni 36 minuti. 568 minuti senza, per 8 gol: cioè un gol ogni 71 minuti. Questo vuol dire che, anche quando non partecipa direttamente all’azione, con Gervinho in campo la Roma ha precisamente il doppio di possibilità di fare gol (senza contare che con Gervinho 90 minuti in campo la Roma ha giocato con Juve, Inter, Milan e Fiorentina, e senza Gervinho ha giocato contro Chievo, Udinese, Torino, Sassuolo‎). Per questo gli si possono perdonare le occasioni sciupate, perché come ha detto Garcia, “nel calcio, senza Gervinho, quelle occasioni non esistono”.

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Qualche dubbio di un garantista su Cancellieri-Ligresti

3 November 2013, 15:15 | Alta politica, Moralismo noioso | «Commenti: 24»

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Sulla questione Cancellieri-Ligresti si scontrano due visioni: quella secondo la quale la giustizia viene prima dell’equità e quella secondo la quale l’equità viene prima della giustizia. I primi dicono che, per Cancellieri, fare la cosa giusta in un caso – di suoi amici, o di suoi nemici – è meglio che non farla in alcun caso. I secondi riconoscono un valore maggiore all’equità: se qualcuno non può avere il trattamento giusto, non lo dovrebbe avere nessuno.

È una discussione vista tante volte, come ad esempio nel caso delle pensioni di reversibilità per i parlamentari gay (ce l’hanno i parlamentari, non quelli gay: è giusto darla almeno ai parlamentari gay se i cittadini non ce l’hanno?), e sul principio generale non mi sembra ci siano dubbî: l’equità è un valore importante, ma viene dopo la giustizia. E un po’ di giustizia è meglio che nessuna giustizia

[Sto naturalmente dando per scontato che si ritengano ingiuste le condizioni di carcerazione di Ligresti (e di molti altri detenuti), e che – come sembra, e non abbiamo ragione di dubitare – il Ministro non abbia fatto alcuna pressione che non gli compete: non fosse così, la discussione sarebbe completamente un'altra e credo che tutti sarebbero concordi]

Fra l’altro, il primo punto di vista è difeso da tutte le persone per bene che conosco e leggo; il secondo punto di vista, a quello che ho avuto modo di vedere, non ha dei grandi avvocati: gli argomenti vanno dall’inarticolato allo squisitamente fascista. Leggere cose come queste, con tutto l’armamentario dei “curiosamente” e dei più elementari non sequitur inquisitorî, fa schifo.

Eppure, sul caso specifico, a me rimangono delle perplessità che mi fa piacere confrontare con le opinioni di chi stimo e la pensa diversamente da me.

Una cosa molto importante nel valutare le azioni che si fanno sono le conseguenze che quelle stesse azioni hanno nel mondo: cosa insegnano, e quali limiti di accettabilità costruiscono per gli altri. Così forse sembrerà una cosa vaga, ma è invece il modo con il quale viene costruita una società. È il motivo per il quale ora buttiamo le carte per terra molto meno rispetto a vent’anni fa, e se lo facciamo abbiamo la percezione che sia una cosa sbagliata (magari lo facciamo ancora, ma se c’è qualcuno davanti, aspettiamo che abbia girato l’angolo).

Cosa insegna la telefonata di Ligresti a tutte le persone coinvolte? Ai funzionarî incaricati, ai capi della polizia, alle persone che lo vengono a sapere, agli amici e ai parenti di queste persone a cui questa storia è stata raccontata, agli amici degli amici, etc. Insegna che di fronte a un difetto del sistema, di fronte a un’ingiustizia di cui si è vittima, si cerca la via di fuga, si cerca di aggirare il sistema perché il sistema non funziona. E, intendiamoci, è vero: il sistema non funziona. Ma continuando a trovare il modo per aggirarlo, ne contribuiamo al rinforzamento.

E questo è un principio che – mi dispiace dirlo – in Italia è difficilissimo da comunicare. In tantissime circostanze mi è capitato di vedere persone, anche persone da cui non me lo sarei aspettato, anche persone fra quelle che più stimo, che considerano del tutto normale alzare il telefono per avere una via preferenziale: ripeto, non per avere qualcosa che non gli spetta, ma per ottenere ciò che i giusti canali dovrebbero garantirgli e che non riesce a ottenere attraverso i giusti canali. È una delle tante riproposizioni del fine che giustifica i mezzi.

L’Italia funziona così: per informazioni particolari. Spesso la raccomandazione non è nel truccare un concorso, ma nell’accesso al concorso stesso. C’è un bando, potrebbero accedere tutti, ma lo sanno solo gli amici di quelli che l’hanno esteso (e chi lo fa pensa: in fondo che c’è di male a segnalare a un amico che c’è un posto di lavoro?). E, in una piccola misura, lo facciamo tutti: è come è “costruito” il Paese a costringerci per andare avanti.

Nel mondo anglosassone questo è molto diverso. Non è che queste cose non succedano, ma quando qualcuno le fa, se ne vergogna (come il buttare la carta per terra), non lo racconta agli amici. E questo contribuisce a una migliore educazione delle persone che vengono dopo. Ovviamente non è una differenza genetica, è semplicemente che all’estero sono più abituati a un sistema che funziona, e quindi sono meno abituati a doverlo combattere con mezzi improprî. Ma il problema è che, nel comportarsi così, si instaura un circolo vizioso che ci fa diventare la causa dell’effetto di cui siamo vittime: essendo “costretti” (ma uno costretto non lo è mai) dal sistema a usare mezzî illegittimi, siamo la causa del rafforzamento di quel sistema.

Nel caso Cancellieri, il problema non è ovviamente nel fatto che il Ministro si sia attivato una volta che è venuta a conoscenza della situazione (non è a questa obiezione che si deve rispondere). Il problema sta nel modo in cui è venuta a conoscenza della situazione. Non è accettabile che un Ministro venga a sapere di un problema della giustizia perché chi ne è vittima le fa una telefonata, non è la giusta procedura (le procedure sono LA democrazia, in democrazia). È la stessa ragione per la quale una notizia avuta attraverso intercettazioni ottenute illegittimamente si brucia, anche se le informazioni ottenute sarebbe rilevanti per un’azione penale.

Vi racconto una cosa: durante le elezioni, un’amica che ha vissuto tanti anni all’estero, aveva bisogno di un documento per una candidatura. Per farlo, da residente all’estero, doveva rivolgersi alla sua ambasciata che poi si sarebbe rivolta al comune di residenza (etc, etc, etc). Come immaginate, come sempre con la burocrazia, una cosa molto semplice richiedeva infiniti passaggi, e infinito tempo.

Dopo essere stata per giorni e giorni a rincorrere tutti i cavilli, il funzionario, che aveva preso confidenza in tutti quegli scambi di mail e ore al telefono, si era lasciato a una domanda: «ma lei si candida con Grillo, vero?». Forse non avete colto, perciò vi traduco: non posso credere che una persona che non è sprovveduta (leggi: che non ha agganci; leggi: probabilmente grillino) si sottoponga a tutto questo ambaradan anziché fare una telefonata all’ambasciatore.

E lo stupore del, gentilissimo, funzionario era evidentemente empirico: anche dall’esperienza, non concepiva che qualcuno non volesse usare i proprî agganci, anche se li aveva. Perciò ne era evidentemente sprovvisto. E ribadisco: stiamo parlando di qualcosa che alla mia amica spettava, una cosa che in un Paese più civile avrebbe ottenuto in cinque minuti senza bisogno di alcun canale particolare.

Ed è, temo, questa la grande presa che il messaggio di Beppe Grillo ha su tante persone escluse da ogni circolo. Penso anche io che molti siano soltanto rancorosi per non essere riusciti a entrarci, in qualche circolo, e se ne facessero parte, ne approfitterebbero. Lo si legge dal riflesso condizionato che hanno nel pensare sempre male delle altre persone. Ma questo cosa importa? È anche per questo che bisogna essere diversi.

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Ritratto del romanista incredulo

31 October 2013, 23:56 | La palla è rotonda | «Commenti: 4»

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In questi giorni l’AS Roma è prima in classifica: ha giocato 10 partite e ne ha vinte 10. È un record.

Per me, che ho sempre tifato contro la Roma, questo scenario dovrebbe essere, di per sé, una tortura. E invece non succede. E il motivo per cui non succede non è così immediato, ma ha a che fare con i due motivi per i quali io tifo contro la Roma, che sono uno serio e uno scherzoso.

Quello serio è che – essendo cresciuto a Roma – la larga parte dei miei amici è romanista, e il sale del calcio – per chi lo sa, per chi non dice quella sciocchezza che non si deve tifare contro – è proprio tifare contro le squadre dei proprî amici: io tifo contro l’Inter per prendere in giro Alex, Davide o Saverio (ma che m’importa di Mazzarri, Milito o Moratti?) aspettandomi lo stesso trattamento, quando accade l’inverso (piuttosto spesso, considerato che tifo la Fiorentina).

Quello scherzoso è che i romanisti sono i tifosi più partigiani e complottisti (in un certo senso, sono i più tifosi) che ci sono. Naturalmente la mancanza d’obiettività è piuttosto diffusa (eufemismo) nel calcio, ma quando c’è di mezzo la Roma, beh: ricordo partite perse dalla Roma nonostante numerosi episodî arbitrali favorevoli in cui i tifosi della Roma si lamentavano dell’arbitraggio; ricordo tonnellate di fischi a un giocatore della Roma che aveva appena fatto gol (!) e che sarebbe stato il principale artefice di una rimonta clamorosa; ricordo accuse di complotto del Palazzo «eh, ti pareva, ci odiano» per ogni rigore dato contro, anche il più lampante; ricordo prese di posizione come «Marco Motta è il nuovo Maldini»; ricordo argomenti a favore del «presi uno per uno i giocatori della Roma sono superiori al Barcellona».

E quest’ultima considerazione mostra un altro tratto del tifoso in generale, ma del romanista più di tutti: avere verso la propria squadra, e in particolare verso i nuovi acquisti, lo stesso atteggiamento dell’italiano che si è appena fidanzato con una splendida ragazza sconosciuta. C’è quel fondo di «ma davvero è toccato a me, posso essere così fortunato?» che alimenta la luna di miele del «non esiste una ragazza più bella di lei». Al tempo stesso, però, conoscendola poco c’è sempre quel latente e mai ammesso dubbio: «ma non è che mi tradirà?». E naturalmente, quando inevitabilmente succede, quando si scopre che Fabio Junior è uno scarsone, come Bartelt o Tetradze, il disprezzo, l’odio, il rinnegamento, la frustrazione: «ma come hai potuto farmi questo?»

Eppure. Eppure tutto questo non sta succedendo. Incredibilmente, in questi giorni, Roma è così serena, lieta, vivibile. Il tifoso della Roma è lì, che dentro ovviamente ribolle, ma è completamente diverso, quasi cambiato. Non dice spavalderie senza senso, non si lamenta degli arbitri, non se la prende con i proprî giocatori (guardate che l’equazione Gervinho+TifosiDellaRoma=Applausi è qualcosa che mette in dubbio i più elementari assiomi del mondo nel quale viviamo).

Direte voi: è perché la Roma sta vincendo, quando si vince si è tutti più buoni. Ma non è così. In questi anni la Roma è stata spesso forte, ancor più volte entusiasmante, e l’atteggiamento del romanista medio era quasi peggiore che nei momenti di sconforto, dato che quando sei davanti perdere uno o due punti può essere determinante: ancor più rancore per gli errori, ancor più complottismo su ciascun episodio arbitrale, ancor più ostinazione a rivendicare la forza della propria squadra, e l’ingiustizia del non essere primi in qualunque classifica immaginata dall’uomo. Lo Scudetto del 2001 fu l’apogeo di tutto ciò.

E invece tutto questo non succede. E sapete perché?

Perché il romanista, oggi, pensa di non meritarla questa posizione in classifica. Ma, badate bene, non è che pensa di non meritarla perché la Roma è così in alto giocando male o per episodî favorevoli: tutt’altro, la Roma sta giocando benissimo, con un’intensità completamente ignota al calcio italiano. I tanti che dicono che “sicuramente crollerà” non l’hanno vista giocare.

Il romanista pensa di non meritare questo primo posto perché l’unico vero criterio con il quale un tifoso valuta cosa merita o non merita sono le proprie aspettative. Ogni volta che la propria squadra compra un grande giocatore, o anche una possibile sorpresa, qualunque tifoso comincia a pensare che il mondo “gli deve qualcosa”. Che la vittoria sia a un passo e solo forze occulte possano toglierla: l’anno scorso ci siamo andati vicini, ora abbiamo anche quest’altro, non può andare diversamente.

Ma quest’anno, dopo due anni di sofferenze così diverse e così simili, nessun tifoso si azzardava a sperare niente. Non è che non si azzardava a sperare niente di simile. Non si azzardava a sperare niente. E basta. Lo scetticismo, quasi filosofico, aveva preso possesso della testa del tifoso romanista, una sorta di stoica – ma comprensibile – rassegnazione al male del mondo.

Poi vinci dieci partite e ti ritrovi lì, con la testa fra le mani, a domandarti: ma sta davvero succedendo?

E te lo domandi a bassa voce, per paura che gli Dei del calcio possano sentire e domandarsi: «ma davvero abbiamo permesso questo?», per poi ristabilire l’ordine naturale delle cose: quel posto lì davanti spetta a una strisciata, mica alla Roma. Così questo pudore, questo imbarazzo, che è del tutto trasversale a ogni romanista si trasmette in ogni atteggiamento: il lunedì mattina in ufficio, i commenti per strada, al giornalaio. In questi giorni il romanista abituato a chiedere al giornalaio «mi dà il Corriere», dando per scontato il “dello Sport”, fa anche questo sforzo di compostezza, chiede «mi dà il Corriere dello Sport».

Perché se dici il “Corriere”, metti che il giornalaio non capisce e ti chiede «dello Sport?»: lì sei già fregato. Già lì ti troverai a rispondere «sì», senza poter far nulla per evitare il «certo», o anche solo l’«ah», complice del giornalaio. E un “ah” complice è l’ultima cosa che il romanista vuole, di questi tempi. La forza della squadra, la striscia di vittorie, la Roma che gioca bene, il record, tanto-meno-dio-ce-ne-scampi-lo-scu…-quella-cosa-lì, non va nominata. Sta andando tutto troppo bene, troppo inaspettatamente bene, per azzardarsi a proferire una qualunque spavalderia che – ogni tifoso lo sa bene – potrebbe causare, in un solo istante, la disfatta.

Io c’ho provato eh! Ho provato a tirare fuori l’argomento: «allora, siete primi in classifica!»; un onesto «certo che è proprio forte Strootman» o anche solo un innocente «parliamo di calcio» incontrano inevitabilmente i «noooooo, di quella cosa lì non parliamo» dalle stesse persone che appena pochi mesi fa avrebbero tirato fuori un «Ahà, abbiamo battuto il Lecce 2-1 al 87° in contropiede». Ogni tifoso sente la responsabilità del dover tenere-i-piedi-per-terra: e se lo possono fare Florenzi e Ljajic, che hanno 22 anni, anch’io che ne ho 30 – o 40, o 50 – devo dare il mio contributo.

E io, che sono dall’altra parte, mi sento quasi orfano di quelle conversazioni. Ogni volta mi viene quasi da pensare: «eddài, e prendimi un po’ in giro, stai dodici punti sopra la Fiorentina, è tuo diritto». Ma niente, ogni mio amico romanista sa che non se lo può permettere quello sgarro, non può:  perché c’è qualcosa di molto più importante in palio. Quella cosa lì, insomma. E mentre si ritrova a pensare a «quella cosa lì», si rende conto di averla effettivamente pensata Quella-Cosa-Lì, e allora scaccia il pensiero più veloce che può domandandosi «sarà sufficiente?». Sarà sufficiente?

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Estendere una legge che non dovrebbe esserci?

20 September 2013, 9:49 | Moralismo noioso | «Commenti: 38»

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E insomma, ieri è stata finalmente approvata – alla Camera, chissà poi cosa succederà – la legge sull’omofobia di cui si parla da tanto tempo. Solo che, invece di festeggiare, mi son ritrovato a rimuginare sui soliti dubbî che, una volta per tutte, metto per iscritto.

Il problema che ho con questa legge non è, naturalmente, riguardo l’ultimo emendamento che esclude “le organizzazioni politiche e religiose” dall’alveo di applicazione della legge; per quanto sia una distinzione vergognosa, un piccolo passo in avanti è sempre un passo in avanti. Meglio una legge timida, che nessuna legge. Di più: questo è un tassello di futuro. È anche più facile rafforzare, di un po’, una legge che c’è, piuttosto che far digerire al Parlamento una legge nuova e molto dura.

No, il problema riguarda il fatto – neanche tanto originale – che la Legge Mancino, di cui questa legge estende le aggravanti, è una legge che non dovrebbe esserci. È una legge certamente animata da buoni intenti, ma che persegue questi intenti nella maniera che uno Stato non dovrebbe mai permettersi: decidendo quali sono le opinioni ammesse e quali sono le opinioni non ammesse. Andando a intaccare la libertà d’opinione delle persone, facendone un reato. Sì, anche la libertà d’opinione di un fascista. Sì, conta anche quella. E no, non trovo giusto punire qualcuno maggiormente perché pensa qualcosa di particolare mentre commette un reato. E sì, penso che qualcuno che picchia un’altra persona perché è della Lazio dovrebbe essere punito quanto uno che picchia un’altra persona perché nera.

Non sono molto appassionato alla questione della costituzionalità della legge Mancino – mi interessa cosa è giusto o non è giusto –, ma certo a parlare di costituzioni, non si può non pensare quanto sarebbe inconcepibile avere una legge simile negli Stati Uniti dove alcune parti di quella legge, se non l’intero impianto, sarebbero annichilite dal primo emendamento.

Come in molte cose della vita, è di Christopher Hitchens il più bel discorso sul perché anche la più infame e sola delle opinioni deve avere la possibilità di essere espressa; su come il concetto di “incitamento all’odio” sia scivoloso e gli hate crimes (quelli ci sono anche negli Stati Uniti) molto difficilmente definibili evitando d’incorrere nel reato d’opinione.

Questo senza parlare della formulazione, orribile, della legge Mancino che aggiunge alle discriminazioni “razziali, etniche, nazionali” anche quelle “religiose”, come se la religione fosse un’idea data e immutabile. Non un’opinione che qualcuno può avere o non avere, accettare, scegliere, rifiutare. Così, se io non voglio assumere nella mia azienda una persona che pensa che gli omosessuali siano un abominio, posso farlo. Se però questa convinzione è difesa con argomenti religiosi allora sto rischiando una discriminazione.

Non è un caso che questa sia la legge alla quale si appella Scientology quando le si contesta la circonvenzione e l’indottrinamento dei bambini (e degli adulti). Certo, le ragioni per l’inclusione del termine “religiose” sono abbastanza evidenti: l’antisemitismo dell’ultimo secolo. Ma anche questo è un errore: l’orrore dell’antisemitismo è il rifiuto etnico, “ci mancherebbe altro che non si possano criticare gli ebrei ortodossi per la condizione femminile, o per le ridicole pratiche bibliche a cui sottopongono i proprî figli”.

Dunque: meglio festeggiare l’estensione a un gruppo discriminato di una legge ingiusta – aumentando quindi l’ingiustizia ma limitando l’iniquità (e quindi l’ingiustizia) – oppure meglio che sia applicata il meno possibile? Non lo so, come dicevo, sono molto cambattuto.

p.s. Qualche lettore dalla buona memoria ricorderà che, tempo addietro, sulle aggravanti ideologiche avevo sostenuto l’opinione opposta. È vero. Ho cambiato idea.

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Eroina o filibustiera?

26 June 2013, 13:43 | Alta politica, Moralismo noioso | «Commenti: 45»

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La storia di Wendy Davis dimostra, una volta di più, la nostra disposizione all’indulgenza nei confronti dei metodi con cui si conducono le battaglie che ci stanno a cuore. Lo dimostra, in realtà, l’entusiasmo che ho letto, sia in Italia che in America per quello che ha fatto questa senatrice. La storia è questa: negli Stati Uniti, in anni recenti, si è molto diffuso l’ostruzionismo parlamentare. È il motivo per cui passare una qualche legge “sensibile” in Congresso (quello federale) è diventato praticamente impossibile. In Texas si votava una legge restrittiva nei confronti dell’aborto, e questa senatrice democratica ha fatto ostruzionismo nel modo più classico per gli Stati Uniti: fare degli interventi molto lunghi. Nel suo caso, ha parlato per 10 ore, aggirando le regole molto restrittive per impedire questo tipo di operazioni: non si può andare fuori tema, non ci si può interrompere, neanche per andare a fare pipì, non si può mangiare, non ci si può sedere né appoggiare. Dopo un’ulteriore questione sull’essere passata o meno la mezzanotte, la legge è decaduta proprio per l’opera di Davis.

L’ovvietà sarebbe pensare che Davis abbia fatto una scorrettezza: ha aggirato delle regole – sensate – per impedire che una minoranza blocchi, con stratagemmi e non col consenso, il volere della maggioranza. Ha approfittato di una questione tradizionale, in America, ma bizzarra, cioè l’assenza di un limite di tempo per il suo intervento; e di una cosa molto vicina a un cavillo: la scadenza della possibilità di passare la legge dopo la mezzanotte. Insomma, ha operato completamente in quella zona grigia occupata dalle cose ingiuste, eticamente ingiuste (almeno a livello procedurale: quello che al liberalismo, da Locke, sta più a cuore), ma non ancora illegali.

Non pensate? Provate a pensare alla stesso esempio, ma all’inverso: cioè di una cosa simile fatta per ostacolare una legge che ritenete giusta. Facciamo questo esempio qui: in Italia matura finalmente una maggioranza di persone che è favore del riconoscimento delle coppie omosessuali. C’è una maggioranza popolare che è chiaramente espressa in una maggioranza parlamentare. Si vota questa legge, che ha largamente i numeri per passare: solamente che Giovanardi o Paola Binetti, pronunciandosi solennemente dalla parte di Dio, organizzino un ostruzionismo deciso. Presentano centinaia di emendamenti, così che ci si metta giorni ad affrontare il testo finale, invitano in Senato un centinaio di persone che si mettono a gridare “Uomo e Donna! Uomo e Donna!”, così che il presidente del Senato debba far sgombrare l’aula, rinviando il dibattimento ai giorni successivi. Poi, grazie a uno stratagemma, riescono a presentare un emendamento che collega le unioni gay a un’altra questione accessoria, così che alcuni parlamentari siano costretti a votarlo. Alla fine, si scopre, scrivono un altro emendamento apparentemente inoffensivo, in modo che esso si contraddica, e che così la Corte Costituzionale lo bocci. La legge così non passa.

Cosa succederebbe? Che saremmo tutti furibondi. Alcuni parlerebbero di Colpo di Stato, altri chiederebbero l’arresto di Giovanardì. Più ragionevolmente, in molti lo considererebbero un lestofante, uno capace di tutto per far prevalere la propria idea su quella della maggioranza del Paese. Anzi, a dire il vero, c’è qualcuno che non la penserebbe così: il partito di Giovanardi. Anzi: a confermare la disinvoltura con la quale ci va bene che il fine giustifichi i mezzi – quando questo fine è in accordo con la nostra idea – il partito di Giovanardi lo difenderebbe, dicendo le cose che abbiamo sentito tante volte: le regole sono queste, abbiamo rispettato le leggi, è tutto dentro alle normali strategie parlamentari, eccetera, eccetera.

Ecco, se c’è una cosa che rende inutili i dibattiti, i confronti di vedute, che rende impossibile qualunque progresso generato da un’onesta e attenta discussione d’idee è questa. Questo pregiudizio positivo – questa dissonanza cognitiva – che si ha nei confronti di chi si considera della propria squadra, e delle strategie che vengono adottate per raggiungere le idee che condividiamo. Quelle idee che, così, si dimostrano immutabili e, perciò, stupide.

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Cosa pensare delle proteste in Turchia

14 June 2013, 11:06 | Medio orientato | «Commenti: 10»

per Il Post

Questo post dà per scontante diverse cose che avevo spiegato in questo post–bignami, se non l’avete letto è meglio leggerlo per primo.

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È molto difficile analizzare e interpretare il corso e il significato di queste proteste in Turchia. Ed è soprattutto difficile decidere da che parte stare. In realtà è molto facile capire da che parte non stare, quella di Erdogan, per motivi fin troppo ovvî: l’autoritarismo, la rivendicazione del ruolo della religione in politica, la soppressione del dissenso. Ma la grande incognita è: la parte degli altri che parte è?

Questo non l’ha capito nessuno. È una protesta libera e confusa, caotica e disorganizzata, questa è la sua forza, ma anche la sua debolezza. Le stesse fazioni protagoniste delle manifestazioni sono combattute fra il cercare di mostrare un’immagine – più efficace – di una protesta coesa e unitaria, e il tentativo di orientare la protesta a beneficio della propria fazione.

COSA NON VA, SONO POCHI
La prima cosa da non dimenticare è anche la più semplice: questa è una protesta di minoranza. Non si tratta di un giudizio di valore, ma squisitamente numerico. L’AKP, il partito di Erdogan, ha preso il 50% alle scorse elezioni, e nessuno mette in dubbio che sia tutt’ora maggioranza nel Paese – i sondaggi lo dànno addirittura in crescita.

Nel Parlamento turco ci sono 4 partiti, BDP (sx, curdo), CHP (csx, kemalista), AKP (cdx, islamico), MHP (dx, nazionalista): tre di questi, che insieme fanno il 45% dell’elettorato, hanno moltissime differenze, e come unico punto in comune quello di opporsi al quarto partito, che da solo ha più voti di loro. Quelli che manifestano oggi sono coloro che si oppongono a questa egemonia.

Si è parlato anche della fondazione di un nuovo movimento a partire da queste manifestazioni, ma proprio per le stesse ragioni è difficile immaginare quale ne possa essere la base politica, tanto più che la legge elettorale turca scoraggia questo tipo di iniziative (con uno sbarramento al 10%). È possibile che le manifestazioni di questi giorni spostino parzialmente gli equilibrî politici descritti sopra, ma per fare sì che abbiano una vera rilevanza, le opposizioni dovrebbero accordarsi in una comune agenda politica, cosa che – molto semplicemente – non può succedere.

COSA NON VA, SONO TROPPI
La protesta è cominciata dall’iniziativa di un deputato del BDP per impedire la distruzione di un parco a Istanbul; pochi giorni dopo la sede del BDP di Smirne, la principale roccaforte del CHP, è stata presa a sassate (mentre quella dell’AKP è stata data alle fiamme) da quelli che – in teoria – sarebbero gli stessi dimostranti.

In molti, specie fra curdi e ambientalisti, è cominciato a maturare un sentimento di insofferenza e mutilazione per la cannibalizzazione delle manifestazioni da parte dei kemalisti (CHP), e più in generale delle forze nazionaliste (MHP): lo slogan più diffuso è «Erdogan dimettiti», ma il secondo è «siamo i soldati di Mustafa Kemal», cioè Ataturk, e il terzo è «beato chi si può definire turco».

Le manifestazioni sono gonfie di bandiere turche e di ritratti di Ataturk: si può manifestare contro un governo sventolandone la bandiera? E si può manifestare assieme ai rappresentanti di un popolo – quello curdo – che è stato annullato, deportato, e ucciso sotto l’ordine diretto di un personaggio storico, sventolando il vessillo di quello stesso personaggio storico?

È probabilmente inevitabile, e forse anche auspicabile, che in un tipo di protesta come questa si convoglino diverse prospettive, speranze e pretese; ma la reciproca diffidenza delle varie anime che manifestano, e la contraddittorietà delle ambizioni che spingono curdi, laici, militari, nazionalisti e ambientalisti a manifestare, rendono molto difficile che ciascuna di queste istanze si concretizzi in una rivendicazione comune e soprattutto concreta. La società turca è troppo frammentata, balcanizzata in gruppi ideologici e identitarî, e così lo è la parte di Turchia che si oppone all’AKP, con fazioni che si guardano vicendevolmente con ostilità – anzi, inimicizia – e, su alcuni temi, sono anche più vicine all’AKP che fra loro.

COSA VA
Sembra una battuta, ma non lo è: questa è una delle poche volte, almeno in Medio Oriente, che chi scende in piazza vuole meno Dio in politica rispetto a chi è al potere. Chi protesta, protesta – anche – contro una legge che vieta gli alcolici durante le ore notturne, contro scuole elementari sempre più confessionali, contro un’islamizzazione simbolizzata, in questi giorni, da un episodio di cui si è parlato molto in Turchia: il divieto, espresso da un funzionario dell’AKP di Ankara, a due ragazzi di baciarsi in pubblico.

Questo fattore – quello della lotta popolare per la laicità – è ancora più importante in Turchia, dove per decenni c’è stata una parte politica, quella che ora sostiene l’AKP, che si è sentita defraudata della propria legittimità popolare, attraverso i colpi di Stato dell’esercito; questo ha fatto sì che fino a pochi anni fa la lotta per la laicità delle istituzioni sia sempre stata associata – anche simbolicamente – all’autoritarismo. Qualunque turco laico si è sentito spesso accusare di essere “al soldo (o schiavo) dell’esercito”.

Inoltre, per la stessa ragione la risposta alle due domande sopra potrebbe essere, genuinamente, «forse sì». È possibile manifestare contro un governo portando la bandiera di quello stesso governo? È possibile che rappresentanti di un popolo sfilino assieme a chi inneggia al padre della patria che ha, coscientemente, annichilito quello stesso popolo? Forse sì. Forse in Turchia, uno dei Paesi più nazionalisti al mondo, è addirittura necessario.

L’affezione, che spesso sfocia in suprematismo, è una parte imprescindibile della storia e dell’identità turca, e muove moltissime scelte politiche, militari ed economiche. Per fare un esempio poco conosciuto in Occidente, i turchi finanziano la costruzione e il mantenimento di numerose scuole turche all’estero (i figli dell’aristocrazia in molti Paesi arabi o ex sovietici vengono mandati alle scuole turche, come un tempo accadeva per quelle francesi), nel nuovo Iraq sono già 30.

Si può considerare negativamente il nazionalismo, o molto negativamente come faccio io, ma una maggiore integrazione di una società estremamente polarizzata, quasi atomizzata, non può che passare attraverso la costruzione di un’identità condivisa. È un processo che, come dicevo, molti Paesi europei hanno fatto uno o due secoli fa, ma che in Turchia non è mai avvenuto, anzi manca del tutto: ci sono i turchi “bianchi”, i turchi “neri”, e i curdi (oltre a mille altre minoranze intrecciate, spesso tutt’altro che piccole, come gli aleviti). E, naturalmente, questo ipotetico processo di identificazione collettiva dovrebbe passare anche attraverso una perdita di memoria. Come diceva Renan, raccontarsi delle frottole sul proprio passato è parte essenziale dell’essere una nazione.

COSA SUCCEDERÀ, I PERICOLI
Nel breve termine i pericoli sono molto chiari, e di speranze se ne vedono davvero poche. La cosa più probabile è che queste proteste si disperdano via via e, lentamente, muoiano nella constatazione che nulla sta cambiando concretamente. Tranne nell’ipotesi, oggi molto remota, di una nuova discesa in campo dei militari, è molto difficile che queste proteste operino un cambio di regime, rispetto a un partito che ha tuttora una solidissima base elettorale.

Se è vero che l’AKP ha ancora un largo consenso, è anche vero che Erdogan ha fatto molti errori nella gestione di queste proteste. Ha mantenuto, e anzi rivendicato, un pugno duro contro i manifestanti che lo ha identificato – non a torto – come il principale responsabile del comportamento della polizia. In questo senso Erdogan sta giocando molte delle sue carte in un gioco particolarmente rischioso, che potrebbe tranquillamente perdere se un altro membro dello stesso partito – o di quell’area culturale – decidesse di prendere una posizione più dialogante, come il presidente Abdullah Gul aveva accennato a fare durante la prima settimana di proteste.

Ma il vero pericolo per Erdogan non è costituito da Gul, personaggio notoriamente più moderato e meno populista, ma suo amico personale e riconosciuto contraltare. Piuttosto, una figura da tenere presente è Fetullah Gulen, guida del “Gulen movement”, un movimento religioso che – attraverso i suoi aderenti – costituisce la base di una buona parte del consenso dell’AKP. Se si vuole fare una similitudine spericolata, solo per capire da una prospettiva italiana, si può dire che se Erdogan ha molto di simile a Berlusconi, il Gulen movement ricorda una turca Comunione e Liberazione, ma più potente e con un peso politico molto maggiore (molto maggiore, sì, avete capito bene). E sarebbe un paradosso che da una protesta che ha come tema cardine la laicità, ne traesse giovamento un leader religioso.

Il rischio maggiore, però, è certamente quello che l’indebolimento di Erdogan possa minare il processo di pace fra Stato turco e milizie curde, firmato recentemente da Ocalan (capo del PKK in prigione) e lo stesso Erdogan, certamente la miglior cosa fatta dal primo ministro turco negli ultimi anni. Sia il CHP che i nazionalisti, com’è tradizione, si sono detti contrari a questo processo di pace, e anche Gulen ha sempre espresso alcune riserve. Una perdita di forza di Erdogan potrebbe mettere un freno alla realizzazione dei successivi passaggi dell’accordo, quelli più impegnativi per lo Stato turco dopo il ritiro – avvenuto come da patti – delle milizie del PKK dalla Turchia. Questo sarebbe un vero disastro.

COSA SUCCEDERÀ, LE SPERANZE
Come detto, nel breve termine si stenta a vedere una possibile evoluzione positiva di queste proteste, specie dopo il corso, ancor più autoritario e repressivo, scelto da Erdogan. Forse, però, alzando lo sguardo un po’ più lontano si può riuscire a intravvedere qualche speranza.

Il grande dibattito sulla società turca, quello più interessante e più gonfio di significati profondi e conseguenze ideali, è sempre stato quello sul kemalismo: il processo, profondamente riformatore e secolare, ma al tempo stesso autoritario, di Ataturk è stato un successo oppure no? Ataturk ha tentato, nello spazio fulmineo di una di un paio di generazioni, di modernizzare – sul modello europeo – una delle società più conservatrici del tempo, quella ottomana.

Per forzare quegli stessi processi che negli Stati Europei avevano impiegato due secoli, ha usato un autoritarismo oligarchico. Ha fatto pulizia etnica, ha soppresso il dissenso, e ha cercato di escludere – per legge – qualunque manifestazione pubblica della religione, con le leggi più severe e intransigenti che qualunque Paese non comunista al mondo abbia mai visto. Questo dibattito sulla secolarizzazione forzata è anche, ovviamente, un dibattito sulla possibilità di una democratizzazione dell’Islam.

I successivi decenni del ventesimo secolo possono essere visti come i rigurgiti, di quella società conservatrice, contro un’innovazione avulsa e forzata. Religiosi che riguadagnavano il potere, e seguaci di Ataturk – nella forma dell’esercito – che facevano un colpo di Stato per riprenderselo, e riassicurare la tutela della laicità. In questo ultimo decennio, con la salita al potere dell’AKP e l’indebolimento dell’esercito, il quesito al centro del dibattito è cambiato: l’arrivo al governo di una forza islamica, ma certamente meno integralista di quelle passate, è il tradimento del sogno di Ataturk o ne è il suo compimento?

La vittoria dell’AKP è la sconfitta del secolarismo kemalista o è il successo di quel processo di secolarizzazione che ha reso possibile la creazione di un partito d’ispirazione religiosa, ma responsabile e senza spinte teocratiche, equivalente a un partito cristiano-democratico europeo (come dice spesso Erdogan)? Nei primi anni 2000, anche grazie alle aperture all’Europa e alla democratizzazione, la risposta sembrava essere l’ultima: l’AKP sta diventando un centrodestra europeo.

Negli ultimi anni, però, con il continuo accrescimento del potere, e la svolta confessionale e autoritaria che il governo Erdogan ha preso, si è tornata a fare strada la prima ipotesi: un partito d’ispirazione religiosa, per di più islamica, comincerà inevitabilmente a reclamare un’invasività nelle scelte delle persone, sull’istruzione, sugli stili di vita. Non è un caso che, nelle proteste di questi giorni, una delle accuse trasversalmente più diffuse sia stata proprio quella di “mettere bocca nel proprio stile di vita”.

La preoccupazione, quindi è che Erdogan voglia trasformare la Turchia in una sorta di Dubai (o Qatar, o per fare un esempio al di fuori del mondo islamico, il Cile di Pinochet), uno Stato con grandi libertà economiche, ma confessionale e autoritario, con limitate – o limitatissime – libertà di dissenso, e di comportamento. Delle preoccupazioni ben riassunte in questa bella foto:

Per questo è importante che queste proteste siano, e auspicabilmente si mantengano, plurali e multiformi. Come dicevo, è difficile immaginare che attraverso delle dimostrazioni si rimarginino ferite profonde un secolo; però, in un passaggio storico per la Turchia, come saranno certamente ricordate queste proteste, un piccolo tassello – se proprio ci sforziamo a essere ottimisti – si sta costruendo in questi giorni, su due fronti.

Per prima cosa, il solo fatto che curdi e kemalisti, non dico manifestino insieme, ma condividano una protesta è già degno di nota (per chi conosce un po’ di Turchia, anche soltanto questa foto scattata a Londra è assurda). E in questo senso – al contrario di quanto detto prima – il fatto che i contenuti delle manifestazioni siano impostati molto sui principî e meno sui dettagli concreti è un vantaggio.

Inoltre, e questa è forse la cosa più importante, il fatto che molte anime protestino in piazza per la laicità e contro l’islamizzazione di una società cardine del Medio Oriente, quella a cui tutte le rivoluzioni arabe hanno guardato, è estremamente positivo. È importante che la parte laica della Turchia guadagni una consapevolezza e una coscienza civica che – quasi inevitabilmente – nei decenni passati è sempre stata demandata alla tutela dell’esercito che ne custodiva il valore, ma anche il monopolio.

Questo è significativo anche per quell’altra parte di Turchia, quella che vota l’AKP, e che per la prima volta vede nella laicità un principio difeso da un’opposizione democratica – un’opposizione che, perciò, dovrà cercare di guadagnare consenso, anche il loro – e non come un’istituzione imposta dai militari. Naturalmente non c’è alcuna garanzia che le cose andranno così, che la laicità diventi un patrimonio condiviso di tutta la Turchia. Ma l’alternativa non c’era: non si poteva continuare a colpi di Stato per sempre.

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Un po’ di Turchia

2 June 2013, 18:02 | Medio orientato | «Commenti: 7»

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Un paio d’anni fa mi sono messo a studiare abbastanza approfonditamente la storia e la politica della Turchia, e l’ho scoperta essere il Paese più complesso, contraddittorio, peculiare, e interessante al mondo. È uno di quei posti dove le categorie con le quali siamo abituati a pensare alle cose saltano, e quindi è molto difficile farsi un’opinione – cioè declinare il proprio pensiero generale in un contesto preciso – su quello che succede. Com’è possibile? L’esercito è il garante della laicità? La destra, ma non l’estrema destra, è la più europeista? Il centrodestra è meno ostile ai curdi, e alle minoranze, del centrosinistra? E l’occupazione militare, lunga trent’anni, di un Paese dell’Unione Europea, cioè Cipro? Sono tutte, queste e molte altre, posizioni strane, che si possono capire solo alla luce della storia della Repubblica turca.

In questi giorni di proteste mi sono trovato spesso a raccontare un po’ di queste cose, a persone e amici che cercavano di capire e che magari in passato mi avevano sentito dire frasi come quella con cui ho aperto il post: “la Turchia è il Paese più complesso e interessante al mondo”. Così ho pensato di mettere giù anche qui un po’ delle cose che penso siano importanti per capire queste proteste: è un racconto non solo parzialissimo e superficiale – un disclaimer che per la Turchia è ancor più necessario – ma è anche frutto della mia personale interpretazione degli eventi. Magari, però, a qualcuno può essere comunque utile per farsi un’idea.

Una considerazione chiave è questa: per capire la Turchia del XX secolo, non la si può confrontare con gli Stati europei dello stesso periodo, ma bisogna analizzarla attraverso la lente e le categorie dei due secoli precedenti: il nazionalismo era, a quel tempo, un’istituzione progressista, volta a conferire per la prima volta al popolo un diritto di legittimità su qualcosa: la propria terra. Nel caso di Ataturk, era in opposizione alla monarchia assoluta, storicamente e religiosamente importantissima, dell’Impero Ottomano, o anche l’ultimo Califfato (per capirne l’importanza, anche a livello dottrinario, basta pensare che il Califfato è l’unico degli imperi dissoltisi con la prima guerra mondiale ad avere ancora dei sostenitori).

In questa prospettiva due cose (lascio da parte altre, come la politica estera e la dearabizzazione, altrettanto interessanti ma non strettamente legate alle proteste di questi giorni) erano una minaccia per la coesione identitaria della Turchia: la religione e l’eterogeneità etnica. Per questo, la Repubblica è stata fondata su leggi che, al tempo stesso, vietavano e ne davano allo Stato (e quindi all’esercito, Ataturk era un generale) il controllo, di ogni manifestazione religiosa. Per le medesime ragioni, venne bandito qualunque tipo di riconoscimento dell’identità curda, anche il più flebile: parlare in curdo, la prima lingua di milioni di persone residenti in Anatolia, era vietato e punito come attentato allo Stato.

Tutti i successori di Ataturk hanno sempre conservato questo orientamento, rappresentati in quello che è sempre stato il partito kemalista (il vero nome di Ataturk era Mustafa Kemal) di riferimento, il CHP. Il CHP è un partito socialdemocratico – Ataturk era un estimatore dei socialismi europei –, attuale membro dell’internazionale socialista, che ha però delle peculiarità: è sempre stato strenuamente filo-occidentale (ma non filo-europeista, almeno negli ultimi decenni), ha delle posizioni fortemente nazionaliste, è molto legato all’esercito, ha rapporti pessimi con i partiti comunisti (che in Turchia sono curdi), è profondamente laico (fino al 2008 era vietato l’accesso al partito a chi portasse il velo).

Il problema è che, come spesso accade, la popolazione – specie quella rurale – è sempre rimasta più legata alle proprie tradizioni religiose rispetto all’élite cittadina, burocratica (e militare) che era l’ossatura del CHP. Questo ha fatto sì che, con un paradigma che si è ripetuto ogni 10 o 15 anni, ogni volta che si andava alle elezioni la parte conservatrice e religiosa prendeva molti più voti di quelli rispecchiati dalla precedente rappresentanza nelle istituzioni e nella politica. Un governo di stampo più religioso veniva formato: questo provava a riformare lo Stato nel senso di una maggiore apertura al dissenso, alla religione, alle minoranze, cercando inoltre di indebolire l’esercito. Ogni volta che questo succedeva, l’esercito entrava sulla scena politica con un colpo di Stato, varava delle leggi speciali per ristabilire l’ordine e lo “spirito patriottico del kemalismo”, e riconsegnava il potere al CHP.

Questo processo si è ripetuto tre volte e mezza negli ultimi 50 anni, l’ultima (la mezza) poco più di 15. Per questo la Turchia è sempre stata una semi-democrazia, guidata da un’élite con idee talvolta condivisibili, ma che venivano imposte attraverso leggi che altrove considereremmo liberticide, secondo i due principi elencati sopra: 1) la coesione etnica è necessaria per la coesione nazionale: un turco è un turco e basta: 2) l’Islam deve essere controllato e arginato, altrimenti prende possesso dello Stato e lo trasforma nuovamente in una teocrazia. Due esempî particolarmente simbolici, avvenuti nel corso degli anni ’90: la prima parlamentare curda, Leyla Zana, fu incarcerata per dieci anni per aver pronunciato in parlamento, in curdo, la frase «giuro in nome della fratellanza fra il popolo turco e il popolo curdo». Erdogan, l’attuale primo ministro, è stato in carcere per aver recitato una poesia a sfondo religioso. Di più: quando fu eletto doveva ancora scontare diversi mesi della propria pena, così che il mandato fu inizialmente affidato ad Abdullah Gul (il primo primo ministro apertamente mussulmano, oltre che attuale presidente turco).

L’Unione Europea ha sempre obiettato a questo tipo di provvedimenti (Zana è stata anche premiata dalla Commissione come dissidente), spingendo per una maggiore apertura della Repubblica. Ciò ha determinato la curiosa circostanza che, in Turchia, il centrodestra di Erdogan e i partiti curdi (di estrema sinistra, ma particolari: a favore della guerra in Iraq, per esempio) sono i maggiori sostenitori dell’Europa, in quanto potenziali beneficiarî delle aperture richieste, mentre il CHP – di centro o centro-sinistra – è il meno favorevole all’integrazione. Queste posizioni si sono parzialmente evolute negli ultimissimi anni per ragioni di politica estera, ma il nocciolo delle ragioni rimane il medesimo.

Il partito di Erdogan, l’AKP, è l’erede diretto dei partiti pro-religiosi che nei decenni precedenti furono messi fuorilegge dall’esercito. Per la prima volta, nel corso degli anni 2000, un partito è riuscito a contrapporsi al potere militare, smarcandosi dal timore di fare riforme troppo incisive per la paura di un possibile colpo di Stato. Questo è stato possibile per due ragioni: la pressione internazionale in questo senso, e un gigantesco consenso guadagnato dall’AKP, anche grazie a qualcosa di simile al boom economico italiano degli anni 60:  complici una serie di liberalizzazioni, l’economia turca ha fatto un enorme balzo in avanti negli ultimi dieci anni, crescendo a tassi che sfidano quelli dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). Alcuni analisti dicono addirittura che l’economia turca sia la più in salute al mondo (altri sostengono sia una grande bolla illusoria, vedi il primo commento a questo post).

Erdogan, all’inizio più prudente, ha cominciato così a proporre riforme sempre maggiori, accompagnato da un consenso sempre crescente (alle ultime elezioni l’AKP ha preso il 50%, ed è stato considerato un risultato deludente), fino ad arrivare a proporre – e fare approvare attraverso referendum popolare – la modifica della costituzione repubblicana. Tuttavia, nel guadagnare sempre più potere – anziché dismetterle – ha cominciato a utilizzare le stesse istituzioni di repressione del dissenso che aveva criticato, non soltanto smantellando il potere dell’esercito e facendo arrestare quella stessa leadership che lo aveva incarcerato 15 anni prima, ma attaccando anche la libertà d’espressione di quella parte di Turchia che non lo sostiene, con arresti e processi per giornalisti e dissidenti.

Queste, io credo, sono le – riassuntissime, violentate dalla sintesi – premesse necessarie a capire le proteste di questi giorni. Domani provo a buttare giù qualche pensiero più personale su ciò che esse vogliano dire, perché siano esplose, e quali siano i possibili sviluppi. Eccolo qui: LINK.

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Le bombe di Boston, il ragazzo saudita, e un po’ di buon senso

17 April 2013, 21:36 | Gruppo misto | «Commenti: 11»

2 su 5

C’è questa storia del ragazzo saudita che si trova “nel posto sbagliato, al momento sbagliato”, e cioè alla maratona di Boston, nei secondi successivi alle esplosioni delle due bombe. Scappa, come fanno tutti. È ferito. È anche più sveglio degli altri: ha capito che le bombe sono state due, mentre le persone lì attorno pensano sia stata una sola. Questo fa insospettire qualcuno. Così la polizia, dopo averlo portato in ospedale, lo interroga. Intanto, un’altra squadra perquisisce la casa in cui vive con alcuni coinquilini, e fa delle domande anche a loro. Tutto questo solo perché è saudita. Scandalo. Gli americani sono razzisti. Il colore della pelle, eccetera.

Dovevano interrogare mia nonna. No, dico sul serio. Mia nonna vive a Boston. Non era alla maratona (per fortuna), ma fosse stata lì avrebbe dovuto suscitare gli stessi sospetti nella polizia rispetto al ragazzo, no? Perché del resto c’è la stessa possibilità che un’anziana signora di novantanni piazzi delle bombe a un evento pubblico rispetto a un ragazzo saudita? Se, a questa domanda, rispondete «sì», allora viviamo in due mondi diversi, e a me piacerebbe vivere nel vostro. Se, però, rispondete «no», com’è ovvio rispondere, allora è naturale conseguenza che la polizia si concentri sulle piste più sensate.

Il tutto, ovviamente, senza ledere alcun diritto della persone sospettate, ma è una posizione ottusa e ideologica sostenere che qualunque crimine ha le stesse possibilità di essere commesso da chiunque. Perché io, Giovanni, sono ben più sospettabile di mia nonna. E se la polizia interroga mia nonna, anziché interrogare me, non perde soltanto del tempo ma mette a repentaglio la vita delle persone che dovrebbe proteggere. E infatti non si comportano così, per fortuna.

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CEO Francesco I

14 March 2013, 1:19 | Il Male curabile | «Commenti: 3»

1 su 5

Uno dei podcast che ascolto è quello di un programma, chiamato Planet money, che racconta delle storie legate all’economia, in maniera sempre interessante, molto narrativa, e mai noiosa. Si capiscono cose, con svago. Qualche giorno fa una puntata affrontava l’economia della Chiesa cattolica non dal punto di vista degli scandali, o dell’opulenza – punti di vista utili, ma abbastanza banali – ma da quello del management: cosa farebbe la Chiesa se fosse una grande azienda multinazionale, quale nei fatti è.

If you’re in business, there are certain signs that your company is in trouble. A big one: your CEO abruptly resigns.

And it’s especially worrisome if it is the first time this has happened to your company in almost 600 years.

La puntata è di metà febbraio, ma mi è tornata in mente oggi – per ovvie ragioni – perché una delle cose che dicevano nei 20 min di analisi manageriale della Chiesa, è che si tratta di un’azienda che investe troppo poco nei mercati nei quali è in espansione. In Europa e Nord America i cattolici sono in continua diminuzione, con tanto di drammatica crisi delle vocazioni, ma in Africa e specialmente in Sud America è un’azienda che va forte. Però la larghissima maggioranza delle strutture, del personale (i preti), degli investimenti, è allocata dove la Chiesa non sta crescendo.

Quindi, dicevano, da un punto di vista manageriale ci sarebbe assoluto bisogno di rifocalizzarsi e accattivarsi i mercati in espansione, come il Sud America, finora troppo trascurato dall’azienda.

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Contro il PD

6 March 2013, 22:13 | Alta politica | «Commenti: 28»

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Voi non ci crederete, ma in queste ore la dirigenza del PD si sta – e ci sta – raccontando che la colpa di questa sconfitta è l’essere stati troppo liberali. Questo, però, non è un post su liberalismo, socialismo e socialdemocrazia. No, è un post sull’endemica incapacità di confronto con la realtà di quel partito.

LA REALTÀ CI DÀ TORTO
Negli ultimi 4-5 anni Bersani ha, legittimamente, allontanato il PD dal liberalismo. C’è stata una battaglia politica e ha vinto quella parte che voleva un partito più socialdemocratico. Più socialista, meno liberale. È una scelta legittima, e non è detto che sia sbagliata. Alle urne ha perso tre milioni e mezzo di voti, ma la storia è piena di idee sbagliate che hanno raccolto consenso. Hanno ragione loro e hanno torto quelli che non li hanno votati? Può essere.

Ma una cosa è chiara: se il PD avesse preso il 41% (cioè il 7,76% in più rispetto alle ultime politiche), avrebbero detto che quella gigantesca vittoria era merito della svolta socialdemocratica e anti-liberista del PD. Invece hanno preso il 25.42% (cioè il 7,76% in meno rispetto alle ultime politiche), e cosa dicono? Esattamente lo stesso. Che la sconfitta è colpa del non essere stati abbastanza socialdemocratici, dell’alleanza con Monti, dell’austerity, eccetera. Verrebbe da dire Popper e l’infalsificabilità del marxismo, se non fosse troppo facile.

E QUINDI ABBIAMO RAGIONE
Eppure, spesso, questo meccanismo avviene in buona fede, da parte di persone che su molti temi hanno idee condivisibili e ben espresse (ho-molti-amici-dalemiani). Poi, però, ci sono quei due o tre argomenti sui quali il ragionamento da conventicola, gli spauracchi e le parole d’ordine, la fedeltà alla linea e i nemici giurati, superano in squadrismo e chiusura anche quelle dei grillini.

Funziona così: Mario un giorno si sveglia e dice ad Alberto che il liberismo ha i giorni contati, o che la figlia di Ichino è una raccomandata. Alberto ci pensa, lo metabolizza, e lo riferisce a Maria. Maria fa suo il pensiero e lo condivide con Giacomo. Giacomo, allora, incontra Mario e glielo dice. E Mario pensa «ah beh, se lo pensa anche Giacomo deve essere vero».

Questa claustrofobica autoreferenzialità è l’essenza di quella che, durante le primarie, chiamavo dissonanza cognitiva. Ma è molto di più, mi sono reso conto: è l’elevazione del confirmation bias a un livello di sistematica e patologica efficienza.

LE PRIMARIE
È stato durante le primarie che questa coazione mentale, il ragionamento da setta e il terrore dell’OPA ostile si è manifestata in tutta la sua potenza. E lo dice uno a cui Renzi non piaceva, ed era anzi abbastanza determinato a non votarlo.

Forse è stato proprio il non essere renziano a rendermi così sbalordito: i renziani davano per scontato che l’apparato fosse ostile, del resto era ciò che Renzi andava dicendo da tempo – faranno la lotta nel fango, faranno qualunque porcata per non farci vincere. Ma per me, spettatore scettico, è stato sconcertante realizzare che quella dirigenza fosse davvero disposta a qualunque porcata, e a negare d’averla fatta.

Le stesse persone per giorni, prima delle primarie, hanno deriso Renzi per essere riusciti a fregarlo, cambiando le regole a suo svantaggio. Poi, quando è venuta fuori la polemica sulle regole, hanno negato – quasi offesi – che quelle modifiche potessero svantaggiarlo (qui spiegazione delle 4 porcherie anti-Renzi: sia chiaro, avrebbe vinto ugualmente Bersani, che è un’aggravante). Se sostenitori di Renzi pubblicizzavano un sito, senza indicazioni di voto, per semplificare la procedura di registrazione era una patente violazione delle regole; se sostenitori di Bersani pubblicavano sui giornali inviti a votare Bersani, era una sciocchezzuola. Lo stesso Bersani ha detto la gigantesca bugia di essere stato lui a volere le primarie, dopo aver nicchiato per due anni mentre Renzi lo rincorreva apparizione su apparizione per cercare di stanarlo. Sempre lo stesso meccanismo del doppio standard.

Poi, beh, durante le elezioni Renzi è diventato utile alla ditta e allora c’è stato il contrordine compagni.

IL “VUOTO PNEUMATICO”
E pensare che il mio scetticismo su Renzi era stato nutrito anche da uno scambio di email con un amico bersaniano: mi aveva spiegato un po’ di cose, e molte delle sue critiche mi avevano convinto. Quello delle proposte di Renzi era un “vuoto pneumatico”.

Ora, io non so se qualcuno si è preso la briga di leggersi il programma economico del PD in questa campagna elettorale: non c’era un numero, una sola cosa concreta e quantificata. Cosa vuole fare il PD con la spesa pubblica? Aumentarla o abbassarla? Vuole tagliare l’Irap? Ma di quanto? Con quali soldi? E l’Irpef? “taglio del 3%, ma non subito” non è una risposta. Quando? E dove prendi i soldi? E l’Ires? Vuole dare più soldi all’istruzione e alla ricerca? E la sanità? Quanti soldi, e presi da dove? Alzando le tasse? Facendo delle dismissioni? Quante? E il debito pubblico lo vogliamo abbattere? Come e di quanto? L’unica cosa accompagnata da una cifra era l’elettoralistica abolizione dell’IMU sulla prima casa a chi paga meno di 500€.

Perfino il PDL aveva dei numeri, per quanto strampalati e irrealizzabili. Il PD, invece, niente. Né le dichiarazioni di Bersani (segretario) o Fassina (responsabile economico) chiarivano alcunché. Il programma del PD era un tale “vuoto pneumatico” che, nei varî articoli dei giornali che mettevano a confronto il peso economico dei programmi, i numeri del PD se li inventava il giornalista – oh, non so se è chiaro. I numeri se li inventava il giornalista!

Pensate ci sia stato qualcuno che, dal di dentro, abbia finalmente denunciato questo vuoto di contenuti, in questa era di dittatura-della-comunicazione? Ovviamente no.

REALISTI REALISTI, IDEOLOGICI IDEOLOGICI
Ora: perché il PD non ha elaborato uno straccio di piano sui 5 anni di legislatura? Non sono in grado di farlo? Non è così. È certamente una scelta comunicativa, la vaghezza dovrebbe aiutare a non scontentare nessuno. Ma c’è un altro fattore, estremamente importante, e centrale per il modello di politica che è attualmente alla guida del PD: è la prodigiosa e improbabile commistione di realpolitik e furore ideologico.

Perché non è solo la proverbiale questione delle “segrete stanze”, nelle quali si entra con idee diverse, si fa un accordo politico, e si esce fingendo di avere sempre avuto la stessa. Il problema è che a questa si associa, sempre sottotraccia, un filtro di lettura della realtà smaccatamente ideologico (oggi è la moda di Keynes, fra cinque anni sarà qualcos’altro) che produce la dissonanza cognitiva di cui sopra. Solo che questa linea ideologica che è presente in tutte le conversazioni, nelle discussioni private, nei discorsi a nuora-perché-suocera-intenda, in qualche dichiarazione strappata, non viene mai affermata con forza in pubblico: sarebbe un’offesa alla prudenza del realismo politico.

Perciò la presenza pubblica del PD si traduce in una costante vigliaccheria, e menzogna, rispetto alle idee piene che i dirigenti di quel partito covano. Da questo derivano le dichiarazioni di Fassina in stile Arafat, che in italiano dice una cosa e in inglese – al Financial Times o al Wall Street Journal – dice esattamente l’opposta. Da qui deriva la Taquiyya su Europa e Germania, odiata nelle sezioni del PD quasi quanto nel PDL. E deriva la mancanza del coraggio politico di fare di testa propria: se Bersani pensava di essere in grado di risanare i conti, e di farlo meglio del Governo tecnico, perché non ha detto “no” a Napolitano, andando subito a nuove elezioni?

LA CASTRAZIONE PERMANENTE
La risposta che Bersani dà è che il PD è stato “responsabile”, ed è vero, verissimo – al tempo l’ho molto apprezzato. Però riconoscere che essere “responsabili” vuol dire non portare al governo la propria linea politica, significa che il proprio orizzonte ideologico sarebbe, invece, irresponsabile. Che affermare in pubblico idee come queste (è un documento di una riunione degli economisti del PD, o d’area, che ha postato un’amica su Fb) o quelle che si sentono dire a tutti i bersaniani interpellati al bar, porterebbe l’Italia nel disastro.

Nei fatti, questa dirigenza del PD è più realista di sé stessa. Ed è proprio questo che matura un permanente sentimento di castrazione, quello che è precisamente all’origine dell’incapacità d’analisi della realtà che descrivevo all’inizio: abbiamo fatto un partito più-socialista-ma-non-abbastanza, abbiamo perso, e quindi dobbiamo essere più socialisti. Ah, se fossimo stati socialisti quanto volevamo davvero, lì si che avremmo vinto.

E, infine, questo meccanismo ha un risultato ultimo abbastanza evidente, e che tutti abbiamo imparato a riconoscere nel PD, la più totale impossibilità di autocritica: perché se non abbiamo mai fatto, per davvero, quello che volevamo fare, come possiamo metterne in dubbio la bontà?

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Buon San Valentino, ma non a voi

14 February 2013, 10:11 | Il Male curabile, Medio orientato | «Commenti: 6»

3 su 5

L’unica tradizione di questo blog, il post di San Valentino, va rispettata:

Tanti auguri.

Agli unici innamorati al mondo che non possono permettersi di non sopportare questa festa. Che non hanno il diritto di sogghignare dei lucchetti a Ponte Milvio o farsi venire l’urticaria per le strade tappezzate di cuori di peluche rossi. Di ridere delle scritte per terra, o di considerare kitsch le scatole di cioccolatini a forma di cuore.

In Arabia Saudita, e in tanti altri posti del mondo, festeggiare San Valentino è vietato dalla legge. Ti viene a prendere la polizia per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Non è una parodia, si chiama veramente così. Perché amarsi è un’idea occidentale.

A tutti coloro per i quali volersi bene è – necessariamente – un atto rivoluzionario, a loro, buon San Valentino.

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Berlusconi, il sesso, e le donne che – uh uh uh! – lo fanno

13 February 2013, 13:36 | Moralismo noioso | «Commenti: 43»

4 su 5

In questi giorni vi sarà capitato d’imbattervi nell’ultimo video in cui Berlusconi fa il Berlusconi, e lo fa chiedendo a una donna «lei viene?». È il solito atteggiamento, bieco che si pensa burlone, ridicolo che si pensa trasgressivo. C’è da commentare?

Però, leggendo in giro, mi è sembrato di capire che nessuno di coloro che si sono indignati per questa ennesima berlusconata di Berlusconi abbia ben presente qual è il punto di quella miseria, il ragionamento sotteso a quel tipo di battuta che poi – bisogna dire la verità – tantissima gente fa, e trova divertente, al di fuori del contesto berlusconide.

E naturalmente il punto non è il contesto, non è che Berlusconi sia un ex presidente del consiglio né che sia in pubblico. La tristezza umana di quei commenti non ha nulla a che fare col contesto in cui sono pronunciati. E, ancora di più, non c’entra nulla con “la dignità di donna”, come hanno detto in molti, né con l’essere volgare/esagerato/fuoriluogo – ognuno ha diversi standard di volgarità: dire le parolacce non ha nulla a che vedere con le battute à la Berlusconi.

Ha invece a che fare con:

Quella concezione dozzinale e meschina del rapporto uomo-donna, dell’ironia da caserma fascista. Del suo essere portatore insano e orgoglioso di quell’insieme di sessuofobia e sessuomania che è quella malintesa virilità, il latin lover nella peggiore delle accezioni di questo concetto: quello che ha paura del sesso e se ne vergogna, la considera una cosa insana, ma al tempo stesso ha un’ossessione; la mente sempre puntata lì all’infrazione della norma – ovviamente soltanto nelle orecchie degli amici al bar, che ascoltano le tronfie spacconerie di un millantatore in punta di cazzo.

Il punto è che Berlusconi mostra di pensare che il fatto che una donna faccia del sesso, che lei “venga”, sia una cosa curiosa, divertente, e non la più naturale per tutti: donne, uomini, cani, cartoni animati. Provate a immaginare la stessa battuta riferita invece a una qualunque delle naturali attività umane: «lei mangia?», «lei cammina?», «lei dorme?». La gente si guarderebbe in giro domandandosi: «ma che è, ubriaco?».

Berlusconi, e tanti con lui, pensa che se una donna fa del sesso per proprio piacere, come del resto fanno gli uomini, questo stesso fatto è degno di nota. Uh, uh, uh: fa del sesso!, che ridere. Il pensiero sotteso, naturalmente, è che invece ogni donna dovrebbe vergognarsi, semmai cosa-mi-spingo-a-dire avesse una vita sessuale attiva, e nascondere al pubblico questa propria balzana propensione.

Per questo è davvero avvilente leggere Michele Serra che – rispolverando lo stesso armamentario della donna subalterna e indignata in quanto donna dalle allusioni sessuali (si sa, è il ruolo delle donne quello di essere offese dai riferimenti al sesso) – scrive che quella donna avrebbe dovuto rispondere a Berlusconi «ma come si permette, maiale?».

La risposta più sensata – e soprattutto scevra da quella morbosità sessista – sarebbe stata semplicemente: «sì, certo (anche se difficilmente con soggetti viscidi come lei). La trova una cosa stravagante?».

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Don’t worry

21 December 2012, 0:00 | immagina tu | «Commenti: 0»

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Il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa; il secondo miglior momento è ora.

20 December 2012, 23:18 | Il Male curabile | «Commenti: 3»

5 su 5

Bravi, bravi, bravi! A Niccolò, ad Alvilda, a Ilwad, a Sabrina, a Carla, a Greta, a Gabriele, alla strepitosa Emma, a tutti gli altri. Bravi! Grazie!

[Il proverbio lì sopra me l'hanno insegnato in Burkina Faso, quando ho avuto la fortuna di poter dare un piccolissimo pezzettino di aiuto a costruire questa cosa bellissima. Non credo ci siano migliori parole per illustrarlo]

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L’Uganda, gli omosessuali e il Papa

15 December 2012, 14:49 | Il Male curabile | «Commenti: 33»

2 su 5

Io sono anticlericale, e quando leggo le dichiarazioni del Papa sugli omosessuali – queste ultime incluse con forza – mi arrabbio ancora di più col Papa. Però poi leggo di gente che mi fa arrabbiare perfino di più.

In Uganda, lo Stato cristiano più conservatore al mondo, alcune comunità protestanti (fra l’altro, non cattoliche) hanno proposto la pena di morte per gli omosessuali. Al tempo non fregava niente a nessuno – io ho molto a cuore queste cose, e seguii la campagna, ignorata da tutti – come non frega niente delle condizioni degli omosessuali nei Paesi mussulmani, in nove c’è la pena di morte, in un’altra ventina ci sono punizioni detentive, pecuniarie o corporali; dopodiché, più di un anno dopo, il Papa (dopo essersi detto contrario alla pena di morte) incontra una proponitrice ugandese di una legge contro l’omosessualità, e tutti saltano a urlare contro il Papa. In realtà degli omosessuali, evidentemente, non frega un cazzo. Quello che frega è insultare Ratzinger.

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Israele-Palestina come all’Ikea

7 December 2012, 18:18 | Medio orientato | «Commenti: 4»

4 su 5

Dico spesso che la pace fra Israele e Palestina è facile, talmente facile che sappiamo da un sacco di tempo come sarà, che la si faccia oggi o fra cento anni. Ciò che manca è la volontà, e la disposizione alle rinunce, di entrambe le parti. Per scherzo dico sempre, a quelli con cui ne parlo, «se ci andassimo io e te, a farla, la pace, la faremmo subito», perché spesso è difficile rendersi conto di quanto piccolo sia il margine che divide la trattativa, di come i prendere-o-lasciare vertano su pochi metri quadri, a fronte – invece – di rancori, cinismi, paure, dogmi religiosi – le cose che bloccano davvero il processo di pace.

Jacopo Ottaviani mi ha segnalato un tool bellissimo, is Peace Possible?, in cui si può costruire la propria road-map-fai-da-te, decidendo quali insediamenti annettere e quali no. Per un impallinato di mappe, con un grande interesse per quel conflitto, è la cosa definitiva. La mappa parte dai territorî israeliani post 48, e permettere di scegliere quanti dei territorî conquistati alla Giordania nel ’67 Israele potrebbe annettere (per l’Onu lo 0%, per l’accordo di pace di Camp David-Taba il 5%), che è esattamente ciò che si sono trovati a trattare – nei fatti – i rappresentanti dei due popoli in tutte le trattative negli ultimi decennî.

Per la rubrica “l’angolo del cavillo”, di cui sono appassionato fan, ci sono due piccole mancanze che, comunque, non inficiano l’utilità della strumento: la zona cuscinetto del ’48, attorno a Modi’in che è convenzionalmente considerata israeliana, viene qui ascritta alla Palestina, condizionando un pelino le percentuali; e non è prevista la possibilità di dare territorio israeliano ai palestinesi, in cambio delle colonie più grandi, cosa che era stata vagliata con concretezza in tutte le proposte di pace.

 

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Perché il voto all’ONU sulla Palestina è una cosa buona

3 December 2012, 15:48 | Medio orientato | «Commenti: 0»

per il Post

4 su 5

Il problema del conflitto israelo-palestinese è sempre stato che le due parti non hanno mai voluto la pace: per essere garbati, questo pensiero si formula con “non sono disposti a fare le concessioni necessarie alla pace”, che però vuol dire la stessa cosa. Più precisamente, non hanno mai voluto la pace nello stesso momento: ogni tanto una delle due parti si è mostrata più disposta a trattare, ma questa buona disposizione non è mai venuta in contemporanea.

Questo non è un caso: da sempre il conflitto arabo-israeliano è un conflitto che non si basa sulla conciliazione, ma sulla dimostrazione di forza. L’Egitto non avrebbe mai accettato la pace con Israele, se Israele non si fosse dimostrato invincibile, nel ’48, nel ’56, nel ’67. Ma Israele non avrebbe accettato la pace con l’Egitto se, nel ’73, non avesse avuto la dimostrazione che gli egiziani non avrebbero perso per sempre. Si può dire la stessa cosa della Giordania, e di tante piccole vicende nelle quali la pace è sempre stata una resa al realismo: non c’è modo di liberarcene, dovremo conviverci.

Per questo, e per quanto cinico possa sembrare, ciascuna delle due parti rimaste – Israele e Palestina – è sempre stata disposta a fare concessioni nel momento di maggior forza (contrattuale, non necessariamente militare) della parte avversa. È un circolo vizioso nel quale, ineluttabilmente, quando una mano si avvicina l’altra mano si allontana, ed è un meccanismo che difficilmente verrà spezzato dalle due parti in causa, specie se si considera la totale sfiducia reciproca maturata negli anni. È perciò una coazione a ripetersi che si può (e si deve) infrangere solo con degli interventi esterni.

In questo momento la parte meno disposta alle trattative è certamente Israele – tengo un momento da parte Hamas, su cui tornerò. La società israeliana ha vissuto il rifiuto dell’accordo di Camp David-Taba del 2001-02 come un tradimento dei proprî migliori sforzi, e il successivo lancio della seconda intifada come la dimostrazione che i palestinesi non fossero veramente interessati alla pace. Da lì in poi, i partiti più inclini alle trattative hanno continuato a perdere consensi (nelle ultime elezioni il partito laburista, quello che aveva governato Israele per i primi trent’anni di vita, quello erede di Ben Gurion, Golda Meir e Rabin, è sceso sotto al 10%), e l’opinione pubblica ha maturato un cinismo ben rispecchiato nella politica di Benjamin Netanyahu nei confronti del processo di pace: processo di pace? Quale processo?

Anche nello spiegare questo passaggio ci vuole un bagno di cinismo: la costruzione del Muro e la conseguente, virtuale, fine del terrorismo suicida ha privato l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) del proprio potere contrattuale. È per questo che la promessa della fine degli attentati, che negli anni ’90 era stato il principale impegno che i palestinesi avevano messo sul piatto, non conferisce la forza che aveva in sede di trattativa. Per questo in Israele si sono avvicendate due politiche: quella di Sharon e Olmert che si poteva, icasticamente, riassumere in «non ci possiamo fidare dei palestinesi, decidiamo noi cosa sarà Israele e cosa Palestina senza consultarli», e quella di Netanyahu che, altrettanto icasticamente, si può riassumere in: «non ci possiamo fidare dei palestinesi, facciamoli crescere economicamente e si dimenticheranno che gli manca uno Stato».

In questo senso Netanyahu sa che Israele non potrà mai aspirare, territorialmente, a niente più dello status quo – escludendo, ovviamente, deportazioni di massa, Ramallah o Jenin non potranno mai tornare sotto il controllo israeliano come prima degli Accordi di Oslo. Perciò il rimandare ogni trattativa è il modo migliore per evitare qualunque concessione. Allo stesso tempo, e proprio in ossequio al meccanismo richiamato sopra, l’ANP è disposta ad accettare concessioni e compromessi come mai era stato nella storia. Questa disposizione alla trattativa non può essere sempre pubblicizzata, perché non incontra il favore dell’opinione pubblica (come del resto è stato per ogni precedente trattativa, anche quelle poi andate in porto), ma è un dato di dominio pubblico almeno dalla pubblicazione dei “Palestine Papers“.

Perciò torniamo all’inizio: l’unica soluzione è l’intervento esterno di qualcuno, principalmente gli Stati Uniti ma il mondo in generale, che spezzi il circolo vizioso e avvicini – anche controvoglia – la mano meno tesa, in questo momento quella d’Israele. È questo il quadro in cui si inscrive il voto di ieri sull’ammissione della Palestina come Stato osservatore all’ONU. Delle varie obiezioni di parte israeliana a quel voto, nessuna tiene conto di questa attitudine. Nessuna mette in conto il rifiuto, a parole (o meglio, a silenzio) e nei fatti (con l’ininterrotta costruzione delle colonie), degli israeliani a qualunque trattativa. Tutti fanno presente l’unilateralità della decisione: in cambio di quel pezzo di legittimazione, che poteva essere usato nelle trattative, non è stato chiesto niente ai palestinesi.

Eppure ricordate quale fu la strada che, dopo Camp David, percorsero gli israeliani? Proprio quella dell’unilateralità. Il ritiro di Sharon da Gaza, fondato sull’idea che qualunque trattativa bilaterale fosse impraticabile, rispondeva a questa logica d’incomunicabilità. Così come la costruzione del Muro disegnava unilateralmente un confine – in diversi tratti oltre la green line, quindi illegale, ma sempre un confine. La stessa sfiducia, oggi, la vivono i palestinesi, e la vive la comunità internazionale, nei confronti d’Israele. È per questo che qualunque passo verso il riconoscimento palestinese è un passo che spinge Israele al tavolo dei negoziati, verso quella che sembra sempre di più una trattativa verticale e non orizzontale.

Due fratelli che non si parlano direttamente, che non si fidano l’uno dell’altro, e che necessitano di un terzo interlocutore – il mondo – per convivere nella stessa casa. È questa terza persona che deve farsi carico delle richieste dei due, così da evitare di personalizzarle: configurare la nascita dello Stato palestinese come una richiesta che fa il mondo, e non soltanto i palestinesi, è anche l’unico modo per impedire l’innestarsi della spirale di recriminazioni: ma loro hanno queste colpe!, anche voi avete quest’altre!, e così via. Tutto vero, ma che non aiuta. Se l’unico modo che i due fratelli hanno per parlarsi, e per convincersi che non c’è altra via alla convivenza, è attraverso la legazione del terzo coinquilino, che così sia.

Poi c’è Hamas sul quale si aprirebbe un discorso ben più lungo e complesso. Intanto c’è un dato: questo riconoscimento diplomatico è una vittoria di Mahmud Abbas (Abu Mazen), e lo è ai danni di Hamas, che ha sempre predicato l’inutilità di qualunque trattativa con un mondo al servizio degli ebrei, e che ora infatti cerca di ascrivere a sé – e all’aver “vinto” il conflitto a Gaza – i meriti della risoluzione. Nel momento in cui si dovesse convincere Israele a sedere al tavolo della trattativa, questa legittimazione risulterebbe ancora più importante. La speranza è sempre quella che un eventuale accordo di pace siglato da Fatah possa spingere un Hamas più debole a riconoscere Israele usando Abbas come capro espiatorio per le concessioni fatte: la partita principale, e cioè il braccio di ferro delle concessioni, non è su Gaza (controllata da Hamas) dove non ci sono più colonie, ma sulla Cisgiordania (controllata da Fatah).

Se si mettono assieme tutte queste cose, il riconoscimento di ieri è un piccolo (piccolo, piccolo) passo verso la pace in Israele e Palestina. Non una pace condivisa, non un cammino di riconciliazione – quello forse (forse) verrà dopo –, non l’abbraccio catartico fra due fratelli litigiosi. Solo la realistica considerazione che non essendoci modo di liberarsene, bisognerà conviverci. Insomma, come disse una volta Shimon Peres, che prima ancora di cercare la luce in fondo al tunnel, bisogna trovare il tunnel.

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Alcune precisazioni sulla mappa bugiarda su Israele e Palestina

27 November 2012, 2:10 | Il di dietro, Medio orientato | «Commenti: 4»

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Qualche giorno fa mi hanno segnalato un articolo che si proponeva di rispondere alle cose che avevo spiegato sul Post a proposito della falsa cartina su Israele e Palestina che gira sui social network. Il primo istinto, dato lo stile mellifluo e insinuante (solo nel primo paragrafo mi si accusa di: essere “insidioso”, di “fare finta di schierarmi con la verità”, di “ideologia sionista” e di voler”contribuire alla disinformazione” per alimentare “confusione riguardo il conflitto israelo-palestinese”), era stato quello di non rispondere: in fondo se uno è convinto che tu sia un agente della CIA, non c’è modo di dissuaderlo. Se dirai qualcosa a favore degli Stati Uniti «vedi?, è  un agente della CIA», se dirai qualcosa contro gli Stati Uniti «vedi?, cerca di nascondere che è un agente della CIA».

Poi, però, alcune persone mi hanno convinto a cambiare idea: intanto perché, come mi ha scritto Enrico, nell’informazione «il mantra “non esiste cattiva pubblicità, solo pubblicità” non funziona; questi blogghini vivono un sacco su un piccolo pubblico agguerrito, e sulla certezza che non riceveranno mai risposta perché appunto nessuno se li caga». E in seconda istanza perché c’è sempre, all’esterno dell’autoreferenzialità del pubblico dogmatico e agguerrito, un gruppo di persone genuinamente disposte a cambiare idea, e che magari hanno letto di sfuggita quello che ho scritto. Insomma: se non credo nel dialogo io, chi ci crede?

Perciò ho deciso di rielaborare una risposta che avevo dato su un social network, consapevole che se uno trova in qualche modo logico, intellettualmente onesto, e in una qualunque misura pertinente, ciò che è lì riportato, sarà ben difficile instaurare una discussione fondata sugli strumenti minimi, logici ed evidenziali, per instaurare un dialogo.

Le critiche che mi vengono mosse sono per lo più politiche – e di una matrice che ognuno può valutare secondo le proprie idee –, mentre il mio articolo vuole essere tutt’altro: un’opera di debunking a beneficio di tutti, nella (ingenua?) speranza che l’imprecisione storica sia nemica di tutti, e non soltanto di coloro che ne sono vittime. In tutto l’articolo, l’unica considerazione a tutti gli effetti politica che faccio è la seguente, che – da sola – sarebbe sufficiente a rispondere a tutte le allusioni sull’”opportunità” di dire le cose che uno pensa.

“La cosa peggiore [a proposito di queste mappe] è che, per descrivere l’erosione di territorio palestinese nel corso di questi decenni, non ci sarebbe bisogno di menzogne o fabbricazioni, basterebbe ricordare cosa sono i territorî del ’67, o parlare della costruzione di un numero sempre maggiore di colonie israeliane al di fuori della green line: in quattro parole, basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza.”

Quello che ho spiegato nel post, è solamente il perché quelle quattro mappe sono bugiarde, senza domandarmi “a chi conviene”, perché l’onestà intellettuale conviene sempre a chi tiene alle cose giuste. Perché, e questo è la dimostrazione che mentire non conviene mai, utilizzare la quarta mappa (quella che trova il suo criterio solo in: “la Palestina è ciò che Israele considera Palestina”) significa _negare_ l’occupazione israeliana. Se, per chi diffonde quella cartina, la Palestina oggi è quella, allora attualmente non c’è alcuna occupazione, perché quel territorio è già palestinese (e lo è, usando quel criterio, da meno di vent’anni).

Ma in fondo la cosa più significativa è che perfino l’articolo di cui sopra riconosce che le mie critiche sono giuste. Dice che quelle mappe hanno valore “simbolico” e non “geografico”. E – qui si raggiunge l’apice della cecità ideologica e del tafazzismo – che è stupido o in malafede chi non lo capisce. Eppure tante persone, ne conosco tante anche io (ed è così che ho avuto lo spunto per scrivere l’articolo), hanno diffuso quell’immagine e quelle mappe pensando proprio che quelli fossero i veri confini della Palestina, che quelle mappe descrivessero davvero l’erosione territoriale, che fossero mappe che rispondono alla verità storica e geografica del conflitto, non che fossero esagerazioni “simboliche”. Onestamente, sarebbe potuto capitare anche a me, su un tema che conosco meno. Invece tutte queste persone, quelle che hanno diffuso la cartina errata, sono stupide o in malafede?

Dopodiché l’articolo fa degli sfondoni storici giganteschi, come dire che la guerra del 48 è stata dichiarata dagli israeliani (da bocciatura al primo esame di storia contemporanea). L’unica accusa che resta in piedi è quella che io sia un agente di propaganda sionista. E su quello, beh, ognuno si esprima come vuole, e risponda al proprio senso del ridicolo: del resto, se mi becco del filopalestinese nei giorni pari, e del filoisraeliano nei giorni dispari vuol dire che o sono un lupo mannaro o c’è un problema nelle rispettive tifoserie.

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I numeri delle primarie: un fallimento?

26 November 2012, 17:29 | Alta politica | «Commenti: 8»

1 su 5

Molti in queste ore stanno celebrando il successo di affluenza alle primarie, che però – a guardare i numeri – non sembra essere tale.

Per farlo basta confrontare il risultato di queste primarie, di tutto il centrosinistra, con le ultime primarie, quelle del 2009 esclusivamente per la segreteria del PD. L’affluenza è stata praticamente identica, alla decina di migliaia.

Primarie PD 2009: 3.102.709
Primarie csx 2012: 3.107.568

A queste primarie c’erano due candidati esterni al PD, Bruno Tabacci che ha preso 44.030 voti, e Nichi Vendola che ha preso 485.158 voti. È certamente probabile, anche se non quantificabile, che alcuni elettori del PD abbiamo votato Vendola nonostante questi appartenga a un altro partito, ma è altrettanto probabile che alcuni elettori che non appartengono alla coalizione del centrosinistra (Fed Sin, IdV, etc) abbiano votato per Vendola (o Tabacci, probabilmente più dall’Udc) – oltre che Bersani, Renzi o Puppato –, animati dalla voglia di partecipare. Al netto di questi voti, si ha:

Primarie PD 2009: 3.102.709
Primarie csx 2012: 2.578.380

Inoltre va ricordato, in particolare a coloro che spiegano che un’alta partecipazione è particolarmente significativa in “questo periodo”, che questo periodo è un periodo particolarmente positivo per il PD, che è stabilmente primo partito in tutti i sondaggi, e che viene accreditato del suffragio più alto degli ultimi 4 anni, intorno al 30%, superato solamente dal PD di Veltroni di quasi 5 anni fa. È vero che sono soltanto dei sondaggi, ma sono gli unici numeri che abbiamo, confermati da qualunque osservatore politico che dà il PD in netta ripresa. Anche qui c’è un riferimento abbastanza attendibile: le elezioni europee del 2009 che si tennero quattro mesi prima delle primarie del PD, nelle quali il PD riscosse il 26%. Se si volesse aggiungere alle consultazioni precedenti del PD questo margine del 4% di potenziali elettori, ovvero un 15,38% sul proprio elettorato, si avrebbe questo risultato, con più di un milione di elettori in più:

Primarie PD 2009: 3.579.906
Primarie csx 2012: 2.578.380

Se si volesse addirittura raggiungere il paradosso, quello che voleva Renzi votato da elettori (o infiltrati) di centrodestra, si avrebbe uno scenario ancor più desolante:

Primarie PD 2009: 3.579.906
Primarie csx 2012: 1.474.590

Naturalmente quest’ultimo passaggio sarebbe ingeneroso, oltre che inaccurato, perché è certamente vero che molti elettori di Renzi sono effettivamente elettori del PD. Ma è un pensiero che dovrebbe sfiorare coloro che descrivevano Renzi come un oggetto avulso al Partito Democratico: perché, se le cose stessero così, queste primarie avrebbero segnato una drammatica diserzione del 60% dei proprî elettori.

In conclusione, è certamente vero che fare questo genere di stime è sempre difficile, come è vero che nel farle si finisce inevitabilmente per tagliare i numeri – come si dice – con l’accetta. È inoltre vero che un dato di partecipazione nell’ordine dei milioni è sempre un risultato positivo, quali che siano le aspettative e i precedenti. C’è però da riscontrare un fatto, che sia da addebitare alle regole farraginose e ostacolanti o all’incapacità di Renzi di coinvolgere elettori al di fuori del proprio perimetro ideologico, e cioè che i numeri della partecipazione non sono stati il successo di cui tutti parlano.

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La mappa bugiarda su Israele e Palestina

21 November 2012, 13:31 | Medio orientato | «Commenti: 22»

per il Post

3 su 5

Quando lavoravo a Betlemme, ai tempi della prima guerra a Gaza, appesa a una parete del centro in cui facevo il volontario c’era questa mappa:

Sembrano quattro cartine molto efficaci a mostrare la progressiva sottrazione di territorio a un futuro Stato palestinese, ricordo di aver pensato. Eppure sono una frode. Una bugia creata da chi, certamente in malafede, ha giustapposto quelle quattro cartine compilate – basta conoscere un po’ la storia – usando criterî completamente diversi per stabilire cosa si intenda per “terra palestinese”, mescolando così mele e pere, al fine di dare un’idea distorta dell’evoluzione dei fatti.

La cosa peggiore è che, per descrivere l’erosione di territorio palestinese nel corso di questi decenni, non ci sarebbe bisogno di menzogne o fabbricazioni, basterebbe ricordare cosa sono i territorî del ’67, o parlare della costruzione di un numero sempre maggiore di colonie israeliane al di fuori della green line: in quattro parole, basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza.

Siccome, specie in questi ultimi giorni, vedo riaffiorare sempre più spesso questa mappa, faccio ora quello che persi l’occasione di fare, al tempo, con i bambini coi quali lavoravo: provo a spiegare alle tante persone benintenzionate e in buona fede che diffondono quell’immagine, perché queste quattro cartine sono un’impostura.

Perché è un imbroglio (in breve)
Come detto, in queste quattro cartine si usano criterî completamente incoerenti per colorare di verde o di bianco le terre palestinesi e israeliane. In particolare, è ciò che viene definito “terra palestinese” a variare ogni volta al fine di suggerire l’idea di questo scenario fittizio: nella prima mappa è “terra palestinese” qualunque posto dove non ci siano ebrei (ma magari neanche palestinesi); nella seconda si considera “terra palestinese” quello che l’ONU aveva proposto alle due parti; nella terza si considera “terra palestinese” quella che era occupata dalla Giordania; nella quarta si considera “terra palestinese” quella che Israele riconosce come tale.

Cambiando completamente il punto di vista, si simula uno svolgimento cronologico che non ha nulla a che vedere con la realtà e che, anzi, nell’ultima immagine sembra proprio andare a detrimento delle rivendicazioni palestinesi, rinnegando gli accordi di Oslo – quelli del premio Nobel per la pace a Rabin e Arafat, quelli rigettati solo dai nemici del “due popoli, due Stati” – che sono l’unica concessione che i palestinesi hanno avuto da sessant’anni a questa parte.

Perché è un imbroglio (più approfondito)
IMMAGINE UNO: (1946) la prima immagine di quella mappa, del ’46, considera “territorio palestinese” tutto quello che non è abitato da ebrei, anche le zone disabitate, cioè la maggior parte, come tutto il deserto del Negev (andato poi a Israele proprio perché disabitato). Se si evidenziassero come territorio palestinese solo i villaggi palestinesi e come ebreo tutto il resto, verrebbe una mappa uguale e contraria. Tutto ebreo – tutto bianco – e poche macchie arabe. Sarebbe, ovviamente, una frode anche quella.

IMMAGINE DUE: (1947) l’unica onesta. È il progetto di partizione della Palestina, la risoluzione 181 del novembre ’47, che – occorre ricordarlo – Israele accettò e Stati Arabi e palestinesi non accettarono. Se entrambe le parti avessero accettato la partizione, ora avremmo un territorio diviso a metà fra Palestina e Israele.

IMMAGINE TRE: (1948) innanzitutto si parla di 1949-1967, quando invece è semplicemente l’esito della guerra che gli Stati Arabi dichiararono a Israele, e vinta dagli israeliani. Perciò è la situazione del 1948. Ed è quella attualmente riconosciuta dalla comunità internazionale. Al contrario di ciò che sembra suggerire la mappa, non c’è alcuna evoluzione dal ’46 al ’67: nel ’49, all’indomani della guerra, siamo già in questa situazione.

Anche qui, se uno volesse usare lo stesso criterio a parti invertite, e disegnare una mappa di quello che sarebbe stato l’esito se gli Stati Arabi avessero vinto la guerra, dovrebbe disegnare una mappa completamente verde: 100% di territorio palestinese, 0% di territorio israeliano. Solo che, a far così, ci si renderebbe conto che Israele, vincendo la guerra, ha sottratto ai palestinesi – con mezzi ben più che discutibili – il 20% del territorio rispetto alla 181; ma se gli israeliani avessero perso la guerra, Israele avrebbe perso, non il 20, ma il 100%. Naturalmente non è così, né in un senso né nell’altro, che ragiona chi vuole la pace.

IMMAGINE QUATTRO (1993): la più bugiarda di tutte, che gioca sull’equivoco di cosa può voler dire “terra palestinese” nella maniera più brutale e menzognera, sostituendo a “cosa è terra palestinese” o “cosa la comunità internazionale considera terra palestinese”, addirittura “cosa gli israeliani considerano terra palestinese”.  Ciò che è più offensivo è che, se quella fosse pacificamente la “terra palestinese”, la pace si farebbe domani, tradendo le aspettative di quattro milioni di palestinesi.

Se queste fossero le richieste dei palestinesi, cioè ritrarsi in un territorio fatto di enclavi e senza soluzione di continuità, e concedere a Israele più della metà delle proprio terre post-’48 (quindi l’80% del territorio mandatario), l’accordo sarebbe già firmato: neanche il più cinico degli israeliani, neanche Avigdor Lieberman, potrebbe sperare di meglio (per dire, a Camp David-Taba, nel 2000-01, gli israeliani avevano proposto ben più del doppio di questo territorio).

Quell’immagine è un incomprensibile miscuglio della Zona A e Zona B degli accordi di Oslo del 1993 (fra l’altro considera già palestinese anche la Zona B, quando essa è tuttora sotto dominio militare israeliano). In realtà, i palestinesi rivendicano come propria – e io credo legittimamente – molto di più di quell’immagine: per lo meno la zona C degli accordi di Oslo, come viene riconosciuto loro dalla comunità internazionale. Per giunta, la mappa sbaglia la data (2000 anziché 1993), probabilmente confondendo gli accordi di Oslo con i non-accordi di Camp David.

Ciò che più indigna è che, adottando il punto di vista del più falco degli israeliani, questa mappa considera gli accordi di Oslo come il punto di arrivo di una progressiva involuzione, anziché come l’unica concessione che i palestinesi hanno ottenuto negli ultimi sessant’anni, e l’unico spazio di autogoverno che sono riusciti a ritagliarsi.

Per spiegare più chiaramente questo raggiro, se si usasse la definizione di “terra palestinese” dell’immagine 4 per tutte le altre immagini si avrebbe questa situazione:

mappa 1 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 2 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 3 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 4 (in realtà datata 1993 e non 2000) con quel 41% della 181, di terra palestinese, in verde.

In sostanza, una situazione particolarmente felice e in ottimistica progressione (dallo 0% al 41%) per le speranze palestinesi di avere uno Stato. Non è così: e non c’è bisogno di mentire per aggiungere “purtroppo”.

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Per favore, “sproporzionato” no

16 November 2012, 5:18 | Medio orientato | «Commenti: 27»

2 su 5

In questo avvilente eterno ritorno che ci ripropone, a distanza di anni, le stesse azioni, le stesse reazioni, gli stessi commenti, gli stessi controcommenti, vado a rileggere quello che avevo scritto quand’ero lì, in Palestina, e poi arrivò la guerra. E ci ritrovo tutte le cose che ci sono ora, uguali ad allora come a ogni altra volta, e mi annoio da solo a pensare di ripetere le stesse cose inutili, una volta ancora, pronto a riripeterle stancamente fra qualche anno. E vedendo le reazioni degli uni e degli altri, rendendomi conto di come il pubblico in platea sia spesso peggiore degli attori (che già, di per loro, sono pessimi attori), viene quasi da pensare che la soluzione migliore sarebbe che tutti voltassero lo sguardo dall’altra parte, tifosi degli uni e tifosi degli altri, e smettessero di concentrarsi su questo conflitto piccolo e infinito, in cui si combatte per il possesso di un territorio grande quando la Puglia e di uno grande quanto la Liguria, evitando le proprie venefiche attenzioni a quella striscia di terra già abbastanza gonfia di bombe e di bugie.

Come sempre, nessuno di noi sa rispondere alle domande su cui è imperniato quel conflitto, però alcuni – che in realtà hanno chiara solo una cosa: qual è il loro nemico – sono sicuri di saperle, quelle risposte. E la domanda di oggi, come di molte altre volte, è «cosa dovrebbe fare Israele quando gli piovono i razzi in casa?». Una domanda a cui qualunque persona per bene trova solo delle risposte orrende. E fra tutte le orrende risposte che si possono dare a questa domanda, l’orrenda risposta che forse sembra la meno peggio è «nulla», perché qualunque altra risposta appare ancora più orrenda.

Però ci sono quelli – quelli molto sicuri del loro nemico – che, per dire la stessa cosa, dicono con convinzione che l’attacco israeliano è stato “sproporzionato”, e in realtà stanno dicendo che Israele non dovrebbe fare nulla. Che è anche quello che penso io, che non dovrebbe fare nulla. Solo che è brutto dirlo, e allora si dice “sproporzionato”. Ma la cosa più proporzionata di tutte, che in italiano si chiama “vendetta”, sarebbe che Israele facesse la stessa cosa, uguale e contraria: montare batterie di razzi a Ashqelon e Sderot, e farli partire con l’obiettivo di uccidere il maggior numero di civili a Rafah e Jabalia. Però detta così si vede che è una cosa criminale, più criminale d’ogni altra cosa, e allora si dice “sproporzionata”, che non vuol dire nulla, ma fa sentire più in pace con la propria coscienza.

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La battuta del 2012

11 November 2012, 13:48 | Gruppo misto | «Commenti: 2»

“Gay marriage legalized on the same day as marijuana makes perfect biblical sense. Leviticus 20:13: ‘A man who lays with another man should be stoned.’  Our interpretation has just been wrong for all these years”.

Grazie a Pietrino

(ho cercato la fonte, e non è molto chiara: la prima occorrenza di una battuta simile sembra essere questa)

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Vittoria / 2

7 November 2012, 5:26 | immagina tu | «Commenti: 9»

Aprii questo blog quasi cinque anni fa, alla vigilia della campagna per le primarie di Barack Obama. Il mio primo post fu un suo, piccolo, sconosciuto, endorsement.

Questo, quattro anni fa oggi.

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Reazioni dei toscani all’accorpamento delle province

2 November 2012, 14:39 | Gruppo misto | «Commenti: 10»

per Il Post

3 su 5

In Toscana, più che in ogni altro posto, il campanile è il campanile è il campanile. Segue una tassonomia delle reazioni dei miei corregionarî, che da ore non stanno commentando altro che il ddl che accorpa Firenze-Pistoia-Prato, Siena-Grosseto, Massa Carrara-Lucca-Pisa-Livorno.

Pisani: disperati e lamentosi, non poteva capitare niente di peggio: piuttosto che stare assieme a Livorno si vende la mamma, anzi perfino la Torre.
Livornesi: simmetrici e opposti ai pisani – ahahah, cari pisani, vi uniscono a noi (siete, e siete sempre stati, una provincia minore!).
Carrarini: disgustati dall’essere messi assieme a quei plebei dei livornesi e dei pisani.
Massesi: come i carrarini, ma meno elitarî, e almeno la gente smetterà di pensare che “Massa-Carrara” sia una città.
Lucchesi: tanto, dicono gli altri, i lucchesi si faranno gli affari loro come al solito. Loro sono sconvolti dal rischio di perdere la loro “lucchesità”, del resto qualcuno li ha mai considerati veramente toscani?

Fiorentini: Ora volete dirci che è mai esistita una qualunque provincia in Toscana a parte Firenze?
Pratesi: Dopo aver consegnato mezza città ai cinesi pur di staccarsi da Firenze, si ritrovano sotto i fiorentini, passati neanche vent’anni. Sconforto in città.
Pistoiesi: scampato il pericolo Lucca, tutto va bene. Perfino Firenze. Anzi, rifacciamo il Granducato!

Grossetani: unici tapini a essere stati sotto Siena per secoli, minacciano vendette marittime: «dobbiamo stare sotto Siena solo perché ha più storia di Grosseto? Allora i senesi sulle nostre spiagge non ce li vogliamo più». (ma non ce li volevano già prima)
Senesi: mi rifiuto di scrivere qualunque cosa riguardi i senesi.

Aretini: degli aretini non so nulla, e non ne voglio sapere – la vox populi dice che sono, ovviamente, rimasti da soli perché non li ha voluti nessuno.

(sono bene accetti contributi e integrazioni (tranne che dai pisani))

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[ah, la soluzione al post precedente era Audaces fortuna adiuvat: non l'ha beccata nessuno]

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Lunedì degli aneddoti – XXXIX – Una frusta dà, di uva, aceto

22 October 2012, 0:00 | Luneddoti | «Commenti: 3»

 4 su 5

Galileo costruì il suo primo telescopio nel 1609, e cominciò a guardare lassù. Nel frattempo aveva uno scambio epistolare, da Venezia Padova e Firenze a Praga, con un altro grande astronomo del tempo, Keplero. Galileo fece una scoperta importante, e decise di comunicarla alla comunità scientifica del tempo, fra cui Keplero. Con un anagramma. Un giocherellone? Anche, però non solo:  Leonardo metteva degli errori nei suoi progetti – il copyright non esisteva – così da non farsi rubare l’idea, allo stesso modo l’anagramma era uno stratagemma per non rivelare nulla, ma poter dire successivamente: «visto? l’avevo scoperto prima io»; del resto quante frasi latine di senso compiuto e astronomico possono prodursi con la stessa successione di lettere? Galileo scrisse:

smaismrmilmepoetaleumibunenugttauiras

Keplero cercò di convincere Galileo a farsi rivelare la soluzione, ma senza esito. Così decise di scervellarsi per risolvere l’anagramma, e venne fuori con questa soluzione:

Salve umbistineum geminatum Martia proles

Soluzione in un latino un po’ barbaro, come Keplero stesso ammise, e che mancava di una lettera dell’anagramma galileiano, ma che aveva un preciso senso descrittivo: benvenuti, pugnaci gemelli, figli di Marte. Keplero, convintosi in precedenza che Marte avesse due lune, pensò: le ha trovate! Marte ha due lune, come pensavo, e lui le ha osservate. Naturalmente la soluzione dell’anagramma di Galileo era tutt’altra:

Altissimum planetam tergeminum observavi

Ho osservato il pianeta più alto triforme. Al tempo, l’ultimo pianeta conosciuto (l’altissimum) era Saturno, e Galileo aveva visto attraverso il proprio telescopio – che nel frattempo aveva perfezionato – i famosi (ora) anelli di Saturno. Le tre forme a cui si riferiva Galileo erano un’approssimativa descrizione degli anelli, che in prospettiva gli erano sembrati altri due corpi orbitanti attorno a Saturno (“ho osservato essere non una stella sola, ma tre insieme”). Fu solo nel 1877, più di duecento anni dopo, che si scoprì che anche Keplero aveva ragione (sbagliando): Marte ha due lune.

Poco tempo dopo, Galileo fece un’altra scoperta e – indovinate un po’ –  inviò un altro anagramma che Keplero lesse:

Haec immatura a me iam frustra leguntur oy

Questa volta, a parte il sofferente “oy” finale, la frase aveva un senso compiuto, più o meno: ho raccolto queste cose invano e prematuramente. La frase nascosta dietro a questo lamento era:

Cynthiae figuras aemulatur mater amorum

La madre dell’Amore emula le figure di Cinzia. Cinzia è la Luna, e Galileo aveva scoperto che la madre dell’amore – Venere – ne emulava i movimenti, e cioè che anche Venere ha delle fasi, come quelle lunari: intera, a metà, un quarto, etc. Il che suggeriva che Venere girasse intorno al Sole, con le enormi conseguenze in direzione dell’eliocentrismo che questa conclusione implicava.

Solamente che, anche questa volta, Keplero si era cimentato nella decodifica dell’anagramma prima che fosse resa pubblica la vera soluzione. Ed era riuscito a tirare fuori, fra le altre, una frase di senso compiuto:

Macula rufa in Iove est gyratur mathem ecc.

Giove ha una macchia rossa che rotea seguendo principî matematici. Ora, indovinare per caso – o per successione matematica – che Marte ha due lune è una coincidenza, ma non così gigantesca. Quante lune può avere Marte? Zero, una, due, cinque, dieci. Dice due, e ti va bene.

Perché sì, Giove ha una macchia rossa, e sì, essa non sarebbe stata individuata con precisione fino a duecento anni più tardi. Che dire? Una frusta dà, di uva, aceto.

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Non si azzardi a votarmi

28 September 2012, 15:09 | Alta politica | «Commenti: 63»

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Se avete la sfortuna di seguire la politica italiana, ed ancora più sfortuna nel seguire le vicende intorno al PD, saprete che il grande dibattito di questi giorni è quello sulle primarie, e quindi su Matteo Renzi. Le stupidaggini di cui Renzi viene accusato finiscono per renderlo gradevole, forse pure votabile, anche a chi ha un’estrazione politica e un orizzonte ideale diverso. La prima di queste stupidaggini era che Renzi fosse “di destra”. Uno dirà: per il ruolo un po’ ambiguo, ed elettorale, dei suoi riferimenti alla religione? Per alcune uscite poco coraggiose sull’immigrazione? Per qualche ammiccamento al populismo grillino? Per l’ambizione spietata che traspare più di qualunque messaggio?

No, per l’economia. Ora, come ho già scritto:

L’inevitabile assunto logico di questa posizione è che essere pienamente “di sinistra” equivale, precisamente, a essere marxisti tout court, al socialismo reale. Non a una socialdemocrazia, non al welfare, ma all’economia sovietica.

Naturalmente è un’accusa sciocca, che ha come unico riferimento culturale la Guerra Fredda, e che si può facilmente rivoltare all’accusatore che, inevitabilmente, avrà come ricetta economica quella di tanti partiti di destra, e tutti i partiti di estrema destra, al mondo. Non è così che si impostano le discussioni di idee.

La nuova  accusa – giuro, è un’accusa! – è quella di venire votato da elettori eterodossi rispetto al proprio partito. Delusi del Pdl, berlusconiani timidi, finiani stufi, e così via. La considerazione che, per un candidato, questa sia la migliore qualità non è soltanto ovvia, ma imprescindibile in un panorama politico come quello italiano dove, da vent’anni, i voti ai partiti rimangono gli stessi, e a determinare chi vince le elezioni sono alleanze e coalizioni.

C’è però una questione interessante in questa follia, che non ho visto sottolineare in giro, ed è come essa sia la naturale prosecuzione dell’atteggiamento che molti, a sinistra, hanno avuto verso gli elettori di centrodestra in questi anni: la sistematica delegittimazione dell’opinione altrui. Berlusconi vinceva per le televisioni, con le quali aveva indottrinato l’elettorato (e poco importa se Berlusconi ha sempre perso quando aveva la Rai, e sempre vinto quando ce l’aveva la sinistra). È la sostanziale incapacità di concepire che qualcuno possa avere, in buona fede, un’idea diversa dalla propria: se non è d’accordo con me, significa che ha subito il lavaggio del cervello. O è uno stupido, o è un mascalzone.

E, quindi, «noi quei voti lì non li vogliamo». Forse il giorno che questa gente uscirà dalla trincea, un’elezione la vinceremo davvero. Nel frattempo, buona fortuna.

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Non pensare, neanche solo per un momento, che sia perché ti rispetto.

15 September 2012, 2:52 | Il Male curabile | «Commenti: 9»

Siccome le cose del mondo hanno la terribile idea di ripetersi, non c’è neanche bisogno di scrivere una cosa che avevo già scritto. Anzi, quattro cose: C’è rogo e rogo, L’offesa nell’occhio di chi guarda, La legge di Cavazza, e paura e rispetto. E perciò, rimando a questo.

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