La tavoletta del cesso

Scialocco ci spiega – come al solito in terzine – quale sarebbe la vera funzione definitiva per l’iPad:

Sanza timor d’un blog leggevo posto
quand’assalimmi turbo di scorregge
accorso al cesso meditavo tosto:

avessi una di quelle che chi legge
notizie od altre cose su internette
puote adoprar che van sanza pulegge

od altro fil, mirabil tavolette!
S’avesser poi cotanto buon olezzo
quali che brava casalinga mette

nel water – strano a ben pensarci  vezzo
di profumar la merda, ma a ben altro
sciocco e bizzarro agire sono avvezzo –

ben pagherei al Californo scaltro
che finalmente ha soddisfatto il gonzo
che in multitasking vuole l’uno e l’altro:

l’esser più dentro e meno fuori stronzo.

I due versi finali sono un capolavoro.

La Francigena contromano

FAEAE

Questo post lo dovevo fare ieri, quando ho scoperto il suo blog, poi però ho passato tutta la notte a leggerlo, quel blog, e alle 4 di notte non avevo più l’ardore di scrivere.

Lui, questo qui a sinistra, si chiama Paolo De Guidi, e questa foto se l’è fatta prima di partire. Ora, a occhio e croce, ha un po’ di barba in più. Per il suo compleanno, qualche mese fa, si è fatto due regali: un licenziamento, il suo, e un viaggio.

La mèta del suo viaggio è anche la sua metà, Rosa, che vive a Cambridge, a 2200 chilometri di distanza. Di mille mezzi che poteva scegliere per andare a trovare la propria compagna ha scelto il meno tecnologico: i proprî piedi.

Tutte le strade portano a Roma, ma a percorrerle a ritroso ognuna porterà da qualche parte: Paolo si è reso conto che da Terni, dove abita(va), a Cambridge si attraversano quattro paesi, mari, montagne, sentieri e viottoli, e che la strada è su per giù quella dell’antica Via Francigena che collegava Canterbury a Roma. E così, di lì a poco più in là, ha dato un nome alla sua impresa: la Francigena contro mano.

Tutto quello che fa ve lo andate a leggere, anche perché Paolo non è uno scrittore, è un raccontatore: è uno che non pensa allo stile, pensa a selezionare con cura le cose da rammentare a fine serata. E lo fa molto bene. Questa cosa, io, l’apprezzo molto perché so quanto sia faticoso non perdere anche quella piccola metodicità che serve a determinarsi a rendere partecipi gli altri di quello che si fa: un’impresa, un’avventura, una bella cosa, è meno bella, è meno avventura, è meno impresa, se non spendi del tempo a raccontarla.

Dorme in un sacco di posti, trova ospiti che gli offrono una branda attraverso il couchsurfing – il nostro eroe non è un eremita, lui prende il tanto di buono che è stato inventato in questo tempo, per fare tale impresa d’altri tempi – qualche volta sono ostelli, altre volte refettorî delle parrocchie. Se l’avessi scoperto prima avrei provato a intercettarlo in qualche punto e farmi due passi con lui, oramai è già lontano: è partito da quasi due mesi e ne mancano altri due prima che arrivi.

Come fa? Lui lo spiega così:

Al mattino inizio sempre a camminare con una determinazione di cui ignoro la provenienza. Credo sia il risultato, i mille risultati quotidiani. Oggi arrivo a Bolsena, oggi arrivo a Lucca, oggi arrivo ad Aulla. Arrivo a quel tornante e mi fermo, continuo fino a quella curva e faccio pausa, oltre il ponte c’è un paese. Guadagno un metro in più di mondo ad ogni passo: è l’attività più soddisfacente possibile, la più ricca di realizzazioni. 500 km sono niente, è arrivare in cima alla salita che conta, raggiungere il prossimo bar, il bivio con la provinciale. Se ogni giorno mi chiedessi quanto manca all’Inghilterra probabilmente non mi alzerei neanche dal letto. E invece è un viaggio diverso ogni giorno, un ospite diverso ogni giorno, un dialetto diverso ogni settimana, un cibo diverso, un panorama diverso. E ogni giorno hai combinato qualcosa, qualcosa che dà senso a quel giorno e cosa ancor più importante, lo dà anche a quello successivo.

Il blog si chiama La Francigena contromano, affezionatevici anche voi. E, mi raccomando, non chiedetegli se la Manica vuole farla a nuoto.

Notizia bromural

Attraverso Akille ho scoperto questo genio assoluto:

…ogni laureato in filologia romanza si cimenta in cose del genere…

…con risultati decisamente disastrosi…

Io difendo Barbareschi

Della storia di Barbareschi che frega impudicamente le battute a Spinoza sapete già tutto, che Barbareschi non si sia scusato – perché può succedere a tutti – è già più grave, assieme alla figuraccia che ha fatto.

Tremendamente più grave sarebbe la sua arringa difensiva, se non fosse superata da un concetto che ha espresso lì dentro:  “È buffo che Internet possa prendersi il diritto di saccheggiare contenuti qua e là e se invece io porto Internet su un mezzo generalista come la Tv mi si rinfacci il diritto d’autore”.

Tralasciamo l’evidente e naturale inversione a cui si presta il concetto, proferito dal campione del diritto d’autore, e concentriamoci su quell”internet“.
Quello che spaura è quanto sia chiaro che Barbareschi non abbia la minima idea di cosa parla. No, provate a rileggerlo: internet. Una persona. Insomma, non esiste neanche la responsabilità individuale. Nel momento in cui chiunque sia provvisto di una connessione diventa connivente con chi fa cose illegali.
Per quanto ne sa Barbareschi gli autori di Spinoza potrebbero non aver mai scaricato una canzone o un film, ma quello che conta è la responsabilità collettiva: loro sono internet.

È talmente evidente che non sappia di cosa parla che non si può non scagionarlo dall’accusa del dolo, lui non sa neanche come arrivarci su Spinoza.it (anche perché, in caso contrario, anche lui sarebbe colpevole dei download degli mp3!).
Qualcuno gli avrà passato un foglietto con scritte le battute e lui – avete notato con quanto candore e goffaggine l’ha recitate? – avrà pensato: “belle”.

Cane morde uomo

Ragazzo gay preoccupato: starò mica diventando cristiano?

A primo sguardo il diciottenne Lucas Faber sembra come qualunque altro ragazzo gay. È membro del coro della sua scuola, gli piace fare shopping nei centri commerciali, e fa del sesso con gli altri ragazzi della sua età. Ma recentemente, una crescente preoccupazione ha cominciato a turbare questo giovane ragazzo omosessuale. Una sensazione angosciante che lo fa dubitare ch’egli non sia, in realtà e nel profondo, un integralista cristiano destrorso.

«Non so cosa mi sta succedendo» ammette Faber ai giornalisti «è come se io avessi questi strani bisogni ogni tanto, e improvvisamente sono tentato di andare in chiesa o censurare i libri della biblioteca in qualche modo. Anche il solo pensiero di organizzare un rogo di CD mi eccita».

«Sono così confuso».

«È come se io non sapessi più chi sono» dice l’adolescente spaventato «Tenere nascosta questa mia segreta ossessione per i dogmi della destra radicale nascosta ai miei genitori, insegnanti, e compagni di classe mi sta dilaniando».

Questa parodia della classica descrizione del ragazzo timido e timorato che scopre di essere omosessuale è esilarante, smascherà tutti i cliché che – tutti noi – abbiamo incastonati in testa.
Potere leggerne il resto, in inglese, qui.

Jorgensen! Jorgensen! Jorgensen!

Una volta dovrò raccontare approfonditamente dell’anno in cui feci l’abbonamento alla Fiorentina, da Roma, e andavo tutti i week-end a Firenze (uno sì e uno no), per vedere la partita. Avevo 17 anni e fu l’anno in cui la Fiorentina di Trapattoni rischiò di vincere lo scudetto, restando in cima alla classifica per due terzi del campionato: poi Batistuta si infortunò, ed Edmundo andò al Carnevale.

Fu anche l’anno in cui la Fiorentina, in casa, era imbattibile e vinse le prime undici partite (poi, nella storiografica calcistica Batigol s’infortunò, sennò avremmo vinto lo scudetto, altroché). Alla fine, nonostante le sciagure finali, il ruolino di marcia casalingo fu di 13 vittorie, 4 pareggi, 0 sconfitte – tutte partite a cui fui presente – la Fiorentina non faceva così bene al “Franchi” dal ’59.

Ovviamente il merito era mio. Che ero lì. E non solo per la “mera” presenza (che costituiva già capitale importanza nei successi della Viola), ma anche perché ogni domenica mi impegnavo per lei. Prendevo il treno all’andata e al ritorno, ma soprattutto sbagliavo piano. Nella prima partita che mi aveva visto spettatore la Fiorentina aveva vinto al 92° minuto. E io, in ascensore con mio zio, avevo sbagliato piano. Andava da sé che tutte le domeniche successive dovessi – apposta – ripetere l’operazione. Premere il primo piano, aprire la porta, e poi – finalmente – premere il piano terra. E infatti la Fiorentina continuava a vincere. Il calcio funziona così.

Da quel tempo ho maturato un approccio più paraculo e più sano al calcio. Serve per prendere in giro gli amici e farsi prendere in giro (che è il senso vero del calcio), serve per scegliere l‘abbigliamento adatto alle cerimonie e serve per socializzare in qualunque parte del mondo tu vada, dalla Palestina al Burkina Faso (Zambrotta! Del Piero! [brrr]).

Io me la godo abbastanza perché, come dicevo, ho trovato la mia misura paracula di nazionalpopolarità: se la Fiorentina vince sono contento per tutta la giornata, di domenica. Faccio le cose di buon uomore, e le faccio meglio. Se invece la Fiorentina perde «beh, è solo un gioco». Potrò mai arrabbiarmi per una partita di calcio? Però quando vince son contento davvero, mica scherzo!

Quando ne ho l’occasione, però – un paio di volte l’anno vivendo lontano dalla mia squadra (ho elaborato una teoria per la quale è lei a vivere lontano da me) – vado allo stadio. E lo faccio con gusto. È l’unico posto al mondo dove c’è una vera intersezione sociale, e dove il ricco il povero, il terrone e il negro, il frocio e l’impiegato, il meccanico e il vegetariano si abbracciano senza conoscersi, e per qualche attimo – davvero – si vogliono bene.

Bene. Se siete arrivati fin qui, potete fare un passo avanti, e andare a leggere le stesse considerazioni, e altre storie, raccontate dal prof Silei.

(grazie a Andrea)

Alfredo Marasti

Alfredo è un ragazzo che scrive canzoni, scrive la musica, e scrive i testi. Un tempo si chiamavano “cantautori”. Non c’è solo quello. C’è che è davvero molto bravo.

Ora: io lo so, voi frequentate un sacco di blog ben selezionati che segnalano musicisti – e sarete oberati dai varî «ascolta questo» e «ascolta quello». Il presente blog lo fa così raramente che, per una volta, potete fidarvi: ascoltate le canzoni che metto qui sotto.
Io, pigro, le avevo a disposizione sul PC da un sacco di tempo, e ho iniziato ad ascoltarle solo qualche giorno fa: non fate lo stesso errore!

AlfredoAlfredo Marasti non ha ancora vent’anni (è del ’90), ed è toscano. Ha una memoria di ferro per le cose inutili e una capacità straodinaria di mettere insieme parole semplici fra loro, così come di associarle alla musica. Delle volte mette nei suoi pezzi dei piccoli gioielli di pensiero laterale che fanno ridere o annuire soddisfatti anche al trentesimo ascolto, quando è svanito completamente l’effetto sorpresa e rimane solo l’arguzia.

Cosa penso? Che se nei prossimi anni non sentirete parlare di lui – se non avrà successo – vuoldire che il mercato italiano delle canzoni funziona davvero nel modo sbagliato. E siccome ho la quasi certezza che sia così, metto un po’ di sue canzoni qui così qualcuno in più può ascoltarlo. Se poi diventa famoso, beh, l’avevo detto io!

Cosa gli manca? Mi concedo un gioco che faccio sempre: trovare un difetto semplice e uno complesso alle cose che mi piacciono. E dunque: il difetto conciso è che nell’incrocio fra De Gregori, Branduardi e De André manchi un po’ di personalità – del resto è un fatto assai preventivabile in un artista così giovane. È probabile che, crescendo, Alfredo crescerà anche uno stile più proprio.

L’altro, più articolato, riguarda gli attori delle sue canzoni: i personaggi che crea non sono molto “possibili”; e pure affidandosi allo slancio narrativo, trascuratane l’inumanità, sono spesso incoerenti al loro interno e contraddittorî rispetto alle premesse conferitegli, per quanto strampalate.
Ma anche qui: chi scrive canzoni non vive in questo mondo, non ha necessità di persone vive e incontrabili. Sulla sua strada si imbatte in individui dagli sguaiati pregi e dagli sguaiati difetti, e li racconta. E nell’ombra di questi personaggi-limite ben raccontati, in qualcuno dei loro drammi, ci ritroviamo tutti.

E quindi, ecco: cinque delle migliori canzoni in un ordine non particolare (pensate che non ci ho neppure messo quella con cui ha vinto il Premio De André, La luna e il ladro, secondo me appena un gradino sotto):

Aggiornamento del 22/07/2018.

Questo post è ormai invecchiato, e tanto, come anche Alfredo, che è più maturo e consapevole. E, in questa sua consapevolezza, mi ha chiesto di rimuovere da questo post i link a quelle canzoni: erano schizzi giovanili, e con una qualità dell’audio non eccelsa. Mi sembra giusto. Sappiate insomma che quelli qui sotto che commentavano quanto erano piaciute loro le canzoni non erano ubriachi (o magari sì, ma non per questo).