Lunedì degli aneddoti – XXIX – Morto un papa
8 February 2010, 23:31 | Luneddoti | «Commenti: 0»
Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.
Morto un papa
Permettete una volta, negli aneddoti, di raccontare una storia di casa mia, perché – anche se non è storico o accaduto a qualche personaggio celebre – trovo che questa valga la pena di essere raccontata. Talmente ne vale, che sfido il rischio – pressoché certo – che domani mi arrivi un’email dei nonni che si lamentano per l’imprecisione nei particolari di queste memorie («era un albero di albicocche, non di nespole!»).
La mia bisnonna si chiamava Lina, ogni volta che viene rievocata, assieme a lei viene evocata anche la sua proverbiale maestria nel giocare a carte, e soprattutto la sua mefistofelica attitudine nel bluffare: «ho delle carte orribili», diceva sempre Nonna Lina; si vestiva d’una faccia sconsolata e tutti finivano per crederci. Poi in quattro e quattr’otto chiudeva la partita. Ma la volta dopo, ancora, e quella successiva «ho delle carte orribili»: recitava di nuovo la stessa parte, e non ce n’era uno che una buona volta smettesse d’abboccare.
Nonna Lina era sposata con Nonno Vittorio, io non ho conosciuto né l’una né l’altro: forse è stato meglio così perché so che non gli sarei andato troppo a genio – Vittorio era un uomo d’ordine, severo e all’antica. Fascista della prima ora, fece anche la Marcia su Roma, per poi scoprire negli anni Trenta che il Duce non era – né aveva – una promessa mantenuta. Su di lui si racconta della piantina di nespole che aveva piantato negli ultimi anni della sua vita, per farne un albero, anche se ci avrebbe messo decenni a crescere: lui diceva «non le mangerò io, le nespole, ma qualcuno le mangerà per me». (buone!)
Nonno Vittorio era un omone alto quasi 1.85, che per il tempo era tantissimo. Lui e Lina non se li davano neanche gli appuntamenti: non c’erano telefoni, ma che bisogno ce n’era? Quando Vittorio arrivava in piazza, Lina lo vedeva da lontano stagliarsi su tutti gli altri: era il più alto del paese. E si vedevano – o meglio, lei vedeva lui – così.
Nonno Vittorio e Nonna Lina si fidanzarono abbastanza presto. Si racconta che lui fosse molto innamorato di lei. Però successe un fatto: quando Vittorio partì per fare il militare erano ancora fidanzati, con la prospettiva abbastanza concreta di sposarsi al suo ritorno. Durante la leva, però, gli vennero alcuni dubbi, o forse – chissà – dei capricci: si domandava se era davvero sensato quel matrimonio, se quei loro sentimenti fossero genuini, e tanti pensieri più articolati di così. Perciò prese carta e penna e si mise giù a scrivere, e a scrivere, una lunga lettera in cui esprimava alla sua ventura sposa tutti i suoi dubbi, le sue perplessità, le ragioni che lo spingevano a dubitare: che forse questo matrimonio non s’aveva da fare. Tutto ciò senza trascurare la possibile reazione della fidanzata, premurandosi di come Lina avrebbe ricevuto questa lettera, industriandosi a scrivere perché non ne soffrisse troppo, e cercando di metterci tutta la delicatezza di cui le sue corde erano capaci.
E, a onor del vero, di scenate Lina non ne fece proprio. Quando ricevette la lettera, la prese in mano, la lesse da cima a fondo, con attenzione. Poi volle rispondere – prese carta e penna anche lei, e ci scrisse la bellezza di otto parole: «morto un papa se ne fa un altro».
Beh, non si lasciarono più.
[Qui il primo: Brutti e liberi – qui il secondo: Grande Raccordo Anulare – qui il terzo: Il caso Plutone – qui il quarto: I frocioni – qui il quinto: Comunisti – qui il sesto: La rettorica – qui il settimo: Rockall – qui l'ottavo: Compagno dove sei? – qui il nono: La guerra del Fútbol – qui il decimo: Babbo Natale esiste – qui l'undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo – qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui – qui il quindicesimo: Servizî segretissimi – qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto – qui il diciassettesimo: La caduta del Muro – qui il diciottesimo: Botta di culo – qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine – qui il ventesimo: Il gallo nero – qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? – qui il ventiduesimo: Che bisogno c'è? – qui il ventitreesimo: Fare il portoghese – qui il ventiquattresimo: Saluti – qui il venticinquesimo: La fuga – qui il ventiseiesimo: Dumas – qui il ventisettesimo: Zzzzzz – qui il ventottesimo: Teorema della cacca di cavallo]
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Oddio, Ballerini
7 February 2010, 11:22 | Bellezza in biciclette | «Commenti: 2»
Oddio, è morto il Ballero.
Quel paio di volte che l’avevo visto di persona mi era sempre sembrato una persona immediata, divertente, speciale.
Uno di quelli da osteria, e battuta facile. M’ha proprio stroncato il cattivo umore in gola, questa notizia.
Come ricordarlo? Come dimenticarlo. Il racconto più bello del Ballerini corridore la scrisse Marco:
Forse una cosetta che Hinault non può dire di aver fatto c’è: non può dire di avere vinto entrambe le Rubé, quella bagnata e quella secca. Se lo fai, allora sei laureato. Laureato in Rubé. L’ultimo che c’è riuscito è stato Maestro Ballerini, vincitore tra la polvere nel ’95 e sul fango nel ‘98. Corridore forte il Ballero, intendiamoci. Un bel passista da classiche. Peccato non fosse veloce, avrebbe vinto molto di più. Ma sui sassi della Rubé, signori, diventava irresistibile. Un fenomeno. Una sintesi di Merckx e Coppi. C’era da lustrarsi gli occhi, a vederlo. Andava via leggerissimo, agile, ma potente. E gli altri non riuscivano a stargli dietro. Un paio di volte l’ha anche buttata via, la Rubé. Quella più clamorosa fu nel ’93. Era il più forte di tutti. Li ha staccati tutti, in rimonta da dietro. Alla fine, gli è rimasto attaccato solo il vecchio Duclos-Lassalle, uno che già solo dal nome dovresti capire che non ti puoi fidare. Ballerini lo staccava di cinquanta metri ad ogni tratto di pavé. Poi rallentava, e permetteva che il francese gli tornasse sotto. Perché? Perché la strada per Roubaix era ancora lunga. E andare in due è più facile. Ballerini non era ancora sicuro dei suoi mezzi (le corse si vincono con la testa, anzitutto) e temeva che da dietro potessero tornare sotto (ma quando mai? lui volava, gli altri facevano fatica a stare in piedi) e si tenne dietro Duclos-Lassalle. Il quale sbuffava, diceva di non farcela più, di stare per morire, e che in cambio del secondo posto avrebbe aiutato Ballerini. E davvero, Ballerini doveva frenare per aspettarlo ogni volta. Arrivarono nel velodromo con più di due minuti sugli inseguitori. Partì la volata. E Duclos-Lassalle, che s’era risparmiato andando al traino, beffò Ballerini di dieci centimetri. Quando arrivò l’esito del fotofinish, Ballerini si mise a piangere come un vitellino. Credo che non abbia dormito per una settimana. Non è un caso che le due volte che poi vinse il Ballero arrivò da solo. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Partì e staccò tutti in modo imbarazzante (per quelli che rimasero staccati). La seconda volta (Roubaix bagnata) massacrò Tafi (mica un pirla qualsiasi, uno che la Rubé l’ha pure vinta, dopo) lasciandolo a quattro minuti e mezzo. E gli altri non me lo ricordo neanche a quanto. Diciamo che qualcuno arrivò quando lui, il Ballero, aveva già finito di farsi la doccia.
La foto in cui più mi piace ricordarlo è questa, con il suo amico, compagno e corridore Paolo Bettini con indosso la maglia iridata appena conquistata da entrambi. C’ero anch’io, quella volta a Salisburgo, entrambi mi fecero gioire divertito, di quell’euforia calda e casereccia che soltanto il ciclismo può dare.
Vàntatene
7 February 2010, 10:37 | Alta politica | «Commenti: 4»
Min. Luca Zaia: «Molti della sinistra mi voteranno». Eh, se ti votano tanto di sinistra non sono.
«I leghisti sono i veri no-global». Sempre detto io.
La tavoletta del cesso
6 February 2010, 13:05 | link und recht | «Commenti: 1»
Scialocco ci spiega – come al solito in terzine – quale sarebbe la vera funzione definitiva per l’iPad:
Sanza timor d’un blog leggevo posto
quand’assalimmi turbo di scorregge
accorso al cesso meditavo tosto:avessi una di quelle che chi legge
notizie od altre cose su internette
puote adoprar che van sanza puleggeod altro fil, mirabil tavolette!
S’avesser poi cotanto buon olezzo
quali che brava casalinga mettenel water – strano a ben pensarci vezzo
di profumar la merda, ma a ben altro
sciocco e bizzarro agire sono avvezzo -ben pagherei al Californo scaltro
che finalmente ha soddisfatto il gonzo
che in multitasking vuole l’uno e l’altro:l’esser più dentro e meno fuori stronzo.
I due versi finali sono un capolavoro.
Sputare sentenze
5 February 2010, 10:48 | immagina tu | «Commenti: 4»
Joshua Beadle è un ragazzo di 24 anni accusato di un furto con scasso. In carcere ha subito cinquanta rapporti per indisposizioni come lanci di urina ai secondini.
In una precedente udienza del processo ha sputato al giudice che doveva giudicarlo. Ora gli è stato imposto di presenziare in tribunale così:
Ce l’ho fatta, pappappero
5 February 2010, 9:16 | link und recht | «Commenti: 0»
Ricomincia il grande giornalismo d’inchiesta dell’Espresso.
È colpa dei genitori
4 February 2010, 22:29 | Alta politica, Moralismo noioso | «Commenti: 4»
Sulla homepage del Guardian segue soltanto Obama, come importanza. Ed è una notizia che riguarda l’Italia, e che aveva dato per primo il Corriere per poi essere sepolta da altre notizie molto più irrilevanti. Si tratta della sentenza emessa dal giudice di Milano Bianca la Monica che ha condannato – al pagamento di mezzo milione di euro – i genitori di alcuni ragazzini di cosiddette famiglie-bene che avevano più volte stuprato una ragazzina di 12 anni.
Si tratta di una sentenza che sancisce un principio molto significativo, e che dovrebbe essere l’unica e la sola parte della tragedia nazionalpopolare di Morgan su cui vale la pena di discutere – spogliatici dell’irritante commedia della colpevolezza-verso-la-morale, come solo in un Paese visceralmente cattolico («io mi pento», «se intraprendi un cammino di espiazione» «ti assolviano»).
I genitori sono colpevoli dell’educazione dei proprî figli? Se Morgan dice che l’eroina non fa male e un tredicenne decide di farsi di eroina: è colpa di Morgan? È colpa dei genitori che non sono riusciti a educarlo?Il Tribunale Civile di Milano, mutatis mutandis, dice che è colpa dei genitori. E che, difatti, i genitori di quei ragazzini non hanno trasmesso:
«educazione dei sentimenti e delle emozioni che consente di entrare in relazione non solo corporea con l’altro»; e non hanno badato a che «il processo di crescita» dei loro figli «avvenisse nel segno del rispetto dei sentimenti, dei desideri e del corpo dell’altra/o».
Io penso che, a parte il tono un po’ moralista, il giudice abbia molte ragioni. Penso che essere genitori è innanzitutto una responsabilità. Tantopiù che, mai bisogna trascurarlo, i figli non sono proprietà dei genitori. E perciò educare un bambino cercando di plasmarlo senza per questo determinarlo, renderlo forte ma non chiuso: ovviamente è impossibile essere perfetti, ma bisogna cercare di stare il più lontano possibile dall’estremo opposto.
Perché ci fanno orrore cose come queste. E non ce ne fa per nulla l’indifferenza, l’ignavia, la complicità rispetto al male, di altri genitori?
Forse bisognerebbe instaurare un cortocircuito, mettere in relazione, tutta la retorica sulla famiglia, sull’insegnare i Valori (con quella stropicciatissima “V” maiuscola), con episodî di questa stregua di cameratismo e violenza.
Pensiamoci, la cosa che viene in mente a me è che, più che insegnare “la famiglia”, bisognerebbe insegnare “alla famiglia”.
P.s. Nessuno di quei genitori era una coppia gay, ve lo immaginate quale rotolo di polemiche infiammate avrebbe attirato un caso così se soltanto uno di quei ragazzini avesse avuto due padri o due madri?
Per allenarsi in matematica
4 February 2010, 12:52 | link und recht | «Commenti: 2»
Scialocco ha aperto un blog. In endecasillabi.
Esempî
3 February 2010, 23:50 | Gruppo misto | «Commenti: 18»
La propria libertà finisce dove inizia quella altrui. Questo lo dicono tutti. Però bisogna andare avanti, dove sia questo limite. Io ve lo dico, dov’è questo limite: niente più oltre di sé stessi. Perché un imam non ha il diritto di dire a me che devo indossare il velo altrimenti lo offendo, o di baciare un altro uomo altrimenti lo offendo? Perché l’offesa, mai, può essere nell’occhio di chi guarda.
Esempî di cosa succede in uno stato davvero liberale (e cosa dicono i ministri):
Io mi vesto in questa maniera. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Io faccio sesso con questa persona. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Ho questo passatempo. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Penso che Mussolini sia un figo. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Mi piacciono persone del mio stesso sesso. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Non voglio vivere da paralizzato, se avrò un incidente staccate la spina. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Bestemmio. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Mi drogo.
Questa è la mia posizione sull’esclusione di Morgan da Sanremo, su imbeccata di due ministri.
(se volete leggere una bella e sostanziosa discussione, invece, sull’educatività o meno delle dichiarazioni di Morgan, la trovate qui. Io sono d’accordo con la solita causticità di Guia Soncini, e con l’insolito candore di Matteo Bordone)
Integrità
3 February 2010, 1:59 | Alta politica | «Commenti: 1»
Bignamino: negli USA dai tempi di Clinton c’è una legge che – non chiedere, non dire – permette agli omosessuali di servire nell’esercito a patto che non dichiarino il loro orientamento sessuale: la legge fu un compromesso, incentrato sul “non vogliamo sapere” a cui si arrivò per eliminare la legge precedente che vietava formalmente agli omosessuali di entrare nell’esercito. Nel discorso sullo stato dell’unione di qualche giorno fa Obama ha usato parole chiarissime: l’anno che è appena cominciato sarà l’anno dell’abolizione del Don’t ask, don’t tell. Non più “non vogliamo sapere”, ma – com’è giusto – “non ci riguarda”.
In rappresentanza di tutte le sezioni militari (Esercito, Marina, Aviazione e Corpo dei Marines) è stato invitato a parlare al Senato, il Capo di Stato Maggiore Congiunto. Questo è ciò che ha detto Michael Mullen, colui che – secondo solo al Presidente – è al comando dell’esercito degli Stati Uniti d’America.
“Parlando per me stesso, e per me stesso solamente, è mia convinzione personale che permettere a omosessuali e lesbiche di servire apertamente nell’esercito sarebbe la cosa giusta da fare.
Da qualunque prospettiva io guardi questa questione non posso fuggire dall’essere turbato dal fatto che quella in vigore è una politica che costringe giovani uomini e donne a mentire su chi sono loro stessi per avere la possibilità di difendere i loro connazionali.
Per quel che mi riguarda, si tratta di integrità: la loro, come individui, e la nostra, come istituzione”.
È questo il vero genio dell’America, il motivo per cui – nonostante tutti i George Bush e i Donald Rumsfeld, nonostante i Rush Limbaugh e le Sarah Palin, nonostante il Ku Klux Klan e la Bible Belt – quella è sempre stata la Terra della Libertà: il desiderio di andare, tutti insieme, avanti. La straordinaria capacità di rimediare ai proprî errori.
E registrando questi pensieri, viene inevitabilmente in mente la miseria di questa povera Italia, quella in cui un generale dell’Esercito – uno dei più progressisti di questo Paese, ci hanno detto – dice che i gay non sono adatti all’esercito.
La Francigena contromano
3 February 2010, 1:03 | link und recht | «Commenti: 6»

Questo post lo dovevo fare ieri, quando ho scoperto il suo blog, poi però ho passato tutta la notte a leggerlo, quel blog, e alle 4 di notte non avevo più l’ardore di scrivere.
Lui, questo qui a sinistra, si chiama Paolo De Guidi, e questa foto se l’è fatta prima di partire. Ora, a occhio e croce, ha un po’ di barba in più. Per il suo compleanno, qualche mese fa, si è fatto due regali: un licenziamento, il suo, e un viaggio.
La mèta del suo viaggio è anche la sua metà, Rosa, che vive a Cambridge, a 2200 chilometri di distanza. Di mille mezzi che poteva scegliere per andare a trovare la propria compagna ha scelto il meno tecnologico: i proprî piedi.
Tutte le strade portano a Roma, ma a percorrerle a ritroso ognuna porterà da qualche parte: Paolo si è reso conto che da Terni, dove abita(va), a Cambridge si attraversano quattro paesi, mari, montagne, sentieri e viottoli, e che la strada è su per giù quella dell’antica Via Francigena che collegava Canterbury a Roma. E così, di lì a poco più in là, ha dato un nome alla sua impresa: la Francigena contro mano.
Tutto quello che fa ve lo andate a leggere, anche perché Paolo non è uno scrittore, è un raccontatore: è uno che non pensa allo stile, pensa a selezionare con cura le cose da rammentare a fine serata. E lo fa molto bene. Questa cosa, io, l’apprezzo molto perché so quanto sia faticoso non perdere anche quella piccola metodicità che serve a determinarsi a rendere partecipi gli altri di quello che si fa: un’impresa, un’avventura, una bella cosa, è meno bella, è meno avventura, è meno impresa, se non spendi del tempo a raccontarla.
Dorme in un sacco di posti, trova ospiti che gli offrono una branda attraverso il couchsurfing – il nostro eroe non è un eremita, lui prende il tanto di buono che è stato inventato in questo tempo, per fare tale impresa d’altri tempi – qualche volta sono ostelli, altre volte refettorî delle parrocchie. Se l’avessi scoperto prima avrei provato a intercettarlo in qualche punto e farmi due passi con lui, oramai è già lontano: è partito da quasi due mesi e ne mancano altri due prima che arrivi.
Come fa? Lui lo spiega così:
Al mattino inizio sempre a camminare con una determinazione di cui ignoro la provenienza. Credo sia il risultato, i mille risultati quotidiani. Oggi arrivo a Bolsena, oggi arrivo a Lucca, oggi arrivo ad Aulla. Arrivo a quel tornante e mi fermo, continuo fino a quella curva e faccio pausa, oltre il ponte c’è un paese. Guadagno un metro in più di mondo ad ogni passo: è l’attività più soddisfacente possibile, la più ricca di realizzazioni. 500 km sono niente, è arrivare in cima alla salita che conta, raggiungere il prossimo bar, il bivio con la provinciale. Se ogni giorno mi chiedessi quanto manca all’Inghilterra probabilmente non mi alzerei neanche dal letto. E invece è un viaggio diverso ogni giorno, un ospite diverso ogni giorno, un dialetto diverso ogni settimana, un cibo diverso, un panorama diverso. E ogni giorno hai combinato qualcosa, qualcosa che dà senso a quel giorno e cosa ancor più importante, lo dà anche a quello successivo.
Il blog si chiama La Francigena contromano, affezionatevici anche voi. E, mi raccomando, non chiedetegli se la Manica vuole farla a nuoto.
Posso parlare?
2 February 2010, 2:28 | Ogni me è politico | «Commenti: 7»
Ma se io alla prima domenica di sole volessi tornare, per un’altra volta, a parlare con chiunque di qualunque cosa, perché mi diverto e per vedere l’effetto che fa, c’è qualcuno che sa come potrei avere l’autorizzazione dal comune per stare lì senza rischiare di essere cacciato dalla polizia come l’altra volta?
Sia Luca Pioli che Giulio B mi avevano detto che bastava equipararlo a una fittizia iniziativa politica e che non ci sarebbero stati problemi, però, invece – quando gli ho chiesto meglio – dopo essersi informati meglio mi hanno spiegato che non è così facile.
Qualcuno sa come aiutarmi?
Lunedì degli aneddoti – XXVIII – Teorema della cacca di cavallo
1 February 2010, 18:09 | Luneddoti | «Commenti: 7»
Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.
Teorema della cacca di cavallo
Quando c’è un problema che pare non avere soluzione e tutte le strade prospettate sembrano essere state battute, è facile supporre che la soluzione – semplicemente – non esista. Invece una via c’è sempre, e se non la vediamo è perché il futuro è così imprevedibile e ricco che basarsi sui dati che si hanno al momento per fare delle speculazioni è non solo peregrino, ma anche fuorviante. Questo concetto, foriero d’ottimismo (ma anche d’impigrimento: perché se non si può sapere cosa fare, non si fa) ha una sua propria storia e definizione: la parabola, il teorema, della cacca di cavallo – se c’è un problema irrisolvibile la soluzione arriverà, inaspettata.
Nel 1898 si tenne a New York la prima conferenza di pianificazione urbana della storia; il problema più grande di cui dovevano discutere le delegazioni arrivate da tutto il mondo era un problema ben serio: la cacca di cavallo. Il cavallo era, da sempre, il mezzo di trasporto privilegiato dall’uomo e nel corso del tempo la diffusione degli animali e il concentramento delle persone, nell’era post-industriale, attorno ad agglomerati urbani sempre più grossi aveva acuito fino a livelli mai affrontati il problema dei “rifiuti” che questi cavalli producevano. Ancora prima dell’avvento di un prototipo di trasporto pubblico le città venivano attraversate sostanzialmente a piedi, e i cavalli si usavano su distanze più lunghe: ancora all’inizio del 1800 in pochissimi possedevano un cavallo. Ma già nel 1853 centoventimila persone nella sola New York viaggiavano sugli omnibus, sorta di carrozze pubbiche con tragitti prefissati nelle aree urbane. Ovviamente questa quantità di carrozze aveva bisogno di una quantità di cavalli che aveva bisogno di una quantità di cibo che veniva restituita in letame in quantità. Ma tutta quella cacca come e dove si poteva mettere?
Esperti del tempo calcolarono che ogni cavallo produceva qualcosa come 8-10 chili di letame al giorno, nel 1880 – ancora lontano dal picco nella popolazione equina che sarebbe stato riscontrato 20 anni dopo – soltanto a New York e Brooklyn ogni giorno venivano prodotte quasi duemila tonnellate di cacca di cavallo. Nel 1894 il Times di Londra stimò che, continuando allo stesso ritmo, nel 1950 ogni strada della città sarebbe stata coperta da più di due metri e mezzo di letame. La questione è che nessuno sapeva trovare una soluzione a questo problema, perché i cavalli erano necessarî alla vita delle città.
Il convegno urbanistico fu un disastro completo, nessuno riuscì a produrre idee funzionali: l’incontro si concluse in un insuccesso talmente evidente da far sì che gli organizzatori decidessero di chiuderlo dopo soli tre giorni, anziché dopo i dieci della durata prevista. Tutti si arresero all’idea che il problema della cacca di cavallo fosse insormontabile, che nulla si potesse fare per invertire la rotta verso il baratro.
Invece, inopinatamente, il problema si risolse come nessuno aveva previsto, e con eterogenesi dei fini: l’invenzione dell’automobile.
[Qui il primo: Brutti e liberi – qui il secondo: Grande Raccordo Anulare – qui il terzo: Il caso Plutone – qui il quarto: I frocioni – qui il quinto: Comunisti – qui il sesto: La rettorica – qui il settimo: Rockall – qui l'ottavo: Compagno dove sei? – qui il nono: La guerra del Fútbol – qui il decimo: Babbo Natale esiste – qui l'undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo – qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui – qui il quindicesimo: Servizî segretissimi – qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto – qui il diciassettesimo: La caduta del Muro – qui il diciottesimo: Botta di culo – qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine – qui il ventesimo: Il gallo nero – qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? – qui il ventiduesimo: Che bisogno c'è? – qui il ventitreesimo: Fare il portoghese – qui il ventiquattresimo: Saluti – qui il venticinquesimo: La fuga – qui il ventiseiesimo: Dumas – qui il ventisettesimo: Zzzzzz]
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o mamma mamma mamma mamma mamma
31 January 2010, 1:13 | La palla è rotonda | «Commenti: 17»
Il mio sogno più sognoso, che cosa avrei dato chissà cosa per vedere questa cosa. Omammamammamamma.
Prandelli!!!
Momenti che rovinano un’infanzia
30 January 2010, 1:03 | Ogni me è politico, la lingua doc | «Commenti: 27»
Visto che siamo in tema di malattie letterarie racconto una cosa: c’è una regola assurda, che sanno (e interessa) solo ai fissati come me, per la quale in italiano “da solo” si dovrebbe pronunciare dassolo. Esattamente come davvero si pronuncia davvero, o va bene, attaccato si pronuncia vabbene.
Lo so, è una regola per ostinati intestarditi nerd al cubo, ma c’è chi le va dietro. Fra questi va dietro ci sono io.
(per chi volesse entrare nel club si chiama “raddoppiamento fonosintattico”)
Nessuno ci fa più caso, e da quando è nata Mediaset, o Fininvest, e quindi il centro linguistico si è un po’ spostato a Milano l’attenzione per queste cose – che a Milano sono tutte sballate (e difatti lì pronunciano vabene e non vabbene), quindi insomma – è stata completamente cancellata. Più che una battaglia coi mulini a vento è una non battaglia, perché è talmente già persa che è davvero raro che – perfino i rompipalle come me – facciano riferimento a questa cosa.
Però c’è un fatto che mi porto dentro da quando ero bambino e che ha turbato la mia crescita: alle elementari quando dicevo dassolo – a quel tempo lo facevo senza consapevolezza, e dicevo anche “te” al posto di “tu” – gli altri bambini mi prendevano in giro un sacco. Io dicevo loro che avevo ragione, però – a Roma – ero in drammatica minoranza. C’era un mio compagno delle elementari a cui ero affezionato, si chiamava Filippo Lupi, non lo sento da più di dieci anni, che con amorevole piglio ogni volta provava a aiutarmi a dire dasolo, e io gli dicevo «non ci riesco» (te lo confesso, Filippo, mentivo!).
Alla fine me n’ero quasi convinto pure io di stare sbagliando, ma il dramma violento avvenne quando in un tragitto da scuola a scuola calcio, in macchina con un mio compagno di classe, Fabio Pizzino, questi mi chiese «perché dici dassolo invece di dasolo?». Al che io, con la sicumera senza argomenti del bambino di 7 anni, risposi: «perché si dice dassolo». Ecco, in quell’istante la madre di Fabio disse: «no, si dice da solo». Il momento più drammatico della mia infanzia. In quell’attimo tutte le mie certezze crollarono, e la mia bambinezza si avviò verso una cupa adolescenza senza più la gioia del sapere che tutto quel che dicevo era giusto.
Quando, all’università, ho scoperto che – invece – è giust dire dassolo, la mia testa è subito volata a quell’incontro lì: andrei a casa Pizzino – se abitano ancora dove abitavano tanti anni fa, e ci facevano i Nutella Party – alle 3 di notte a citofonare e urlare nel citofono «hai capito??? Si dice dassolo! Si dice dassolo! Avevo ragione io!!!», rapirei tutti i componenti della famiglia fino a quando la madre non rilasciasse un comunicato a tutte le agenzie di stampa che reciti “aveva ragione lui. Si dice dassolo». Cancellerei tutte le scritte ioettetremetrisopralcielo di cui è segnato il tracciato dalla loro casa a lavoro per scriverci solo “da solo” “da solo” “da solo”, per dieci chilometri e senza soluzione di continuità.
Sapete che c’è, una volta lo faccio davvero, senza rapimenti però: vado lì, all’ora del tè, citofono. Ciao sono Giovanni Fontana, sì, quel Giovanni Fontana, no ecco, sì è tanto tempo. Lo so. Ecco sì, volevo salire. Oh ciao non siete cambiati per nulla, ecco, sì, che piacere vedervi, che faccio nella vita? No, cioè sì, sentite io sono venuto, ecco, per dirvi una cosa. Per me è una cosa davvero importante, sì dunque: quella volta avevo ragione io. Ecco, l’ho detto. Ci vediamo fra altri dieci anni. Ciao, statemi bene.
Notizia bromural
29 January 2010, 1:02 | link und recht | «Commenti: 30»
Attraverso Akille ho scoperto questo genio assoluto:
…ogni laureato in filologia romanza si cimenta in cose del genere…
…con risultati decisamente disastrosi…
7
28 January 2010, 4:51 | Alta politica | «Commenti: 9»
Pochi minuti fa Obama ha terminato il suo primo discorso sullo stato dell’unione, a un anno dall’elezione, così abbiamo rispolverato le vecchie tradizioni ed eccoci qui svegli alle 5 del mattino e nonostante la sveglia fra due ore. Un commento brief.
L’inizio è stato molto demagogico, a metà davvero pugnace e il finale bello, di quella concretezza intrisa di idee, come piace a noi.
Non è stato un discorso conciliante, e gli inviti alla responsabilità ai repubblicani assomigliano più ad accuse ben chiare (non che siano immeritate). Di là, difatti, ci son stati un sacco di mugugni, mentre i democratici hanno fatto sù e giù per alzarsi ad applaudire ad ogni concetto, anche quando ha riservato critiche (prevedibile) e quando ha parlato del taglio della spesa dal 2011 (meno prevedibile).
Tre contro:
- Il populismo, specie della prima parte, è stato forse più vicino al livello “insopportabile” che al livello “vabbè dài, qualcuna ne deve dire”.
- Sono mancati molti “come”. Ci son stati tanti “cosa” e tanti “perché”, ma pochi “come”. Speriamo che, almeno lui, li sappia.
- La crudezza degli attacchi al non voler fare politica dei repubblicani.
Tre pro
- Un passaggio molto bello sui diritti delle donne nel mondo e negli USA: ecco, al Cairo sarebbe bastato questo.
- Fine delle discriminazioni per gli omosessuali nell’esercito americano. Finalmente (l’ha detto lui!).
- La crudezza degli attacchi al non voler fare politica dei repubblicani.
Voto: 7
Io difendo Barbareschi
27 January 2010, 5:02 | link und recht | «Commenti: 7»
Della storia di Barbareschi che frega impudicamente le battute a Spinoza sapete già tutto, che Barbareschi non si sia scusato – perché può succedere a tutti – è già più grave, assieme alla figuraccia che ha fatto.
Tremendamente più grave sarebbe la sua arringa difensiva, se non fosse superata da un concetto che ha espresso lì dentro: “È buffo che Internet possa prendersi il diritto di saccheggiare contenuti qua e là e se invece io porto Internet su un mezzo generalista come la Tv mi si rinfacci il diritto d’autore”.
Tralasciamo l’evidente e naturale inversione a cui si presta il concetto, proferito dal campione del diritto d’autore, e concentriamoci su quell”internet“.
Quello che spaura è quanto sia chiaro che Barbareschi non abbia la minima idea di cosa parla. No, provate a rileggerlo: internet. Una persona. Insomma, non esiste neanche la responsabilità individuale. Nel momento in cui chiunque sia provvisto di una connessione diventa connivente con chi fa cose illegali.
Per quanto ne sa Barbareschi gli autori di Spinoza potrebbero non aver mai scaricato una canzone o un film, ma quello che conta è la responsabilità collettiva: loro sono internet.
È talmente evidente che non sappia di cosa parla che non si può non scagionarlo dall’accusa del dolo, lui non sa neanche come arrivarci su Spinoza.it (anche perché, in caso contrario, anche lui sarebbe colpevole dei download degli mp3!).
Qualcuno gli avrà passato un foglietto con scritte le battute e lui – avete notato con quanto candore e goffaggine l’ha recitate? – avrà pensato: “belle”.
Burqa sì, Burqa no
27 January 2010, 3:49 | Alta politica, Il Male curabile, Medio orientato | «Commenti: 102»
E così sembra che la Francia andrà ad approvare una legge che vieta il Burqa e il Niqab. L’uniforme dei militanti sessuofobi e sessuomani “offende i valori nazionali”. Non è un divieto assoluto, ma qualcosa di più simile a un’obiezione di coscienza: sarà vietato indossare la gabbia di stoffa nei locali pubblici, nei mezzi pubblici, eccetera. Non sarà vietato per strada, sembra, perché la Francia è un paese libero, solamente – sembra – “a casa mia non si fanno queste cose”, come ciascuno di noi, magari, non vorrebbe far entrare in casa una persona che indossa una svastica.
La Francia, come altre volte, si dimostra uno Stato. Uno Stato civile nelle fibre, e che afferma fortemente delle idee. Questa è la laicità, nel senso più pieno e genuino del termine. Laicità vuoldire scegliere, non essere imparziali.
Eppure percepisco sempre un sinuoso turbamento per misure come queste, perché essere così tanto “Stato” finisce per incidere la libertà delle persone: come in altri casi, come sulla negazione dell’Olocausto o del Genocidio degli Armeni (entrambi reati d’opinione puniti per legge in Francia).
Io sono un integralista del primo emendamento, e non (solo) perché consideri la libertà sacra, ma perché trovo che la libertà di espressione di certe posizioni contribuisca a screditarle – in un ambiente dove c’è una vera competizione di idee. Penso sia giusto difendere il diritto dei nazisti a dire le loro indegnità, quanto è giusto che io abbia il diritto – anzi, il dovere morale – di dileggiarle. Se viviamo in un mondo in cui nessuno sostiene (più) che le streghe volino sulle scope non è perché abbiamo messo una legge per vietarlo, ma perché abbiamo costruito una società consapevole che è ridicolo pensarlo.
Trovo quindi la motivazione di questa legge orribile. Ciò che “offende i valori nazionali” non deve essere vietato per legge. Ci sono mille cose che offendono me: chi sostiene lo stalinismo, chi dice (o pensa) che sono un cretino, e chi si mette il fondotinta. Però queste offese me le tengo. Come si dice a Roma: se m’incazzo, mi scazzo. Perché altrimenti da qui a stabilire che l’affermazione della legittimità di un’offesa sia appannaggio del destinatario è un passo breve: e così finiamo con le ambasciate date alle fiamme per delle vignette su un uomo vissuto mille e cinquecento anni fa.
Per questa ragione non ho un’alta opinione dell’obiezione di coscienza. Lo trovo – in genere – un espediente: una piccineria, boriosa e al tempo stesso connivente. L’importante non è cosa succede nel mondo – si legge in quel principio – ma quello che faccio io, che la mia coscienza rimanga pulita. Per questo parlai, una volta, di sopravvalutazione della coscienza di ciascuno.
***
Sono dunque contrario a questa legge? Non lo so.
Innanzitutto credo che bisogni partire da due presupposti: 1) le motivazioni di questo disegno di legge sono orribili 2) Il Burqa è male.
Il primo punto credo di averlo argomentato a sufficienza fino a ora. Sul secondo c’è poco da aggiungere: chiunque pensi che esistano, in qualche parte del mondo, delle persone che – geneticamente (e quindi non è un concetto inoculato loro) – nascono con la concezione che il corpo nel quale sono nate è uno strumento di peccato è precisamente un razzista. Chiunque consideri giusto che il controllo sessuale dell’uomo sia situato sul corpo della donna, come per la ragazza stuprata perché va in giro in minigonna, è un fascista.
Dunque, per capire meglio come la penso, mi faccio delle domande.
Qual è il pericolo?
Sicuramente quello della ghettizzazione. È molto probabile che una parte, una buona parte, delle donne che ora vanno in giro con il Burqa subirebbero divieti ancora più stringenti da parte dei loro mahram (mariti, fratelli, zii, cognati che le hanno in “gestione”). E non è per nulla facile identificare questi veri e proprî rapimenti, anche perché queste donne – spesso – in Europa hanno solo la famiglia, che è quella che le reclude.
A chi giova?
Sicuramente la cosa più importante non è il fatto in sé, non è quella manciata di donne che – non potendo mettere il Burqa o il Niqab – usciranno un poco più scoperte, bensì il messaggio che si manda. I messaggi sono importantissimi e significativi, e sono sempre troppo sottovalutati. In questo momento, in ogni parte del mondo, ci sono delle persone che stanno combattendo la loro battaglia contro il burqa, una battaglia con sé stesse e con i loro maschi-padroni. Sapere che c’è qualcuno che sta dalla parte giusta è fontamentale, e infonde forza. Tutte coloro che ne sono uscite non smettono mai di raccontare quanto sono importanti questi segnali, così come non smettono mai di rimproverare gli atteggiamenti troppo accomodanti su cui ogni tanto ci impigriamo.
Ci sono altre ragioni per essere contrarî a questa legge?
A parte la questione della libertà e quella della ghettizzazione, con tutti i suoi rivoli, direi di no: soprattutto bisogna guardarsi dai Tariq Ramadan. Quelli che così-non-si-favorisce-il-dialogo-con-l’Islam ma che al tempo stesso l’Islam non è questo. Delle due l’una: se l’Islam è questo – il Burqa e la segregazione – non c’è nessun dialogo da fare ma solamente un’ideologia da sconfiggere. Se, invece, l’Islam non è questo – come spesso sentiamo dire – allora non c’è nessuna ragione per cui l’ostilità al Burqa dovrebbe sfavorire il dialogo.
Mi sono chiarito le idee? Mica tanto. Mi sembra di essere in disaccordo con gli uni e in disaccordo con gli altri.
Voi che ne pensate?
Tutto il mondo è Belpaese
27 January 2010, 0:10 | Alta politica | «Commenti: 5»
In America, cioè negli Stati Uniti, son matti, e questo si sa. Delle volte son matti per il bene, e delle altre son matti per il male. Sul sistema sanitario sono matti per il male, e hanno quell’idea drammaticamente americanocentrica per cui qualunque cosa un poco più assistenzialista del sistema americano è bolscevica.
Così nel dibattito sulla riforma sanitaria, che avrete seguito tutti, la questione che dovrebbe moncare qualunque obiezione in merito, ovvero che in altri paesi – cioè la Germania, la Spagna, ma anche il Canada – quel sistema c’è e funziona, viene completamente trascurata al grido di «giù le manacce dai nostri soldi». Il male assoluto è il government, quello che non risolve problemi ma gli dà sussidî, contro il quale viene tirata fuori una citazione di Reagan ogni due per tre, non a caso fu Regan il campione di quest’approccio manicheo al denaro pubblico.
I pazzi dànno del nazista a Obama, ma la maggioranza di coloro che sono contrarî alla riforma sanitaria hanno questo totem del government spending in una maniera che nei paesi europei, tantomeno in Italia è immaginabile.
Saprete tutti anche che qualche giorno fa l’elezione supplettiva in Massachusetts ha visto una vittoria repubblicana, e che questo ha reso impervia la strada della riforma sanitaria, già prima abbastanza frastagliata.
Poi ci sarà anche da vedere cosa farà effettivamente Brown, il senatore eletto sul seggio di Ted Kennedy, che per forza di cose è un repubblicano sui generis, ma l’impatto simbolico dell’aver perso la supermaggioranza – e averla persa in Massachusetts, dopo che Obama si era speso per la campagna democratica – è enorme.
C’era però una cosa che, in questa dimostrazione di insanità (ahah, il gioco di parole) dell’elettorato americano mi aveva consolato, ed era la constatazione di come la gente e la politica si basasse sulle idee e non sui partiti presi. Una vittoria Repubblicana in Massachusetts è come una vittoria del PDL in Toscana, solo che in Italia non succede. Lì, invece, non si guarda agli schieramenti, si guarda alle idee.
Ecco, mi ero perso in questa illusione quando ieri è successa una cosa particolare: Obama ha annunciato dei grossi tagli sulla spesa pubblica per il 2011 – quello che, da Keynes in poi, ci hanno insegnato essere la cosa più sbagliata durante una crisi. Non che il taglio della spesa pubblica non fosse nel programma di Obama, ma era esattamente il cavallo di battaglia di McCain e quello su cui aveva riassunto la sua politica economica. Per di più questa misura, ovviamente poi le cose son sempre complesse, sarebbe all’opposto di quella approvata una decina di mesi fa (il cosiddetto stimulus), per il quale la maggior parte dei repubblicani aveva iniziato a stracciarsi le vesti.
Se non altro i repubblicani saranno d’accordo, uno direbbe. Ecco, no: siccome l’ha proposto Obama non va bene. Non faccio la mia politica, ma quella contraria a quella del mio avversario.
Come in Italia, insomma.
L’hanno che non verrà
26 January 2010, 11:21 | la lingua doc | «Commenti: 5»
Franco sostiene che sia perché il correttore automatico, coscienza ortografica extracorporea dei redattori, che non legge il contesto:
Lunedì degli aneddoti – XXVII – Zzzzzz
25 January 2010, 21:29 | Luneddoti | «Commenti: 6»
Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.
Zzzzzz
Qual è il più grande portatore di morte nella storia del mondo? La guerra? L’odio? Il denaro? No, le zanzare. C’è chi le odia visceralmente e chi, come il sottoscritto lo confesso, non le ammazza neanche. Eppure sembra che abbiano ragione i primi: ogni 12 secondi, nel mondo, una persona muore per il morso di una zanzara.
Poi ci sono quelli che si vendicano, ricordo di aver letto qualche tempo fa di alcuni scienziati che avevano tolto, in laboratorio, il recettore che dava alle zanzare il segnale di “bottino pieno”. Quelle continuavano a succhiare sangue fino a esplodere.
Eppure la scoperta delle zanzare come organismi forieri di malattie è decisamente recente: soltanto nel 1877 Patrick Manson formulò l’ipotesi che le zanzare potessero essere il mezzo di trasporto delle malattie, e fu Ronald Ross vent’anni dopo a dimostrare che la malaria fosse portata proprio dalle zanzare, e – per questo – a vincere il Nobel. Curiosamente il comitato del Karolinska Institutet, quello che assegna il Nobel per la medicina (e fisiologia), ignorò completamente l’apporto di Manson, sia teorico che pratico. E non si poteva dire che non ci mettesse sé stesso, e anche di più: la prima ipotesi che fece sull’acquisizione, da parte delle zanzare, degli agenti patogeni attraverso il sangue che succhiavano, fu testata su delle zanzare a cui aveva fatto mordere il proprio cameriere affetto da elefantiasi. E non si fermò qui: a conferma della teoria enunciata dal collega Ross, Manson fece mordere il proprio figlio a delle zanzare infette del parassita responsabile della malaria che si era fatto mandare dallo zoologo italiano Giovanni Battista Grassi. Qualche giorno dopo, effettivamente, il figlio si ammalò di malaria, per poi riuscire a salvarsi con massicce dosi di chinino. Certo non si può dire che Manson non tenesse alla propria scoperta!
E infine una digressione personale: quando ero in Burkina Faso (dove avevo anche toppato la diagnosi di una malattia tropicale: pensavo fosse l’acqua, era una zanzara) – Parlavamo dei diritti delle donne, e di come fosse difficile incidere veramente – mi hanno riferito il proverbio Burkinabè: “Se pensi di essere troppo piccolo per cambiare le cose, prova a dormire in una stanza vuota con una zanzara”.
[Qui il primo: Brutti e liberi – qui il secondo: Grande Raccordo Anulare – qui il terzo: Il caso Plutone – qui il quarto: I frocioni – qui il quinto: Comunisti – qui il sesto: La rettorica – qui il settimo: Rockall – qui l'ottavo: Compagno dove sei? – qui il nono: La guerra del Fútbol – qui il decimo: Babbo Natale esiste – qui l'undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo – qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui – qui il quindicesimo: Servizî segretissimi – qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto – qui il diciassettesimo: La caduta del Muro – qui il diciottesimo: Botta di culo – qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine – qui il ventesimo: Il gallo nero – qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? – qui il ventiduesimo: Che bisogno c'è? – qui il ventitreesimo: Fare il portoghese – qui il ventiquattresimo: Saluti – qui il venticinquesimo: La fuga – qui il ventiseiesimo: Dumas]
Vuoi indicare un aneddoto per un prossimo lunedì? Segnalamelo.
Assaggiare la benzina
25 January 2010, 12:56 | Ogni me è politico | «Commenti: 7»
Io mi son sempre chiesto, fin da bambino, come sia assaggiare la benzina. Quell’odore buonissimo, come solo quello delle cantine vuote, che veniva voglia di assaggiarlo (e la benzina potresti, almeno in teoria, effettivamente assaggiarla, mentre “il vuoto” è più difficile da assaggiare, se non sei Montale).
Ecco, mia sorella mi ha fatto assaggiare il caffè francese: è disgustoso, e ha un retrogusto di idrocarburo ammuffito. Secondo me ha lo stesso sapore di una tanica di benzina bevuta alla goccia.
Impegno solenne alla corte di Zeman
25 January 2010, 0:09 | La palla è rotonda | «Commenti: 18»
Sono due settimane che ne fantastichiamo, da quando si diceva che il Torino l’avrebbe riassunto. Quando hanno cacciato Cosmi è stato il primo pensiero: magari prendessero lui.
Poi si leggono di queste cose. È così è deciso, l’impegno solenne è questo: se il Livorno assume Zdenek ZEMAN, non importa da quale parte dell’Italia uno debba arrivare, la prima partita al “Picchi” – che è anche Livorno-Juventus del 7/2 – saremo sugli spalti a tifare fortissimo Livorno.
Vale per me e Davide, da grandi nostalgici del “boemo condottiero” (come rimasto scritto sotto casa mia per anni), ma ovviamente siete tutti invitati.
Per l’occasione ho rispolverato questa dalla mia collezione di sciarpe:
Ricevere “la chiamata”
23 January 2010, 14:16 | immagina tu | «Commenti: 11»
Fra’ Alberto, il frate più digitalizzato che conosca – nonché commentatore plurimo su questo blog – ha un nuovo iPhone… ehm, analogico:
Avanti
20 January 2010, 13:44 | Alta politica | «Commenti: 29»
Si è sempre detto che le quote rosa fossero una misura non giusta in via di principo, ma necessaria: in Svezia si è arrivati al punto in cui le quote rosa non servono più, in Italia – invece – c’è ancora molta strada da fare.
Lunedì degli aneddoti – XXVI – Dumas
18 January 2010, 20:29 | Luneddoti | «Commenti: 3»
Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.
Dumas
Se dico Dumas uno che ne sa dovrebbe chiedere «ma chi? Dumas padre o Dumas figlio?» E la risposta sarebbe: «tutti e due!». Certo uno che ne sa, magari saprebbe anche l’aneddoto quindi non ci sarebbe bisogno di raccontarlo. E allora si spingerebbe a raccontare che il padre è quello dei Tre Moschettieri (e di d’Artagnan!) mentre il figlio è quello della Signora delle camelie, più noto per averci permesso di libar ne’ lieti calici attraverso un giro particolarmente strano (ora non pensate che tutte queste cose io le sappia a memoria, no, per gli Aneddoti del lunedì si studia!). Poi, vabbè, sulla Signora delle camelie ci sarebbe un sacco da dire, più male che bene, per aver creato stuoli di adoratori, ma soprassediamo.
Dumas padre era figlio di un generale napoleonico, ma ci litigò e fu cresciuto dalla madre da cui prese il cognome. Dumas figlio non fece lo stesso, perché prese nome e cognome del padre, Alexander Dumas anche lui. Una cosa fece come il padre, oltre al nome, cioè litigare con il proprio, di padre, ovvero Dumas padre. Così ci fu un periodo in cui i due Dumas non si parlavano, e quando erano costretti a farlo per ragioni pratiche non rinunciavano a trattarsi come sconosciuti, e a darsi del “voi”. Ciò nondimeno appena finito il suo romanzo, il succitato La signora delle camelie, Dumas figlio volle farne avere il manoscritto al padre. Qualche giorno dopo questi lo fece chiamare, per dirgli: «la vostro operato è stupendo, signore». Al che, Dumas figlio rispose: «signore, sono ancora più contento di un tale complimento perché viene da una persona di cui ho sempre sentito molto bene da mio padre».
[Qui il primo: Brutti e liberi – qui il secondo: Grande Raccordo Anulare – qui il terzo: Il caso Plutone – qui il quarto: I frocioni – qui il quinto: Comunisti – qui il sesto: La rettorica – qui il settimo: Rockall – qui l'ottavo: Compagno dove sei? – qui il nono: La guerra del Fútbol – qui il decimo: Babbo Natale esiste – qui l'undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo – qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui – qui il quindicesimo: Servizî segretissimi – qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto – qui il diciassettesimo: La caduta del Muro – qui il diciottesimo: Botta di culo – qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine – qui il ventesimo: Il gallo nero – qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? – qui il ventiduesimo: Che bisogno c'è? – qui il ventitreesimo: Fare il portoghese – qui il ventiquattresimo: Saluti – qui il venticinquesimo: La fuga]
Vuoi indicare un aneddoto per un prossimo lunedì? Segnalamelo.
Intolleranti con gli intolleranti
18 January 2010, 10:56 | Medio orientato | «Commenti: 5»
Nablus è una cittadina della Palestina che vive in uno stato di quasi costante coprifuoco: a ogni via d’uscita dalla valle in cui Nablus è situata c’è un check-point.
Non è un caso: Nablus è considerata la città della resistenza Palestinese, quella che combatte(va) anche quando entra(va)no i carri armati israeliani, nonché luogo di provenienza di diversi attentatori suicidi.
La risposta israeliana è evidentemente mirata a qualcosa che va oltre la sicurezza: c’è – poco nascosto – un fine punitivo; il messaggio che deve passare è “noi siamo i più forti: se voi fate i bravi vi permettiamo di andare in giro quasi quanto vi pare come a Betlemme, altrimenti fate la fine di Nablus”.
La cosa feroce è che, per molti versi, questa logica è efficace.
Anche se con esiti diversi, è lo stesso concetto dell’embargo a Gaza, e la medesima strategia che ha sempre mosso tutti gli schieramenti nella storia del conflitto arabo-israeliano.
Su Nablus avevo già raccontato qualcosa di più pittoresco quando ero stato lì.
Quello che è successo qualche tempo fa è che – non solo cani in gabbia – una banda di coloni israeliani ha iniziato a fare agguati agli abitanti di alcuni villaggi palestinesi nei pressi di Nablus, il cui più violento è culminato nell’assalto alla moschea del piccolo paesino di Yasuf con il rogo di diversi testi sacri, e l’impressione di alcuni graffiti come «vi bruceremo tutti».
La condanna per questo atto era arrivata da tutto il mondo, e un’organizzazione di pacifisti israeliani aveva ricomprato dei corani che un rabbino aveva poi portato al villaggio come segno di rifiuto per quella manifestazione d’intolleranza. Pochi giorni dopo era stato arrestato Meir Kahane, nipote dell’omonimo rabbino integralista che aveva fondato il Kach, partito politico di ultra-destra poi messo al bando quale organizzazione terroristica da Usa, UE e Israele stesso.
Ieri una squadra di più di cento uomini dello Shin Bet, la sicurezza israeliana, è entrata all’alba nella colonia israeliana di Yitzhar arrestando dieci uomini sospettati di aver preso parte o organizzato l’agguato.
Se c’è una speranza per quella terrà là, per quel conflitto là, è in queste cose: nell’essere intollerante con i proprî intolleranti. Quello che Israele ha sempre – a ragione – accusato i palestinesi di non fare, e che Israele ha sempre fatto troppo poco. Ben più di qualsiasi gesto disensivo che vede sfumare la propria portata simbolica nell’inevitabile rappresentazione delle squadre: se un rabbino si incarica di andare a scusarsi per ciò che ha fatto un estremista ebreo, sta – nonostante le migliori intenzioni – inevitabilmente marcando il legame che c’è fra lui e l’altro e la cesura che lo divide da quello che dovrebbe essere più vicino a lui, ma è dell’altra “squadra”.
Bisognerebbe – invece – che, ogni giorno, entrambe le parti fossero inflessibili con gli estremisti che a loro afferirebbero soltanto in teoria. Senza i cameratismi spesso presenti anche fra chi, nella sostanza, non ne condivide gli atti.
Bisognerebbe – invece – che ciascun individuo di ciascuna parte in causa considerasse i fanatici, non compagni-che-sbagliano, ma una cosa quasi banale: nemici.
Se gli piace farsi chiamare “papi”
17 January 2010, 16:00 | Alta politica | «Commenti: 0»
(ANSA) * ISRAELE-ITALIA: CELEBRE CANTANTE SI ESIBIRA’ PER BERLUSCONI IN REPERTORIO SERATA ANCHE ARIA DI PUCCINI ‘O MIO BABBINO CARO’
For Emma
17 January 2010, 13:13 | Alta politica, immagina tu | «Commenti: 5»
Monetina nel juke box, play:
Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.
“So apropos…”
“…saw death on a sunny snow…”
“…forgo the parable…”
“…seek the light…”
“…my knees are cold…”
“…running home, running home, running home, running home…”
…go find another lover; to bring a, to string along…
…with all your lies…
…you are still lovable…
Notizia trovata qui
Immagine dei bilanci da qui
Una versione improvvisata di “for Emma” qui


















