Oggi, in Olanda, è uscito il quarto libro della più grande eroina di questo nuovo millennio. IL 15 maggio uscirà in America e su Amazon. Christopher Hitchens, uno che ci capisce, l’ha commentato in anteprima così:
Per me le tre parole più belle nell’emergente lingua della resistenza secolare contro la tirannia sono Ayaan Hirsi Ali.
Uno dei problemi più seri che abbiamo oggi in Italia è la massiccia presenza di leghisti, riconoscerlo non significa essere razzisti.
Si stima che siano oltre tre milioni i leghisti presenti sul territorio nazionale, concentrati soprattutto nelle aree industriali del nord, e il loro numero è in continuo aumento. È innegabile che la convivenza di questa gente col resto della popolazione non sia una cosa semplice; le incomprensioni linguistiche, le barriere culturali, le differenze di valori, idee e abitudini producono inevitabili attriti che sarebbe sbagliato minimizzare. Anche l’aspetto del leghista, con quel suo modo di vestire che a noi può sembrare zotico e i tratti somatici un po’ scimmieschi, ci porta istintivamente a vederlo con diffidenza, come una specie di barbaro arrivato da chissà dove, che con la sua semplice presenza minaccia di distruggere l’ordine sociale così faticosamente raggiunto. Certamente l’integrazione dei leghisti è un processo lento e faticoso, non è gente abituata a vivere in zone urbane densamente popolate, ciononostante deve restare l’obiettivo primario di ogni politica responsabile e razionale, sia essa di destra o di sinistra.
Matteo Bordone ha scritto un commento esemplare alla demagogia della vignetta reazionaria che ho messo qui in fondo. Me lo sarei perso se non fosse stato per Scialocco: così la riporto qua, ché non dovete perderla neanche voi.
Mauro Biani, quante altre volte vuoi prendere dei bambini morti sotto le bombe, degli africani coi vermi nella pancia, delle adolescenti infibulate per costruire contrasti sarcastici con ministri, capi di stato, vip? Perché è chiaro che non te ne frega niente di loro, né ti interessa quello che pensi tu, quanto sia ridicolo tu stesso, quanto facciamo pena noi tutti, cioè quello di cui si dovrebbe occupare la satira: mettere in crisi, sbilanciare, smuovere il pavimento sotto i piedi. Quello che ti preme è quanto fanno schifo loro, i cattivi, gli altri, che non pensano, mentre si preoccupano della loro misera e vacua esistenza, di chi sta male nei suddelmondo: usi i miserabili per produrre sfottò nei confronti dei ricchi, che irrobustisce il pavimento sotto i piedi di chi legge. È consolatorio, come tutte le retoriche di destra.
Chissà quanti bambini etiopi si possono salvare vendendo la tavoletta grafica che usi per disegnarli, e il computer, e il monitor, e il server su cui girano le tue vignette. Tantissimi, sai?
Eppure nessuno fa delle vignette su di te che, colla tua Wacom, condanni alla morte per diarrea il piccolo bambino nero con le mosche in faccia, per il gusto narcisistico di disegnare. E sai perché non lo fa? Perché non ha nessun senso. Non fa ridere, non fa riflettere, non mette in crisi chi legge né chi scrive. È solo una banalità retorica e tronfia, offensiva e carica di quell’aria di chi la sa lunga tipica di chi nemmeno prova a informarsi. È sfottò, insomma: è Valerio Staffelli. Con la differenza che Staffelli non usa i bambini moribondi africani per distribuire il suo populismo ai VIP. Tu sì, tu ti abbassi fin lì.
Pubblichi da anni la stessa roba su questo sito, rendendolo spesso peloso e pesante e fastiodioso, evidentemente nessuno ti dice niente a riguardo. Io non ho niente di personale, niente contro di te Mauro Biani, ma sappi che quello che fai è intellettualmente disonesto, nonché retrogrado e del tutto privo di coraggio.
Poi fai quello che vuoi. La riserva dei moribondi non si esaurisce mai, quindi se vuoi puoi anche continuare in eterno.
Cordialità
Matteo Bordone
Quink è un sito messo in piedi da dei ragazzi pugliesi, alcuni dei quali ho avuto modo di conoscere, davvero simpatici. Non soltanto fanno ridere, ma hanno una competenza – con la grafica e con i video – che dà ottimi risultati anche con le idee più semplici. Se gli andate a dare un’occhiata, qualche mattina, magari vi capita di iniziare la giornata con qualche risata.
Sono entrato nell’account che avevo creato per Paolo, radiocontromano@gmail.com, e ho visto quanta roba gli è stata mandata in questi giorni! Ho visto anche che quasi tutte le email erano segnate come lette, e ciò significa che Paolo l’ha anche iniziate a scaricare e ascoltarsele.
L’ho anche sentito, brevemente, e mi ha detto che c’è un altro rischio, ora: che Paolo non torni indietro per stanchezza, ma per abbracciare ciascuno di coloro che gli hanno mandato dei raccontini, delle barzellette, delle filastrocche, e chissà cos’altro.
Ho anche dato un’occhiata alle prime che erano arrivate, e accidenti – che bello! Io avevo evitato di suggerire canzoni, un po’ perché sono meno personali, e un po’ perché – per motivi di sicurezza in strada – è meglio che Paolo usi sempre soltanto una cuffia.
Però, accidenti, anche quelli che hanno mandato delle canzoni, che bravi!
Le prime tre cose che sono arrivate erano due dei Sigur Ros – il mio gruppo straniero preferito – e di De Gregori – il mio cantante italiano preferito. Sembra fatto apposta! Di De Gregori Compagni di Viaggio, che tutti-certamente-sapranno-da-una-vita – questa la capiscono in due! – essere una specie di cover di Simple twist of fate. E poi i Sigur Ros.
Io sono uno strano, su ‘sta cosa. Io i concerti non li sopporto. Mi annoio: vedo ‘sta gente che canta, anche se mi piace, e mi domando «ma scusa, lo potevo sentire a casa senza tutto ‘sto casino?». E poi ai concerti si ascolta e basta, mentre io – con la musica – devo sempre fare qualcos’altro. Ecco, l’eccezione sono i Sigur Ros: son stato a tre concerti, e mi son piaciuti tutti (su un concerto in particolare, quello di Ferrara, ci sarebbe un sacco da raccontare).
Dei Sigur Ros non parlo più per quella specie di sciocco sentimento di rivalsa che dice: «l’ho scoperti prima io!». Poi, certo, c’è sempre uno che l’ha scoperti prima di te, ma io ricordo una delle prime estati degli anni 2000 andare in giro al mare a chiedere se la gente conosceva i Sigur Ros: così, per divertirsi, e un po’ per scommessa con un amico… che, alla fine, almenouno l’avrei trovato! Perché io c’ho un’altra fisima, non so perché, la prima volta che ascolto un disco non mi piace mai. Lo devo riascoltare e riascoltare, mi deve entrare nella testa e nel tempo, e allora mi piace. Agaetis byrjun è stato l’unico album che non ha seguito la trafila: al primo ascolto mi è subito piaciuto, mi ha folgorato. Così son stato tutta l’estate ad andare in giro a chiedere alla gente se conosceva i Sigur Ros, avrò chiesto a centinaia di persone, le fermavo per strada e chiedevo loro «non è che conosci i Sigur Ros?» no? «Male!». Di tutte le centinaia di persone soltanto una, mi ricordo che si chiamava Francesco: mi consigliò, allora, Finally we are no one dei Mùm. Ora i Sigur Ros li conoscono tutti – li copiano anche a Sanremo – son contento, e quindi non ne parlo più.
Oddio, una volta ne parlai: quando feci ai miei bambini in Palestina la lezione su Hoppipolla – proprio la canzone mandata a Paolo – con tanto di visita all’ospizio, e visione del video. Fu una bella giornata, quella. Una delle poche speranzose.
Vabbè, insomma, ho parlato di tutt’altro: era per ricordarvi – e ricordarlo a me – di continuare a mandare registrazioni, ché Cambridge è ancora lontana – ma ogni giorno un po’ meno.
Ushahidi è un aggeggio creato nel 2007 in Kenya per raccogliere tutte le informazioni possibili dai testimoni oculari sulle violenze perpetrate nell’area a seguito delle contestate elezioni presidenziali di quell’anno. Da quell’esperienza il software è stato usato in varie altre occasioni, e ora è un vero raccoglitore – ufficiale e finanziato anche dall’ONU – di tutte le segnalazioni provenienti dagli sms, dalle telefonate, da internet, dalle mail, da Twitter, dalle televisioni, etc. di emergenze di vario tipo ad Haiti nel post terremoto.
Qui, ad esempio, vedete la mamma delle necessità o delle offerte di soccorso – rifugi, ospedali da campo, servizî sanitarî, etc – anche purtroppo di situazioni infami – cadaveri da rimuovere, incendî, saccheggi, infarti – intorno alla capitale Port-au-Prince (ma la mappa si può allargare). Qui ciascun report in cui sono state espresse richieste d’aiuto. Questo strumento di mappatura è diventato un dispositivo fondamentale nel tentativo di dare una risposta e un’alleviamento alle sofferenze a cui sono purtroppo sottoposti gli abitanti dell’isola caraibica dopo il terribile terremoto. Ushahidi è diventato uno strumento pressoché insostituibile che permette un miglior coordinamento, e un vitale risparmio di tempo, per tutti i tipi di soccorso.
Non so, magari fa soltanto effetto per la necessità di ognuno di noi di riscattare le proprie coscienze dal non stare facendo nulla o abbastanza, ma cliccare sulla mappa il tasto dei soccorsi offerti e vedere comparire tutti questi punti dove ci sono distribuzioni gratuite d’acqua o di cibo, di prestazioni mediche o rifugi per la notte, beh, commuove.
Il tutto assolutamente inimmaginabile solo 15 anni fa. Poi dice il Nobel per la pace a internet.
Allora, c’è una brutta notizia e una bella notizia.
La brutta notizia è che Paolo, quello scemo che cammina e cammina dall’Umbria all’Inghilterra, sta attraversando un brutto periodo, è scoraggiato e ha quasi in mente di mollare. È arrivato in Francia e lì non ci sono paesaggi, non ci sono bar, vede solo a due metri dalla propria tuta in cui è imbacuccato e nebbia, pioggia, e nessuna faccia amica. Sente il rumore del suo respiro e quello dei camion. Come dice lui, non c’è neanche un prete con cui chiacchierar.
Sarà pure scemo, ma pensa anche cose molto sagge, il nostro Paolo:
Perché se c’è una cosa che questo viaggio non deve diventare, è il sacrificio; in questa certezza c’è tutta la laicità della mia avventura.
Veniamo alla buona notizia. La buona notizia è che noi possiamo fare qualcosa, cioè che faremo qualcosa.
Radio Contromano!
Il primo pensiero di tutti, ovviamente, è quello di dirgli «dài, non mollare». Però poi uno ci pensa, e dice: «sì, ma solo se farlo ti fa stare bene». Quindi tutto quello che possiamo fare noi, per stare dalla parte della sua impresa, è cercare di fare sì che lui stia bene. È vero che il nostro potere – da lontano – è limitatissimo, ma qualcosa possiamo fare.
Paolo ha un iPod, noi abbiamo la nostra voce e tante storie da raccontare. Visto che in queste giornate di pioggia e nebbia l’unica cosa che può fare è ascoltare rumori, noi gli costruiamo la radio. Gli facciamo la colonna sonora delle sue passeggiate. E lui, camminando, ascolta le storie, le barzellette, le lezioni di storia, le prediche, le contumelie (il bello è che lui non può rispondere) le ricette di Suor Germana, i vostri problemi con la fidanzata, gli insulti al bomber della vostra squadra che non segna da 10 partite, oppure raccontargli il libro che state leggendo, il telefilm che seguite, e così via.
Ho creato una casella di posta, radiocontromano@gmail.com a cui ognuno di noi può mandare dei file audio, intanto ho mandato la password a lui. Poi, Paolo ogni mattina si scarica tutte le storie e le voci che ha ricevuto e se li mette sull’iPod, così poi per un pezzo di giornata – magari quando è immerso nella nebbia – ha la nostra brigatesca compagnia.
Io, appena finisco questo post, inizio a registrare il mio primo contributo. E mi impegno a mandargli una registrazione ogni due o tre giorni. Mi raccomando, fatelo anche voi. Io ci tengo davvero.
Coinvolgete anche i vostri amici, i vostri parenti, anche se non seguono direttamente Paolo, scrivetelo sui vostri blog. Insomma, vediamo di spingere Paolo fino a Cambridge.
Magari gli raccontate anche chi siete voi, così – in questo modo strano – conosce un po’ chi sta seguendo la sua avventura. Dopodiché parlate di quello che avete da dire. Se pensate di non avere nulla da dire, ce l’avete. Che tanto, poi, più noiosi della nebbia non potete essere!
Registrate, e cliccate qui sopra:
Un grazie-grazie a Valter e Volpina per il logo espresso.
E io che pensavo che un orso come Emidio avesse la sensibilità di un blocco di tufo!
Devo ricredermi: leggete come racconta dei suoi primi passi come convertente ai – poi convertito al di fuori dei – Testimoni di Geova. Abboccato al romanticismo della dichiarazione finale, aggiungerò una cosa che – qualcuno dirà – non mi spetta: se al suo matrimonio, fra tre mesi, non parteciperanno i genitori – perché lo considerano un apostata – ma ci saranno degli amici come quello di cui racconta qui, beh, tanto di guadagnato.
A predicare si va in due. Penso che serva per evitare di lasciarsi convincere dalle persone che si vanno a convertire. Non che non si sia incoraggiati a predicare sempre, anche quando si è da soli, dando così “testimonianza informale”. Però ad un certo punto ci si mette giacca e cravatta – gonna lunga, nel caso delle donne – e si va a predicare. […]
Verso i sedici anni ho cominciato con un mio compagno di classe. Ho fatto una eccezione per lui, ateo: ci andavo da solo. Il problema è che ho preso più cose da lui di quanto sia riuscito a trasferirgliene. Avevo tipo 16 o 17 anni, di sicuro si andava ancora alle superiori. Gli studi biblici erano una cosa basata su dei precisi manuali – “Potete vivere per sempre su una terra paradisiaca” – in genere. Con lui, invece, eccezione, erano più una chiacchierata. E di eccezione in eccezione cominciavo a pensare.
Insomma, non riuscivo a conciliare il fatto che una persona come quella, una persona che non poteva essere malvagia – per il semplice fatto che non lo era e io lo vedevo – dovesse essere distrutta. Così una volta gli dissi – me lo ricordo come se fosse ieri – perché se una frase non ti cambia la vita, sicuramente può contribuire: «io penso che fra dieci anni sarai un testimone di Geova». Lui – di getto – mi rispose: «io penso che fra dieci anni sarai ateo».
Ecco. Appunto. Ma ci tengo a non dagliela vita del tutto. Dato che non sono riuscito a farlo diventare testimone di Geova, gli farò fare il testimone di nozze.