Non il come ma il se

6 August 2007, 9:12 | Alta politica, Èbbene l'ho scritto | Commenti: 0

iMille sono un gruppo di persone convinte che le cose possano cambiare. E che l’unico modo per fare sì che questo accada, è provarci. Fare le cose. Io, con loro, ho fatto qualche cosa per la creazione del Partito Democratico. Oltre ad aver fatto qualcosa, ho anche scritto delle cose:

darfur_01g.jpgNon il come ma il se

Ciò che separa un movimento di ampio respiro da un’aggregazione sindacale è l’interesse per i temi non strettamente associati alle persone facenti parte del gruppo. Per carità è legittimo e giusto avere degli obiettivi per sé, o per chi è più vicino, ma è tanto più onorevole quando a domandare spazio per i giovani non siano giovani, a domandare spazio per le donne non siano donne.

Più volte è stata fatta ai Mille questa obiezione – fate solo i vostri interessi – che, specie se fatta in malafede, è speculare dell’altra per cui eh-ma-questi-giovani-dove-sarebbero.
Tuttavia è stata anche mia l’impressionione che il punto della discussione fosse eccessivamente focalizzato sui nostri interessi. Sicuramente sarebbe più corretto chiamarle necessità, data l’impellenza e il loro carattere, ma stiamo attenti a non rimanere imprigionati in questa logica.
Per riformulare un’espressione oggi invalsa, non bisogna essere dei NIMBY (l’atteggiamento di chi accetta qualunque cosa purché sia fatta lontana dai suoi occhi e dalle sue cose) su alcune questioni, ma su altre, come i diritti, bisogna guardare “not only in my back yard”, oltre il proprio cortile.

In questo senso mi sono sempre chiesto perché sul blog non si fosse mai parlato di politica estera, e con l’andare dei giorni mi son deciso a scriverne qualcosa io, superando il timore che mi aveva trattenuto sinora: di non riconoscermi nei mille.
Quello che mi chiedo è quale sia la nostra posizione nei confronti dei bosniaci (o chiunque altro) mitragliati in fila per il pane. Proprio fisicamente: come ci poniamo?
Bisogna intervenire oppure lasciar perdere perché non sono fatti nostri, espressione che può essere (poco) più nobilmente declinata come “è un’altra cultura”.
Come avrete capito dalla formulazione chi scrive è della prima ipotesi, se per strada vedo qualcuno che viene picchiato accorro a difenderlo, poi magari ci prendo tante botte, ma è più forte di me.
I mille prendono le botte o si voltano dall’altra parte?

Parlo di un approccio culturale più che di contingenze precise: le contingenze precise sono fondamentali ma da trattare dopo essersi chiariti sulle idee. Voglio dire, possiamo non essere d’accordo su un caso specifico – l’Iraq, l’Afghanistan, il Kosovo – ma credo e spero che su di un concetto le idee siano chiare: la pace è un mezzo, non un fine. Un ottimo mezzo, spesso il migliore, ma in talune circostanze un mezzo inefficace per raggiungere il proprio fine: i diritti inalienabili dell’uomo, l’intangibilità della persona, la parità dei sessi (perché sono i nostri obiettivi, vero?).

Ai miei occhi uno degli effetti negativi della guerra in Iraq è stato sentire persone di sinistra usare dei luoghi comuni (e falsi) della destra, se non razzisti, come che qualcuno non sia pronto per la democrazia, o che questa non possa essere esportata, alibi con i quali si è retto per due secoli il colonialismo. Per intendersi: vogliamo lasciare alla destra, alle volte in nome della sicurezza, l’empatia con chi è vessato da una dittatura? Sono Bush, Rumsfeld e Negroponte i beneficiarî di quell’inestimabile patrimonio della migliore sinistra, dai fratelli Rosselli a Clinton, che è la lotta per la democrazia?

Qualunque “ma allora perché non anche qui?” è bene accetto, purché sia letteralmente un argomento, e non un malinteso pretesto per dire “né qui né lì”. Non c’è bisogno di benaltristi, ma di gente incazzata per il Rwanda o il Darfur.

Io, per me, dico che se i mille sono quelli che fanno le cose, sono anche quelli che non possono essere neutrali. Anche perché – non so se avete visto No man’s land, se non l’avete fatto, fatelo – come si dice in quel bel film: «Neutrality does not exist in the face of murder. Doing nothing to stop it is, in fact, choosing. It is not being neutral».
Quanto per me?

PS: avevo scrivacchiato una cosa lunga e noiosa sull’Iraq che qui c’entra poco, sia come spazio che come argomento: chi avesse santa pazienza e molto stupore la trova qui

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