E un altro anno è andato

25 March 2019, 14:01 | Ogni me è politico | «Commenti: 4»

Oggi è di nuovo il mio compleanno, il tempo passa proprio in modo strano.

Me ne sono ricordato due giorni fa, quando Fatima mi ha detto: parto il 25 Marzo. Fatima è la figlia grande dell’ultima famiglia ad andare via da qui fra quelle che erano nel campo di Katsikas quando sono arrivato. Lei, il padre e i due fratellini vanno a ricongiungersi con la madre, Sakine, che vive da tempo in Svizzera. Ieri sera mi ha detto «sono 70% contenta, e 40% dispiaciuta di andare via». Il primo pensiero è stato che quella sovrabbondanza in spregio alla matematica fosse il risultato inevitabile della moltiplicazione delle identità che questi ragazzi – sospesi fra due e più mondi, fra due e più case (o tende, o container) – si trovano a dover vivere.

Poi mi sono ricordato chi è Fatima, di come l’ho vista crescere quasi ogni giorno dai 10 ai 13 anni e mi sono messo a ridere. Forse è il segno della mia vecchiaia, quello di cercare grandi significati palingenetici in ogni piccola sciocchezza. Poi mi sono ricordato chi sono io, di come ‘sta tendenza l’ho sempre avuta, concludendone che – insomma – non sono invecchiato: sono sempre stato vecchio.

Quindi chissenefrega del compleanno. Lo festeggerò andando ad accompagnarli al bus, che li porterà ad Atene, per poi volare a Zurigo, facendomi un bel pianto di commozione. Ieri, però, ho mantenuto una promessa che gli avevo fatto: per sdebitarmi delle tante cene afgane che nel tempo mi avevano offerto, l’ultima loro sera a Ioannina avrei cucinato qualcosa d’italiano. Ho fatto la carbonara vegetariana:

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Con questa partenza si è chiuso un capitolo. Quella dell’assistenza umanitaria a persone che sarebbero andate in altri Paesi. Le 3200 persone che sono oggi in Epiro non hanno diritto ad andare in altri Paesi europei: sono costretti a rimanere qui in Grecia (se sono fortunate e la loro richiesta d’asilo viene accettata). Tante cose sono cambiate.

E quindi come sto? L’anno scorso, per il mio compleanno, avevo scritto un post molto pensato, in cui raccontavo delle riflessioni che avevo maturato negli ultimi anni, della mia vita. Quest’anno di riflessioni non ne ho molte di più. Se devo rispondere alla domanda, come sto?, direi che sono stanco. Non stanco felice, stanco stressato.

Principalmente perché, per far sopravvivere Second Tree mantenendo la propria capacità di determinare come vogliamo aiutare, è tutta questione di soldi. Ovviamente, non dico nulla di rivoluzionario, è una considerazione così banale, quasi populista. Non è una cosa che stupisce, ma è una cosa che consuma: la qualità del proprio lavoro non c’entra nulla. Quante donazioni riceviamo (a proposito, se volete farmi un regalo, qui c’è la pagina delle donazioni), specie quelle grandi da enti o istituzioni, non dipende in alcun modo dall’impatto di quello che facciamo, o dalla qualità con cui lo facciamo, ma – se siamo fortunati – dalla bellezza della foto che l’accompagna, e – se siamo sfortunati – da cosa siamo disposti a fare per ottenerla.

Non dico nulla di nuovo, eh? Lo so. La cosa che stressa, però, è decidere quanto tempo – e riserve emotive – dedicargli. Second Tree non è stata creata a tavolino, ci siamo incontrati come volontarî  in un campo profughi, ci siamo riconosciuti come persone che hanno lo stesso obiettivo e sono abbastanza dediti a quell’obiettivo da darsi uno standard rigoroso di efficienza. Non abbiamo deciso: “tu fai strategia, tu fai le distribuzioni, tu scrivi i budget”. Siamo stati solo fortunati che tutti avevamo delle qualità complementari. Ma, ovviamente, ci sono dei buchi: non siamo esperti di fundraising o comunicazione.

E quindi tocca a qualcuno farlo. C’è sempre una tensione: cosa sono disposto a fare, eticamente, per fare sì che Second Tree stia in piedi. Ma anche, cosa sono disposto a sacrificare, umanamente. Andare a cena da Fatima ieri è stato il miglior uso del mio tempo? Probabilmente no. Certo, c’è un valore nell’essere vicini alla comunità con la quale lavoriamo, e un enorme valore nel rapporto che abbiamo costruito con loro negli anni, ma – se devo essere onesto – questa è fondamentalmente una spiegazione autocompiaciuta e autogiustificatoria. Se ieri sera avessi speso quelle tre ore scrivendo un progetto e presentandolo avrei contribuito al benessere potenziale di quelle persone molto più che cucinando e mangiando con loro. Ma cucinare e mangiare con loro mi fa stare bene.

Questa è la tensione che consuma. Scegliere quanto consumarsi. È facile dire “per aiutare gli altri devi prima aiutare te stesso”, ma cosa vuol dire aiutare gli altri?

Grandi domande, risposte banali. Continuo a pensare, come ho scritto l’anno scorso, di essere un privilegiato. Posso almeno avere la speranza di essere soddisfatto di quello che faccio ogni giorno. Tante persone non hanno neppure quella speranza. Però, certo, se la domanda è: sono soddisfatto? La risposta è probabilmente, “no”.

O, paradossalmente, sono soddisfatto quando vedo com’era Fatima tre anni fa e com’è ora. Se lo vedo coi miei occhi. Che è precisamente quello che ho appena detto non dovrebbe essere ciò che mi motiva e ciò che pratico quotidianamente. Eppure:

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Auguri Fatima, Nabi, Mehdi, Ali, Sakine. È il mio compleanno, ma è la vostra festa, e di tutte le persone che erano qui, quel 15 aprile del 2016, e ora sono sparse per l’Europa.

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Pantani e il prato di aghi sotto al cielo

14 February 2019, 17:45 | Bellezza in biciclette, Ogni me è politico | «Commenti: 0»

Pantani a VissaniOggi sono 15 anni che è morto Pantani, e quindi mi obbligo a raccontare una cosa che mi è successo qualche settimana fa, e che mi ha colpito molto.

Per traversie che non sto a raccontare, mi sono ritrovato nel paesino greco di Vissani, in cima alle montagne dell’Epiro, al confine con l’Albania e con la totale ruralità.

Wikipedia dice che Vissani ha 424 abitanti. Ben uno di questi è italiano, la signora Alessandra, che è mezza lombarda e mezza triestina e ha sposato un greco. Conosco il figlio, che lavora con i profughi anche lui, ed è un bravo ragazzo.

All’entrata del paesino di Vissani c’è una taverna, l’unica, che non è gestita da Vissani, ma dalla signora Alessandra. Ci ha seduti accanto al caminetto e ci ha offerto della “pastasciutta” – dove altro potrei trovare in Grecia qualcuno che dice pastasciutta? Io l’ho rifiutata perché, le ho detto, sarei tornato in Italia qualche giorno dopo per Natale; a quel punto, quasi come si fosse ricordata in quel momento che fossi italiano anche io, mi ha detto «vieni».

E mi ha portato in questo angolo della taverna, in cui sopra alle mensole che ospitano gli Amaretti di Saronno e i Campari c’è una cornice con una foto di Pantani. «Me l’hanno portata i suoi genitori, un anno dopo, perché erano qui quando è morto». Io sono sobbalzato. «Come erano qui?». «Sissì, Pantani è venuto qui anche lui, a caccia con i suoi genitori. Venivano con il camper da casa loro, per rilassarsi». Volevo farle altre domande, ma non sapevo che domande farle. Quando le ho chiesto che tipo era, Alessandra mi dice «non lo so, lui non parlava molto», dimostrando che in fondo lo sa, senza neanche sapere di saperlo, che tipo era.

E allora sono andato a vedere tutti gli articoli del giorno che è morto, e c’è scritto che i genitori stavano rientrando dalla Grecia dove erano in vacanza. E io, nel retro del mio cervello, ce l’avevo anche questa nozione che i genitori di Pantani fossero in Grecia quando lui era morto, ma chissà, li immaginavo da qualche parte al mare, del resto Cesenatico, gente di mare.

E invece venivano qui. Nell’Epiro. In un paesino nel nulla delle montagne della regione in cui vivo, a 45 minuti da dove abito, e a molto più tempo da qualunque altra cosa che avrei collegato a Pantani. Mi sono messo a rileggere tutti gli articoli che raccontavano di come anche lui, dopo un paio di fatti sventurati che tutti conosciamo, aveva cominciato anche lui a venire con i genitori in Grecia, e io ora so dove.

E così mi sono sentito un po’ La storia siamo noi.

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Buon San Valentino, ma non a voi

14 February 2019, 11:23 | Il Male curabile | «Commenti: 0»

3 su 5

L’unica tradizione di questo blog, come ogni anno, il post di San Valentino. Che vale ancora di più, ora che lavoro con persone che vengono da Paesi dove l’amore è messo al bando, da matrimonî combinati o leggi assurde.

Tanti auguri.

Agli unici innamorati al mondo che non possono permettersi di non sopportare questa festa. Che non hanno il diritto di sogghignare dei lucchetti a Ponte Milvio o farsi venire l’urticaria per le strade tappezzate di cuori di peluche rossi. Di ridere delle scritte per terra, o di considerare kitsch le scatole di cioccolatini a forma di cuore.

In Arabia Saudita, e in tanti altri posti del mondo, festeggiare San Valentino è vietato dalla legge. Ti viene a prendere la polizia per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Non è una parodia, si chiama veramente così. Perché amarsi è un’idea occidentale.

A tutti coloro per i quali volersi bene è – necessariamente – un atto rivoluzionario, a loro, buon San Valentino.

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Piccole grandi soddisfazioni

16 April 2018, 16:40 | Katsika | «Commenti: 4»

Marco è un uno dei volontarî che era stato a Katsikas e che, poi, era tornato in Grecia per dare una mano a Second Tree nei primi, importantissimi, sei mesi di vita. Dopo aver lasciato la Grecia, ha cominciato un master in Olanda, per il quale ha deciso – non poteva stare lontano per tanto tempo! – di fare una tesi di ricerca sull’integrazione dei profughi nei Paesi scandinavi.

Così è andato in Svezia e in Finlandia, dove molte delle persone che erano nel campo di Katsikas sono state rilocate, ed è passato a visitare tutti, facendo interviste per la sua ricerca e chiacchiere sulle loro vite, ora. Il giorno che è ripartito ha scritto a me, e a un gruppo di volontari di lunga data, questo stupendo messaggio. Con il suo consenso l’ho tradotto e lo pubblico qui sotto:


Ciao habibati! Attenzione: questo è un messaggio lungo, ma positivo. Prendetevi il vostro tempo per leggerlo.

Come molti di voi sanno, attualmente sono in Svezia a fare un progetto di ricerca sulle persone di Katsikas e ho incontrato molti dei nostri vecchi amici di “Katsikas prima generazione”. Sto per tornare in Olanda ora e, prima di essere risucchiato nel processo di scrittura della tesi e dimenticarmene, voglio condividere con voi alcuni pensieri sugli effetti del lavoro che abbiamo fatto assieme a queste persone, specialmente per coloro che non hanno avuto la possibilità di incontrare la gente di Katsikas dopo che ha lasciato la Grecia.

Marco


Marco distribuisce fette di torta ai tavoli di famiglie afgane e greche in uno dei nostri eventi del progetto di gemellaggio

Ho fatto molte interviste e conversazioni con i nostri amici, e una cosa che tutti sembrano condividere è un intenso sentimento di gratitudine nei nostri confronti. Di volta in volta, i vostri nomi sono venuti fuori durante le conversazioni e le interviste; molti dei nostri amici mi hanno detto spontaneamente quanto il lavoro dei volontari fosse stato importante per loro. Per usare le parole di Afaf e Aead, “i volontari hanno reso le nostre vite migliori”. Penso di non aver pienamente compreso l’impatto del nostro lavoro, quanto i nostri sforzi abbiano aiutato le persone di Katsikas in un frangente che alcuni hanno definito come il momento peggiore della loro vita. Non l’ho capito finché non li ho sentiti parlare di quel periodo in retrospettiva.

Ma oltre alla gratitudine c’è dell’altro, e riguarda ciò che resta del nostro lavoro ora che queste persone sono sparse per l’Europa e stanno costruendo una nuova vita per se stesse. Il team di Second Tree ricorderà bene quelle lezioni di inglese semi-improvvisate che tenevamo a Exohi. Bene, qui in Svezia sto assistendo in prima persona a come il poco inglese che siamo riusciti a trasferire nelle teste dei nostri amici li sta aiutando ad andare avanti. In un nuovo Paese in cui devono imparare ancora un’altra lingua per sopravvivere, essere in grado di comunicare almeno con un inglese di base significa molto. Coloro che hanno fatto amicizie svedesi spesso parlano con loro in un mix di svedese e inglese. Inoltre, l’inglese aiuta le persone a imparare lo svedese più velocemente a causa delle somiglianze tra le due lingue e inoltre aiuta anche a studiare, a comunicare con gli insegnanti a scuola e a parlare con lo staff dei comuni in cui vivono quando i traduttori non sono disponibili. Una delle ragazze di Ghazi mi ha detto che ha fatto amicizia con una ragazza svedese a scuola perché possono parlare inglese assieme. Anche Habibi.Works è ricordato con grande affetto, specialmente dagli scout.

Quindi, se vi scoprite a chiedervi se il vostro lavoro ha avuto un qualche impatto a lungo termine per le persone che abbiamo cercato di aiutare, posso rassicurarvi che è successo. Forse non quanto volevamo o speravamo – del resto non sarà mai abbastanza fino a che non saranno loro garantiti gli stessi diritti e le stesse opportunità di cui godiamo noi – ma sicuramente ha lasciato un segno.

Spero che queste parole vi diano la fiducia per continuare il vostro lavoro, specialmente a quelli di noi che stanno ancora affrontando lo stress di lavorare sul campo.

Sentitevi liberi di condividere questo messaggio con quelli che ho dimenticato di includere. Grandi abbracci a tutti voi da Malmö.

Un messaggio che riscalda l’animo ma soprattutto inorgoglisce.

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Nel mezzo del cammin

25 March 2018, 11:16 | Ogni me è politico | «Commenti: 9»

Oggi ho 35 anni. Quando ho aperto questo blog ne avevo 25, e stavo per partire come volontario nei campi profughi della Palestina. Ora sono in Grecia, dove ho creato e dirigo una piccola ONG che si occupa di costruire un presente e un futuro migliore ai profughi qui. A leggerla così sembrano due fotografie di un percorso coerente e deciso, e invece no. In mezzo c’è di tutto. In questi dieci anni ho fatto tante cose (ne ho fatte anche troppe poche), ho incontrato molte belle persone (e qualche stronzo), ho cambiato un sacco di idee, ho scelto abbastanza ma avrei preferito scegliere di più, mi sono fatto domande. Ho pensato molto. In generale, sono stato molto fortunato.

È difficile fare un bilancio senza sopravvalutare il presente. Tutto viene inevitabilmente misurato e prende una piega a confronto con l’oggi: sono più o meno felice di dieci anni fa? E di cinque? E di due? (meno, boh, più). Sono più realizzato? Mi sono capito? Ho trovato la mia strada? (forse, penso di sì, macché). Sono diventato più bravo? Più forte? Più buono? (dipende, no, sicuramente). Se il me di dieci anni fa mi vedesse cosa penserebbe di me? Cosa cambierebbe del percorso fatto? Accetterebbe di diventare quello che sono ora? (non capirebbe, poco ma significativo, mi sa di no).

Una cosa che ho capito, e mi ci è voluto molto tempo, è che – 1) ciò che sei bravo a fare; 2) cioè che ti piace fare; e 3) ciò che è giusto fare – sono cose diverse. Solo alcuni di noi hanno la fortuna, e il privilegio, che almeno due di queste cose coincidano. Gli altri devono faticare d’insoddisfazione, fare un po’ e un po’, barcamenarsi fra l’uno e l’altro, tirare a indovinare. E alla fine fare una scelta. Io ho capito – ci ho messo molto, ma l’ho capito; lentamente e grazie all’influenza di alcune persone importanti della mia vita, una in particolare – che l’unica cosa che davvero vale la pena è la terza: fare ciò che si ritiene giusto, provare ad aiutare chi è vulnerabile. Almeno così è per me.

25dantenellaselvaoscuradorgallerycassell1890_zpsd5fc4f3bProbabilmente alcuni saranno stupiti nel leggere queste considerazioni: non pensi di essere bravo in quello che fai? E, soprattutto, non ti piace? Quanto all’essere bravo, boh, penso di cavarmela. Penso che con un minimo di attenzione e un po’ di voglia di imparare si possa fare decentemente qualsiasi cosa. Ma, di certo, non direi che districarmi nella politica delle ONG è il mio talento. Quanto al piacermi del mio quotidiano, beh, obiettivamente no. Non mi sveglio con la gioia di vivere la giornata che verrà, ma questo dipende anche dal fatto che quello che faccio è molto cambiato da quando abbiamo cominciato Second Tree.

Avevo già raccontato come è andata: dopo aver lavorato per quasi un anno a Katsikas come volontarî indipendenti, assieme ai migliori fra i ragazzi coi quali avevo collaborato nel campo, abbiamo capito che la maniera per diventare più efficaci nel nostro sforzo d’aiuto era – anche in questo caso grazie al casuale incontro con le persone giuste – creare un’organizzazione locale. Era il modo per mantenere un notevole livello d’indipendenza e di autodeterminazione del proprio lavoro e dei proprî principî, ma al tempo stesso essere presi più seriamente dalle organizzazioni internazionali e dallo Stato greco. Per diverse ragioni più o meno incidentali abbiamo deciso che fossi io a coordinare l’organizzazione.

E così è oltre un anno che il mio lavoro non è più stare a contatto con le persone, gestire i piccoli conflitti quotidiani, prendermi cura direttamente. No, la mia giornata tipo è raccontata molto di più dal rispondere a email, partecipare a meeting, incontrare questo o quella per un caffè, scrivere un budget, andare in giro a cercare fondi. Soprattutto cercare fondi. Sì, nei fatti, l’80% di quello che faccio è una qualche forma di chiedere soldi o pensare a come ottenerli (e mi conoscete: l’ho detto che non sono tanto bravo a fare quel che faccio!). Ovviamente posso partecipare alle attività che facciamo: vado a molti degli eventi del nostro programma d’integrazione, ogni tanto assisto alle nostre classi di lingua, delle volte rinuncio al mio unico giorno libero per passare la giornata in una delle escursioni che facciamo coi nostri ragazzi: e in generale tutti sanno – e spesso succede – che possono rivolgersi a me se c’è un problema. Tutti mi conoscono per nome, ma io non conosco più per nome tutte le persone che vivono nei cinque campi in cui lavoriamo. È una differenza significativa e che ferisce la parte più narcisista di me: quella che vuole “sentire” di fare la cosa giusta, più che farla.

Anche questo è cambiato: ho imparato a tenere a bada quella parte di me. So che quello che faccio è importante, che parlare con il ministero per avere accesso a un campo o raccogliere fondi per cominciare un’altra attività, è semplicemente fondamentale e influenza il bene che possiamo fare molto più che il mio piccolo gesto di testimonianza, e se – per varie ragioni – ha più senso che lo faccia io, è giusto che lo faccia io. Non so cosa mi riserverà il futuro: se mi chiedessero “sarai ancora in Grecia a lavorare con i profughi fra due anni?”, risponderei “molto probabilmente no”, ma del resto se mi avessero fatto la stessa domanda due anni fa, avrei dato la stessa risposta, e invece eccomi qui. Certo, life-is-what-happens-to-you-while-you-are-busy-making-other-plans, ma l’aver creato qualcosa che dà compimento a ciò che pensi sia giusto fare è inevitabilmente difficile da lasciare. Mi verrebbe da usare l’abusata metafora del figlio.

Insomma, è questo che voglio dire quando dico che mi sento molto fortunato: e quando lo dico non intendo (soltanto) rispetto all’essere nato e morto di fame in un Paese dell’Africa centrale, penso davvero di essere fortunato rispetto alla larga maggioranza delle persone. Ogni volta che mi guardo indietro mi ritrovo a essere contento: lavoro quotidianamente per qualcosa in cui credo molto, e che investe di significato la mia vita, e lo faccio con persone che stimo molto che ho scelto e mi hanno scelto. So che in pochi hanno questo privilegio. Il fatto che i piccoli gesti che servono a comporre quel quadro non siano del mio massimo gradimento è, obiettivamente, una minuzia.

 

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Buon San Valentino, ma non a voi

14 February 2018, 11:42 | Il Male curabile | «Commenti: 0»

3 su 5

L’unica tradizione di questo blog, come ogni anno, il post di San Valentino.

Tanti auguri.

Agli unici innamorati al mondo che non possono permettersi di non sopportare questa festa. Che non hanno il diritto di sogghignare dei lucchetti a Ponte Milvio o farsi venire l’urticaria per le strade tappezzate di cuori di peluche rossi. Di ridere delle scritte per terra, o di considerare kitsch le scatole di cioccolatini a forma di cuore.

In Arabia Saudita, e in tanti altri posti del mondo, festeggiare San Valentino è vietato dalla legge. Ti viene a prendere la polizia per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Non è una parodia, si chiama veramente così. Perché amarsi è un’idea occidentale.

A tutti coloro per i quali volersi bene è – necessariamente – un atto rivoluzionario, a loro, buon San Valentino.

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Weinstein e noi

16 October 2017, 22:47 | Moralismo noioso | «Commenti: 0»

Tutte le scelte che facciamo influenzano gli altri. Ogni nostra azione o pensiero espresso contribuisce a modificare l’ambiente nel quale viviamo, noi e gli altri. Per questo è sempre una sciocchezza dire (o indirizzare) un “non sono cazzi miei” (o “tuoi”).

Un produttore che estorce prestazioni sessuali in cambio di favori non è soltanto responsabile del suo singolo comportamento, ma contribuisce a creare un ambiente nel quale questo comportamento è accettato (o, come si sente dire in questi giorni, “capita a tutte”, “è sempre stato così”, etc). Immaginate quale diverso genere di reazione si avrebbe se l’accusa fosse di rapimento: nessuno suggerirebbe che “è un comportamento vecchio come il mondo” (quando, nei fatti, lo è: ne è piena la mitologia). E, proprio per questo, immaginate quanto più agevole (meno umiliante) sarebbe per la vittima denunciare tale comportamento.

Lo stesso vale per le vittime. Essere vittima di un’ingiustizia non rende i proprî comportamenti eticamente irrilevanti. L’essere una vittima non appiattisce ogni reazione. Ci sono vittime che si comportano in centinaia di modi diversi, e annullare questa differenza, suggerire che tutti (tutte) sono uguali, è un’ulteriore ingiustizia. Le accuse a Harvey Weinstein raccontano un’ampissima gamma di comportamenti deplorevoli, dallo stupro alle molestie, dall’estorsione a sfondo sessuale alla omertosa compravendita delle stesse, dalle minacce di rovinare una carriera al tentativo di estorcere omertà. Raccontano anche un’ampissima gamma di reazioni delle vittime: chi si arrende al ricatto, chi non lo fa, chi soggiace alle minacce, chi si chiude in bagno; a fatto avvenuto c’è chi va immediatamente dalla polizia, chi decide di denunciare dopo vent’anni, verosimilmente ci sono tante altre persone che non trovano il coraggio di denunciare.

SilenceQuesto, ovviamente, non rende la persona meno vittima: quale che sia la reazione di una vittima di un’ingiustizia, quella persona ha diritto – e noi abbiamo il dovere di darlo – al conforto che, giustamente, proviamo per le vittime. E, altrettanto ovviamente, non cancella le circostanze – come lo stupro – nelle quali la vittima non ha alcuno spazio d’azione. Alcune non hanno avuto la possibilità di chiudersi in bagno. Ma la totale privazione dello spazio d’azione non può essere determinata, ipso facto, dallo squilibrio di potere fra le due persone coinvolte.

L’idea che quando esiste una qualunque forma di squilibrio di potere non possa esserci consenso è un’idea assurda. È un’idea che riduce l’umanità a una colonia batterica: assume il peggio da ogni persona e la tratta con sufficienza: «chiunque farebbe lo stesso». Non è vero. Ci sono tante persone – io ne conosco diverse, e sono certo anche voi – che si sono trovate in una situazione simile e hanno sbattuto la porta in faccia al potente di turno e, allo stesso tempo, all’occasione che era stata loro ventilata.

Possiamo dire che una persona che rifiuta tale ricatto e lo denuncia contribuisce a creare un mondo libero da questo sistema di vessazioni più di una persona che vi acquiesce? Certo che lo possiamo dire. Possiamo dire che le persone che hanno deciso di denunciare Weinstein sono più coraggiose e generose di quelle che non l’hanno fatto? Sì. Non tutti i comportamenti sono uguali.

È chiaro: fronteggiare un sopruso, fronteggiare il male, non è una cosa facile. Ma dare per scontato che sia impossibile, che non esiste comportamento virtuoso, che di fronte alle ingiustizie siamo tutti uguali, è la cosa più conservatrice che c’è. E, se ci pensate, è lo stesso cinismo fatalista dell’antitetico e altrettanto in voga: «se vai nella stanza del produttore è colpa tua».

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I veri scafisti siamo noi

4 August 2017, 20:50 | Ogni me è politico | «Commenti: 4»

Partiamo da un concetto semplice: se una persona è disposta a rischiare seriamente la vita facendo una traversata in mare vuol dire che l’alternativa che ha, quella di rimanere dov’è, è peggio che rischiare la vita. Se è disposta a pagare per farlo, vuol dire che l’alternativa è molto peggio. Detto in altre parole, non attraversare il Mediterraneo significa per queste persone una delle due seguenti cose:
– rimanendo nel proprio Paese quelle persone correrebbero un rischio maggiore di essere uccise
– rimanendo nel proprio Paese quelle persone vivrebbero una vita che loro considerano chiaramente peggiore che rischiare la morte

NaufragioNei fatti, ciò che questa preferenza dice è che – contrariamente a quanto suggerirebbe l’intuito – pagare uno scafista per fare la traversata del Mediterraneo permette a chi lo fa di diminuire il rischio di morire o di vivere una vita peggiore della morte. Lo scafista non lucra sulla vita delle persone, lucra sulla possibilità di offrire un futuro migliore a quelle persone. Naturalmente non mi spingo a dire che siano personaggi positivi, perché per la maggior parte sono delinquenti con pochi scrupoli affiliati a piccole o grandi mafie locali.

Ma non è il loro operare a portare più morti, come dimostra il ragionamento. A portare più morti sono le leggi assurde dei Paesi europei che costringono questi esseri umani disperati a rischiare la vita per muoversi da un luogo all’altro del mondo. A portare più morti sono le frontiere chiuse dai nostri Paesi, che sono anche l’unica ragione per la quale gli scafisti esistono: via frontiere chiuse, via scafisti. A portare più morti siamo noi.

E c’è di peggio. La ragione più diffusa per rifiutare di accogliere queste persone è che il migrante venga a sottrarci la nostra ricchezza, sia essa posti di lavoro, sussidî o welfare. Non li accogliamo per la banale ragione che vogliamo tenere per noi quei soldi, e questo vuol dire – matematicamente – uccidere più persone. Più chiaro di così. Quelli che lucrano sulla morte delle persone non sono gli scafisti. Quelli che lucrano sulla morte delle persone siamo noi.

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Second Tree

10 July 2017, 10:41 | Katsika | «Commenti: 3»

Second Tree

È da tanto tempo che manco di aggiornare su cosa mi sta succedendo qui, su quali siano i miei progetti, su cosa mi tiene occupate le giornate. Beh, la risposta a tutte queste domande è una, Second Tree.

Ora, i più affezionati lettori avranno già identificato l’origine del nome, sì, quel proverbio che mi piace tanto:

Il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa; il secondo miglior momento è ora.

Second Tree LogoLa storia è questa: lo scorso novembre, con tutto quello che era successo a Katsika, assieme ad altri volontarî indipendenti che avevano lavorato nel campo, abbiamo deciso che il miglior modo per continuare il nostro lavoro era creare una ONG greca. Così abbiamo creato Second Tree.

Al momento siamo attivi nell’area urbana di Ioannina, dove continuiamo il lavoro iniziato a Katsika e aiutiamo i profughi che sono in campi, appartamenti o alberghi con programmi di assistenza, educativi e di integrazione. Una cosa della quale siamo particolarmente orgogliosi è che alcuni profughi che erano a Katsika, ora ci aiutano come volontarî: è un messaggio molto positivo che le persone che sono state aiutate in passato, ora hanno voglia di aiutare le nuove generazioni di profughi che si trovano nelle condizioni nelle quali loro erano.

Il campo di Katsika è ancora chiuso, e mentre aspettiamo che riapra, stiamo lavorando in diverse aree. In collaborazione con altre ONG, distribuiamo pannolini, salviette per bambini e kit igienici per garantire standard igienico-sanitari accettabili per adulti e bambini.

Grazie alle donazioni lasciateci da volontarî che erano stati a Katsika, abbiamo fornito l’accesso a cure oculistiche e dentistiche a 200 persone che dal campo erano state spostate in alberghi prima di essere nuovamente spostate. Abbiamo organizzato appuntamenti dal dentista e dall’ottico coprendo interamente i costi delle visite, delle operazioni, degli occhiali e del trasporto. In questo momento stiamo raccogliendo fondi per estendere il programma del dentista ad altre comunità di profughi che vivono a Ioannina (sia di Katsika che di altri campi) dato che al momento nessun’altra organizzazione fornisce questi servizî.

Abbiamo offerto lezioni di inglese per adulti, per uomini donne e bambini, nell’hotel Exohi da gennaio a giugno, quando questo ha chiuso abbiamo cominciato a dare le stesse lezioni nel Community Centre a Ioannina, e successivamente abbiamo cominciato a dare lezioni d’inglese nel nuovo campo di Agia Eleni. Abbiamo inoltre collaborato con altre ONG e offerto il trasporto per attività ricreative, come il cinema e il parco giochi per i bambini, e accompagniamo gli scout nelle loro escursioni. Proprio lo scorso fine settimana c’è stato un passaggio di testimone, abbiamo assistito gli scout di Katsika nel cominciare un nuovo gruppo di scout ad Agia Eleni che continueremo a supportare nelle settimane a venire.

Infine, stiamo portando avanti il Refugee Twinning Project (progetto di gemellaggio per profughi), un programma di integrazione che abbina famiglie di profughi con persone greche per incoraggiare legami di amicizia e solidarietà. Il progetto è indirizzato ai profughi che hanno fatto richiesta di asilo in Grecia, e dà loro l’opportunità di incontrare persone nuove e di adeguarsi più facilmente alla loro nuova vita qui. Abbiamo già gemellato sette famiglie afgane alle loro controparti greche e ora siamo nel pieno del secondo giro, al quale partecipano siriani e greci. È un programma di cui sono molto orgoglioso perché mira davvero all’integrazione delle persone.

Insomma, siamo piccoli ma facciamo già tante cose belle.

Ah, Second Tree ha anche un sito e una pagina Facebook.

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Per chi suona la campana

30 May 2017, 10:32 | Katsika | «Commenti: 2»

WhatsApp Image 2017-05-25 at 00.45.04Ieri ho postato su Facebook questa foto, ho scritto: “L’unica persona che conosco che riesce a portare sulle spalle il mio peso e quello del mondo (non so quale dei due sia più pesante!) mantenendo il sorriso. Buona fortuna Maestro Firas, per la tua nuova vita”. Firas è partito per Atene, dove starà un mese prima di prendere un volo per la Svezia, il suo Paese di destinazione.

È quello che sta succedendo in questi giorni a molti siriani che sono arrivati qui in Grecia prima del 20 marzo del 2016, quando l’accordo fra la Turchia e l’Europa è entrato in vigore. Gli afgani e le persone arrivate dopo quella data non hanno questo diritto e devono chiedere asilo in Grecia. Ma, almeno per i siriani che erano a Katsika, qualcosa si muove. Molti di loro hanno ricevuto la loro chiamata e altri la riceveranno nelle prossime settimane, dopo 15 mesi in uno stato di perenne attesa. Chi invece ha un parente di primo grado in Europa (figlio minorenne, marito o moglie), per la gran parte in Germania, e ha fatto domanda per il ricongiungimento familiare dovrà aspettare ancora moltissimo. È di pochi giorni fa la notizia che la Germania accetterà soltanto 70 persone al mese per i prossimi anni per il ricongiungimento familiare, a questo ritmo dovranno aspettare anche tre anni prima di tornare a vivere con le persone cui vogliono bene. Provate a immaginare cosa vuol dire essere separati dalle persone che si amano per più di quattro anni.

Almeno per le persone come Firas, però, questa lunga attesa – che è come una drammatica e del tutto casuale chiamata alle armi, per chi suona la campana – sta arrivando al termine, e questa è una bella notizia. Firas era il direttore della scuola del campo di Katsika, un’esperienza molto importante che ha dato a tutti i bambini che erano nel campo la possibilità di continuare con la loro educazione quando, per tanti mesi, non c’era alcun supporto dalle grandi organizzazioni o dallo Stato greco. Firas era quello che si svegliava la mattina e andava a suonare la campana della scuola per il campo. Firas era la persona che organizzava gli incontri con gli insegnanti, molti volontarî ma soprattutto molti abitanti del campo, che provavano a dare un po’ di normalità a quei bambini. Firas era l’anima di quella scuola. Più di tutto il resto, Firas è ormai un amico.

Non ho mai visto Firas triste. L’ho visto sorridere, come scrivevo. L’ho visto arrabbiato, qualche volta; l’ho visto scherzare, giocare, prendersi in giro. Ma no, non l’ho visto mai triste, nonostante tutto, nonostante mesi e mesi di vita in una tenda. E ovviamente non l’ho mai visto piangere, neppure di gioia, quando è nata sua figlia Mary, la sua primogenita, una delle bambine nate nel campo profughi di Katsika. L’ho visto piangere ora, per la prima volta, quando sono andato a salutarlo prima che prendesse il bus per Atene. Gli ho portato la campana della scuola – la si vede in quel sacchetto nella foto – che avevo conservato per lui. Quando ha aperto il sacchetto e l’ha vista è scoppiato in lacrime, immagino quanti ricordi gli siano passati davanti. Gli ho promesso che lo andrò a trovare in Svezia e, insieme a Mary, suoneremo quella campana.

p.s. In molti mi hanno chiesto cosa sto facendo io ora che il campo ha chiuso, in questi mesi abbiamo cominciato un piccolo progetto assieme a un gruppo di volontarî che era a Katsika, presto ne scriverò!

 

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